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Una sera d'agosto piovosa

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di oedipus

pubblicato il 2022-04-23 09:31:18


  «L’hai sentita?»

«Cosa?»

«Una goccia.»

«No. Non ho sentito nulla!»

«Sta per piovere, andiamo. Eccone un’altra.»

Erano usciti all’imbrunire e tutto era sereno, non c’era la minima possibilità di pioggia e alla pioggia non avevano pensato.

Avevano camminato lungo una stradina costeggiata dal bosco, che discende all’inizio rapida come una cascata, grigia alla luce della sera e poi, nel piano, avevano oltrepassato il cimitero, che asseconda il pendio della valle come un presepe di casette illuminate dalla tenue luce delle lampadine e qualche rara candela, ben protetto dal muro di pietra e difeso da un grande cancello socchiuso.

Le case del paese dapprima erano disperse e circondate da orti ben curati e da giardini di rose, ma poi, poco prima della piazza, tradendo una topografia generale di strade parallele e perpendicolari, si erano addossate l’un l’altra, accavallandosi in una ridda furiosa a rubare l’ultimo raggio di sole, rincorrendosi in vicoli stretti e ritorti, dai quali, se non ne sei esperto, difficilmente puoi trovarne l’uscita.

La piazza era grande, anomala, quadrangolare, aperta sul lato lungo all’umidità del fiume; chiusa dalla chiesa e dal suo campanile da un lato; verso la montagna il monumento ai caduti, un soldato fiero e eroico appoggiato alla bandiera della Patria, e un palco; poi più in là la scuola elementare e infine il municipio.

L’aria era immobile e calda, da un lato c’erano poche bancarelle con lampadine dalla luce bianchissima alimentate da piccoli generatori di elettricità dal rumore rotante, tutt’intorno le luminarie delle feste di paese, archi di legno a sovrastare le strade con mille lucine colorate e l’odore diffuso e dolce dello zucchero filato e quello più pungente delle arachidi tostate.   
  Dal palco quella sera aveva cantato Rita Pavone.
Era arrivata nel pomeriggio in quel piccolo paese nel mezzo dei monti dell’Appennino ed era stata accolta, in un’aula della scuola disadorna e dalle pareti bianche ormai ingrigite, dal Comitato dei festaioli, contadini dall’italiano incerto e vestiti del vestito scuro della domenica senza tempo e senza moda, comprati dagli ambulanti al mercato settimanale del paese.

Loro avevano per tutto l’anno precedente raccolto i fondi per la festa dell’Assunta, il quindici d’Agosto: ogni domenica all’uscita della Messa, ma anche facendo il giro delle case, chiedendo a tutti un obolo volontario, ma irrifiutabile, che le famiglie pagavano volentieri perché tutti volevano che la festa fosse la più bella e la più ricca possibile.

Il cantante serale non può mai mancare così come non possono mancare gli sparatori, la ditta dei fuochi d’artificio.

Quando la processione, accompagnata dal suono della banda; con le statue di cartapesta dei santi e della Madonna; con gli uomini delle confraternite coi loro stendardi e le loro tuniche di raso rosso; con le due file dei bambini e delle bambine, molte vestite di bianco come le spose; con il parroco preceduto da un chierichetto che porta alto la croce di Cristo; dopo aver fatto il giro del paese, rientra in chiesa, allora comincia lo spettacolo dei botti: una serie spaventosa di colpi assordanti che con la loro eco fanno il giro della valle e ti penetrano nelle orecchie fino a farti male e tutti guardano col naso all’insù a giudicare con cenni del capo se, secondo la tradizione antica della cadenza e del ritmo, quei botti sono migliori oppure peggiori di quelli degli anni passati.

