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L'amore ai tempi del fascismo V.M. 18 anni

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Vecchio Mara

pubblicato il 2020-11-08 08:43:01


L’amore ai tempi del fascismo

 

1

 

Come ogni altra domenica, quella calda giornata di luglio del 1918, chi aveva un figlio, un fratello, un marito al fronte, e anche chi non l’aveva, affollava la navata della chiesa. Affidarsi alla fede, ascoltare l’omelia del parroco e mettersi nelle mani di un Dio misericordioso, era l’unica alternativa per chi attendeva trepidante la fine dell’immane carneficina che tante, troppe giovani vite era già costata.

In prima fila era schierata la famiglia Bombardoni: Romeo, il padre, Caterina, la madre, due figli maschi, Giulio e Renato, rispettivamente di 16 e 15 anni e l’ultimogenita, Rita, di anni 13.

Per Romeo, proprietario terriero e interventista convinto, non avendo carne da cannone abbastanza matura da offrire alla patria, se non la sua, lo sforzo bellico si riduceva allo sfoggio del suo interessato patriottismo, schierando l’intera famiglia in prima fila. In chiesa!

A messa finita, solitamente Romeo concedeva la libera uscita ai figli, raccomandando loro di tornare a casa per l’ora di pranzo; dopodiché si recava al caffè a discutere con gli altri uomini di guerra ed affari; mentre le donne, prima di sciamare verso casa, formavano dei capannelli, dei gruppi di discussione si potrebbero definire, sul sagrato.

Quella domenica, dopo che Rita era corsa via, Romeo aveva fatto un cenno agli altri due figli; questi avevano annuito e, senza farsi notare, l’avevano seguita.

 

Rita si guardò attorno circospetta, prima d’infilarsi tra i pioppi e proseguire sino alla lanca.

Il quattordicenne Sandro la attendeva vicino al canneto; era a piedi nudi, indossa i calzoni corti e una canottiera. «Ciao, Rita», la salutò con un sorriso larghissimo.

«Ciao, Sandro. Andiamo?»

«Sì», rispose mentre prendeva la canna da pesca e la cesta da terra.

«E’ lontano?»

Sandro aveva promesso che le avrebbe mostrato il posto dove andava a pescare.

«Rita!» l’esclamazione anticipò la risposta di Sandro.

Si volsero. Rita si portò la mano davanti alla bocca. «Oddio, i miei fratelli. Scappa, Sandro!», lo esortò.

Ma i due gli erano ormai addosso; e poi, per dirla tutta, non voleva mostrarsi pavido davanti al primo amore adolescenziale. Posò nuovamente canna e cesta sul prato e decise di affrontarli.

«Tu, fila via», ordinò Renato alla sorella.

«No, resto qui! Cosa volete fargli?»

«Gli insegneremo a stare al suo posto», rispose Giulio. L’afferrò per il braccio e la strattonò. «Ora vattene, se no le prendi anche tu!»

Ma Rita non si mosse.

Giulio sbuffò. «Renato, portala via», disse al fratello. «Me la cavo da solo con questo cacasotto!»

Mentre Renato la trascinava lontano, voltandosi vide l’altro fratello che tempestava di pugni al volto e al bersaglio grosso Sandro.

Giulio era molto più grande e grosso dei ragazzi della sua età, e i suoi pugni facevano davvero male. Due minuti dopo l’inizio della lite, Sandro era steso a terra con le mani sul volto. Ma non piangeva, e nemmeno si lamentava: non lo avrebbe mai fatto sapendo che Rita poteva udirlo.

«Lascialo stare, non vi ha fatto niente, non mi ha fatto niente», singhiozzava lei, puntando i piedi.

«Allora, l’hai capita la lezione, pezzente?» ringhiò Giulio, colpendolo con un calcio nel costato. «Se ti becco ancora con mia sorella, giuro che ti ammazzo!»

Sandro non rispose, avrebbe voluto piangere, più per rabbia che per dolore, ma lo avrebbe fatto dopo, quando Rita e sui fratelli sarebbero stati troppo lontani per udirlo.

 

Rita si beccò una bella ramanzina dal padre. «… Ti vuoi far entrare in quella zucca vuota, che non lo devi più vedere? Con il figlio di un mezzadro, mai e poi mai! Hai capito?!» concluse irato, rosso in volto.

«Ho capito, papà», rispose singhiozzando.

«Lo avevi detto anche l’ultima volta. Ma stavolta ci penserò io a sistemare la faccenda! In collegio ti metto! Dalla zia ti rinchiudo!» La zia suora era la madre superiora del collegio.

 

A Sandro non toccò miglior sorte. Quando suo padre lo vide tornare con la faccia tumefatta, gli chiese chi fosse stato. E quando gli raccontò come si erano svolti i fatti, andò su tutte le furie. «Li vedi questi?» ringhiò mostrandogli i pugni nodosi. «Se ti becco insieme a Rita, te li faccio assaggiare! I denti ti faccio mangiare, bestia!»

«Non ho fatto niente di male», provò a giustificarsi abbassando il capo.

«Tu, Rita non la devi più vedere! Nemmeno salutare la devi!» sbraitò. «Lo vuoi capire che i “signori” non si mischiano con la povere gente?! Cosa speri di ottenere? Te lo dico io cosa otterrai! Tu, io, tua madre e tua sorella, otterremo che quando mi scade il contratto, suo padre non me lo rinnoverà! Ti è chiaro, testone?!»

«Sì, papà, ho capito, non la vedrò più!» mormorò con il magone.

Mantenere la promessa si rivelò più facile del previsto; anche perché il padre i Rita mantenne il punto e, ai primi di settembre, la spedì dalla zia suora.

 

Anche se Rita tornava in paese per le vacanze natalizie e quelle estive, l’anno seguente non s’incontrarono.

Sandro aveva puntato gli occhi addosso a una ragazzina del suo ceto sociale; e Rita sembrava aver trovato il suo equilibrio con le ragazze, tutte di famiglie altolocate, che frequentavano il collegio.

 

2

 

Si annoiava Rita, quell’afosa domenica agostana del 1920. Era uscita da messa e non sapeva proprio cosa fare per tirare l’ora di pranzo. “Sandro andrà ancora a pescare giù alla morta?”, si scoprì a chiedersi, e s’incamminò.

 

Sandro era seduto nell’erba, reggeva la canna da pesca con lo sguardo fisso sul galleggiante; era tale l’attenzione che dedicava allo specchio d’acqua, che nemmeno la udì avvicinarsi.

«Ciao, Sandro», lo salutò allegra, fermandosi alle sue spalle.

Si volse. «Rita?» fece sorpreso.

Lei non la prese troppo bene, si sarebbe aspettata salti di gioia, e invece, sembrava quasi infastidito. «Se disturbo, me ne vado», disse, accigliandosi.

«No che non mi disturbi», rispose posando la canna. «Vieni a sederti accanto a me», aggiunse appoggiando la mano sull’erba alla propria sinistra.

