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Lo zio matto

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Rubrus

pubblicato il 2020-09-07 14:40:57


È stato un contatto.
No, non dire niente. So che cosa stai pensando: non è un segno del destino. È stato un semplice cambio di sintonia. La canzone, dici? La trasmettono spesso. Non so se sia l’hit dell’estate, ma poco ci manca. La usano anche per una réclame, se ci hai fatto caso. Chissà su quante altre stazioni è in onda, in questo momento. Una semplice questione probabilistica. Ah.. il testo: “Sono stato ipnotizzata dalle luci, ma sto tornando a casa. Sto ritornando a casa, stanotte. C’è voluto tempo per capire, ma sto tornando a casa. Sto ritornando a casa, stanotte”. E… be’, sì, sto tornando a casa. Questo te lo concedo: è una coincidenza.
Ma stavo parlandoti dello zio matto. Lo chiamavamo così perché faceva divertire noi ragazzi. Quando c’era un riunione di famiglia, era lui che badava a chiunque avesse meno di tredici anni. Ci chiamava a raccolta e… mosca cieca, ruba-bandiera, nascondino, giochi con le carte, di prestigio, gare di favole… Per la miseria, quante ne inventava. Intanto i grandi facevano i discorsi da grandi. Suppongo che ci sia uno zio matto in tutte le famiglie. O almeno era così quando le famiglie erano numerose.
Per farla breve, quell’estate di venticinque… no ventisei anni fa - uno dei segni che stai invecchiando è quando cominci a perdere il conto degli anni – i ventisei anni fa c'era una riunione di famiglia. Dovevano vendere la casa. Sì, proprio la casa dove siamo diretti. Dividere la proprietà, decidere il prezzo, calcolare quanto andava a chi, chi aveva investito di più nella ristrutturazione e quindi se aveva diritto a una fetta più grossa e quanto. Discorsi da grandi insomma. E, come si dice, fratelli coltelli, parenti serpenti, scegli tu. Ma a noi ragazzi non importava. C’era lo zio matto. Per la verità, e per la prima volta, a me, quell’estate non importava poi tanto dello zio matto. O iniziavo a vederlo in modo diverso. Mi domandavo come mai lui solo, tra tutto il parentado, non avesse una moglie, o dei figli, e che cosa facesse quando non faceva divertire noi ragazzi. Ma, sempre per dire la verità, non mi soffermavo troppo su quelle domande. Avevo altro per la testa. Adesso non sto a romperti le scatole con la solita storia del primo amore. Si chiamava Giada. Avevamo undici anni. Ti dirò solo questo: lo zio matto aveva organizzato una caccia al tesoro. La vecchia casa, con il suo parco, i quattro piani, il laghetto, la casupola del custode e tutto il resto era grande. E io ero convinto che il tesoro fosse dove, in quel momento, Giada lo stava cercando. In un certo senso, avevo ragione e… ma ho promesso che non ti avrei seccato con la faccenda del primo amore e non lo farò.
A un certo punto Giada e io finimmo in un angolo fuori mano del parco, al limitare del bosco. C’era un pozzo ormai secco, chiuso con delle assi e Giada era convinta che il tesoro si trovasse lì sotto e mi chiese di darle una mano a scendere.
Io dissi di no.
Per la miseria, da quando ero nato ci dicevano di stare lontani da quel pozzo.
Accadde allora.
Sentii quando avrei voluto stringerla, baciarla, abbracciarla e… non ero del tutto innocente. Non lo sono mai stato. Forse non lo è nessuno. Credo di aver avuto la mia prima erezione.
Però dissi di no.
Risposi che calarsi nel pozzo era pericoloso.
Lei mi lanciò un’occhiata che faceva rumore. Il suono di un ramoscello che si spezza. La sua vita andava da una parte, la mia dall’altra. Niente di quello che avrei detto o fatto da quel momento in poi avrebbe avuto importanza. Non sarei stato con lei in quel prato, sotto il sole d’estate, all’ombra degli alberi accanto al pozzo. Non sarei stato con lei mai.
Giada mi voltò le spalle e spostò le assi che coprivano la bocca del pozzo, poi afferrò la fune che penzolava ancora e chissà come e si calò giù.
Temetti che la corda di spezzasse, ma non successe, poi sentii i suoi i piedi sciaguattare nella poca acqua sul fondo.
Attesi.
Non accadde nulla.
Vidi la corda tendersi di nuovo, come se Giada volesse tirarsi su... poi la corda si spezzò.
Lei non disse nulla. Immagino non volesse ammettere che avevo ragione, che non c’era nessun tesoro.
Sarebbe stata zitta ancora a lungo, ne sono convinto, se non fosse stato per i topi.
