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Goal

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2022-02-05 14:08:22


Cominciò durante il lockdown.
Ogni sera, al tramonto, Michele usciva di casa, percorreva un tratto di strada asfaltata, prendeva un viottolo sterrato e si inoltrava tra i campi.
Non aveva nessuna “comprovata necessità” di andar fuori, a parte la sensazione che le pareti del suo appartamento si stringessero e qualcosa aspirasse l’aria, come succhiandola con un soffietto, ma dubitava che un tutore dell’ordine lo avrebbe capito. Per questo stava attento che in giro non ci fossero poliziotti, vigili, carabinieri o qualcosa che assomigliasse a una divisa.
Fino a marzo del 2020 era stato un tipo sedentario, che trascorreva in casa le sue serate solitarie davanti alla TV o con un libro in mano, ma, come suol dirsi, ti accorgi delle cose solo quando ti mancano.
Ora si sentiva vivo solo in mezzo alla campagna.
Non stava fuori per tanto tempo: un’ora al massimo. Dopotutto, anche chi è sottoposto al carcere duro ha diritto a un’ora d’aria, no?.
Seguiva sempre lo stesso percorso: procedeva verso ovest, poi piegava a sud costeggiando una roggia, passava sotto una quercia (aveva controllato in rete: era una vera quercia), quindi svoltava a est, costeggiando un campetto di calcio.
A questo punto accelerava il passo.
Il campo era deserto e non c’era rischio che qualcuno lo notasse, tuttavia gli metteva tristezza. L’area di gioco era deserta, spettrale, gli spalti vuoti e silenziosi, le luci spente. Gli dava l’idea di un paesaggio postatomico, una desolazione in cui tutti gli esseri umani erano svaniti e solo lui sopravviveva… ma ancora per poco.
O forse c’era qualcosa di più personale, più intimo.
Sia come sia, percorreva quei pochi metri quasi di corsa, come aspettandosi un evento misterioso e fatale.
Che capitò il 30 aprile 2020.
Il lockdown stava per finire e le forze dell’ordine erano di manica larga. Anche se lo avessero beccato in giro senza autocertificazione valida avrebbero chiuso un occhio. Tuttavia, perché correre rischi?
Era il tramonto (le giornate si erano allungate) e la primavera era insolitamente… primaverile, come se la natura, intanto che gli uomini erano chiusi in casa, si stesse riappropriando del mondo.
Gli alberi erano carichi di foglie e, passandoci in mezzo, i raggi di luce creavano effetti evanescenti, quasi stroboscopici. Sulle prime, Michele pensò di essere stato abbagliato. Solo dopo si accorse che, a stranirlo, erano suoni.
Bambini che giocavano.
Lì, nel campetto di periferia abbandonato.
Michele si fermò, scrutando l’area di gioco, gli spalti, spingendo lo sguardo verso gli spogliatoi, chiusi da tempo con una catena e un lucchetto da quattro soldi.
Nessuno.
Poi, il pensiero rassicurante: “Voci trasportate dal vento. È un effetto strano”. Era un’idea più confortante di altre che premevano per raggiungere la soglia della coscienza. Allucinazioni uditive. Lesioni cerebrali. Fantasmi. Oppure…
Michele riprese il cammino a passo normale, come mai aveva fatto. Il sentiero volgeva a nord, riportandolo verso la strada asfaltata e, di lì, a casa.
Di colpo, il campetto non gli sembrava più triste o minaccioso. Si fermò, in un’involontaria imitazione della moglie di Lot (un paragone che gli venne in mente molto, molto tempo dopo) e guardò indietro, osservandolo ancora una volta.
Era deserto, come sempre.
 