«Meglio di no, sporcherei la gonna.» Indossava una camicetta bianca e la gonna era beige.

Sandro si alzò, si sfilò la canottiera e la adagiò sull’erba. «Siediti sopra, così non ti sporchi.»

«Oh, che cavaliere d’altri tempi», fece in tono ironico. E si accomodò.

Sandro si sedette accanto e la fissò intensamente.

«Ce qualcosa che non va?»

Sandro si scosse. «No, va tutto bene… sei cresciuta molto in due anni», si complimentò, leggermente impacciato.

Rita osservò dove andavano a cadere gli occhi: sul leggero rigonfiamento della camicetta.

«Non solo lì, anche in altezza, sono cresciuta», lo informò ridendo.

Sandro arrossì. «Sì, anche in altezza, naturalmente.»

Rimasero un po’ in silenzio. Sandro guardando l’acqua cercava qualche interessante argomento di conversazione; e lei faceva altrettanto strappando fili d’erba.

«Hai la morosa?» saltò su, sovrapponendosi al frinire delle cicale.

«L’Adalgisa», mormorò, continuando a guardare l’acqua.

«L’Adalgisa?!» esclamò incredula. «Ma se dicevi che sembrava un manico di scopa!»

«Due anni fa. E’ cresciuta anche lei, mica solo tu.»

«Vi baciate?»

«Sì», rispose con un filo di voce, continuando a guardare l’acqua.

«Fammi vedere come!»

«Come faccio a farti vedere, se l’Adalgisa non c’è?»

«Ci sono qua io. Dai, baciami!»

Sandro tentennò.

«Ho capito, l’hai detto per mostrarti grande ma non l’hai mai fatto. Povera Adalgisa, con un moroso così», tirò le somme in tono canzonatorio.

Punto sul vivo, Sandro si voltò, le strinse la testa fra le mani e… gli assestò un clamoroso bacio a stampo sulla bocca. «Visto?» fece poi, soddisfatto.

«Tutto qui!» fu il laconico e deluso commento di Rita.

«Non ti è piaciuto?»

«L’Adalgisa non te l’ha detto che si deve aprire la bocca e attorcigliare le lingue?»

«No. E a te chi lo ha insegnato?»

«Una mia amica in collegio. Lei è davvero brava. Sapessi quanti baci ci scambiamo di notte.»

Doveva assolutamente trovare qualcosa che rivalutasse la sua morosa. «La tua amica sarà anche brava a baciare. Ma a me l’Adalgisa mi fa toccare le tette», ribatté dopo essersi spremuto le meningi.

Ora la palla era passata a Rita, toccava a lei trovare un argomento che svalutasse la rivale.

Si sbottonò la camicetta. «Quello è  più facile che baciare. Vale meno. Comunque, toh, tocca le mie.»

Sandro, come al solito tentennò, un po’ meno di prima, però. Non ebbe nemmeno bisogno che lo spronasse; infilò le mani nella camicetta e, con le mani coppa, coprì i due piccoli seni. «L’Adalgisa le ha più grosse», fu il giudizio finale.

Rita sbuffò. Proprio non ci stava a perdere il confronto con quell’antipatica dell’Adalgisa. «Questi non ce li ha mica, la tua morosa», diceva mentre si tirava sulla gonna. «La mia amica dice che non ha mai visto così tanti peli», continuò abbassando le mutandine.

Sandro allungo il collo e strabuzzò gli occhi. «Visto?» fece soddisfatta, allargando ben bene le cosce. «Puoi anche toccarli, non mordono mica.»

La conclusione ironica indispettì Sandro. «L’Adalgisa ne ha molti di più, e sono anche più neri dei tuoi!», giudicò, con fare da studioso di peluria pubica, mentre volgeva altrove lo sguardo disinteressato.

Fu la goccia che fece traboccare il vaso. «Sai che ti dico?» esordì iraconda mentre si tirava su le mutandine. «Se ti piacciano quelle brutte come la fame, tieniti stretta l’Adalgisa!» Balzò in piedi e mentre si allontanava aggiunse: «Per te è fin troppo. Addio, Sandro!»

Quell’estate non si rividero più, e nemmeno la seguente e altre due estati ancora.

 

3

 

Un’atmosfera plumbea gravava in paese e sull’Italia intera, quell’estate del 1924. Il corpo di Giacomo Matteotti, rapito e assassinato dai fascisti alcuni mesi prima, non era stato ancora ritrovato. Giulio Bombardoni, comandava una squadraccia di picchiatori; il compito che si erano prefissi era quello di soffocare sul nascere ogni ipotesi di sollevazione popolare, manganellando operai e braccianti. Giulio Bombardoni era riverito e temuto in ugual misura dai compaesani, sin da quando aveva partecipato alla marcia su Roma.

Sandro camminava tirando il cavallo per le briglie, lo scalpiccio degli zoccoli dell’animale e lo stridere dei cerchi in ferro delle ruote del carro sul pietrisco era la colonna sonora di quel breve viaggio: stava andando al consorzio a ritirare le sementi.

«Guai in vista!» valutò contrariato, vedendo un gran polverone in lontananza e udendo il rombo di un motore. Senza perdere ulteriore tempo fece accostare il carro sulla destra, in modo che l’automobile lanciata a gran velocità potesse transitare senza dover rallentare: prima si fosse tolto dai piedi quegli esagitati meglio era per lui.

La macchina sarebbe transitata agevolmente, se l’uomo con la camicia nera seduta accanto all’autista non gli avesse ordinato di fermarsi.

«Dove stai andando?» gli chiese Giulio.

«Al consorzio, devo ritirare le sementi», rispose Sandro.

«Di’ un po’: sai mica niente su un covo di sovversivi comunisti?»

«So niente. Non m’interesso di politica, io.»

«E fai male!» esclamò Giulio in tono severo. «Dovresti tenere occhi ed orecchi bene aperti, e poi riferire a chi di dovere!»

Sandro allargò le braccia. «Non ho sentito e visto niente, mi spiace.»

Giulio sbuffò. «Se, come no», batté la mano sulla spalla dell’autista. «Andiamo!» subito dopo ci ripensò. «Aspetta!»

L’autista si arrestò con la mano sul cambio.

Giulio fissò Sandro con sguardo torvo. «Mia sorella è tornata ieri. Cerca di girarle al largo, se non vuoi assaggiare questo!» e gli mostrò il manganello. I sui tre soci risero sguaiatamente. Sandro si limitò ad abbassare il capo.

«Dimmi che hai capito! Se non vuoi che ti aiutiamo noi a capire!» lo minacciò, alzandogli il mento con la punta del manganello.

«Ho capito, Giulio», rispose intimorito.

«Possiamo andare!» esclamò soddisfatto.

L’autista accelerò e l’automobile si allontanò rapidamente, alzando un gran polverone.

«Maledetti, pagherete con gli interessi il male che avete fatto», ringhiò a denti stretti mentre tirava il cavallo per le briglie.

