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La canzone dei vecchi amanti

"PUNTO E A CAPO" Racconto Rosa / Sentimentale / Romance

di Vecchio Mara

pubblicato il 2020-08-19 22:23:43


La canzone dei vecchi amanti

 

Quando il treno si fermò nella stazione, alle nove e trenta, Mauro guardò dal finestrino. “Non è venuta”, pensò scrutando tra i volti delle persone in attesa sulla banchina. Quando tutti i passeggeri furono scesi si alzò e si diresse verso l’uscita. Non aveva bagaglio con sé: sarebbe ritornato a Roma con il Freccia-rossa della sera.

Camminando con fare meditabondo lungo la banchina, l’azzimato Mauro pensava a come trascorrere la giornata, da solo, in quel di Milano; e a lei che gli aveva tirato un bel bidone.

Eppure era sicuro di averla convinta con le sue accorate suppliche. Gli era parso, udendo la sua voce al telefono, che l’amore non fosse andato perduto, o almeno, non del tutto.

 

Aveva ventitre anni, Mauro, quando conobbe Vanessa, che di anni ne aveva diciotto; e da quel giorno si erano amati, odiati, riamati, traditi, lasciati, ripresi senza soluzione di continuità per più di mezzo secolo! Un vortice di amanti, più o meno duraturi, aveva riempito i loro vuoti sentimentali, gli intermezzi tra un abbandono e una riappacificazione e, a volte, anche durante i periodi di quiete. Rinunciare a un piacevole incontro di sesso, a un bruciante momento d’amore, non era nelle loro corde. Eppure, in mezzo a questo tourbillon di tradimenti, di amori e amorazzi di una o più notti… si amavano alla follia! Anche se non si erano fatti mancare nulla, ma proprio nulla durante i loro anni ruggenti, ogni tradimento pareva rafforzarlo invece che incrinarlo, il loro per certi versi strano e complicato amore.

Due anni prima, vista anche la non più verde età, l’ultimo addio li aveva convinti che fosse quello definitivo. E invece, due giorni fa, Mauro l’aveva chiamata al cellulare, convincendola ad accettare un ultimo, struggente appuntamento. Ma ora, mentre camminava a testa bassa sulla banchina della stazione, Marco stava realizzando che di quell’amore che aveva creduto di percepire ancora nell’inflessione della voce di Vanessa, era rimasta soltanto l’illusione; dovuta al fatto che in lui, l’amore, a differenza del fisico, non aveva subito le ingiurie del tempo.

 

«Vanessa!» esclamò estasiato, vedendola salire trafelata lo scalone della stazione.

«Ciao, Mauro», lo salutò ansimando con ancora il fiato corto, fermandosi davanti a lui.

«Ciao, Vanessa,» replicò lui regalandole un sorriso liberatorio, «sei venuta di corsa?»

Lei non sorrise, anzi, si accigliò. «Non sarei dovuta venire. Avevo deciso di restarmene a casa con lui. Ma poi…» rispose senza concludere la frase.

Ci pensò a Mauro a chiosare: «Ma poi qualcosa ti ha spinto a correre in stazione!»

«Uhm», fece Vanessa, arricciando il naso.

Il che diede modo a Mauro di spendersi in un complimento tra l’ironico e il romantico. «Sei bellissima quando fai le smorfie.»

«Sarà dovuto al fatto che le smorfie occultano le rughe», replicò acida.

«Non credo proprio», insistette Mauro.

«Allora è perché ti ostini a non portare gli occhiali!» tagliò corto Vanessa. «Comunque, lasciando perdere rughe e diottrie; è stato Livio a convincermi.»

«Tuo marito, ti ha convinta a non disertare l’appuntamento con il tuo vecchio amante?» domandò stupefatto. «Che uomo di mondo, dovresti presentarmelo: credo che andremmo d’accordo», aggiunse in tono ironico.

«Trovo il tuo sarcasmo fuori luogo! Lo sai benissimo che Livio mi ha chiesto di sposarlo nonostante sapesse di noi due. E che io, ho accettato promettendogli che sarei stata sempre e comunque sincera con lui.»

«Già! Hai promesso di raccontargli i tuoi tradimenti, ma non che avresti continuato a tradirlo. Un modo perlomeno strano di essergli fedele, non trovi?» continuò a punzecchiarla Mauro.

«Ora basta!» sbottò Vanessa. «Falla finita, o me ne torno da dove sono venuta!»

La conosceva sin troppo bene, Mauro, per non capire che stava facendo sul serio. «Scusami», mormorò contrito. «Abbiamo solo poche ore, vediamo di non sprecarle tra punzecchiature e inutili litigi.»

