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La luce a tempo

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2020-09-17 13:23:54


Da piccolo non avevo paura del buio. Cescendo mi sono fatto più saggio.
Dan Simmons
 
 
 
Era l’ultimo dei problemi ma...«Non si potrebbe fare qualcosa per la luce a tempo?» chiese Tommaso.
«Prego?».
Tommaso deglutì. La prima riunione di condominio dopo l’ondata pandemica, ma niente era cambiato. L’impressione era di trovarsi in mezzo a un branco di varani. Il virus ci renderà più buoni, più solidali… sì, come no. E quella sua maledetta timidezza che gli impediva di spiccicare parola, assalendolo a tradimento come uno strangolatore thug. Neanche quella era cambiata. Tuttavia… «Il timer» disse «dura troppo poco. Non si fa in tempo ad arrivare all’ultimo piano che la luce si spegne».
«E allora?» intervenne il Generale. Quando era andato in pensione era solo colonnello, ma la legge prevedeva che l’anzianità di servizio non si interrompesse col congedo e lui non perdeva occasione per farlo notare. «E allora?» ripeté «Lei è giovane, può ben fare le scale di corsa, no?».
Giovane, sì, ma… “Non sopporto quel gemito, quel piccolo sbuffo che emetti quando ti alzi da seduto” aveva detto Clara. Poi aveva precisato. “Sa di vecchio”. Erano seguite altre recriminazioni, altre insofferenze, altre incomprensioni, ma Tommaso non poteva evitare di pensare che tutto fosse cominciato con quello. Con quel piccolo gemito.
Immerso nei ricordi si avvide che si era perso buona parte della discussione e provò a rimediare: «Non dovrebbe… non costerà molto. Basterà agire sul temporizzatore». Gli sembrò di aver parlato con voce ferma. L’assemblea avrebbe potuto approvare. Dopotutto non avevano ancora tirato fuori l’argomento del…
«E l’elettricista? E l’elettricità che si spenderebbe in più, chi li paga? È a posto con le spese condominiali, lei, a proposito?».
Eccolo, l’argomento. Tommaso era moroso di due rate. Poteva succedere, specie se si era commessi di libreria e quindi si apparteneva a una specie in via di estinzione.
Ma questo, un condominio abitato quasi esclusivamente da pensionati non arrivava a capirlo.
Ancora una volta: il virus ci renderà tutti migliori. Sì, come no.
Tommaso ammutolì, la discussione si spostò su altri temi e, in breve, si concluse.
I condomini uscirono alla spicciolata senza degnarlo di uno sguardo.
Solo la ragazza che faceva la cassiera al supermercato gli rivolse un debole sorriso.
E sì che lei abitava al pianterreno e non aveva il problema di chiudersi in casa prima che la luce delle scale si spegnesse.
 