 

«Sandro!» udì esclamare nei pressi del consorzio. Si volse e vide la gonna svolazzante mentre Rita pigiava allegra sui pedali della bicicletta nera. «Ciao, Rita, come stai?»

«Io bene. E tu?»

«Non c’è male.»

 Erano tre anni che non si vedevano. Rita lo squadrò per bene e poi… «Ti sei fatto davvero un bel ragazzo!» Vedendolo arrossire non ce la fece a trattenersi. «Noto che la timidezza non sei riuscito a togliertela di dosso», osservò ridendo, facendogli aumentare il rossore sulle gote.

Per togliersi d’imbarazzo provò a cambiare argomento. «Ho sentito che tuo fratello Renato ha scelto il seminario.»

Rita sospirò. «Che vuoi che ti dica. Prima voleva entrare nell’esercito, poi la carriera politica. Alla fine, si vede che è stato pure lui fulminato sulla via di Damasco.»

«Ti riferisci a tua zia?»

«Veramente era una battuta. Però ora che mi ci fai pensare, oltre a Paolo di Tarso e mio fratello Renato, ci metto anche lei tra i fulminati.»

«Sei sempre in collegio da tua zia?»

«No, l’anno prossimo vado all’università, a Bologna.»

«Il paese ti va proprio stretto, eh?»

«Beh, Adesso sono qui», sospirò. «Tu, che fai domani?»

«Non lo sai cosa faccio la domenica?»

Rita si piegò in due dalle risate. Quando lo vide guardarla allibito provò a ricomporsi. «Scusa, ma non ce l’ho fatta a trattenermi. Non ti vedo da tre anni, mi chiedo chissà quante cose avrà da raccontarmi, cosa avrà fatto di bello, e tu… oltre la morta del fiume non sei ancora andato.»

Sandro si adombrò. «Purtroppo non sono nato nella bambagia. Devo guadagnarmi il pane, io», il tono era colpevolizzante, o perlomeno così lo percepì Rita.

«Senti un po’, contadino! Ce l’hai con me?» gli chiese a muso duro.

«No, scusa, ma oggi non è giornata», provò a rimediare in tono contrito.

«Hai litigato con l’Adalgisa?»

«Con l’Adalgisa è finita… a dire il vero non è mai cominciata, oltre a un paio di baci… beh, baci, quella roba che ti ho mostrato l’ultima volta.» Rita non riuscì a trattenere un moto di riso, facendo sorridere anche il corrucciato Sandro. Che continuò in tono allegro. «Oltre a un paio di baci, stavo dicendo, e qualche massaggio alle tette, non siamo mai andati.» Poi si ricordò delle confidenze che le aveva fatto Rita. «E tu, con la tua amica, come va.»

«E’ finita anche per me.»

«Avete litigato?»

«No, siamo cresciute. Lei ha scelto l’università vicino a casa, a Milano.»

«Non sembri tropo contenta, ti spiace per lei?»

Rita alzò le spalle. «E’ una cara amica… come lo sei tu.»

Sandro comprese che si sentiva sola. «Se ti va, potremmo passare la domenica insieme.»

«Alla morta?»

«Non c’è posto migliore.»

«Per fare che cosa?» gli chiese in tono malizioso.

«Non lo so, potrei riprendere da dove ci siamo interrotti l’ultima volta. Così potrai vedere da te se ho fatto progressi.»

«Uhm», fece, arricciando le labbra. «Mi stai tentando. Dove eravamo rimasti, sai che non lo ricordo?»

Sandro fece finta di pensarci mettendo su uno sguardo meditabondo. «Se non mi sbaglio, stavo contando i peli del pube per stabilire chi ne avesse di più tra te e l’Adalgisa?»

Rita sgranò gli occhi stupefatta. «Allora il rossore è soltanto un trucco! La timidezza è un’esca per agganciare le ragazze», disse ridendo come una pazza.

Poi, dopo essersi dati appuntamento per la domenica mattina, si salutarono.

 

La domenica, ebbe subito modo di costatare che in fatto di baci, Sandro aveva fatto enormi progressi. E questo le fece capire che, dopo l’Adalgisa, si era appartato con altre “contadinelle” nel suo buen retiro accanto alla morta del fiume.   

E ne aveva fatti davvero molti di progressi, e non solo nel baciarla sulla bocca, poté verificare de visu Rita, quando le labbra scesero lungo il corpo e dopo una gustosa sosta all’altezza dei seni, proseguì in direzione del monte di venere e poi ancora oltre, sino a penetrare con la lingua i vermigli e umidi meandri del piacere.

Solo ora che il piacere l’aveva travolta come un’onda di piena, si domandava come sarebbe andata a finire se qualcuno li avesse visti nudi e lo avesse riferito al fratello.

Sandro la tranquillizzo, assicurandole che il canneto era un riparo più che sicuro, e che nessun sguardo indiscreto, anche passando a pochi metri da loro, li avrebbe notati. «… Sempre che non udisse i tuoi miagolii», precisò, facendola ridere.

«Fallo ancora, fammi miagolare, ti prego», lo implorò voluttuosa mordicchiandogli il labbro inferiore.

Sandro non rispose, si spostò sopra di lei e, allargandole le cosce, tentò di penetrarla.

«Non voglio!» esclamò serrando le cosce.

Sandro sbuffò. «Perché no?»

«La mia verginità, se la prenderà l’uomo che mi sposa!» rispose togliendoselo di dosso.

Sandro si sedette nudo nell’erba. Dedicò uno sguardo profondo all’acqua e… «Io… io ti sposo, ecco!», balbetto in un rigurgito di antica timidezza.

La risposta, una grassa risata, lo lasciò allibito. «Tu, vuoi sposare me? Devi essere impazzito!»

«Perché? Io ti amo, e tu ami me…»

«Questo non te l’ho mai detto», lo interruppe.

«No, ma me lo hai dimostrato!»

Altra grassa risata. «Dimostrato? Perché ti ho permesso di giocare un po’ con il mio corpo? Se per così poco dovrei legarmi per sempre a qualcuno, sarei già sposata con Enrica!» così si chiamava l’amica del collegio.

Offeso come non mai, Sandro balzò in piedi e si rivestì.

«Ti ho fatto arrabbiare. Scusami. Dai, vieni qui, stenditi accanto a me», lo pregò in tono accorato.

Sandro scrollò vigorosamente il capo. «Se un povero contadino non è degno di sposare la principessa… la principessa si dovrà arrangiare da sola… oppure saltare su un treno è andare a Milano dalla sua amica del cuore, a chiederle di leccarla come una cagna in calore!» voleva essere una risposta ironica, ma la rabbia gli fece uscire di bocca qualcosa di veramente insopportabile, inaccettabile per qualsiasi donna.

«Vai al diavolo, Sandro!» sibilò mentre infilava le mutandine. «La vita non è mica solo questo, sai! Diventare la moglie di un contadino abbruttita dalla fatica e da una vita di stenti, non è la mia massima aspirazione!»