«Vediamo di uscire da qui, che di tempo, ne abbiamo già sprecato fin troppo, a farci la guerra!» convenne Vanessa, iniziando a scendere le scale insieme a Mauro.

 

«Prendiamo un taxi?» domandò Vanessa quando raggiunsero il piazzale.

Mauro guardò il cielo. «E’ una bella giornata, camminiamo un po’, ti va?»

«E’ una bella scarpinata per arrivare in centro.»

«Temi di non farcela?» fece Mauro, alzando un sopracciglio.

«Lo temo per te!» sbottò Vanessa, avviandosi. «Non hai una bella cera, l’aria della capitale ti fa male!»

«Più che l’aria di Roma, è il clima da eterno complotto, la tensione palpabile che aleggia negli uffici ministeriali, a farti invecchiare di colpo», obiettò Mauro affiancandola.

«Dovevi restare a Milano.»

Mauro allargò le braccia. «Non potevo. Se volevo provare a scordarti, dovevo andarmene lontano. Così, ho accettato l’incarico di consulente presso il ministero dell’industria.»

«Ma oltre che a invecchiare male, a quanto pare non è servito nemmeno a scordare il mio numero di cellulare!» lo apostrofò duramente.

Un sorriso amaro e una scrollata di capo da parte di Mauro, fu la muta risposta che le fece capire di aver toccato un punto ancora molto dolente.

«Vivi da solo a Roma?» le chiese allora.

«Non sempre.»

«Non sempre?»

Mauro sospirò. «Ho una storia con una stagista del ministero», rispose abbassando il capo, quasi avesse a vergognarsene.

«Le stagiste sono ragazze molto giovani, sbaglio?»

«Eleonora… ha ventotto anni», rispose con un lieve tentennamento.

«Potrebbe essere tua figlia! Il vecchio e la bambina!» commentò sprezzante.

A quel punto l’abbacchiato Mauro ritrovò l’antica baldanza. «Il toy boy che hai sposato, quanti anni ha?»

«Non dire scemenze!  Lo sai benissimo che Livio ha quarant’anni», sbottò Vanessa.

«E tu, quanti ne hai tu? Trentotto?»

«Vai al diavolo, Mauro!» ringhiò allungando il passo.

Mauro fece altrettanto e la affiancò. «Va bene, finiamola. Stabiliamo una tregua, ti va?»

Vanessa si arrestò e, dedicandogli uno sguardo obliquo, rispose: «Sarebbe buona cosa!» Riprese a camminare e aggiunse: «Se non vuoi che ti prenda a borsettate!»

Mauro provò a restare serio, ma dopo poco scoppiò in una fragorosa risata, trascinando al riso anche l’accigliata Vanessa.

Mentre camminavano Mauro spiegava a Vanessa cosa comportasse l’impiego da consulente presso il ministero.  «… Sono stanco, riposiamoci un po’», disse alla fine. Indicò l’insegna di un caffè poco più avanti. «Ti va un caffè?»

«Ne ho presi due prima di uscire.»

«Beh, prenderai qualcos’altro… Allora?»

«Andiamo», rispose con un sospiro.

 

Il locale era lungo e stretto, sul fondo dei divanetti a ferro di cavallo disegnavano un angolino davvero molto intimo. Mauro e Vanessa si accomodarono su uno di questi. Quando il cameriere passò per le ordinazioni, Vanessa, stupendo Mauro, prese il suo terzo caffè; mentre lui ordinò una camomilla e una bottiglia di acqua minerale da mezzo litro.

«Perché sorridi?» le chiese quando il cameriere se ne fu andato.

«Non mi sarei mai aspettata di vederti ordinare una camomilla.»

«Te l’ho ben detto che l’aria dei ministeri ti fa invecchiare. E a i vecchi, superalcolici e caffè, se non proibiti sono perlomeno sconsigliati.»

Vanessa s’imbrunì. «Dov’è finito il Mauro che, appena due anni fa, diceva di sentirsi un leone?»

«Quel Mauro non esiste più… ha lasciato la pelle del leone ai piedi del tuo letto e…»

«Ti prego, Mauro», lo interruppe accorata.

Mauro alzò le mani. «Come vuoi, mi taccio!»

Vanessa, vedendo il cameriere venire verso di loro con le ordinazioni, si limitò ad annuire.

 

«Perché mi guardi?» domandò Vanessa, accorgendosi che Mauro la fissava mentre sorseggiava il caffè.

«Adoro guardarti… durante le nostre colazioni, mi nutrivo del tuo sguardo. Rammenti?», rispose con trasporto.

Vanessa emise un leggero sbuffo. Poi indurì lo sguardo. «Scordatelo!»

«Scordarmi, cosa?»