«Stiamo qui a micragnare su pochi centesimi di elettricità e ti pare che possiamo permetterci un ascensore?».
Sul video del computer passò un’onda elettrostatica e Tommaso non poté capire se, sulla faccia di Clara, dall’altra parte, era passata un’espressione di perplessità, compatimento o altro.
«Be’, ma chi ti costringe a fare le scale di corsa?» chiese Clara, titolare della libreria, sua datrice di lavoro e, qualcosa come un milione di anni prima, amante e compagna.
Ci fu un’altra scarica che consentì a Tommaso di non rispondere. Era grazie a Clara che lui poteva permettersi di portare a casa qualche centinaio di euro al mese. Malgrado la libreria non versasse in buone acque, non lo aveva licenziato. Certo, lavorava solo due giorni a settimana, ma era meglio di niente. Chissà per quanto sarebbe durata, però. Il digitale avrebbe ucciso i piccoli esercizi, era solo questione di tempo e… a proposito, non erano in collegamento video, loro, in quel momento? Appunto.
«Allora» inquisì Clara «si può sapere perché… no, non dirmelo».
«Non ho “il dolore al braccio sinistro”» reagì lui.
Agli inizi della loro relazione si erano fatti un bel po’ di risate catalogando i clienti della libreria dopo che erano usciti. Non pochi erano stati inseriti nel poco onorevole club di Quelli Dal Dolore Al Braccio Sinistro. Una grave, misteriosa, intermittente patologia, refrattaria alle cure, che qualificava chi ne era afflitto, a prescindere dall’anagrafe, come anziano ipocondriaco. Per Clara, che aveva sei anni più di Tommaso, l’anello di congiunzione tra l’uomo e il cadavere. Sovente, dopo l’amplesso, lei gli palpeggiava il braccio sinistro chiedendogli se gli facesse male. Si mettevano a sghignazzare e, il più delle volte, ricominciavano. Poi erano arrivati altri tempi. Quelli del Gemito Quando Ti Alzi.
«Allora hai paura del buio» ribatté Clara.
«Non scherziamo su queste cose» rispose Tommaso in un tono che non era affatto scherzoso.
Clara alzò le spalle «Peccato» disse «Ti avrei dato da leggere questo». Allungò una mano e prese un libro, che era poi la ragione per cui erano collegati in video. La libreria aveva un bel po’ di resi che non erano stati resi (il più delle volte perché la casa editrice era fallita) e un buon numero di conto vendita invenduti. Solo che non si poteva più permettere un magazzino. Si trattava quindi di decidere quali volumi rivendere all’usato anche se erano nuovi di zecca.
Il libro che Clara reggeva, però, non era nuovo. Anzi, sembrava vecchio e malridotto.
«Di che cosa di tratta?».
Clara girò la copertina per leggere il titolo.
«Offlighthings» disse «Niente autore, niente casa editrice e niente anno di pubblicazione. Italiano, malgrado il titolo. Si direbbe risalente agli anni ‘30. O magari anche dopo, ma è conservato male. Ti dice qualcosa?».
Dei due, era Tommaso l’appassionato di letteratura fantastica, anche di serie B o un po’ più in giù nell’alfabeto, fino alla Z. Quel libro, però, non l’aveva mai sentito nominare e lo disse. «Di che cosa parla?» chiese.
«Oh, di gente che ha paura del buio, di mostriciattoli che vivono nell’oscurità… roba indiana, direi dal nome… ci ho dato appena un’occhiata».
«Vedrò di dargli uno sguardo la prima volta che passo. Potrebbe avere un valore antiquario. Mi sono segnato il nome e farò un po’ di ricerche in rete».
«Questa» disse Clara «è una delle ragioni per cui ti pago».
 
«Avrebbero dovuto».
«Come?» Tommaso era abituato a scambiarsi un “buongiorno” e “buonasera” con gli altri condomini, ma non altro. Per questo non capì che cosa gli aveva detto la ragazza del pianterreno.
«Ho detto che avrebbero dovuto accogliere la sua proposta e far sì che la luce a tempo rimanga accesa più a lungo».
È carina” pensò lui “Non ce se ne accorge subito, però. È un po’ come certi fiori che si aprono solo di notte, quando nessuno li vede”. Era una similitudine logora e sdolcinata, ma anche l’unica che gli era venuta in mente. Per questo si era ridotto a vendere libri altrui, invece che scriverne di propri.
Si erano incontrati all’ingresso del palazzo. Tommaso era appena tornato dalla libreria e la luce del giorno era una striscia dorata che lambiva la soglia. Miriadi di grumi di pulviscolo danzavano, frenetici, nell’aria estiva.
«Presto sarà buio» disse la ragazza «In questa stagione non è tanto brutto, ma d’inverno… da quando abita qui, lei?».
«Marzo» rispose Tommaso «Mia madre abitava qui, ma gli ultimi anni li ha passati all’ospizio. È mancata poco prima di Natale».
«Mi dispiace» disse la ragazza. E, contrariamente a quanto succede il più delle volte, sembrava si dispiacesse davvero.
«Sono venuto qui perché» (“perché non potevo più stare con la mia ex che, per inciso, sarebbe anche il mio capo e non posso permettermi di farmela nemica, dovrei dire, ma non te lo dirò”) «mi sembrava un buon posto» mentì.
La ragazza fece una faccia strana.
«Sto scrivendo un romanzo» disse Tommaso. Quando menti, e sei nei guai, l’unica soluzione è continuare a mentire.
«Un romanzo dell’orrore, suppongo» rise la ragazza.
Gli occhi di Tommaso corsero a “Offlighthings” che gli spuntava dalla tasca.
«Allora è venuto proprio nel palazzo giusto» proseguì la ragazza e, d’improvviso, allungò la mano «Ada» disse. Tommaso la strinse. Aveva una pelle fresca e asciutta. Alle narici gli arrivò un lieve odore di talco.
«Oddio...» disse Ada «Forse avremmo dovuto darci di gomito».
«Prometto che non lo dirò al Generale» rispose lui «Tommaso» si presentò.
«Bene, Tommaso, quando ti sei stufato dei tuoi mostri, vieni a trovarmi, uno di questi giorni».
Tommaso disse, in riposta, qualcosa di cui non si rese ben conto.
Stava ancora pensandoci quando, lasciata Ada, si accorse di essere al primo piano.
E che le scale erano immerse nel buio.
Avvertì un odore sgradevole, come di muffa, è un brivido gli corse lungo la schiena.
Calmati” si disse “è solo questo dannato libro puzzolente. E, come hai detto a Clara, tu non hai paura del buio”.
Nello stesso istante, però, la sua mano era corsa all’interruttore del primo piano.
In effetti, non c’era bisogno di intervenire sul timer. Arrivati al primo piano, bastava schiacciare ancora una volta l’interruttore e tanti saluti alla bolletta della luce.
Premette il pulsante
Ci fu un clic d’ordinanza,
E null’altro.
Fece gli altri piani di corsa, con la sensazione che qualcosa, alle sue spalle, stesse addensandosi, prendendo forma.
E la certezza che stavolta lo avvertiva.
Il Dolore Al Braccio Sinistro.
 