Aveva pianto quel pomeriggio Rita Pavone perché mai si era esibita in un paese tanto piccolo e così sconosciuto, disperso e nascosto da monti alti e verticali che d’inverno nascondono il sole e lo fanno splendere solo per poche ore, e mai di fronte a un pubblico tanto esiguo e tanto miserevole. Ma quella sera, proprio a reazione al pianto e allo sconforto, Rita aveva voluto negare a sé stessa di essere scesa a un livello così basso che mai in altri tempi aveva immaginato e aveva cantato come raramente era riuscita, facendo scendere nella piazza un silenzio d’ammirazione che perfino i neonati nelle carrozzine avevano smesso di reclamare le braccia della madre.

«Affrettati, dai, la pioggia aumenta!»

«Ma non vedi che comunque arriveremo completamente bagnati? E allora perché affrettarsi?»

«No, qui dentro c’è una pensilina, ci riparerà! Aspetteremo che spiova.»

Enrico aveva appena aperto il cancello del cimitero, Carla, sorpresa, si era arrestata incredula, con gli occhi spalancati e la bocca aperta, lui l’afferra per una mano e la trascina dentro.

Ormai sono sotto la pensilina che protegge la cappella principale del cimitero, alla fine del viale largo del cancello e vedono a destra e a sinistra tombe, fornetti, croci, fotografie e fiori.

Lei si protegge affossando il viso contro la spalla di lui, pentita di non essere stata abbastanza forte da opporsi con successo a un’idea tanto stramba, lui da un lato la conforta ma dall’altro gioca un po’ con la sua paura.

«Che fai? Hai paura? I cimiteri e le foreste sono luoghi sicuri e di cui non dobbiamo aver paura, sono luoghi poco frequentati di notte dagli umani e sono solo gli umani quelli che ci uccidono, ci violentano, ci derubano. Oppure forse credi a quello che diceva Sergio Citti in Mortacci? Che gli uomini dopo la morte restano sulla terra a vivere nel cimitero finché il ricordo della loro vita è ancora vivo in quelli che li hanno conosciuti e solo quando non c’è più nessun vivente che li ricordi allora possono finalmente partire per il lungo viaggio che li porterà oltre il cielo!?»

«Che dici?»

 «Io li ricordo tutti, quelli che sono qui. Da bambino venivo in estate e il paese era ancora pieno di gente. Li vedevo, ultimi rappresentanti di un mondo ormai già scomparso, tornare dai campi, la sera, dietro l’asino: con un bastoncino lo percuotevano sulla groppa in modo che non si fermasse, zoppicanti per l’artrosi, i zigomi sporgenti, il viso disfatto dalla fatica, ma gli occhi indomiti e vivi; qualcuno addirittura mi salutava con rispetto, procurandomi il disagio di chi è nel luogo sbagliato, lì dove non deve essere …»

Carla stanca della spalla, solleva un po’ la testa, Enrico continua: «T’immagini se fossero ancora qui? Ora sarebbero lentamente usciti dalle tombe, spettri dalle sembianze corporee al momento della morte, e farebbero capannello, curiosi di questo anomalo avvenimento mai prima accaduto, quello che due viventi di notte qui aspettano che spiova! …»

Lo scroscio più forte di pioggia improvvisamente si attenua, ma dall’altra parte della valle compare inaspettato il bagliore bianchissimo di un lampo seguito dal suo tuono, vicinissimo, e, mentre le lampadine tutt’insieme attenuano per un momento la loro luce,  tutto s’illumina, il fiume e i suoi pioppi, la costa boscosa e le vallette scavate dai torrenti.

Carla, sorpresa, lascia uscire un gemito di paura e freme di brividi, Enrico ha la testa alta e gode del panorama che viene subito cancellato dal buio.