«Non finiremo a letto… non oggi!»

Mauro sorrise tristemente. «Non era nelle mie intenzioni. Non sono venuto per questo.»

«Ecco, appunto: non ho ancora ben capito questa tua urgenza d’incontrarmi. C’è qualche motivo particolare?»

Mauro si strinse nelle spalle. «Nessun motivo. Avevo voglia di vederti.»

«Tutto qui?»

«Tutto qui!»

Vanessa lo guardò incredula. «Tu sei pazzo, lo sai, vero?»

«Sì, lo so: sono pazzo… di te!»

Vanessa non riuscì a trattenere un moto di riso. «Un ragazzino, questo sembri: un ragazzino settantenne, che fa la corte a una vecchia amica.»

«Non hai detto niente di straordinario, sai?» fece Mauro, sorridendo. «Questo siamo stati: due ragazzini capricciosi che si sono amati, traditi, lasciati, rimessi insieme per tradire chi ci era accanto; in un vorticoso prenderci e lasciarci per più di cinquant’anni. Eppure questo modo di concepire il nostro rapporto, con leggerezza, da ragazzini incoscienti, ci ha permesso di vivere i nostri momenti d’amore con entusiasmo, senza subire le ingiurie del tempo.»

Gli parve che Vanessa, mentre lo ascoltava, annuisse inconsciamente; e questo gli fu di conforto. «Nulla e cambiato, è inutile fingere, Vanessa, ci amiamo ancora come due ragazzini; come la prima volta, come sempre», aggiunse allora con trasporto.

Vanessa si scosse dal torpore nel quale l’avevano costretta , oltre al tono avvolgente e pastoso, le frasi sincere e accorate di Mauro. «Se le cose stanno come dici: perché due anni fa sei scappato a Roma?»

Mauro allargò le braccia, inarcò le sopracciglia e rispose, sorprendendola: «Ero geloso di Livio!»

«Questa poi!» sbottò Vanessa. «Non avevi mai ammesso di essere geloso; eppure Livio non è stato il primo uomo che mi sono portata a letto.»

«Con gli altri era diverso.»

«Diverso. In che senso diverso?»

«Vedi, Vanessa,» esordì accarezzando la mano che lei teneva appoggiata sul tavolo. «Gli altri uomini, tutti gli altri, come del resto lo sono state per me le altre donne, erano solo un intermezzo tra un litigio e una riappacificazione. Livio, lo hai sposato…»

Vanessa tolse repentinamente la mano dal tavolo. «L’ho sposato cinque anni fa, eppure per tre anni abbiamo continuato a vederci, come con gli altri uomini, con gli “intermezzi”, come li chiami tu», lo interruppe incredula.

«Sì, ma gli altri, prima o poi li avresti lasciati al loro destino, ne ero certo!» obiettò Mauro. «Livio, invece, non te lo sei soltanto portato a letto, lo hai pure sposato; e questo non lo potevo accettare! Ogni volta che dopo una notte d’amore tornavi da lui, Il dubbio mi divorava.»

«Quale dubbio?»

Mauro trasse un profondo sospiro. «Il dubbio che lo amassi più di quanto amassi me.» Scosse il capo. «No, questo non potevo concederglielo. Così, invece che combattere una battaglia data per persa; ho deciso di tagliere di netto, di andarmene lontano per dimenticarti.»

Vanessa lo fissò incredula. «Tu sei pazzo!» sentenziò alla fine.

L’allarme dell’orologio sancì una pausa. «Le dieci, devo prendere le medicine», annunciò Mauro, premendo il pulsante per silenziare l’allarme.

«Cosa sono?» chiese incuriosita Vanessa, vedendolo trarre dalla giacca un piccola tabacchiera in argento.

«Pillole», rispose. Aprì la tabacchiera, ne trasse due minuscole pillole le posò sul palmo e, prima di chiudere la mano,  gliele mostrò velocemente. «Me le ha consigliate il mio medico curante», aggiunse mentre si versava l’acqua. Subito dopo le mise in bocca e ingollando l’acqua le mandò giù. Si accorse che Vanessa lo osservava con fare meditabondo. «Che ne diresti di avviarci?» le chiese allora.

Vanessa si scosse. «Sì… un attimo, dovrei andare in bagno.»

Nel frattempo Mauro prese lo scontrino e si recò alla cassa. Attese lì, guardando fuori dalla vetrina, riflettendo su quanto si erano detti e su quello che ci sarebbe stato ancora da sviscerare nel prosieguo della giornata.

Quando Vanessa lo raggiunse lasciarono il locale e si diressero in centro.