Sandro si era già rivestito. «Mi vedi?» allargò le braccia. «Questo sono: un contadino che si spacca la schiena per campare; ma anche il bambino, il ragazzo, l’uomo che ti ha amato da sempre e ora ti chiede se vuoi sposarlo!»

Rita stava per rispondere, ma Sandro la fermò. «Aspetta! Ora non sei nello stato d’animo giusto per rispondere serenamente. Pensaci, pensaci per l’intera settimana e poi… decidi cosa vuoi fare. E se domenica tornerai qui, sarà per dimostrarmi che mi ami e che ci sposeremo… sai bene come, non c’è bisogno che te lo dica.»

«Toglietelo dalla testa! Non perderò la mia verginità con un… povero bracciante!» ribatté con fare schifato. E si allontanò celermente.

Fu come una stilettata al cuore, per il povero Sandro. «Domenica io ci sarò, sarò qui ad aspettarti!» gli rammentò per l’ultima volta. Ma lei continuò a camminare imperterrita con passo sin troppo svelto.  

 

Rita aveva trascorso una settimana infernale, era combattuta: il cuore le urlava di correre, di andare all’appuntamento, di non rinunciare all’amore; la ragione, ovvero gli agi della dimora del padre, il letto soffice e profumato della sua camera, che l’amore sarà pure una cosa meravigliosa, ma non basta mica a mettere pranzo cena e pure colazione in tavola.

Era sabato mattina, le restava meno di un giorno per decidere, il tono dolce e apprensivo della madre, che le chiedeva se dovesse portarle la colazione a letto, fece pendere la bilancia verso gli agi. Ma dopo aver fatto colazione, tutto tornò in alto mare, e i dubbi le si riproposero prepotentemente.

 

Rita era stesa sul divano con le testa in grembo alla madre: nei momenti di tensione, le coccole della genitrice avevano il potere di rilassarla.

Alle undici e trentacinque, suo padre entrò in salotto a spron battuto. «Hanno trovato il cadavere di Giacomo Matteotti!» annunciò ansimando.

Rita si tirò su. «Mio Dio!» esclamò la madre facendosi il segno della croce. «Ora, cosa accadrà?»

«Nulla di buono, temo! In paese gira voce che contadini e operai socialisti sono in fermento. Giulio ha ricevuto l’ordine di riunire il suo manipolo», rispose misurando la sala con lunghi passi. Si fermò davanti alla finestra a riflettere. «La cascina non è un posto sicuro, e nemmeno il paese, temo. Dobbiamo allontanarci per un po’. Andremo a Rimini, preparate le valige, partiremo dopo aver pranzato!» La famiglia Bombardoni possedeva una villa in quel di Rimini.

«Devo mettere dentro anche la roba di Giulio?» domandò apprensiva la madre.

«Giulio resterà qui! E se ci sarà da menar le mani, non si tirerà certo indietro!» rispose inorgoglito. «Ora sbrigatevi! Voglio essere a Rimini prima di sera!»

Le due donne si alzarono dal divano e salirono al piano superiore.

Tutto quel trambusto non sembrava preoccupare eccessivamente Rita, anzi sembrava persino sollevata mentre buttava vestiario a casaccio dentro la valigia. Questo suo atteggiamento contraddittorio, vista la gravità della situazione, stando a come l’aveva prospettata suo padre, era dovuto al fatto che poteva procrastinare la decisione. Se e quando Sandro le avesse chiesto conto del ritardo, gli avrebbe sbattuto in faccia una scusa più che plausibile; una dimostrazione lampante che i loro due mondi erano all’opposto e che per questo, sarebbe stato opportuno continuare a vedersi, rinviando sine die l’argomento matrimonio. Annuendo soddisfatta al suo diabolico piano, terminò di riempire la valigia.

 

Del tutto ignaro che si fosse rifugiata a Rimini, Sandro, come ogni domenica mattina, prese su l’occorrente per la pesca e si diresse alla lanca.

Non riusciva a concentrarsi sul galleggiante quella domenica mattina. Era agitato, si voltava in continuazione per vedere se lei arrivava; ma non era solo quello a turbarlo, aveva come l’impressione che gli stesse per succedere qualcosa di grave.

Quando udì in lontananza le campane del paese annunciare il mezzodì, comprese che Rita non sarebbe venuta: la vita agiata aveva sconfitto l’amore. Allora raccolse canna e cestino da pesca e si avviò mestamente verso casa.

 

“Cos’è successo?” si chiese, allungando il passo. Un gruppetto di uomini e donne stazionava davanti all’uscio di casa sua. «Che ci fate qua?» domandò senza rivolgersi a qualcuno in particolare.

«Tuo padre…» mormorò una donna con voce rotta. Sandro non attese nemmeno che terminasse la frase, lasciò cadere la canna da pesca ed entrò in casa. Cucina e camera da letto erano raggruppate nell’unico ambiente, diviso da una tenta tirata da una parete all’altra. In quel momento era aperta. Sandro vide la sorella e sua madre accanto al letto e il dottore che stava fasciando la testa a suo padre. Si avvicinò alle due donne, strinse in un abbraccio la madre che si asciugava le lacrime e attese in silenzio che il medico si pronunciasse.

Questi quando ebbe finito si avvicinò a loro scuotendo il capo. «A preso una gran brutta botta. Per capire le conseguenze, dobbiamo aspettare che si svegli.»

«Quanto tempo ci vorrà?» gli chiese Sandro.

Il dottore allargò le braccia. «E chi lo sa… poche ore, alcuni giorni…» sospirò, «siamo nelle mani di Dio.»

Le due donne iniziarono a singhiozzare. Il dottore batté una mano sulla spalla di Sandro. «Chiamami appena si sveglia. Ciao, Sandro.»

«Lo farò senz’altro. Grazie, dottore», rispose accompagnandolo.

Quando, dopo aver salutato il dottore, stava per chiudere la porta, le persone all’esterno vollero sapere da lui come stesse suo padre. Sandro ripeté quello che gli aveva appena detto il dottore, poi chiese loro se sapessero cosa fosse successo.

E così venne a sapere che alcuni contadini si erano riuniti per discutere del fatto del giorno fuori dall’osteria, quando da tre macchine nere erano scesi una dozzina di uomini in camicia nera e, senza proferire verbo, avevano cominciato a menare manganellate a destra e a manca.

Non ebbe nemmeno bisogno di chiedere chi comandava il manipolo, «Giulio», mormorò tra sé mentre, dopo aver raccolto da terra la canna da pesca, rientrava in casa.

Seduto al tavolo con lo sguardo fisso al letto, ripensava alle accese discussioni con il suo vecchio, che gli rinfaccia di interessarsi solo di pesca e lavoro. Si rivide a rispondergli che con la politica non si mangiava, che c’era solo da perderci, che fascisti, comunisti, socialisti, una volta al potere si sarebbero comportati tutti allo stesso modo.

Gli occhi s’inumidirono. Si alzò, prese la canna da pesca che aveva posato sul tavolo entrando in casa e la appoggiò alla parete, poi appese il cestino al gancio, vicino a quello cui era appeso il fucile da caccia del padre e la cartucciera a bandoliera.

