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Storto

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Rubrus

pubblicato il 2020-07-27 15:09:25


Storto era un tipo freddo. Per questo, d’estate, ce lo tenevamo accanto.
Suo padre, negli anni ’60, aveva lasciato il paese andandosene al Nord, da dove, ogni anno, riportava questo strano figlio dagli occhi grigi e freddi come certe giornate di nebbia. 
Lo chiamavamo Storto perché aveva un sorriso sghembo che sembrava disegnargli una cicatrice sul viso pallido. Pur non essendo velocissimo, era imbattibile nel contropiede e, quando si giocava a dama o a Monopoli non c’era modo di vincerlo. Gli piaceva nuotare e penso che fosse contento di trascorrere le vacanze da sua nonna, in una vecchia casa accanto all’ansa del fiume, dove, anche d’estate, si formava sempre un po’ di nebbia, al mattino, come un ricordo dell’inverno trascorso o un presagio di quelli a venire. 
Quando urlavamo e schiamazzavamo, tuffandoci dalla rupe fino a farci maledire dai contadini che pisolavano sotto il sole d’agosto, lui stava zitto, nuotando con lunghe, eleganti bracciate nell’acqua gelida, come se l’estate non lo scaldasse e il fiume non lo facesse rabbrividire. Quando rubavamo le susine dal podere del Gori, lui faceva da palo, lanciando un lungo, sibilante fischio molto prima che il vecchio apparisse dalla curva. Quando sciamavamo tra le strade del paese, la sua bici pareva accarezzare appena i ciottoli della piazza, mentre le nostre cigolavano e sferragliavano come treni in corsa su binari sgangherati. Quando si cantava e si rideva al fuoco dei falò, la sua voce non si sentiva, come se Storto si limitasse a muovere le labbra nella luce incerta delle fiamme.
Non ricordo di averlo mai visto con un ginocchio sbucciato, o un pantalone strappato, o una macchia sulle magliette chiare che indossava.
Lo invidiavamo, per questo e, segretamente, lo temevamo, ma ce lo tenevamo accanto, un po’ come certi vecchi del paese, quando andavano nei campi, usavano portarsi dietro un coltello o un bastone. 
Credevamo che sarebbe andata avanti così per sempre e, forse, sarebbe successo davvero se non fosse stato per Angela.
Angela era la sorella di Tornado (avevamo tutti dei soprannomi, più o meno altisonanti, solo Storto era Storto e basta) e, dato che tutti quanti eravamo più o meno coetanei, era già donna mentre noi eravamo ancora bambini.
Si era presa una cotta per Storto, forse per quella strana, misteriosa legge che regola i rapporti umani e in base alla quale ci leghiamo a ciò che non possiamo raggiungere…e forse proprio per questo. 
Io lo capii per primo. La vedevo unirsi alle nostre scorribande più spesso di quanto mai avesse fatto e, soprattutto, la osservavo mentre, credendo di non essere vista, guardava il corpo seminudo e pallido di Storto, con quella pelle che si arrossava e si spellava senza volersi abbronzare.
Compresi subito ciò che stava accadendo, forse grazie a quell’istinto che andava svegliandosi ed a causa del quale, ora, consideravo con un misto di paura e curiosità quelle che, fino a pochi mesi prima, avevo deriso come “smancerie”.
Anche gli altri del gruppo (Rock, Bomba, Rambo, Senna, Fulmine) ridevano e prendevano in giro Angela finché lei non afferrava uno zoccolo e glie lo tirava dietro per poi andare a rifugiarsi tra le canne dove, intuivo con un crampo gelido che mi strizzava le budella, piangeva.
Storto non diceva niente, limitandosi, il più delle volte, a osservare la scena dall’ombra cangiante di una robinia sotto la quale si rifugiava per non scottarsi.
Nessuno prendeva in giro lui, anche se Rock e Bomba qualche volta ci provarono (Bomba, credo, nel tentativo di fornire alla banda, per gli scherzi, un bersaglio diverso dalla sua adipe debordante).