 

Sorridevano raccontandosi  i loro due anni perduti, sorridevano senza motivo, per non far trasparire quella malinconia di fondo che la voce non riusciva a celare; e a dire il vero, non ci riuscirono neanche per un momento ad ingannarsi vicendevolmente: neanche quando per mascherare un sorriso malinconico lo mutavano in risata aperta.

 

Si erano accomodati al tavolo di un caffè in Galleria per un aperitivo, quando l’allarme dell’orologio avvertì Mauro. «E’ ora di farsi un paio di pasticche!» ci scherzò su silenziando l’allarme. Trasse di tasca la tabacchiera d’argento prese due pillole, le pose sul tovagliolo e la rimise in tasca.

Questa volta Vanessa ebbe il tempo di osservarle bene - erano triangolari, di colore bianco screziato di verde - prima che Mauro le afferrasse per metterle in bocca e poi mandarle giù ingollando un bicchiere d’acqua.

Mentre posava il bicchiere vuoto sul tavolo, notò che Vanessa lo osservava accigliata. «Hai una faccia strana, cos’è che non va?» le chiese.

«Prima, al caffè, mi era parso che avessero qualcosa di familiare, le tue pillole… Quando me ne avresti parlato?»

«Ero venuto per parlare di noi, non di un paio di pillole come tante altre, dopo due anni che non ci incontravamo», rispose infastidito.

«Quelle pillole le prende anche mia madre… due ogni quattro ore, lei, a novantadue anni. Come consigliato dall’oncologo.»

«Mi spiace per tua madre, se lo avessi saputo…»

«Lascia perdere mia madre!» lo interruppe seccamente. «Il punto è un altro: quelle pillole servono a sopportare le fitte, e tu, a settantatre anni, sei già arrivato a due pillole ogni due ore!»

Mauro sospirò, stava per replicare ma Vanessa lo anticipò: «La verità, Mauro. Non ci siamo mai nascosto niente, neanche i tradimenti; sarebbe puerile farlo ora, su un argomento così scottante!»

«Hai ragione» mormorò in un sospiro desolato. Volse lo sguardo alla cupola della Galleria. «Ricordi? E’ qui che ci siamo conosciuti. Io stavo fotografando la cupola e tu, arrivando a spron battuto ridendo con le tue amiche mi sei venuta addosso...»

«Mauro!» esclamò picchiando un pugno sul tavolo che fece traballare i bicchieri. «Lo so benissimo come ci siamo conosciuti. Voglio la verità, ora! O mi alzo e me ne vado!» il tono era duro, grave, ultimativo.

Mauro inspirò profondamente. «Sei mesi», rispose esalandolo. Afferrò con rabbia il bicchiere dell’aperitivo, lo ingollò e mentre lo posava sul tavolo precisò, rassegnato: «Giorno più, giorno meno».

«Mio Dio», fece Vanessa, portandosi una mano davanti alla bocca. «Da quanto tempo?»

«Un anno. Maligno. Inoperabile», scandì Mauro. Si strinse nelle spalle. «Così è la vita! Non te lo avrei mai detto. Il nostro ultimo incontro, meritava un finale migliore. Avevo immaginato che ci saremmo lasciati abbracciandoci, dandoci appuntamento tra altri due anni… allora, pur consapevole che non sarei arrivato nemmeno all’anno prossimo, mi sarebbe rimasto il ricordo del tuo sguardo sereno… Va beh! E’ andata così, mi spiace, Vanessa. A questo punto, è meglio salutarci ora, senza farci dell’altro inutile male.»

«Non se ne parla!» saltò su Vanessa. «Dovevamo stare insieme fino a sera, e così faremo. Dimenticandoci del domani, renderemo questo nostro giorno perfetto.»

«Non ci si può dimenticare del domani», obiettò Mauro.

«Sì che si può! Vivremo quel che rimane di questo giorno, come se fosse ieri, quando né io né tu conoscevamo l’oggi», ribatté alzandosi da tavola. «Mi è venuta fame, andiamo», concluse, forzando un sorriso mentre allungava la mano.

Mauro gliela strinse. «Ti amo come non ho mai amato, Vanessa», le confessò con enfasi, alzandosi.

«Lo so… ti amo anch’io, Mauro», mormorò con voce rotta dalla commozione, trascinandolo via.

 

Durante il pranzo, rammentando i loro giorni d’amore riuscirono a scacciare i cattivi pensieri. Si erano imposti di vivere l’oggi come se fosse ieri e, applicando alla lettera l’empirico metodo ideato da Vanessa, raccontandosi piccole verità fino ad allora nascoste, non per dolo ma per dimenticanza, v’è da dire che ci riuscirono alla grande.