Il lockdown finì il 5 maggio 2020.
Le passeggiate serali di Michele continuarono.
Aveva imparato ad apprezzare i dettagli della campagna: lo scroscio dell’acqua nella roggia, i cambi di colore nelle foglie della quercia, gli insetti e gli uccelli (e i topi e qualche scoiattolo) che attraversavano il suo cammino. Era tutto più presente, più reale, più concreto. Una sera, a giugno, s'imbatté in un gruppuscolo di lucciole che sciamavano tra l’erba e sorrise come se avesse incontrato delle vecchie amiche.
Il campetto, però, rimase abbandonato.
Era gestito da una piccola polisportiva e, probabilmente, il tesseramento non bastava a coprire i costi di manutenzione.
L’erba crebbe coprendo la parte inferiore dei pali, le reti di protezione cominciarono a sfilacciarsi, il legno degli spalti a scheggiarsi, la vernice a sfaldarsi. Gli spogliatoi, in fondo, rimanevano chiusi come l’ingresso a una tomba egizia.
Michele non accelerava più il passo quando gli passava davanti. Più di una volta gli capitò di fermarsi, come in attesa di sentire ancora quelle voci, ma non accadde e Michele si rese conto che, anziché sentirsi rincuorato, avvertiva una punta di delusione.
Tornò l’autunno, poi l’inverno, con la mappa del Paese che si copriva di colori come un semaforo impazzito.
Il campo era sempre deserto e Michele, nelle sue passeggiate più o meno clandestine – chi ci capiva qualcosa in quel guazzabuglio di permessi e divieti era bravo – ne gustava l’aspetto invernale, con la nebbia che imperlava la rete di recinzione e si strofinava sulle strutture accelerandone il progressivo, quieto disfacimento.
Si era convinto che non avrebbe mai più udito le voci fantasma quando accadde di nuovo.
In sogno.
Nel sogno era estate, e una parte di lui (probabilmente una parte che sapeva di stare sognando) avvertì un senso quasi fisico di nostalgia per le interminabili, calde sere immerse nel ronzio delle zanzare e nel respiro, il sospiro, quasi, della terra che si preparava alle brevi notti di luglio.
Di colpo, seppe anche quale estate.
Quella del 1982.
L’Italia aveva appena vinto i Mondiali (e per molti, segretamente, quelli sarebbero stati i veri Mondiali, diversi da quelli del 2006, conquistati ai rigori) e tutti, anche coloro che non l’avevano mai subita, erano stati presi dalla mania del calcio.
Anche Michele che, notoriamente, era sempre stato una schiappa, relegato in difesa se non in panchina.
Ma non quella volta.
Doveva essere colpa della canzone.
“Una vita da mediano”.
La parte lucida della sua mente sapeva che era di molto successiva al 1982... ma nei sogni gli anacronismi sono concessi, non è vero?
Soprattutto se quella canzone era – od è o sarebbe stata perché, come aveva detto quel tale, il tempo è relativo – la colonna sonora della sua esistenza.
Ma non quella sera, non in quel singolare punto dello spazio e del tempo.
La squadra in cui giocava Michele si era spinta nella metà campo avversaria perché i novanta minuti stavano per scadere e nessuno si sarebbe accontentato di un pareggio.
Anche il Michele adulto avvertiva l’urgenza perché tutto quanto scadeva e, anche se ogni istante è eternità, lo stesso istante è irripetibile e, come aveva detto un altro tale, cogli l’attimo.
Forse, in qualche misterioso modo, il Michele adulto, da un altro punto dell’Essere, lo sussurrava al Michele – ragazzo – del – sogno e il Michele – del – 1982 – lo udiva.
Così eccolo lì il Michele – ragazzo – del sogno, come il Michele – del – 1982, come il Michele adulto.
Eccoli lì, un tutt’uno, nella metà campo avversaria, tra il vocio dei ragazzi, le zanzare, le magliette appiccicate alla pelle, la luce che avreste ricordato anche dopo altri cento, mille tramonti.
Un urlo e il pallone vola sopra le teste, le schiene si girano, gambe e teste si torcono.
In quell’istante partono gli erogatori (un difetto del timer) e gli spruzzi incontrano i raggi del sole al tramonto creando frammenti d’arcobaleno.
Salta, Michele (o saltano) e, per un secondo o due è sospeso in aria nella rovesciata, la bocca ridente e spalancata, come consapevole che quello è uno di quei tiri che riescono una volta nella vita, come se avesse capito che era una specie di epifania...
 