“Parole inutili”, pensò, osservando la madre e la sorella che pregavano compunte attorno al letto dell’infermo. Scosse il capo, uscì e se ne andò a camminare in mezzo ai campi dove, fino a ieri, aveva faticato insieme al padre.

 

Il padre si svegliò dopo due giorni, ma rimase offeso; metà del corpo non rispondeva più ai comandi impartiti dal cervello, farfugliava e riusciva a malapena a trascinarsi dal letto al divano. Uno dei tanti colpi ricevuti in testa aveva leso irrimediabilmente la parte di cervello deputata al governo della parte sinistra del corpo, aveva sentenziato il dottore.

L’invalidità del padre, ebbe per così dire un lato positivo, evitando al figlio, considerato capofamiglia con un invalido e due donne a carico, la leva obbligatoria.

 

Rita era certa che, dopo aver saputo che il responsabile era suo fratello, Sandro odiasse anche lei. Con il cuore affranto, per non arrecargli ulteriore dolore decise che non lo avrebbe più rivisto.

Bologna e gli studi universitari, l’avrebbero aiutata a spegnere la malinconia per un amore non andato a buon fine.

Due anni dopo, Rita era al settimo cielo: aveva finalmente trovato la sua anima gemella, il ragazzo che le avrebbe fatto scordare il primo amore adolescenziale, almeno così credeva.

Adolfo era un bel ragazzo e, particolare non trascurabile per la famiglia di lei, era figlio di un deputato fascista.

I due si sposarono nel 1928. La cerimonia, molto sfarzosa, venne celebrata dal vescovo in San Petronio; tra gli assistenti dell’alto prelato, su espressa richiesta degli sposi, trovò posto un giovane diacono: Renato, il fratello della sposa!

 

Sandro accolse la notizia con apparente disinteresse, ora aveva ben altro a cui pensare: il podere da coltivare da solo, due donne e il padre infermo sulle spalle. Ormai anche le domeniche dedicate alla sua passione, la pesca, si potevano contare sulle dita di una mano.

 

4

 

Quella domenica di luglio del 1938, fu una di quelle poche volte.

Teso come una molla, osservava il galleggiante, pronto a tirar su la canna appena si fosse mosso. Il rumore ovattato del galoppo di un cavallo sull’erba fece vibrare l’acqua stagnante e spaventò i pesci. «Chi diavolo è?!» sbottò. Posò la canna e, quando si portò in mezzo al prato, rimase senza parole.

La cavallerizza tirò le redini e arrestò il cavallo davanti a lui. «Quanti anni sono passati, dall’ultima volta?», le chiese, perdendosi nei suoi occhi azzurri.

«Quattordici», rispose lei mentre smontava da cavallo.

«Ho saputo che ti sei sposata.»

«Da dieci anni», precisò lei incamminandosi verso lo specchio d’acqua. Si sedette nell’erba e, alzando la gamba destra, aggiunse. «Aiutami a togliere gli stivali, ho i piedi bollenti.»

«Da quanto cavalchi?» gli chiese mentre le sfilava il primo.

«Più di cinque anni. Ho scoperto che è molto rilassante. Stamane mia madre mi fatto ammattire. Per fortuna mi porto sempre dietro stivali e pantaloni da cavallerizza, alla fine sono scesa nelle stalle, mi sono fatta sellare un cavallo di mio fratello e sono uscita a respirare l’aria dei campi. Mentre cavalcavo, osservando i posti che frequentavo, mi sono chiesta se la domenica venivi ancora alla morta a pescare…  ed eccomi qui», rispose allungando l’altra gamba.

«Figli ne hai avuti?» continuò mentre gli sfilava l’altro stivale.

«No!» rispose seccamente, quasi che l’argomento la infastidisse, mentre immergeva i piedi nell’acqua.

«Donare figli alla patria, dovrebbe essere l’imperativo, il sacro compito per ogni coppia che applichi alla lettera i comandamenti del fascismo, sbaglio?» le domandò in tono ironico, molto ironico. Irridente come lo sguardo, oserei dire.

«Non sono qui per farmi prendere in giro da te!» sbottò piccata, voltando lo sguardo da un’altra parte.

Sandro comprese che il fatto di non riuscire a diventare madre le pesava. «Hai ragione, scusami», disse, cambiando decisamente tono ed espressione.

«Scusarti di cosa, mica è colpa tua», replicò in tono mesto. «Adolfo ci prova, quasi ogni sera… anche di giorno, e di mattina, ma ‘sti benedetti figli non ne vogliono proprio sapere di venire.»

«Qualcosa che non va laggiù?» fece lui, indicando i pantaloni da cavallerizza con lo sguardo.

Rita scosse il capo sconsolata. «Ci siamo fatti vedere dai più grandi ginecologi e andrologi, abbiamo fatto analisi sopra analisi. Secondo loro non c’è niente che ci impedisca di procreare. Dicono di avere pazienza, che prima o poi, i figli arriveranno. Non saprei cosa dire, ci abbiamo provato anche ieri sera, e stamattina presto, prima che partissi per venire a trovare mia madre.»

«Cos’ha tua madre, sta male?»

Rita si strinse nelle spalle. «E’ depressa. Da quando è morto mio padre, due anni fa, si sente sola. Dice che gli mancano i figli, vorrebbe che mio suocero si spendesse presso il vescovo di Bologna, perché scegliesse come nuovo parroco Renato. Così mi sono presa un paio di giorni per confortarla un po’.»

«Sei appena arrivata, e te ne vai già», commentò sconsolato. «Quanti anni dovranno passare prima d’incontrarci di nuovo?»

«Non lo so, Sandro. Sembra che il destino si diverta ad allontanarci. La settimana prossima ci trasferiremo a Roma; Adolfo è stato assunto al ministero degli esteri», mormorò accarezzandolo. «Ma ora sono qui, approfittane.»

«Non temi che ci possano vedere?»

Lei sorrise, indicò con lo sguardo il cavallo che brucava l’erba. «Chi, lui?»

«Direi di no. Più che altro mi pare interessato a farsi una scorpacciata di erba fresca», rispose guardando il cavallo.

La risata argentina di Rita lo fece voltare. E rimase lì, incantato, a guardarla mentre si sfilava i pantaloni, e poi la maglietta, e il reggiseno, e le mutandine, e alla fine rimase nuda. «Sei più bella di sempre», commentò rapito, facendo scorrere l’indice dal collo fino in mezzo ai seni, per poi circumnavigarli prima di appoggiare le labbra sopra un capezzolo.

«Oh», fece lei, quando glielo mordicchiò. «Spogliati, togli anche questi», mormorò poi, mentre gli sfilava l’unico indumento che aveva indosso: il costume da bagno.

«E’ stato bellissimo! Bellissimo!» annunciò entusiasta al cielo. Ci pensò su. «Però qualsiasi cosa fai per la prima volta, specialmente dopo un’attesa durata lustri, dev’essere per forza, bellissima.»