...minuscoli esseri simili al pulviscolo che si vede nei raggi di sole e che si radunano in sciami. Qualcuno afferma che vengono da un altro piano di esistenza. Un luogo in cui le cose hanno due dimensioni. Per questo possono essere scambiati per ombre. Alcuni antichi testi li chiamano “Vashta Nerada”…”.
Tommaso chiuse il libro di scatto.
Decisamente, non la lettura ideale per chi ha appena avuto un attacco di tremarella.
Tremarella, sì, chiamiamola col suo nome.
Può capitare se il tuo domani è quantomai precario, sei stato piantato e costretto ad abitare in un caseggiato di periferia, al quinto piano e senza ascensore.
E, naturalmente, sei appena entrato nel Club di Quelli Dal Dolore Al Braccio Sinistro.
Il giorno dopo, per prima cosa, avrebbe chiamato il medico. Anzi no. Sarebbe stata la seconda cosa.
La prima sarebbe stato chiamare l’amministratore.
Temporizzatore o no, le lampadine delle scale dovevano essere pur cambiate.
 
«No, non l’ho mai sentito».
Dall’altra parte del collegamento Skype. Corrado appariva perplesso «Ti dirò di più. Non ho mai sentito qualcuno che ne abbia sentito parlare».
Tommaso ebbe un moto di disappunto.
Corrado era un’autorità nel campo della narrativa fantastica del Novecento. Oggigiorno la principale fonte di informazioni era internet, ma chiunque bazzicasse il settore del fantastico sapeva che la maggior parte di quanto si trovava in internet a proposito della narrativa novecentesca italiana, inglese e francese di serie dalla B in giù era passato dalle mani di Corrado. Dunque, se Corrado affermava che un libro non esisteva, non esisteva.
Però Offlighthings era lì, sulla scrivania di Tommaso.
«Di che cosa parla?».
«Non...» Tommaso non poteva dire all’amico che non si era sentito di leggerlo perché gli aveva messo una fifa boia. Soprattutto, non poteva confessare che, benché fosse passata quasi una settimana, non aveva più avuto il coraggio di aprirlo. Anzi, se Clara non gli avesse chiesto notizie in proposito, quel dannato libro sarebbe finito nella spazzatura. O in cenere.
Per sua fortuna, la curiosità di Corrado gli risparmiò la fatica di escogitare una risposta plausibile.
«Leggimi qualche pezzo a caso» disse l’amico «magari riconosco lo stile».
Tommaso prese il volume (è pesante, più di quanto ricordassi, vero? È come se avesse preso consistenza. Come se fosse più reale. E la puzza di muffa è più forte che mai) e lo aprì. Poi, schiaritosi la voce, cominciò: «Vengono attratti. Una volta si sarebbe detto “evocati”. Certe persone, certe circostanze li attirano. Come molecole di sangue in acque infestate dai piranha. Può capitare che si insedino in un posto. Le persone fanno fatica a credere alla loro esistenza. Può capitare persino che vi si abituino. Che trovino il modo di conviverci...».
«Mmmmh» mugugnò Corrado «Abbastanza sciatto. Direi un maldestro epigono lovecraftiano. Sicuramente non degli anni ‘30. Da noi, all’epoca, Lovecraft era sconosciuto. Sono stati Fruttero e Lucentini che... tutto bene?».
No, non andava tutto bene. Per un istante, un istante solo, la vista di Tommaso si era oscurata. L’istante successivo, sudore freddo gli correva lungo la schiena e il braccio destro aveva afferrato il sinistro all’altezza del gomito. Un istante ancora e tutto era passato.
«No, tutto a posto solo un (dolore al braccio sinistro
 