«… Abbiamo paura del buio perché ci toglie ogni riferimento con la realtà e tutto quello che crediamo vero diviene ipotetico …»

Tace per un momento, il tempo di ricordare quando da bambino una sera gli fu ordinato di andare a letto, avrebbe dovuto seguire il corridoio e attraversare un angolo senza luce. Lui si era immaginato che proprio lì in quell’angolo, nascosto, c’era un uomo dal grande mantello nero, minaccioso, si era fermato timoroso e titubante, non era riuscito a trattenersi e aveva fatto nelle mutande ciò che si fa in bagno. Passò un attimo, eterno, prima che sua madre se ne accorgesse e lo accompagnasse in camera, con la predica che se aveva paura di tanto poco non era un vero uomo e, in realtà, era un gran cacasotto!

«… Ora non più, ma una volta da queste parti le Anime Sante del Purgatorio, in sere come questa, uscivano in processione, l’una dietro l’altra con un lume acceso, cantilenando una specie di rosario dalle parole incomprensibili a chiedere ai vivi il suffragio di una preghiera o quello di pagare al parroco una messa.»

Quella della processione delle Anime Sante del Purgatorio è una leggenda dovuta ai fuochi fatui che si accendono nelle calde sere di agosto.

«Ma che dici …»

«Non credere che sia una cosa inventata, sai … la processione fu vista per davvero!»

Tanti anni prima, una sera che era già buio, la madre di sua nonna, era allora ancora giovane, rientrò in casa col cuore che batteva a mille, il viso congesto, e il respiro lungo e affannato.

«L’ho vista, l’ho vista!» gridava.

«Cosa hai visto?»

Ma lei non riusciva a dirlo, aveva ancora bisogno d’aria, aveva scalato la salita del bosco alla massima velocità possibile e aveva corso più di quanto il suo fisico le permettesse perché le sembrava di essere rincorsa, inseguita.

«L’ho vista, l’ho vista!»

«Cosa?»

«La processione dell’Anime Sante!» disse finalmente.

E dopo ancora qualche secondo, riprendendo ancora fiato, e soprattutto sentendosi protetta dai familiari: «Ero proprio davanti al cancello del camposanto quando dall’altra parte del fiume l’ho vista. Camminavano in fila e c’erano tanti luci che si muovevano e pregavano: Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, Orate pro nobis …»

E alzava la voce sul Sancta Maria e sull’orate, per poi scendere a quasi un bisbiglio sul peccatoribus, con le parole che si univano in un sussurro continuo al limite della comprensione.

«Che dici, la processione delle Anime Sante!»

«Sì, una volta erano viste molto spesso, ora invece …»

Le Anime Sante del Purgatorio sono assenti nelle sacre scritture e sono un’invenzione sublime della Chiesa cattolica: il pentimento come riparazione a tutte le nefandezze di questo mondo dove tutto è in un certo senso variabile e riparabile; basta l’obolo di una Messa al parroco e il Giudizio di Dio, quello implacabile e severamente giusto perché non umano ma divino, può essere cambiato, può essere alleggerito e alleviato. Del resto in un mondo così terreno e umano,  nel quale vivono solo persone che non sono senza peccato, senza una qualche possibilità di redenzione, senza un cammino di purificazione che permetta l’ascesa al cielo, chi potrebbe essere l’eletto? Chi il santo premiato con la felicità eterna? E poi come premiare il clero? In qualche modo deve essere della partita, deve giocare il suo ruolo, deve perdonare e assolvere, a pagamento!

Ormai la pioggia ha smesso di cadere, le sue gocce son divenute più piccole, eteree, sottili e rimangono sospese nell’aria senza gravità a formare uno strato di nebbia biancastra che si aggira tra le tombe a sottolinearne il silenzio.

Carla non ha più paura, si stacca da Enrico e guarda intorno. Istintivamente cerca qualcosa, una tomba speciale, diversa dalle altre, che racchiuda un segreto, un fatto eccezionale. Perché nei cimiteri, tra quelle vite ormai concluse e invariabili, cerchiamo sempre qualcosa di eccezionale, qualcosa che esca dalla quotidianità della morte e dell’oblio, qualcosa che si opponga con vigore all’annullamento di ciò che è esistito e ha vissuto.