 
«Sarà opportuno ripetere gli esami tra qualche tempo» disse il medico.
Non aveva ancora ben inquadrato Michele. Era suo paziente da diverso tempo, ma raramente aveva avuto bisogno di assistenza.
Quegli esami, e alcuni sintomi che gli aveva appena descritto, davano da pensare, tuttavia avrebbe potuto essere niente come essere qualcosa.
Ma come avrebbe reagito, Michele? Avrebbe trasformato un sospetto in un presagio di morte? Avrebbe respinto l’idea, rifiutando di sottoporsi ad altri accertamenti? Avrebbe dato al medico dell’incompetente? Avrebbe iniziato a tempestarlo di domande, messaggi, mail, whatsapp, telefonate, visite a sorpresa in studio? Avrebbe preteso una terapia diversa da quella prescritta?
Impossibile dirlo.
La reazione era stata blanda. Aveva preso il foglio con le prescrizioni e lo stava leggendo senza commentare. Non voleva dire molto, però. Forse stava metabolizzando la notizia.
«Devo preoccuparmi?».
Al medico venne in mente una casella da spuntare sui moduli: “C’è qualcuno che desidera sia tenuto al corrente delle sue condizioni di salute?”. Non gli risultavano parenti stretti di Michele, o mogli, o figli. Per fortuna non era il momento di porsi la questione. Non ancora. La sincerità, però, era necessaria. «Per ora, è prematuro. Ampiamente prematuro» esagerò «il lockdown e la pandemia hanno creato un sacco di problemi: ansia, disturbi del sonno, della memoria, di concentrazione, depressione. problemi psicologici… ».
«Speriamo sia così» disse Michele alzandosi «Le farò sapere che effetto fa la terapia e prenoterò gli esami».Si vestì e andò all’ingresso. Sulla porta, si voltò e chiese: «Lei crede che ci siano dei momenti significativi, nella vita, istanti più importanti di altri, o decisivi, addirittura, ma che possano non essere quelli che riteniamo tali?».
La domanda era palesemente retorica e il medico non rispose.
«Siamo i nostri ricordi, in fondo» proseguì Michele «Forse siamo solo i nostri ricordi, malgrado tutti i nostri sforzi di convincerci del contrario. Per questo perderli...».
"Eccoci" – pensò il medico – "ha metabolizzato la notizia, anzi no, la possibilità e adesso è arrivato lo shock". «Senta» azzardò «secondo me è solo una carenza di minerali. Uno squilibrio elettrolitico, al massimo. Capita a tutti di essere smemorati, ogni tanto e, in certi periodi, di esserlo particolarmente. Non salti alle conclusioni e...».
«Oh no» lo interruppe Michele «Io non salto. Non salto mai».
 