«Io ci ho provato» disse Ada.
Ancora una volta, erano nell’androne del palazzo e stavano chiacchierando. Oggetto della conversazione, l’amministrazione del condominio. Ancora una volta. Ancora una volta, le cinque del pomeriggio.
Unica differenza, il rettangolo di pavimento illuminato dal sole: era più piccolo. L’equinozio d’autunno era prossimo. Di lì a meno di una settimana, luce e buio sarebbero stati in equilibrio sulla terra. Poi...
«Come va la storia dell’orrore?».
Ada indossava la mascherina, ma Tommaso conosceva quello sguardo. Lo sguardo di una donna che si è accorta che l’uomo che ha di fronte le sta mentendo. E non è affatto contenta.
«La storia di mostri. Perché ci sono dentro i mostri, no?» chiese lei.
«Eh… uh… sì. Si chiamano “Vashta Nerada”. Minuscoli esseri simili al pulviscolo che si vede nei raggi di sole, capaci di radunarsi in sciami, assumere l’aspetto di ombre e attaccare gli altri esseri. Contare le ombre è un modo per individuarli. La consapevolezza, o la memoria, della loro esistenza è la causa remota della paura del buio» citò a memoria. Non aveva mentito. Non proprio. Era una storia di mostri, anche se non era la sua. Era il brano di “Offlighthings” davanti al quale si fermava sempre, tanto che, ormai, poteva recitarlo. Non era più riuscito a leggere oltre. Lo terrorizzava troppo perché…
«Forse non avrei dovuto chiedertelo» disse Ada. L’espressione corrucciata era svanita. «Dicono che gli scrittori non debbano parlare dei loro libri mentre li stanno scrivendo».
Oh, ma io voglio parlarne” pensò Tommaso “Perché, vedi, se non lo faccio ho paura che qualcosa, nella mia testa, andrà fuori posto. Ho iniziato a portarmi sempre in tasca una torcia elettrica, ma non è il peggio. Il peggio è il perché me la porto. Vedi, sono convinto che c’è un angolo in ombra, sulle scale. E quando dico in ombra intendo dire sempre in ombra. Il sole gira, no? E anche la luce elettrica, quando la accendi, spande chiarore. Ma quel punto lì, tra il terzo e il quarto piano, dove abito io, è sempre al buio. Non importa che ore sono, non importa se la luce delle scale è accesa o spenta. E non importa neppure se ci punto contro la luce della torcia elettrica”.
«Sai, io ci credo davvero, nei mostri» disse Ada «in senso metaforico, ovviamente. Penso che siano tutt’intorno a noi. Solo che non li vogliamo vedere. Tutto quello che vogliamo è continuare la solita vita e sperare che ci lascino in pace. Certo, per tenerli buoni, i mostri, per tenerli lontani, è necessario qualche piccolo sacrificio ogni tanto, ma, finché non tocca a noi e, soprattutto, purché non tocchi a noi...».
«Odio le metafore».
«Sei uno di quelli che crede che le cose siano bianche o nere?».
«Le cose sono già abbastanza complicate per conto loro. Penso che sia meglio capire come stanno veramente prima di paragonarle a qualcos’altro».
Qualcosa passò sul viso di Ada. un’ombra, o un’esitazione. Difficile dirlo, con la mascherina che le copriva mezza faccia. Come una metafora. «Ti stavo dicendo che ci ho provato, comunque» disse Ada. «Ho chiamato l’amministratore. Sai la faccenda delle lampadine bruciate sulle scale. Le giornate si stanno accorciando e.. be’, sai che cosa mi ha risposto? “I giorni di luce su questa terra sono contati”».
«Odio le metafore» ripeté Tommaso.
 