Erano ormai a fine pranzo quando il cellulare che Vanessa teneva sul tavolo emise due brevi rintocchi. «Un messaggio da parte di Livio», annunciò guardando il display. «Dice che ha appena effettuato il ceck-in e che il volo partirà in orario.»

«Dov’è diretto?»

«Los Angeles», rispose Vanessa. Vide gli angoli della bocca di Mauro piegarsi in un sorrisetto malizioso e precisò: «Per lavoro!»

Mauro alzò le mani. «Nessuna insinuazione da parte mia.»

«Se, come no», fece lei, ridendo di gusto.

«Da quando ci siamo lasciati, ne ha fatta di strada il tuo “ragazzo”», commentò con un filo di sarcasmo Mauro.

«Livio è un manager molto apprezzato», confermò Vanessa facendosi seria.

«Nel suo campo sarà pure il migliore…» indicò con l’indice il display del cellulare, «ma in amore, scusa se mi permetto, è una vera frana!»

«Ti riferisci al messaggio asciutto, privo di smancerie?»

«Non mi riferisco a quanto ha scritto che, tra parentesi, non avendo letto il messaggio nemmeno conosco. Ma ai messaggi in generale. Ci potresti scrivere le frasi più struggenti, emozionanti, eccitanti e inviarle all’amata, su quel “coso”, ma vuoi mettere l’emozione che ti procura aprire una busta, stringere tra le dita una lettera che profuma di lui, carpire ogni sua emozione dal tratto calligrafico… no, nessun supporto tecnologico saprà mai trasmettere il giusto valore di un amore.»

«Guarda che è in aeroporto, non seduto dietro una scrivania. Come poteva organizzarsi, trovare il tempo di scrivere una lettera; che poi, se vogliamo essere seri, sarebbe giunta a destinazione quando la lui sarebbe già tornato?»

Mauro non si fece cogliere impreparato. «Invece che scrivere, avrebbe perlomeno dovuto chiamarti; per farti comprendere, dal tono e dalle parole, che una volta uscite di bocca non puoi abbellire e correggere prima di schiacciare il tasto invio, quanto gli peserà starti lontano.»

Vanessa si strinse nelle spalle. «Che vuoi che ti dica: al giorno d’oggi, in questo mondo che corre a una velocità insostenibile per chiunque, anche l’amore si è dovuto adattare, per non essere travolto, lasciato indietro.»

Mauro scosse sconsolato il capo. «Povero mondo, poveri noi. Dov’è finito il vero romanticismo?»

«Nei nostri vecchi cuori, Mauro», rispose in un sospiro. «Nelle lettere che mi hai scritto… che nei momenti tristi vado a rileggermi per tirarmi un po’ su.»

«Come faccio io…» sospirò. «con le tue, Vanessa», concluse commuovendosi.

Vanessa allungando entrambe le mani andò a stringere quelle che Mauro teneva appoggiate sul tavolo. «Ti amo», mormorò.

Mauro aprì la bocca, stava per replicare ma la commozione non glielo permise; allora si limitò ad annuire.

 

«Che ora abbiamo fatto?» chiese Vanessa quando uscirono dal ristorante.

«Un Quarto alle tre», rispose Mauro. «Abbiamo ancora cinque ore buone, tutte per noi.»

«Ora cosa prevede il programma?»

Mauro sorrise. «Il programma prevedeva un lungo pellegrinaggio per le vie e luoghi dove ci siamo amati. Ma, ad essere sincero, la stanchezza sta prendendo il sopravvento sul legittimo desiderio di cavalcare il ricordo di indimenticabili momenti.»

«E allora, cosa vuoi fare: arrenderti?»

«Temo di sì…» sospirò, «purtroppo, il corpo non riesce più a stare al passo con la mente.»

Un’ammissione d’impotenza di fronte al male e allo scorrere del tempo, i due nemici invincibili contro cui stava perdendo la sua personale guerra, che finì per intristire Vanessa.

Mauro lo notò, avrebbe voluto reagire, dirle che aveva ritrovato le forze, che era pronto a correre insieme a lei da una parte all’altra della città per ricordare insieme i momenti esaltanti di un amore che voleva vincere le ingiurie del tempo e l’aggressivo, muto dolore di un male che lo stava divorando dall’interno. Avrebbe voluto, ma consapevole di non potercela fare, ripiegò su un obiettivo più a portata di mano. «Sediamoci fuori da un caffè… non è un granché come alternativa; un ripiego, ma in fondo, quel che conta veramente per me, è averti vicino.»

«Ho una proposta migliore», ribatté prontamente Vanessa, sorprendendolo. «Andiamo a casa mia. Così ti potrai riposare.»

«Uhm, solo riposare?» fece Mauro, alzando un sopracciglio.