Carla fa ancora qualche passo e si trova davanti a una tomba un po’ diversa dalle altre, un parallelepipedo sollevato dal terreno da quattro blocchi di marmo, e una grande foto di una giovane donna che mette in primo piano, ben in vista, le mani. È adagiata a letto, seduta, occhi neri come carbonella ma luminosi, capelli nerissimi e mossi da riccioli ribelli, partiti a metà da una riga, fronte spaziosa nel cui mezzo si può vedere una piccolissima tuberosità rossastra che meglio esaminata si rivela come una piccola croce. È vestita da un’ampia veste da notte bianchissima e le mani mostrano, rivolte all’osservatore, il dorso con due piaghe larghe e forse profonde, colorate di sangue.

Enrico la raggiunge e da dietro l’afferra alle spalle, Carla si gira, lo guarda e l’interroga.

«Sembra strano che in un paese così piccolo sia nata e vissuta una Santa, vero?»

Una Santa anomala, direi.

San Francesco aveva le stimmate e anche san Pio o, come tutti lo conoscono e ricordano, padre Pio. Ma Francesco oltre che asceta è stato un leader indiscusso, un uomo che con la sua vita, il suo pensiero e il suo insegnamento ha segnato profondamente la vita della Chiesa e degli uomini per molte centinaia di anni e padre Pio è stato il confessore e il consolatore di migliaia di poveri cristiani e a tutti prevedeva il futuro o commentava e raddolciva un passato estremamente doloroso e seppe anche costruire un’ospedale grandissimo per alleviare le malattie dei poveri. Filomena Carnevale, o Mea, come la chiamavano i paesani, no.

Lei, malata di cuore, (al tempo in cui visse, ancora c’era la malattia reumatica che colpiva le valvole cardiache), durante un ennesimo ricovero in ospedale cominciò a essere perseguitata da visioni strane del Sacro Cuore e dell’Immacolata e un giorno, mentre stava pregando nella cappella dell’ospedale chiedendo di poter guarire, all’improvviso le sembrò come se la statua le si avvicinasse: Cristo le si accostò e le toccò i piedi, le mani, il costato e la fronte e proprio in quei punti si aprirono ferite sanguinanti che nessun medico riuscì mai a sanare.

Ma non fu il sacrificio del suo corpo, dato per la felicità delle persone che in lei credevano né le preghiere inesauribili per la salvezza dei peccatori e dell’intero mondo il ricordo che lasciò ai suoi compaesani. E non furono neanche le stimmate, no. Chi la conobbe più da vicino ricordava negli anni a seguire i profumi intensissimi, di violetta o di rose, che invadevano la sua stanza quando andava in estasi e che perdurarono ancora tanti anni dopo la sua morte, nelle ricorrenze della sua vita.

«Ricordo molto della mia infanzia … – dice Enrico – … ricordo il primo giorno della mia vita in cui fui felice … ero nella culla ed ero solo e penso che avessi solo qualche mese di vita. Alla mia destra da un gran finestrone entrava la luce del sole, bellissima. Quella luce mi diceva, Lo vedi? Sei nato, sei vivo! E io realmente gioivo di quel bene prezioso, della vita, e veramente ero sicuro che quella vita, la mia vita, sarebbe stata splendida, come erano spendenti quei raggi solari che vedevo per la prima volta! ...»

In effetti Enrico fino alla pubertà, arrivata troppo presto, era stato in bambino felice, spensierato, sicuro della protezione della propria famiglia, iperattivo, allegro e forse troppo vivace.

«… Mi ricordo molto dei primi anni della mia vita, mi ricordo ancora le iniezioni di penicillina, dolorosissime per via degli aghi già usati altre mille volte, a causa della polmonite, che mi faceva la perpetua del parroco …»

Era una vecchietta dal naso e dal mento pronunciato, vestita degli abiti tradizionali che nessuno più indossava, col velo di un grezzo tessuto ben ripiegato sulla testa.