Rita sorrise. «La seconda sarà ancora meglio, fidati», mormorò sbaciucchiandolo, rovesciandosi sopra di lui.

Non saprei dire se il successo dell’amplesso bis, fu dovuto al cambio di posizione, fatto sta che entrambi lo trovarono molto più che soddisfacente.

«Quanti anni o lustri dovranno trascorrere, prima di ritrovarti qui, stesa nuda accanto a me?» le chiese in tono malinconico.

Rita stava infilandosi i pantaloni da cavallerizza. Si arrestò. «Deciderà il destino.»

«Ti amo, Rita. Ti amo come non ho mai amato», confessò con enfasi, e il luccichio negli occhi neri, tradendo la sua commozione certificò che non stava mentendo.

Rita lo accarezzò. «Anch’io», replicò laconica. Poi si alzò, infilò gli stivali e si diresse verso il cavallo.

Sandro la seguì, la guardò montare con un groppo in gola: pensando che era stato troppo bello, realizzò che non avrebbero mai più goduto di un momento così intenso.

«Ciao, Sandro, ci rivedremo quando lo vorrà il destino», concluse con voce increspata, prima d’incitare il cavallo e andarsene al galoppo.

«Se anche ci dovessimo rivedere, non sarà più nel nostro posto segreto, temo», commentò quando lei era troppo distante per udirlo.

 

5      

 

Il 10 giugno 1940, Sandro era andato a Bologna in treno, a far visita al padre ricoverato nel reparto ortopedico dell’ospedale Maggiore: si era procurato la frattura del gomito sinistro cadendo in casa.

Poco prima delle diciotto lo aveva salutato e si era incamminato per raggiungere la stazione. Il treno sarebbe partito dopo due ore, così, per ammazzare il tempo, decise di fare una puntata in centro.

Quando giunse in piazza Vittorio Emanuele II (oggi piazza Maggiore), sgranando gli occhi sulla folla eccitata si chiese cosa mai stesse per succedere. A dire il vero se lo era anche immaginato, erano giorni che sentiva parlare dell’entrata in guerra dell’Italia, ma in cuor suo sperava di sbagliarsi.

«Sandro, anche tu qui?»

Udendo una voce meravigliata alle sue spalle si volse. Era un prete. «Ciao, Renato», lo salutò senza troppo entusiasmo. «Sono andato all’ospedale a trovare mio padre», giustificò la sua presenza.

«Nulla di grave, spero?»

«Molto meno grave delle manganellate in testa che ha preso anni fa!» rispose in tono aspro.

Renato abbassò lo sguardo. «Ti comprendo. Dire che mi spiace, non serve a molto…»

«Non serve a niente!» lo interruppe. Indicò la folla. «Se siamo arrivati a questo punto, non è solo colpa di tuo fratello, ma anche di quelli come te, uomini di chiesa che invece che denunciare dal pulpito le malefatte dei fascisti, hanno messo il silenziatore alle loro porcate!»

Il tono era un po’ troppo acceso, nonostante il brusio della folla, alcuni uomini poco distanti si erano voltati. «Abbassa il tono, non è né il luogo né il giorno per le intemerate», lo consigliò pacatamente.

Sandro si guardò attorno. «Vedo. A quanto pare, siamo diventati tutti fascisti.»

Renato fece cenno di no con il capo. «Spostiamoci più indietro», disse,  e prendendolo per un braccio lo trascinò lontano da tre tipi poco raccomandabili che si erano messi ad ascoltare con un po’ troppo interesse. «Gli italiani non sono tutti fascisti, e nemmeno guerrafondai», riprese poi.

«A no?» fece Sandro alzando un sopracciglio. «E questi qua, pronti ad acclamare il duce appena dichiara guerra a qualcuno, cosa sono?»

«Opportunisti», rispose, sconcertandolo. «Gli italiani, non tutti, diciamo una buona parte, sono dei grandi opportunisti. La Germania sta vincendo a mani basse la guerra, e loro ci vedono l’opportunità di un facile guadagno, senza doversi impegnarsi troppo. Poi se le cose non dovessero andare nel verso giusto,» indicò con un ampio gesto del braccio la piazza, «di tutti questi pronti ad acclamare il condottiero, ne resterebbero ben pochi.»

Sandro stava per ribattere, ma gli altoparlanti iniziarono a gracchiare. «Non mi va di stare a sentire cos’ha da dirci quel cacciaballe. Tanto lo so già, lo sappiamo tutti. Vado in stazione. Addio, Renato.»

«Arrivederci, non addio», lo corresse sorridendo. «Avremmo modo di riparlarne. Tra quindici giorni tornerò in paese: il vescovo ha deciso che sarai uno dei miei parrocchiani.»

«Ma che bravo che è stato. Ci ha messo un po’ di tempo, ma alla fine ci è riuscito», commento con una punta di sarcasmo Sandro.

«Chi ci è riuscito, a far cosa?»

«Ringrazia il suocero di tua sorella, è lui che ha brigato per farti ottenere il posto», rispose. Poi, mentre il duce cominciava a declamare l’inizio della fine, girò sui tacchi e se ne andò.

 

Guardando dal finestrino le campagne scorrere di fianco al treno, pensava a Rita, che non vedeva da ormai due anni; a Giulio, che avrebbe voluto vedere all’inferno, ma che si doveva accontentare di vederlo imperversare nelle campagne; ed ora, anche a Renato che, chissà come e perché, a un certo punto della sua agiata vita, aveva deciso di prendere i voti. “Renato mi pare diverso da suo fratello… Chissà, magari alla fine ne verrà fuori un buon parroco”, giunse a concludere.

 

6

 

Le entusiastiche ovazioni che avevano salutato l’entrata in guerra, dopo i primi rovesci mutò ben presto in imprecazioni. L’opportunismo si era rivelata un’arma a doppio taglio per il regime. L’umore di Giulio e del suo manipolo era più nero delle camicie che indossavano; un’occhiata ritenuta “sovversiva”, e al malcapitato di turno veniva servita l’abbondante dose di manganellate. E c’era di che ringraziare il cielo, se ti andava così di lusso; già, perché ora, Giulio e i suoi accoliti, bevevano e si drogavano, prima di partire, armati fino ai denti, per una “spedizione punitiva”.

 

Sandro, nonostante il suo odio viscerale per il fascismo e tutto quello che lo rappresentava, continuava a girare al largo dalla politica attiva. Limitandosi a imprecare al riparo delle mura domestiche. Anche dopo l’otto settembre del 1943, si guardò bene dall’esternare il proprio entusiasmo. “Di fascisti ce ne sono in giro ancora troppi, e sono arrivati pure i tedeschi a dar loro manforte; meglio tenersi alla larga dai guai”, pensava in quel brumoso pomeriggio novembrino, mentre aiutava il malfermo padre ad accomodarsi sul divano.

Dopo averlo sistemato e affidato alle cure della moglie, si stava preparando per uscire, quando udì le grida della sorella provenire dall’esterno.