 
«Non hai una bella cera» disse Clara.
«Dev’essere la connessione».
Clara esitò, poi disse: «Tommaso» il fatto che lo chiamasse per nome indicava che stava per dire una cosa importante. Era stato così e sarebbe stato sempre così. Forse perché non se ne rendeva conto. «Ce l’hai ancora con me?».
«No» disse lui «I rapporti tra le persone cambiano. È questo il motivo per cui ci sono più storie d’amore eterno nei libri che nella realtà»
«Perché sono rare».
«Perché sono finte».
«Risparmiami la pantomima dell’adolescente disperato che non crede più nell’amore. È un pezzo che non sei più adolescente».
Ma io ci credo, nell’amore” pensò Tommaso “Saresti sorpresa del numero delle cose in cui credo. Per esempio negli angoli bui. Negli angoli bui, nelle ombre e nei Vashta Nerada”. Tuttavia non disse niente. Il silenzio proseguì finché non fu di nuovo Clara a romperlo. «Senti… quel.., dolore al braccio sinistro».
«Sono cose che capitano dopo che smetti di essere adolescente».
«Forse… ora che gli ospedali sono meno sotto pressione… ecco, magari potresti fare un controllo, un esame… ultimamente anche io...».
Si accorse che neanche Clara aveva una bella cera. E non diede colpa alla connessione. Dopotutto era così che funzionava la solidarietà tra le persone. Era direttamente proporzionale al bisogno. Più pensavi di aver bisogno del prossimo, più la solidarietà diventava importante e soprattutto veniva sbandierata, come le storie d’amore sui libri. Il virus ci renderà migliori, appunto. Un tempo, neanche troppo lontano, avrebbe chiesto a Clara che cosa aveva. Ma, come aveva detto prima, i rapporti tra le persone cambiano. «Quel romanzo» disse «Quello che mi hai dato. “Offlighthings”. Penso che sia stato stampato in proprio in pochi esemplari. E ovviamente non ha avuto alcun successo».
Clara sospirò «La solita opera sfigata del solito autore sfigato, insomma».
«Iellato» la corresse lui. Nel senso “che porta iella”.
Alla fine l’amministratore aveva fatto uscire l’elettricista e fatto cambiare le lampadine. Solo che continuavano a saltare. In continuazione. E anche le batterie della torcia elettrica di Tommaso. Non le aveva mai viste esaurirsi così rapidamente. Quanto all’ombra tra il terzo e il quarto piano...ultimamente sembrava essere diventata più grande e fitta. Una volta, passandoci accanto, Tommaso aveva avuto l’impressione di udire una sorta di fruscio. Anzi no. Come un rodere, un masticare. Da allora faceva le scale di corsa, sempre, e tanti saluti al dolore al braccio sinistro.
«Un libro maledetto» brontolò Clara. «Ci mancava solo questa. Magari lo rifilerò a qualche libreria esoterica».
Tommaso sperò di no.
Perché, qualche giorno prima, aveva buttato “Offlighthings” in un angolo della libreria, rifiutandosi persino di guardarlo. Continuava a pensare a quello che il libro diceva a proposito dei Vashta Nerada. Che possono essere evocati. Alla fine aveva deciso di bruciarlo.
Ma, quando lo aveva cercato di nuovo, non lo aveva più trovato.
 