«… e mi ricordo ancora quando uscii per la prima volta di casa. I miei genitori mi portarono dove mai ero stato prima, alla festa di un paese vicino e io, sospettoso, piansi tutto il tempo, frastornato dalle luci, dalla gente e dal rumore e piansi finché non tornarono a casa e mi riposero nella mia adorata culletta! ...»

Sembra che il cervello degli uomini abbia una grandissima cassaforte nella quale conserva il ricordo di ogni istante della vita. Ma non vivremmo se fossimo sopraffatti da tante scartoffie, e così non possediamo che la combinazione per aprire solo qualche ricordo, di quelli che ci sono sembrati tra i più importanti, quelli degni di essere ricordati.

«… e mi ricordo quando, forse solo per qualche attimo, la vidi la Santa!... »

Era una calda mattina d’estate e sua madre lo vestiva. In verità aveva indossato solo la maglietta, quando rimase, mezzo nudo, solo per qualche istante. Ma in quell’attimo sentì dentro di sé un comando imperioso e dovette andare, correre via, scendere i pochi gradini per giungere in strada, attraversarla a piedi nudi quella strada, fare ancora qualche decina di metri e fermarsi, finalmente, davanti alla porta aperta della stanza di dolore della Santa. E la vide. E si videro. Si guardarono negli occhi, lui rimase immobile, senza capire, ma come inchiodato lì da un incantesimo, improvvisamente vergognoso della propria nudità, ma, a dispetto di quel disagio, avrebbe comunque voluto rimanere lì per sempre se non fosse stato afferrato dalle mani di sua madre e riportato indietro.

«Ma qui c’è la tua tomba!»

La voce di Carla giunge da qualche metro più in là, da vicino il muro di cinta, e distoglie Enrico dai ricordi e dagli occhi penetranti della Santa.

«Non è un bel posto per avere una tomba?»

In effetti Carla è accanto a una bella tomba di marmo rosso, che adagiata su un rilievo naturale del terreno, si erge al di sopra del muro di cinta e guarda verso il fiume.

«Hai prenotato una tomba panoramica, con già scritto il tuo nome!»

C’è davvero il nome e il cognome di Enrico su quella tomba.

«In effetti nella mia vita varie volte sono stato vicino alla morte e per un soffio non ho avuto una tomba così! …»

La morte è un evento in balia del caso, un incontro fortuito tra l’essere e il non essere, tra la vita e la sua negazione.  L’uomo, essere dotato di intelletto e logica, non ha mai accettato il caso, e il caos, come artefice dei suoi eventi. Da sempre ha cercato l’ordine, la geometria, la logica e la  causa e i suoi effetti, una spiegazione ragionevole a tutto, alla fisica celeste e agli eventi della vita, e quando quella causa era non conoscibile, ha imputato come responsabile degli eventi della vita il destino, la predestinazione o il volere degli dei e di Dio. Ma è dovuto al caso l’incontro di un corpo con il virus che l’ucciderà, oppure tra un uomo e il terremoto o l’affondamento di una nave o la caduta di un aereo, o trovarsi lì dove un pazzo fa un attentato terroristico e una strage.

«… la prima volta, l’ho detto, per una polmonite, ma la penicillina, appena scoperta, mi salvò; poi la difterite e mi salvò un medico con iniezioni di siero anti difterico, ricordo ancora le allucinazioni che ebbi quando mi divorava la febbre: su un binario sopraelevato, come le monorotaie moderne, vedevo venir giù gigantesche bottiglie di latte! e non avevo mai visto prima una monorotaia; poi ancora, sapevo camminare da poco tempo, quando vidi da lontano arrivare un camioncino, allora i mezzi a motore erano rari, e decisi di fermarlo mettendomi in mezzo alla strada con la mano alzata. Il camioncino non si fermò, mi dette una spinta sul petto e io rimasi sotto, anche se ben lontano dalle ruote …»

Carla non sembra interessata all’elenco delle possibili morti di Enrico, esamina con curiosità la tomba e associa il Cristo in croce di bronzo per metà verticale ma per l’altra metà piegato in orizzontale, come a entrare nella tomba stessa, agli orologi molli, piegati e liquidi, di Salvador Dalí.