Uscì e vide due fascisti che la stavano trascinando sulla strada poco distante, dove avevano parcheggiato la macchina: si erano ubriacati e tornado dall’osteria l’avevano vista fuori dall’uscio.

L’intenzione era quella caricarla in macchina, fermarsi in luogo appartato, violentarla e poi abbandonarla in mezzo alla campagna.

«Vattene o ti faccio un buco in fronte!» ringhiò uno dei due, puntandogli la pistola.

Sandro alzò le mani e rientrò in casa. Suo padre, dal divano, indicava il fucile appeso al muro e farfugliava parole poco comprensibili. “Dammelo che vado fuori e li faccio secchi quei bastardi”, interpretò Sandro.

Fu questione di attimi. Afferrò il fucile, era carico, uscì di corsa e, prima che l’altro avesse il tempo di mirare, gli piazzò la prima scarica di pallettoni in pieno petto. Il secondo mollò il braccio della sorella e corse via. Sandro prese la mira e sparò di nuovo, colpendolo alla coscia sinistra. Trascinando la gamba ferita riuscì a raggiungere la macchina, mettere in moto e filare via.

Sandro si avvicinò all’uomo a terra: non dava segni vita.

«L’hai ammazzato, torneranno a prenderti», singhiozzò sua sorella. «Devi scappare!»

Rientrarono in  casa. Mentre indossava pastrano e cartucciera, spiegava alle due donne in lacrime, e al padre che pareva ascoltarlo inorgoglito, che avrebbe provato a raggiungere i monti per unirsi ai partigiani. Dopo un breve e intenso abbraccio a madre e sorella, salutò il padre, che farfugliò un: «Sono fiero di te!» abbastanza chiaro da essere recepito anche dalle due donne.      

 

Un’ora dopo, Giulio e i suoi sgherri erano lì. Aveva radunato alcuni contadini perché potessero raccontare come avrebbe punito la famiglia di chi aveva osato uccidere un fascista.

Il padre, che non si reggeva in piedi, era stato fatto accomodare su una sedia davanti a casa, ed ora scrutava con occhi ferini i suoi carnefici; mentre la moglie alla sua destra e la figlia alla sua sinistra singhiozzavano implorando pietà. Giulio, dopo un breve e tratti agghiacciante preambolo, nel quale spiegava agli astanti che il dovere di ogni buon italiano era di denunciare chiunque che, con fatti o parole, esprimesse il proprio dissenso nei confronti delle camice nere e del fascismo in generale; ergendosi a giudice decretò la pena da infliggere ai famigliari che avevano aiutato il figlio a sottrarsi alla giusta pena. «… Vediamo di sbrigarci, che ho altro da fare», fu la conclusione. Poi si volse verso il pubblico chiamato ad assistere alla tragica farsa e, mostrando loro la pistola, minacciò di piantare una pallottola in fronte a chiunque avesse chiuso gli occhi.

La scarica di tre fucili mitragliatori, decretò la fine dell’ignobile messinscena. Soddisfatto, Giulio sfilò davanti ai cadaveri riversi a terra con la pistola in pugno e piazzò una pallottola nella testa di ognuno.

 

7

 

Dopo la nascita della repubblica sociale italiana, Adolfo e Rita si spostarono al nord. Nel maggio del 1944 si trasferirono a Bologna, dove Adolfo ottenne un incarico importante all’interno del partito, grazie al quale, due mesi dopo, riuscì a far promuovere Giulio a comandante di compagnia delle brigate nere.   

 

«Sam, stanno arrivando», lo avvertì l’altro partigiano.

Sam, nome di battaglia del partigiano Sandro, si stava chiedendo se erano più pazzi loro, o colui che aveva tenuto nascosto una famiglia di ebrei per più di quindici giorni, ed ora li stava guidando sui sentieri montani all’appuntamento con i due uomini che avrebbero dovuto scortarli sino al prossimo rifugio. «Andiamo a complimentarci con un altro pazzo», disse, avviandosi.

«Tu?!» fece stupefatto.

«Sandro?!» replicò l’altro incredulo. E facendosi avanti lo abbracciò commosso.

Sandro era impacciato, il fratello del suo peggior nemico, lo stava abbracciando.

«Dobbiamo arrivare al rifugio prima dell’alba. Riposatevi dieci minuti!» annunciò, liberandosi dall’abbraccio di Renato, rivolgendosi ai fuggiaschi.

Mentre attendevano, Sandro chiese a Renato come avrebbe reagito se sulla via del ritorno gli fosse capitato d’incontrare la compagnia comandata da Giulio.

Questi gli spiegò che Giulio e i suoi uomini stavano battendo la montagna da tutt’altra parte. «… se ho mantenuto buoni rapporti con lui, violentando la mia coscienza, anche dopo che aveva trucidato la tua famiglia, è perché conoscere i suoi movimenti poteva tornarmi utile», confessò candidamente. Poi gli confidò che era più di anno che nascondeva gli ebrei in canonica e li aiutava a mettersi in salvo.

Sandro lo fissò nello sguardo. «Tornando in treno da Bologna, il giorno che ti ho incontrato, mi chiedevo se saresti stato un buon parroco. Devo ricredermi… sei il miglior parroco che il paese abbia mai avuto!» si complimentò sinceramente ammirato. Si alzò «E’ ora di mettersi in marcia», annunciò. I due si abbracciarono, poi Renato scese a valle, mentre Sandro in testa e il suo compagno in coda allo sparuto drappello ripresero a salire.

 

8

 

Giulio e un pugno di squadristi valicarono la cresta del monte alle prime luci dell’alba. Nei loro sguardi stanchi, tesi e sconfitti si accese un barlume di speranza: la salvezza era laggiù in fondo, nella pianura. Dovevano attraversare un breve tratto allo scoperto, dove le divise scure sul lucore della neve sarebbero risaltate; un ultimo pericolo prima di raggiungere il bosco. Dovevano fare in fretta.

Due giorni prima la sua compagnia era caduta in un’imboscata tesa dai partigiani. Da allora i superstiti che vagavano in mezzo ai monti in cerca di una via di fuga dal ginepraio in cui si erano cacciati venivano tenuti sotto pressione da gruppi di partigiani che, dall’alto, giocavano al tiro al bersaglio.

C’era ancora neve sui monti, ma tutto attorno era un preannuncio di primavera, la primavera del 1945, quella della libertà. Sandro e i suoi compagni, appostati dietro gli alberi, stavano tenendo d’occhio da più di mezz’ora gli squadristi superstiti, una decina, che avevano iniziato a scendere lungo il pendio. Non erano ancora a tiro, dovevano farli avvicinare ancora un po’ e colpirli prima che avessero la possibilità di trovare riparo nel bosco.

A un certo punto levò la mano in alto, attese ancora quale istante e poi… «Fuoco! Fuoco! Fuoco!» gridò. Il suono sincopato dei fucili mitragliatori riecheggiò nella vallata.

L’imboscata era riuscita, quel che restava della compagnia sterminata… quasi sterminata.