Immerso nei propri pensieri, per poco Tommaso non andò a sbattere contro Ada.
Alla fine era successo.
Clara gli aveva chiesto di rendergli “Offlighthings” e, dato che non lo trovava, Tommaso si era inventato una scusa e aveva preso tempo, ma presto Clara sarebbe tornata alla carica e l’inventiva di Tommaso pareva essersi esaurita.
Ma non è questo che ti preoccupa davvero” bisbigliava una vocina maligna nella sua testa. “A preoccuparti è la sensazione che sarà il libro a trovare te. Anzi. Saranno i Vashta Nerada. Ricordi come vengono definiti? Piranha dell’aria. E ricordi anche che cosa si dice a proposito dei piranha. Bastano poche gocce di sangue per scatenare la loro frenesia alimentare. Gocce di sangue di una preda debole, indifesa. Come te”.
«Credo che abbiamo appena infranto la regola sul distanziamento sociale» disse Ada. Sorrideva.
«Non solo quella» disse Tommaso «anche quella sulle mascherine». Doveva essere una battuta e avrebbe dovuto essere accompagnata da un sorriso di rimando, ma non doveva essergli venuto troppo bene perché Ada gli restituì uno sguardo preoccupato. «Hai l’aria tesa».
«Pensieri» disse Tommaso e pensò: “Ma non chiedermi quali pensieri, perché potrei risponderti e a quel punto saresti tu ad avere l’aria preoccupata. Come chi ha a che fare con un pazzo”. «Scusami. Non ti ho vista» aggiunse invece.
«È buio, qui» disse Ada. Era vero. Era la prima giornata di pioggia, forse la prima giornata d’autunno, umida e fredda, tanto che tutti e due indossavano degli impermeabili e l’androne era una laguna oscura.
«Perché manca la luce» precisò Ada «Quelle maledette lampadine continuano a saltare. E la luce a tempo. Hai notato che dura meno? Sono convinta che hanno ridotto il tempo di accensione. Lo so, senza bisogno di chiederlo all’amministratore. Tanto so che cosa mi risponderebbe: che lo hanno fatto per ridurre gli sbalzi di corrente o qualcosa del genere. Ma in realtà lo hanno fatto per dispetto. Sono convinta anche di questo».
Benvenuta nel mondo dei paranoici” pensò Tommaso, ma, al solito, non lo disse. E soprattutto comprese che non avrebbe potuto dirlo. Era la terza volta che si incontravano nell’androne e, se uno credeva a cose come i libri maledetti, doveva credere anche che tre era un numero magico e che quell’incontro era importante, anche se Tommaso non avrebbe saputo dire per cosa. Forse per andare oltre il “buongiorno e buonasera”. Per ricordarsi che c’era altro, nella vita, oltre i libri maledetti e gli angoli bui e le luci a tempo. Altro dopo Clara.
Ada rise nervosamente. «Non hai mai l’impressione di essere solo contro tutti? Non parlo del generico accumularsi di circostanze sfavorevoli. Mi riferisco a qualcosa di più specifico. L’idea che tutti cospirino contro di te. Ti osservino. Hanno già capito che sei tu quella debole. Quella che il predatore deve mangiare perché il branco possa sopravvivere. Per un po’» tacque.
Per alcuni secondi, nell’androne, il silenzio fu assoluto. Le gocce di pioggia cadevano dall’impermeabile di Tommaso.
E, in quel silenzio, Ada lo baciò.
Il corpo di Tommaso reagì prima della sua mente e rispose al bacio. Percepì qualcosa che non avvertiva da molto tempo e che non ricordava esattamente, o che era solo diversa. Una diversa consistenza delle labbra, un odore più fresco. Strinse Ada e lei ricambiò. Braccia più giovani di quelle di Clara, con un’energia che era un inconsapevole dono di gioventù e non il frutto di ore in palestra, lo strinsero. Tommaso ebbe un lieve capogiro e avvertì come un debole tintinnio.
Un secondo ancora e Ada era scomparsa in un tuono.
Anzi, nel rumore di una porta chiusa.
La ragazza era corsa in casa.
Prima che Tommaso potesse chiedersi se era il caso di bussare, la serratura scattò. Due volte.
Tornò il silenzio e lo sgocciolio della pioggia.
Ma qualcosa era successo.
Ci avrebbe pensato in un secondo momento, però, non lì Non nel buio dell’androne, appena ingannato dal chiarore grigiastro del pomeriggio.
Sulle scale sarebbe stata tenebra assoluta.
Scuotendo la testa come un cane che esce dall’acqua o da un sogno, Tommaso si voltò e imboccò le scale.
Schiacciò l’interruttore della luce e questo gli restituì il solito clic beffardo.
«Ma stavolta mi sentirà davvero, l’amministratore» disse ad alta voce e si rese conto che, stavolta, lo avrebbe fatto davvero. Appena arrivato a casa avrebbe preso il telefono e…
Impugnò la torcia elettrica, l’accese e prese a salire. Un po’ più lentamente del solito, però. Non era il caso di scherzare col Dolore Al Braccio Sinistro. Soprattutto perché, poco prima, il suo cuore era stato sottoposto a uno stress che non credeva di dover più sopportare.
Era ancora tra il secondo e il terzo piano quando la luce della torcia elettrica cominciò a sfarfallare e indebolirsi.
«Le pile sono nuove» disse, ma senza convinzione. Sapeva che nessuna luce durava a lungo, da quelle parti. Tentavano di dissipare il buio, non ci riuscivano e, in breve, si spegnevano.
Avvertì un lieve odore di muffa e un fruscio.
Diede un paio di manate alla torcia elettrica col solo risultato di affievolire ancor di più il fascio di luce. Rischiarava appena un paio di gradini davanti a lui e scompariva come un pezzo di carne sanguinolenta buttato nella vasca dei (piranha. Piranha dell’aria. Vashta Nerada).
Si sarebbe spento prima del terzo piano.
Senza lasciare la torcia mise una mano in tasca e afferrò il cellulare. Smanettò alla ricerca della funzione “torcia” e, sempre salendo le scale (era al secondo piano ormai), l’azionò. Il cellulare emise un bip agonico e si spense.
Il Dolore al Braccio Sinistro divenne una staffilata che lo riempì di sudore gelido.
Che cos’è, un infarto?” si chiese.
Era giunto nel punto, tra il terzo e il quarto piano, dove era sempre, inspiegabilmente, buio.
Ora più che buio.
Un’oscurità che veniva da fuori e si avvinghiava a quella che era dentro finché tutto non era che ombra. Una tenebra, più che fisica, esistenziale.
Il fruscio, ora, ricordava il suono di mille piccoli corpi in movimento.
Corpi che erano tutti bocche e denti e gole come voragini.
Tommaso scattò.
Attraversò il pianerottolo del terzo piano, si precipitò sulle scale che portavano al quarto.
Alle sue spalle, il rumore di mascelle crebbe d’intensità e la sensazione di essere braccato divenne una certezza. Non aveva senso voltarsi. Non si vedono le ombre nel buio. Ma Tommaso si voltò lo stesso.
E inciampò.
La torcia volò via, roteando. Chiazze di muro illuminate per un istante improvvisarono una danza stroboscopica, poi la torcia si schiantò al suolo, frantumandosi.
Tommaso urlò .
L’idea che tutti cospirino contro di te. Ti osservino. Hanno già capito che sei tu quella debole. Quello che il predatore deve mangiare perché il branco possa sopravvivere. Per un po’” lo canzonò la vocina maligna nella testa. Nessuno avrebbe messo la testa fuori dall’uscio per vedere chi aveva gridato. Nessuno avrebbe sporto il viso nel buio.
Il rumore alle sue spalle divenne quello di un esercito in marcia. Un gradino si frantumò, sgretolato da invisibili mandibole.
Tommaso riuscì ad alzarsi mentre un liquido caldo (sangue, probabilmente: doveva aver sbattuto la testa) gli colava lungo il viso.
Si catapultò in avanti e guadagnò il quinto piano mentre il Dolore Al Braccio Sinistro era uno squarcio lacerante nel petto e parte della scarpa destra veniva tranciata da fauci oscure.
Raggiunse la porta di casa, vi si abbatté, braccato dalla famelica marea nera.
Alla ricerca delle chiavi, affondò le mani nella tasca dell’impermeabile.
Vuota.
 