Non ricordava.
Non ricordava se lo avesse segnato, quel goal.
Aveva esagerato, col dottore. Non soffriva di amnesie. Era distratto, al massimo, e solo ogni tanto, ma a chi non succede? I sogni erano vividi, questo sì, ma nulla di straordinario. Gli esami avrebbero confermato le sue buone condizioni di salute, ne era certo.
E allora perché aveva la sensazione che quella partita di oltre quarant’anni prima fosse così importante, anzi, vitale?
«Forse perché davvero è tutto dipeso da quel goal» disse, il fiato che si condensava nell’aria umida, le dita intirizzite appese alla rete sempre più malconcia del campetto di calcio.
Non era matto. Non era stato colpito da una precoce forma di demenza o di schizofrenia. Se parlava da solo a solo – come la maggior parte delle persone fa di tanto in tanto – era solo per mettere ordine nei suoi pensieri.
«Forse non ho segnato e, da allora, ho capito che non avrei segnato mai e ho sempre giocato da mediano. Oppure ho segnato e ho capito che nessun momento sarebbe stato simile a quello e, da allora, ho evitato che ogni mia azione potesse essere confrontata con quell’istante, e impallidire».
Impossibile saperlo. Impossibile sapere qualunque cosa. Secondo alcuni fisici esistevano infiniti universi e in alcuni Michele poteva aver fatto goal e in altri no e ogni discorso di causa – effetto, ogni analisi psicologica era attendibile come la bacchetta di un rabdomante o la sfera di cristallo di uno stregone. Forse quello che contava era solo l’istante e ogni istante era lì, fissato nel fluire del tempo, e si ripeteva all’infinito, irripetibile nella sua unicità, a portata di mano eppure indeterminabile come il gatto di Schroedinger…
Chiuse gli occhi e fu estate.
L’estate di tutte le estati, l’estate in cui si è campioni o nessuno, l’estate in cui il senso di ogni cosa si concentra nel tocco del piede su una palla…
Avvertì il calore, il sudore, le zanzare, le urla, l’erba calpestata, la polvere, gli spintoni, gli schizzi dell’irrigatore, l’acido lattico nei muscoli, l’adrenalina, il sole calante…
Li riaprì e fu l’inverno del 2022, la nebbia che stillava tranquilla sugli abiti, il campetto di periferia deserto che pareva ricordare anche lui le estati passate e sognare quelle a venire se mai fossero venute.
E venne il suono.
Un tonfo attutito, come un colpo vibrato in lontananza.
Il pallone spuntò fuori dalla nebbia, rotolando sull’area di gioco.
Sobbalzò lieve, perché l’erba era stata tagliata, ma con poca cura, e piccoli dossi e cunette erano ovunque, come se la natura e l’opera dell’uomo si contendessero il possesso di quel campetto di periferia.
La sfera bianca a riquadri neri carambolò un altro poco, poi si fermò.
Michele rinsaldò la presa sulla recinzione. Alcune maglie cedettero. Serrò le dita ad artiglio e tirò, allargandole.
«Buon Dio, giochiamo» disse.
 
«Non immaginavo un decorso così rapido» disse il medico, poi ammise: «Per dirla tutta, non ero nemmeno certo che fosse malato. Avevo prescritto degli esami...».
«Una progressione fulminante, da rivista scientifica» disse il professore «L’hanno trovato in stato confusionale in un campo di periferia, vero?».
Il medico annuì, lentamente. Guardava Michele sorridere. «Almeno, sembra felice» disse.

 

 

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L'AUTORE Rubrus

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Mauro Banfi il Moscone il 2022-02-05 21:21:56

Ah, davvero una meraviglia, questo racconto: andrebbe pubblicato in una silloge di racconti...grande narrativa.
Ironia (la quercia controllata in rete è formidabile! Ahahahha), pietas e riflessioni sul tempo e l'urgenza di vivere...e uno strepitoso finale.

Sarebbe bello anche come film, inserendo magari un'azione di autotelecronaca come ne ho viste da ragazzo...

brano memorabile, limando qualche lirismo...

Ma tra le righe si muove un nucleo molto importante: la difesa dell'immaginazione - l'automitopoiesi - intesa come scrittura.

Ultimamente ho letto uno dietro l'altro lo strepitoso pamphlet di Mariano Equizzi, "Volare Cantare", dedicato a Stefano Di Marino, che mi ha rimandato alla sua introduzione del tuo grande romanzo "Dark Summer", e poi il tuo racconto.

Alla fine di queste letture ero talmente "radioattivo" che all'improvviso sono stato colpito come un maglio da una consapevolezza stile John Belushi in Blues Brother.

Mariano Equizzi in sintesi scrive che il manierismo di consumo dei prodotti di serie zeta della discarica anglossassone costringe gli scrittori o come si dice oggi, i creator (ma non si può dire in italiano creativi? Boh, per me la nostra decadenza italica è iniziata quando abbiamo smesso di parlare come mangiamo - " a scrivere novellizzazioni e non libri".