Sandro teneva d’occhio Giulio, vide due uomini staccarsi dal gruppetto e strisciare lontano nel disperato tentativo di sottrarsi al loro destino. Lestamente, scivolando sulla neve, tagliò loro la strada. «Fermo lì, bastardo!» ringhiò con il fucile mitragliatore spianato, palesandosi al limitare del bosco.

Giulio lasciò cadere la pistola e alzò le mani.

L’altro era disarmato, aveva mollato il moschetto prima di darsela a gambe. Sandro osservò la faccia spaventata. «Quanti anni hai?» gli chiese.

«Quindici… signore», balbettò tremando come una foglia.

«Dove abiti?»

Il ragazzino indicò con il braccio teso e l’indice tremante la vallata. «Laggiù, dove finisce il bosco.»

«Vattene a casa, corri!» lo spronò.

Il ragazzino non se lo fece ripetere e cominciò a correre e rotolare sul declivio innevato.

«A me non lo dici di andare a casa?» ghignò sprezzante Giulio.

«Tu sei arrivato, bestia!» e senza aggiungere altro tirò il grilletto. Giulio rimase un attimo immobile, orgogliosamente ritto in mezzo alla neve, prima di afflosciarsi prono senza emettere nessun lamento.

Sandro raccolse la pistola dell’uomo che aveva sterminato  suoi cari, si avvicinò e, osservandolo con fare sprezzante, gliela puntò alla nuca e, anche se era già belle morto, gli diede il colpo di grazia.

Mentre risaliva il declivio, un partigiano indicò con lo sguardo il cadavere nella neve insanguinata. «Cosa ne facciamo di questo e degli altri?»

«Ci penseranno i lupi!» sibilò, battendogli una mano sulla spalla.

 

9

 

Un mese dopo, il 21 Aprile 1945, gli alleati liberarono Bologna. Quattro giorni dopo, i tedeschi si arresero. La guerra era finita, Sandro poteva tornare ai suoi campi, a pescare nella morta del fiume, alla tranquilla vita di un tempo, se fosse stato in grado di dimenticare gli orrori visti e vissuti.

 

Adolfo era stato catturato e giustiziato dai partigiani mentre, insieme ad altri gerarchi, cercava di raggiungere la Svizzera. E, a luglio, Rita era tornata in paese, nella cascina del padre.

 

A torso nudo, seduto nell’erba con la canna in mano, Sandro stava trascorrendo la solita, tranquilla domenica estiva; quando udì una voce di donna richiamare un bambino che correva nel prato.

«Non si può stare un po’ in pace nemmeno quaggiù», sbuffò voltandosi.

«Ciao, chi sei, cosa stai facendo?» gli chiese il bimbetto fermandosi dietro di lui.

«Sto pescando», fece appena in tempo a rispondere. Prima che la madre arrivando trafelata scuotesse il bimbo prendendolo per un braccio e lo redarguisse. «Non devi allontanarti, è pericoloso! Hai capito?!»

«Rita?!» fece sorpreso Sandro, alzandosi.

I due si guardarono, i volti portavano i segni delle sofferenze patite e del tempo che aveva continuato a correre inesorabile. Ma ora che si erano ritrovati, irradiavano una luce diversa; la freschezza della gioventù era un ricordo lontano, ma il desiderio d’amarsi era rimasto immutato.

Lei non sembrava così sorpresa: era sicura di trovarlo lì. Ma per non scoprire subito le carte, decise d’incolpare il figlio. «Ciao, Sandro, mio figlio ha voluto vedere la morta, così l’ho accompagnato.»

«Tuo figlio?» fece incredulo. «Quanti anni ha?»

«Ho compiuto sette anni il 15 marzo», rispose il bambino.

«Allora sei un ometto», ribatté Sandro. «Come ti chiami?»

«Alessandro», disse. Indicò la canna da pesca. «Mi fai vedere come si usa quella?»

«Alessandro!» esclamò Rita sgranando gli occhi. «Quante volte ti ho detto che non devi dare del tu alle persone che non conosci!»

«Scusa, mamma», mormorò imbronciato, abbassando il capo.

«Vieni, Alessandro, ti faccio vedere come si fa», intervenne Sandro. Accompagnò il bambino accanto all’acqua, lo fece sedere nell’erba, gli mise la canna in mano e gli spiegò come si doveva comportare. Rita, dietro di loro, li guardava commossa.

Sandro, accosciato, stette ad osservarlo in silenzio, quando vide che se la cavava da solo si tirò su, si avvicinò a Rita, indicò con gli occhi il bambino e poi, con un cenno del capo, la invitò ad esprimersi.

«Non lo so, Sandro», mormorò.

«La data di nascita potrebbe coincidere, no?»

Rita si spostò un po’ più indietro per far sì che Alessandro non la potesse udire, Sandro la affiancò. «Sì, potrebbe, ma questo non prova nulla. Te lo avevo detto che con Adolfo ci davamo da fare, ricordi?»

Sandro indicò il bambino con lo sguardo. «Ha i capelli neri, come i miei.»

«E come quelli di Adolfo.»

«Gli occhi neri…»

«Come i tuoi e anche quelli di Adolfo», lo interruppe infastidita. «Non è così che scoprirai se è tuo figlio!»

«In che modo, allora?»

Rita lo fissò negli occhi. «Facendogli da padre, come hai iniziato inconsapevolmente a farlo insegnandogli a reggere la canna da pesca.» Guardò il bambino, sorrise. «Forse in quel gesto, amorevole e spontaneo, c’è la risposta ai tuoi dubbi.»

Sandro ci pensò su. «Il problema è la madre», disse poi.

«Ah! Sarei io il problema», sbottò puntandolo con occhi fiammeggianti.

«Mi sa proprio di sì», riprese sornione, prima di andarci già pesante. «Ricordo che quando ti chiesi la mano, rifiutasti sdegnata, dicendomi che non lo avresti mai sposato un contadino. “Non perderò la mia verginità, con un povero bracciante!” furono le parole esatte.»

«Ti è rimasto impresso, eh?»

«Mi aveva fatto molto male», rispose laconico.

«E’ stato prima della guerra, in un’altra Italia, in un’altra vita», replicò intristita. «L’era fascista ha seminato odio, dolore, morte. Dobbiamo provare a voltare pagina, Sandro. Guardare avanti facendo tesoro degli errori commessi, cercando di costruire un futuro migliore per quelli come lui», concluse, indicando con sguardo commosso il figlio.

Sandro annuì. «Qual è la vera ragione che ti ha spinta a venire qui, oggi?» le chiese poi.

«Prova a immaginare. Sicuramente non sono venuta per imparare a pescare.»

Guardando il bambino, teso con gli occhi sul galleggiante, la cinse con un braccio e la tirò a sé. Lei lo guardò. «Ti amo, da sempre», mormorò Sandro. «Ti amo anch’io», rispose lei, avvicinando le labbra alle sue.

 

                                                           FINE

 

 

    

 

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L'AUTORE Vecchio Mara

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