Strillò, l’urlo che veniva amplificato dal pozzo. Sembrava che dovessero sentirla fino lassù, alla vecchia casa, ma naturalmente non era possibile.
Alla fine mi riebbi da quella specie di paralisi e feci l’unica cosa sensata: andai a chiamare lo zio matto. Non era lontano, anche se mi sembrò di metterci un’eternità per trovarlo. Girava qua e là per verificare che nessuno dei ragazzi si cacciasse nei guai Gli dissi che cosa era successo e corremmo al pozzo. Giada gridava così forte che la sua voce stava diventando roca. Lo zio matto scavalcò l’orlo del pozzo – seppi poi che era profondo solo due metri e mezzo – e si calò giù. Pochi istanti dopo vidi apparire Giada, pallida come se fosse fuggita dal regno dei morti. Si aggrappò al bordo e io cercai di aiutarla, ma lei non me lo permise. Si allontanò e cominciò a pulirsi l’orlo del vestito infangato.
Dopo un po’ apparve lo zio matto. Aveva raccolto alcune pietre sul fondo – le stesse che aveva ammucchiato Giada per salirci sopra e scappare dai topi – e le aveva usate per fare una specie di scaletta. Essendo più alto di Giada non aveva avuto bisogno di aiuto per uscire. Non appena fu fuori, Giada gli saltò al collo, lo abbracciò, lo baciò.
E allora lo vidi.
Il lampo oscuro negli occhi dello zio matto.
Lo stesso sguardo che avuto io poco prima, quando Giada mi aveva chiesto di scendere nel pozzo, quando avevo sognato di baciarla e tutto il resto.
Lo zio matto allontanò Giada da sé e prese a dirle che andava tutto bene e a carezzarla, ma con cautela. Faticava a trattenersi. Io lo sapevo.
Quel lampo oscuro nei suoi occhi era durato un istante, ma c’era stato.
Giada chiese come avrebbe spiegato il fango sul vestito. Lui le disse di andare a lavarsi meglio che poteva e che il pomeriggio era ancora lungo e che qualcosa avrebbero inventato. Giada corse via senza dire una parola. Lui la guardò allontanarsi, tirò un sospirò di sollievo, mi diede una pacca sulla spalla e s’incamminò.
Dopo un po’ me andai anche io.
Il pomeriggio era ancora lungo.
Avrebbero potuto succedere un sacco di altre cose.
E così accadde.
Vidi Giada poco lontano che si puliva il vestito con l’acqua della fontana, poi scorsi lo zio matto. Pensai che si sarebbe diretto verso la tavolata in giardino, dove la riunione familiare era ancora in corso, invece entrò in casa. A quel punto non sapevo cosa fare. Mi avvicinai al parentado e capii che non stavano semplicemente discutendo; stavano litigando. Tu devi prendere questo, io quello, a te spetta questo, a te quest’altro. I discorsi dei grandi erano piuttosto noiosi. Ma io avevo smesso di essere un bambino. Avevo conosciuto il lampo oscuro. Mi misi in disparte, in un angolo, all’ombra, e, incredibilmente, mi addormentai.
Fu un altro grido a svegliarmi.
Lo zio matto si era ucciso.
Si era impiccato nella stanza più alta della casa, quella a forma di torretta. Tutte le finestre erano aperte e la corrente d’aria faceva girare il corpo qua e là come il pendolo di un orologio rotto… o almeno così mi dissero.
In ogni caso, non trovammo mai il tesoro.
Un po’ di tempo dopo – credo che i miei pensassero fosse una delle cose che si devono sapere per diventare adulti responsabili – mi riferirono che lo zio matto era pieno di debiti e senza un lavoro e che la famiglia gli aveva già prestato un sacco di soldi perciò avevano deciso di non dargli nulla del ricavato della vendita della casa. Può essere vero, ma io so che è solo una parte della verità.
Be’, comunque eccoci. Sto tornando a casa. Sto ritornando a casa, stanotte. C’è voluto tempo per capire, ma sto tornando a casa. Sto ritornando a casa, stanotte. Ebbene, sì, te lo concedo. Forse non è stato solo un contatto, ma un un segno del destino.
Ci ho messo anni, ma l’ho ricomprata tutta, la vecchia casa, pezzo per pezzo. Sono diventato un adulto responsabile.
Ancora una volta, so che cosa stai pensando. Dovrei fare come lo zio matto, che si è impiccato prima che il lampo oscuro prendesse il sopravvento su di lui.
Ma non lo farò.
Non abbiamo trovato il tesoro, quell’estate. Non c’è nessun tesoro. Solo il lampo oscuro.
Ecco, ora parcheggio.
Accidenti, guarda come ti sei ridotta le caviglie. Sanguinano. Te lo avevo detto di non provare a liberarti: non sarebbe servito.
E nessuno ti sentirà urlare, nel pozzo.