L'aspirazione non sarà a scrivere, ma a creare immagini, insulse e senza alcun senso, svuotate dal manierismo becero di serie zeta dello scrittore che scrive copiando gli spot pubblicitari, aggiungo io.

Come in un film thiller italiano degli anni '70, un Bava, un Lado o un Argento d'annata, il mio sesto senso ha cominciato a pizzicare e sono stato spinto a rileggere TRE VOLTE l'introduzione di Stefano Di Marino a Dark Summer.

Ricordi?

"Qui arriva Dark Summer, un'opera di un autore che, per discrezione, si vuol far chiamare Rubrus ma è italianissimo, e ci presenta la sua versione dell'Horror, senza seguire attuali mode televisive o cinematografiche".

Ma ti rendi conto che cosa ti ha scritto?

"senza seguire attuali mode televisive o cinematografiche"

Ci sono arrivato solo ora, dopo anni.

Alla luce della tragedia che è successa, in te ha visto un autentico alfiere della scrittura, qualcuno che può lottare contro le forze deteriori che hanno contribuito alla sua fine.

Equizzi chiosa che la letteratura non può essere una scopiazzatura della tv, delle telenevolas e del cine-panettone o spazzatura.

La letteratura non può essere una prostituta/killer della meritocrazia o una scopiazzatura delle immagini della discarica dei consumi culturali per "lo spettatore bamboccio dall'età mentale di due anni", così amato da certi editor de noantri.

Leggo in questo stato di radioattività il tuo racconto e capisco che la tua mitopoiesi ha raccolto il testimone di Salgari e Di Marino per lottare contro "l'annientamento dell'anima. Che è sempre più orribile del corpo", ti scrive Stefano alla fine dell'introduzione.

Santo cielo, possenti numi! Ma ti rendi conto che cosa ti ha scritto?

E allora mi commuovo profondamente a pensare a quali emozioni hai saputo regalare a Stefano con la lettura di Dark Summer. Sarò sentimentale, ma in DS ha trovato l'ultima isola di dignità in un panorama culturale italico dominato da analfabeti di ritorno e di sola andata.

Per lui, come per me, DS è l'ultima Resistenza e il disprezzo della scrittura per il manierismo delle immagini vacue che è il mefistofelico Mr Strangman, a cui cercare di affibbiare qualche sana pedata nel deretano.

Ora tutto mi è chiaro: è tempo di tornare a leggere e a parlare di Dark Summer.

E per chi sente di poterlo fare: DI TORNARE A SCRIVERE.

Abbi gioia

Rubrus il 2022-02-06 15:43:16
Premesso che non mi sarebbe difficile individuare diversi difetti in "Dark Summer", questo racconto si basa su tre/quattro spunti. 1) capita di individuare un momento particolarmente felice o significativo della propria vita e, allo stesso tempo, rendersi conto che quel momento è già passato o sta per passare. Possiamo definire il fenomeno "la scoperta della mortalità" (che spesso coincide con la perdita dell'innocenza e il passaggio dall'infanzia, che vive in una dimensione a- temporale - all'adolescenza); 2) quel momento può all'apparenza essere insignificante e a volte gli eventi futuri sono determinati da eventi irrilevanti; 3) secondo i fisici, il tempo dipende solo dalla nostra percezione rispetto all'equazione dell'entropia, ma è sufficiente (si fa per dire) raggiungere la velocità della luce o scendere a livello quantico per ipotizzare che tutto esiste contemporaneamente e "prima" o "dopo" e causa ed effetto sono punti di vista; 4) possiamo in un certo senso uscire dalla dimensione spaziotemporale anche solo ricordando... ma attenzione alla nostra sanità mentale. Il racconto presenta, lo so, qualche legnosità (nel senso che ci sono alcuni periodi in cui ho sacrificato la linearità a una patina di lirismo) e/o presuppone talune conoscenze, come il principio di indeterminazione o che cosa sia il gatto di Schroedinger, tuttavia ho preferito lasciare il tutto com'è anche per suggerire, a livello di forma, talune stratificazioni o complessità di contenuto.

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