«Niente secondi fini. Lo giuro!» rispose ridendo e portando la mano sul cuore. «Prendiamo un taxi», aggiunse, e senza lasciare a Mauro il tempo di replicare si avviò in direzione del parcheggio delle macchine bianche.

 

«Da quando siete venuti ad abitare qui?» domandò Mauro, guardando la città che si stendeva ai suoi piedi dall’ampia portafinestra dell’attico, sito in una delle due torri del Bosco verticale.

«Poco più di un anno. Sei un amante del verde, dovrebbe piacerti.»

Mauro si limitò ad arricciare le labbra.

«Cos’è quell’espressione? Non ti piacciano più i boschi delle tue “amate” montagne?»

«Moltissimo! Il punto è un altro: mi piace la casa nel bosco, in mezzo ai monti; un bosco che cresce sulle pareti di un grattacielo, mi pare un controsenso. Come ti è venuto in mente di vendere la graziosa villa Liberty per comprare ‘sto popò di attico?»

«Non l’ho venduta, l’ho solamente affittata. E l’appartamento non è né mio né di Livio. L’ha preso in locazione: dice che il suo lavoro richiede un luogo adeguato.»

«Adeguato a cosa?» chiese incuriosito Mauro mentre faceva scorrere la mano sul lucidissimo piano di una consolle (l’ambiente era arredato con mobili moderni assemblati con pannelli di Medium density laccati al poliestere: di design, come si suole dire per valorizzarne perlomeno il disegno, e il relativo costo abbastanza alto).

«A ricevere amministratori e dirigenti delle aziende con cui ha rapporti di lavoro. Livio dice che risiedere qui, ti qualifica come businessman affidabile.»

«E bravo il nostro “ragazzino”, non lo facevo così sveglio», commentò tra l’ironico e lo stupito.

Indicò la ragazza bionda ritratta all’interno di una fotografia di gruppo posata sulla consolle. «Chi è?» la fotografia, dentro una cornice d’argento, ritraeva Livio seduto dietro la scrivania accanto ai suoi collaboratori.

«La sua segretaria. Una vera “macchina da guerra”.»

«Una cosa?»

«Una con le palle. Livio l’ammira. Non chiuderebbe nessun contratto senza consultarsi prima con lei.»

«Uhm», fece Mauro, lisciandosi il mento. «Di’ un po’: se la sarà mica portata anche a Los Angeles.»

Vanessa sorrise. «Quel gesto inequivocabile, lo conosco benissimo. So cosa stai pensando, e la risposta è… non lo so se sono amanti! E, sinceramente, il fatto non mi tange. Facciano un po’ quello che vogliono. Anche se sono convinta che no, non sono amanti: Livio me ne avrebbe parlato.»

«Ora comprendo perché ti ha scritto un messaggio in tutta fretta: dovendo intrattenere la giovane amante bionda, non aveva tempo da sprecare con te!» concluse acido Mauro.

«Sai essere inutilmente offensivo!» sbottò risentita Vanessa.

«Hai ragione, scusami», ribatté contrito. «E’ colpa della gelosia.»

Vanessa non riuscì a trattenere una gran risata. «Tu, geloso! Ma fammi il piacere, non ci crederei neanche se ti svenassi in ginocchio davanti a me.»

«Sì, sono geloso, ma non perché te lo porti a letto. Ma perché si sta prendendo tutti gli spazi che non avevi concesso ad altri, se non a me!»

«Di quali spazi parli?»

Mauro si accomodò sul divano (un Cassina Maralunga in pelle marrone, pezzo di culto dell’arredamento di design degli anni ottanta). «Mi hai appena detto che se dovesse tradirti, te lo direbbe; come ho sempre fatto io. I tuoi di tradimenti, già glieli confessi, come facevi con me… cosa gli manca ancora per rispecchiare il nostro “particolare” rapporto d’amore?»

«Non lo so, dimmelo tu?» domandò incuriosita, accomodandosi accanto.

«Allora vediamo:» fece Mauro, sfiorandole la guancia con il dorso dell’indice e del medio,

«dovrebbe lasciarti e poi tornare con te… e lo stesso dovresti fare tu… poi… poi mancherebbe davvero poco; ma questa, temo che sarebbe la parte più difficile per lui.»

«Quale parte?» lo esortò ad esprimersi, inserendosi in una breve pausa.

«Sarà difficile che ci riesca», rispose, tacendosi subito dopo.

«Dai! Non tenermi sulle spine!» lo spronò ridendo, afferrandolo per la manica della giacca e scuotendolo.