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L'AUTORE Rubrus

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Mauro Banfi il Moscone il 2020-09-22 17:23:25
Giungiamo così alla seconda puntata di una serie di racconti che come struttura mi ricorda un pò "Il Re in giallo" di Robert William Chambers, un'antologia di racconti brevi legati al tema di un terribile "Pseudobiblion",che porta alla pazzia coloro che lo leggono. Questa tematica verrà ripresa da Howard Phillips Lovecraft per il suo Necronomicon, come noi amanti del genere ben sappiamo.Non sono ancora riuscita a deicidermi se il volume di questi due racconti appartenga ai libri che non sono mai esistiti ma che potrebbero esistere o ai libri che esisteranno ma che ora non esistono. Aspetto il seguito della serie per decidermi. In questo "Re al buio" - titolo che ti propongo per la raccolta rubrusiana - ci sono molti elementi di vivo interesse e di rapida presa emotiva. I mostri, i lovecraftiani, chambersiani Vashta Nerada che sono una raprresentazione narrativa delle terribili accelerazioni che tutti noi stiamo vivendo in questa pazzesca introduzione al terzo millennio. Il mondo accelera in modo troppo veloce e crea intorno a sè ampie zone di oscurità e disorientamento. La maggior parte delle persone ne resta spiazzata, come se non avesse compreso di trovarsi su un treno ad alta velocità in corsa. Tutto cambia intorno a noi troppo in fretta e l’unico limite umano sembra essere l'immaginazione degli scienziati e dei medici nello scoprire gli effetti inesausti della nostra autodistruzione, che prosegue imperterrita su un piano inclinato. Sapiente nel racconto la tensione creata dall'ambiguità malessere fisico/buio rele/oscurità che cela mostri. Tutto accellera in modo disumano e crea intorno a sè ampie aree di buio senza argini, margini, appigli umani. Chesterton diceva che se qualcuno fa buio in una stanza è per farci credere che in quella stanza buia ci sia qualcosa di ineffabilmente minaccioso e inconoscibile, che resta tale finchè restiamo all'esterno di quella stanza fissando il suo buio, ma basta entrare e premere l'interruttore della luce per accorgersi che non c'è niente. La resilienza nei racconti di Rubrus arriva sempre da quel semplice accendere l'interruttore, quel salire le scale per vedere che cosa diamine sta succedendo al temporizzatore; l'autore non ha nessuna sintonia e simpatia per l'ineffabile oscurità da tenere nascosta; nelle sue storie c’è un così forte senso delle cose concrete e umane, del profondo mistero alla luce del giorno della vita, nel suo essere semplice e quotidiana e umana, che crea nel lettore quella familiarità da cui dipende in buona parte la nostra immedesimazione a seguito della verosomiglianza; ne scaturisce un orrore plastico, sodo, scevro dalle fumosità e dal misticismo proprio della cattiva letteratura fantastica. Ne consegue un altro grande racconto di Rubrus. Abbi gioia