 

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L'AUTORE Rubrus

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Il romanzesco è la verità dentro la bugia

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Elisabeth il 2020-09-07 15:24:09

Ho dovuto rileggere un paio di volte, pensando che i righi si fossero ripetuti per errore di "incolla" testo, ci sono delle brevi parti tagliate.  Ha un suo suono impostato così, che non mi dispiace e anzi rende un climax di nebbia e di persistente follia.

Lo zio matto appeso rende l'idea di un pendolo che batte il tempo 'fuori dal tempo" fisico così come lo conosciamo. Una scoperta improvvisa di ciò che si è -oscurita'- attraverso il "canale" di un pozzo, dinanzi all'amore all'immaginazione della perdita, di ciò che mai sarà. E di nuovo, come il movimento del pendolo, tutto ritorna nel punto esatto del principio. Evocativo, ascoltato e piaciuto.

 

Rubrus il 2020-09-07 18:04:33
Ehmmm.... sono davvero refusi, perchè oggi stanno lavorando in zona per la banda larga, l'orchestra stretta, la fanfare sbilenca o chissà che altro e quindi credevo di averli corretti, ma il sistema non ha preso i copiaincolla. Ora provo a rimediare e spero che anche questa revisione il racconto piaccia lo stesso. Comunnque, idea per il racconto mi è venuta da una reclame, la prima, quella "tickling" della Sky un cui un tizio barbuto afferma che qualcuno (non chiarisce "chi") afferma che c'è una rete che collega le persone. Il barbuto prosegue il dialogo dicendo "l'amore?" e subito dopo "l'amore è complicato, questo è semplice, ma altrettanto potente". Ergo - dice la reclame nel sottotesto, ma neppure troppo sotto - la connessione web è potente come l'amore, ma più semplice, Ergo, è meglio Non credo di essere particolarmente romantico (litote), ma quella pubblicità mi fa venire i brividi anche senza ricordare che Skynet è la AI che scatena la terza guerra mondiale in Terminator. Vedete come ci manipolano? L'idea che il web sia un surrogato preferibile alle relazioni umane non è colta subito a livello razionale (occorre soffermavicisi un po'), ma sono certo che, a livello di subconscio, o subliminale, funziona diversamente. Ciliegina sulla torta, il titolo della canzone in sottofondo è "hypnotized", anche se devo dire che il testo della canzone, il cui ritornello riporto all'inizio e alla fine del brano, ha un contenuto diverso, anzi opposto. Ma, ancora una volta, chi ci bada per più di due tre secondi?

Elisabeth il 2020-09-08 10:03:56

Eppure, approfittando della casualità-causa, il suo ripetersi sicuramente al di fuori della regola in un apparente nonsense, creava un incubo a ripetizione e  evocando l'immagine del movimento del pendolo, a ripetizione.  Lo avrei lasciato, sai? A parte i righi tronchi intendo. Ho capito il motivo della idea... disconnessione è la soluzione migliore o connettersi quando siamo noi a decidere, uscendo dal bisogno indotto che apre il fianco alla manipolazione e alle sue manifestazioni. Nessuno ne è immune ma ognuno ha gli strumenti per limitare il danno, usarli richiede la capacità di andare oltre. L'amore è una cosa seria che va oltre il messaggio del web e oltre il romanticismo. Spesso non si serve neppure delle parole. Cque resta un bel racconto.


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Blue il 2020-09-08 14:23:11

Ben ritrovato, Rubrus.
Ci sono un po' di punti oscuri, in questo racconto: cominciamo dal "lato oscuro", per usare un gioco di parole. Se lo zio matto aveva dei - ehm - diciamo così, "precedenti", questi dove sono? Come fa il protagonista a sospettare di qualcosa, se fino ad allora non si erano mai verificati episodi?
E poi: perchè uccidersi? Per non cadere in tentazione? E ancora: la famiglia sapeva? E' questa la ragione di quel "era solo parte della verità"? E una famiglia che sa (o anche solo sospetta) cose del genere, che fa? Si limita a diseredarlo? Mah...
E infine: chi è la sventurata? Giada? O una sconosciuta qualsiasi (non che la cosa sia fondamentale, ai fini della storia...)?

Rubrus il 2020-09-08 15:17:37
Ciao e ben ritrovata. Più che "precedenti" aveva pulsioni che il nipote ha riconosciuto avendole anche lui avvertite, per la prima volta, in occasione dell'episodio del pozzo. Per non cedere a quelle pulsioni, che comprende di non riuscire più a dominare, lo zio si uccide (l'altra ragione, quella che la famiglia credeva fosse la sola ragione, è che era sul lastrico). Non così il nipote: il nipote non ha problemi ad abbandonarsi ai propri istinti e la malcapitata in auto ne fa le spese.

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