Mauro sospirò. «E va bene: per uno abituato a inviare SMS, scrivere lettere valide come un testamento d’amore olografo, da conservare con la cura dovuta a un atto notarile e rileggere nei momenti di sconforto; lo trovo molto difficile… oserei affermare: impossibile!»

Vanessa stava per ribattere, ma la donna di servizio, chiamandola dalla porta del salone, la fece voltare. «Scusa un momento, vado di là cinque minuti», disse alzandosi dal divano.

«Vai pure, intanto, se posso, mi sdraio un po’», rispose Mauro.

«Fai pure come se fossi a casa tua», e se ne andò.

 

Vanessa tornò dopo dieci minuti, vide che si era addormentato e, in silenzio, se ne tornò in cucina.

 

Quando riaprì gli occhi, uno stupendo tramonto cremisi aveva incendiato lo skyline della città. «Che ore sono?» si domandò tirandosi su.

«Quasi le otto», udì alle sue spalle. Si volse e vide Vanessa seduta in poltrona con un libro in mano.

«E’ ora d’andare», annunciò in un sospiro, alzandosi dal divano.

Vanessa posò il libro sul bracciolo della poltrona e gli si fece incontro. «Resta con me, Mauro», mormorò con trasporto. Si fermò di fronte a lui. «Ho fatto apparecchiare per due; resta almeno a cena.»

«Non posso, ho il treno alle nove.»

«Non sarebbe il primo treno che perdi per stare con me», osservò Vanessa.

Mauro ci pensò su. «E’ l’ultima corsa, dovrei dormire in albergo e…»

«L’invito non era solo per la cena», lo interruppe Vanessa.

«Ci sarà anche un dopocena?» domandò sorridendo sornione.

«Un dopocena molto piacevole», confermò Vanessa.

«Lo sai che non rinuncerei per nulla al mondo, ai tuoi gustosi dopocena», commentò cingendola in vita e tirandola a sé. «Posso prendermi un aperitivo?» sussurrò avvicinando la bocca alle labbra di lei.

«Anche due…» gli scoccò un bacio, «o tre…» lo baciò nuovamente, «o quanti ne desideri», concluse guardandolo con occhi persi. E Mauro cominciò col prendersi un lungo e profondo bacio, rimandando il resto al gustoso dopocena.

 

Finirono di cenare alle nove, poi si accomodarono in salotto. La donna di servizio servì il caffè per Vanessa, la camomilla per Mauro, poi li salutò e se ne andò a casa.

Dopo aver conversato piacevolmente, poco prima delle dieci Vanessa prese per mano Mauro e lo trascinò in camera. «Se lo avessi saputo, mi sarei portato almeno il pigiama», commentò mentre percorrevano il corridoio della zona notte.

Vanessa si volse. «Abbiamo sempre e soltanto indossato null’altro che il desiderio, dentro il letto», gli rammentò vogliosa.

Mauro sorrise. «Me ne ero scordato!» disse, battendosi la fronte con il palmo della mano.

Vanessa rovesciò la testa all’indietro e rise di gusto mentre apriva la porta della camera.

 

«Dunque, questo sarebbe il letto dell’amore», esordì Mauro tastando la consistenza del materasso. «Da che parte dorme Livio?» domandò poi.

«Da nessuna parte!» rispose lapidaria. «Dorme nella sua camera.»

Mauro la guardò stranito, incredulo.

«E’ così, Mauro. Non te l’ho mai confessato, ma tu sei l’unico uomo che ha dormito nel mio letto.»

Mauro stava per ribattere, ma Vanessa, intuendo dove volesse andare a parare, lo anticipò: «Non sto dicendo che non ci faccio l’amore, quello no».

«Volevo ben dire. Mi stava prendendo un colpo!» esclamò Mauro, appoggiandosi al muro e fingendo un malore.

«Non fare lo stupidotto», lo redarguì ironicamente Vanessa tirandolo a sé.

«Riuscirà Livio a conquistare anche questo spazio, a dormire nel letto della principessa almeno una notte?» domandò Mauro, indicando il letto con lo sguardo.

«Io credo di no, tu cosa dici?»

Mauro ci pensò. «Credo che se vorrà prendersi tutti i miei spazi, ci dovrà provare.»

«Non farti venire il mal di testa cercando di prevedere come andrà con Livio. Se anche dovesse prendersi tutti gli spazi, plagiare tutti i tuoi comportamenti… c’è un posto qui», indicò con l’indice il cuore, « e pure qua dentro», portò l’indice sulla fronte, «che non riuscirà mai a violare.»

Mauro s’immalinconì. «Ti ringrazio, Vanessa, quello che hai appena detto, è molto importante per me; mi aiuterà a superare i momenti duri che mi attendono.»