Rubrus il 2020-09-22 18:05:45

ATTìENZIONE PIPPONE IN ARRIVO. Prima una riflessione strutturale. Molti Fedeli Lettori, non solo di King ma anche di altri autori, vanno in solluchero allorchè vedono elementi di continuità tra un’opera e l’altra come se l’intero corpus delle opere di uno scrittore appartenga a una sorta di multiverso. Suppongo che ciò nasca da un’esigenza di armonia, di ordine, di concinnitas che nel mondo, oggi anche per la fretta con cui lo sbirciamo, non si trova. Sia come sia, spesso si chiedono: “come fa?”. Si licet parva componere magnis, non è difficile, anzi, è quasi naturale, anzi, necessario. Una cosa sono le storie, e sappiamo che, mentre gli intrecci sono infiniti, le trame no, altra cosa ancora i temi sottesi a queste storie, legati agli argomenti cari all’autore e alla sua visione del mondo. Questa ridotta quantità di temi e trame a fronte di una grande quantità di intrecci provoca presto o tardi e inevitabilmente degli elementi di raccordo tra le opere dello stesso autore, elementi che diventano “continuità”. Da qui alla creazione di un universo organico il passo è relativamente breve. Per esempio e sempre “si licet parva componere magnis”. Ho dato vita a “Offlighthings” in un racconto del 1999 “Aspirazione” (lo trovi qui). Era uno pseudobiblum di uno pseudoscrittore, Steven Allan Phillips. Forse però potrei addirittura ipotizzare di aver concepito “Offlighthings” addirittura negli anni ‘80, al tempo delle storie raccontate da ragazzi intorno al fuoco (ovviamente il titolo era in italiano). Anni dopo, dovendo dare un titolo a una raccolta di racconti di una casa editrice ormai chiusa, scelsi – ovviamente - “Offlighthings”. Anni dopo ancora concepii questo racconto che rimase nel limbo un bel po’ di tempo, finché non trovai il modo di saldare tra loro l’idea di base (la luce a tempo, che nasce da un fatto reale) e lo pseudobiblum. In un momento ancora successivo scrissi il racconto omonimo “Offlighthings” che ho pubblicato un po’ di tempo fa. Questo quanto alla costruzione o alla genesi dei racconti – la cui versione base è di qualche settimana o mese fa. Quanto ai temi, penso che sul buio, come elemento narrativo, si possano dire così tante cose che è meglio non dire nulla. Per fortuna, e malgrado tutto, la condizione di deprivazione sensoriale associata al buio rimane e, su questa tela, ovviamente nera, ciascuno può dipingere quel che vuole. Quanto ho cercato di fare (come cerco di fare spesso) è associare al contesto elementi di inquietudine a livello sociale e psicologico. A livello sociale osserverei che la solitudine è, a più livelli, elemento perturbante, tant’è che, a parità di contesto, se si è da soli si ha più paura che non in gruppo. Oggidì – e forse più che mai oggidì – la pandemia, ma anche la riduzione dei contatti umani a contatti sempre più informatici, spinge verso la desertificazione economica ed affettiva della società. I punti di incontro reali (nel racconto parlo delle librerie, ma si possono fare tanti esempi) subiscono la concorrenza di quelli virtuali, che sono più facili perché puoi sempre e comunque, con minor sforzo e minor sensi di colpa, trattare l’altro come mezzo e (non esagero e non dico come fine) non come persona. Se e finché l’altro ti dà la scarica di dopamina che (ci sono studi di neuroscienziati che lo dimostrano) un “like” procura, ci stai insieme, quando smette, puoi tranquillamente mollarlo senza sforzarti neppure di dire perché (e, ripeto, senza neppure il fastidio di uno scontro, un confronto, un senso di colpa). La scusa solitamente è “non ho tempo” e non è vero. È semplicemente una scala di priorità. Il problema è che la moltiplicazione a livello di massa di questo comportamento provoca una successione inappagante di momenti, anzi facili istanti, di piacere che non può mai sostituire la difficoltà, ma anche la stabilità di un rapporto protratto nel tempo. Nel racconto questo produce il parallelismo tra le solitudini dei tre personaggi Tommaso, Ada, Clara (anche se Tommaso ha un suo tormento, un suo interrogarsi e interrogare – ecco perché “Tommaso” - che lo rende meno negativo, forse persino positivo, ma più debole). Si sono incontrati per un po’, non sono rimasti soddisfatti, ma non hanno saputo stabilire una “profondità”. In sua vece hanno creato delle relazioni strumentali transitorie (per inciso, secondo me il fenomeno dei femminicidi o degli infanticidi è legato profondamente a tali dinamiche) che alla fine li lasciano sempre soli. E un individuo solitario è una facile preda per le creature che cacciano nel buio.


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