Enrico tace, ma nella mente continua a ricordare. Quella volta che salì sulla cima più alta di un albero e cadde e cadendo riuscì ad aggrapparsi a un ramo sottostante e a salvarsi, oppure quando a tre anni andarono a vivere a Napoli in un appartamento a Capodimonte e dal terrazzo vedevano ai loro piedi il golfo. Il terrazzo non aveva una ringhiera ma un muretto basso e un tubo metallico che facevano come da sedile con la sua spalliera. Lui, preso dall’entusiasmo della novità, non era mai stato al terzo piano di un palazzo, salì sul muretto e guardò giù. Nel guardare sentì improvvisamente e sorprendentemente tutto il peso della testa, inesorabile, tirarlo giù, e quando ebbe la percezione di non poter più tornare indietro, di non avere più né la forza e né l’appiglio, sentì la calda mano di suo padre, grande come una coperta,  che l’afferrava e lo salvava. Poi, ormai adolescente, quando nel saltare un cancello, una punta di una lancia gli si infilzò proprio sotto lo sterno, ma lui rimase calmo e con calma dapprima riprese le forze e poi si tirò su, togliendo quel punteruolo dal cuore. E poi ancora quando ebbe un incidente con la macchina, o quando, ormai adulto, si avventurò con gli sci per una pista completamente ghiacciata, liscia come una pista di pattinaggio e naturalmente cadde. Non tentò neanche di fermarsi, continuò allegramente a scivolare e scivolando giunse al bordo della pista e, ormai era tardi per frenare, cadde nel burrone. Per fortuna planò sulla cima e tra rami morbidi di un pino e non si fece neanche un graffio!

 «… Una volta si usava mettere ai bambini il nome del nonno, e questa è la tomba di mio nonno paterno che ha il cognome uguale al mio, ma il nome è diverso …»

«Diverso? Non mi sembra, io vedo scritto Enrico …»

«Se in paese cercavi Enrico Di Vincenzo nessuno lo conosceva. Lui si chiamava Ricuccio Codalonga!»

«L’hai conosciuto? Io non ho mai conosciuto i miei nonni!»

«Sì, l’ho conosciuto, era un tipo burbero, quasi odioso, di poche parole, quando ero bambino mi incuteva un po’ di paura, della sua vita non mi ha mai raccontato nulla, allora i bambini erano affidati esclusivamente alle cure delle donne e gli uomini non li degnavano nemmeno di uno sguardo. Mi ricordo però quando una volta ci portò a spasso, me e mio fratello. Lui aveva forse sei anni e io quattro. Ma non ci portò ai giardini o al parco, per giocare e gioire dei nostri giochi. Ci fece sedere ai tavolinetti di un bar e ordinò tre birre! Voleva capire se eravamo uomini veri o no! E noi non superammo la prova, bevemmo le birre per assecondarlo, ci sembrarono amarissime, e dopo cominciammo a vedere il mondo girare e avevamo le gambe molli … Comunque lui ha avuto una vita difficile e avventurosa, non come la mia, piatta nella sua relativa agiatezza.»

«Raccontala mentre torniamo.»

«Il racconto è lungo, e la strada che dobbiamo percorrere, molto breve …»

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L'AUTORE oedipus

Utente registrato dal 2018-03-27

enrico di cesare Dopo tanto tempo sono tornato qui a leggere e ho invidiato chi scrive per puro piacere di scrivere. Mi sono riproposto di farlo anch'io, ma mi sento davvero molto arruginito.

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