«Eravamo d’accordo di vivere l’oggi come fosse ieri, senza pensare al domani», gli rammentò con voce increspata.

«Hai ragione, scusami.»

«Spogliati… spogliati e fammi sentire ancora una volta la donna di ieri», mormorò Vanessa mentre iniziava a sbottonarsi la camicetta di seta color ottanio.

 

Nuda, in piedi accanto al letto, osservava con fare preoccupato Mauro che, anch’esso nudo dal lato opposto guardava lei con tutt’altro impegno.

“Mio Dio com’è magro, sembra essersi rimpicciolito”, pensava Vanessa, scorrendo gli occhi su quel corpo, un tempo prestante e ora sfregiato dal male, a lungo frequentato. Stava chiedendosi se il sesso potesse nuocergli, quando l’occhio cadde sul membro turgido: una robusta erezione la convinse ad accettare il rischio. Non perché sentisse un impellente bisogno di portarselo a letto, ma perché aveva capito che in quel momento, era quello che lui più desiderava, e un rifiuto gli avrebbe fatto molto più male.

“Sei sempre bellissima, Vanessa”, pensava nel mentre Marco, divorandola con lo sguardo. Le forme più opulente, comunque sempre toniche, certificavano che aveva messo su un paio di chili, e questo la rese ancor più attraente ai suoi occhi; il mogano dei capelli non poteva essere il suo colore naturale, ma quella civettuola strisciolina di pelo pubico sapientemente rasato ai lati, lo ricordava benissimo. “Non c’è trucco e non c’è inganno”, pensò sorridendo.

Vanessa si sdraiò sul letto, allargò le braccia. «Vieni, la tua donna di ieri, di oggi, di sempre, ti desidera», mormorò vogliosa.

«Eccomi, amore», sussurrò stendendosi accanto.

E fu amore, intenso come ieri, goduto come se non ci fosse un domani.

 

«Non ti preoccupare, non è colpa tua. E’ così tutte le notti. E’ una carogna che si diverte a non lasciarmi dormire», la rassicurò con fare dolente, accarezzando lo sguardo apprensivo di Vanessa.

Le fitte si erano presentate all’improvviso, dolorosissime fin da subito, poco prima di mezzanotte.

Vanessa, stesa accanto a lui, trascorse l’intera notte ad asciugargli il sudore. Era quasi l’alba quando, vinta dalla stanchezza, si addormentò.

 

«Mauro», mormorò svegliandosi. «Mauro», ripeté alzando il tono. Temendo il peggio spalancò gli occhi spaventata, volse lo sguardo alla sua sinistra e… il letto era vuoto. «Mauro! Mauro!» chiamò mentre indossava la vestaglia. «Dove sei, Mauro!» L’occhio le cadde sul comò. «E questo?» fece, prendendo il biglietto: era una pagina che Marco aveva strappato dall’agendina che aveva con sé.

Cercò gli occhiali da lettura, li inforcò e lesse: «Scusa se me ne sono andato senza salutarti. Hai trascorso la notte prendendoti cura di questo rottame, dormivi così bene, che non ho trovato il coraggio di svegliarti. E’ stato stupendo, mi hai regalato qualcosa di veramente bello; amandoci come ieri, come sempre, ci resterà il ricordo di quest’ultimo, travolgente incontro. Credo che sia la giusta conclusione di una grande storia d’amore, lunga mezzo secolo! Ti amo come non ho mai amato, Vanessa. Addio, mia adorabile crocerossina, ti auguro un mare di felicità».

Strinse il biglietto sul cuore, guardò fuori dalla finestra: il tempo malinconicamente uggioso la rattristò ulteriormente. Uscì dalla camera e si recò nel salone. Scelse un brano, lo inserì nello stereo, si stese sulla chaise longue  con il biglietto stretto al cuore; la musica iniziò a uscire dagli altoparlanti, seguita dalle parole: «Certo ci fu qualche tempesta, anni d’amore alla follia. Mille volte tu dicesti basta, mille volte io me ne andai via…» Era il brano: La canzone dei vecchi amanti, interpretata da Franco Battiato; brano che da quasi un anno, quando la solitudine la faceva da padrona era solita ascoltare.

«… Bisogna pur passare il tempo, bisogna pur che il corpo esulti, ma c’è voluto del talento, per invecchiare senza diventare adulti…» cantava con gli occhi umidi, in una specie di singhiozzante karaoke. «… mio amore mio dolce mio meraviglioso amore, dall’alba chiara finché il giorno muore, ti amo ancora sai ti amo…» e mentre copiose lacrime tracimando scendevano lungo le gote, continuò fino alla conclusione del brano.

 

                                                                 FINE      

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L'AUTORE Vecchio Mara

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