Storto non dava soddisfazione. Si esibiva nel suo solito sorriso e ci sfidava per vedere chi, nuotando, arrivava più vicino al vortice, nella consapevolezza di uscirne vincitore. Credo che tutti sapessimo che se c’era uno in grado di affrontare il gorgo e uscirne era lui e, per questo, non accettavamo mai. 
Ben presto anche i genitori di Angela si accorsero di quel che stava succedendo.
Un giorno la vidi arrivare scarmigliata, in ritardo rispetto al solito orario, con segni rossi in viso che non erano causati solo dal caldo. Era quel tipo di rosso che non diventa bronzeo, ma viola. 
Tornado non disse niente. Era abbastanza grande da capire quel che stava accadendo, abbastanza fratello da solidarizzare con Angela, abbastanza bambino da pensare che, in fondo, i suoi genitori avevano ragione, o che dovevano averla.  
Angela non si fece più vedere, anche se tutti noi ne intuivamo la presenza, dietro la curva, o nell’ombra dall’altra parte della piazza, o nella macchia infestata dalle zanzare.
Una volta Tornado, dopo che Storto aveva vinto l’ennesima partita di Monopoli, si alzò di scatto, scaraventò via il tabellone del gioco e colpì Storto al volto. Storto cadde all’indietro, senza un gemito, appoggiando i palmi delle mani per terra, come per non volersi sporcare la camicia. Sapevo che cosa stava pensando Tornado; non era difficile, visto che Tornado era la testa più calda del gruppo e, per questo, la più prevedibile. Era qualcosa come «sta' lontano da mia sorella». Ovviamente non aveva senso: Storto sarebbe stato più che volentieri lontano da Angela. 
E tuttavia avrei voluto che Tornado pestasse Storto a sangue. Non era solo perché, in qualche, inconfessabile modo, avrei voluto io essere al posto di Storto (non avevo fantasticato, forse, di cingere le spalle di Angela con un braccio, mentre lei piangeva nel canneto?), ma perché sentivo che tutta la faccenda era fuori posto. 
Diamine, quella, anche se ci si poteva ridere sopra (ma erano risate superficiali come le pulci d’acqua che solcavano lo specchio tranquillo del fiume), quella era una storia che avrebbe dovuto essere buona, come e più delle ragazzate che riempivano i pomeriggi. 
Invece tutto stava andando per il verso sbagliato. 
Storto si pulì le mani, liberandole dalla polvere, e si strofinò il labbro dal quale scendeva appena un filo di sangue. Era la prima volta che, quando ci pestavamo, usciva del sangue. Sapevamo che succede così quando a picchiarsi erano gli adulti, ma tra noi non era mai successo e questo era segno che qualcosa stava per succedere. Qualcosa di brutto. Se ne percepivano le avvisaglie, come l’odore dell’ozono nell’aria all’avvicinarsi del temporale. Storto guardò il sangue con curiosità, come se non sentisse dolore, e più che mai il suo ghigno ci ricordò l’ansa del fiume, appena oltre la quale il gorgo inghiottiva tronchi, rami e carcasse d’animali.
Si alzò con un gesto elastico, scrollandosi l’ultima polvere dal fondo dei pantaloni e, sempre sorridendo, ci salutò con cenno quasi impercettibile del capo, allontanandosi.
Non si unì più a noi. 
A volte, passando sotto casa sua, lo vedevamo affacciato alla finestra del secondo piano, sopra la cannicciata che copriva il pollaio ormai abbandonato. 
Sapevamo che quella era la sua camera e, a volte, alzavamo una mano in segno di saluto. Lui rispondeva sempre, ma non scendeva mai. Capimmo che andava a nuotare in altri orari, dopo che noi ce ne eravamo andati.
Angela, invece, non si allontanò.
I suoi le avevano trovato un lavoretto nella merceria del paese, per levarle i grilli dalla testa, dicevano, ma chiunque la osservasse indovinava, sotto l’abbronzatura che, nel buio del negozio aveva una patina stantia, il mulinare di pensieri più vorticosi della corrente del fiume.
Noi proseguivamo la solita vita: Rock continuava a torturare i successi dell’estate esibendosi in concerti di strida e urla, Bomba s’abboffava con pantagrueliche merende, Senna sfrecciava per i calanchi a bordo della sua nuova, lucidissima bici, Rambo si sfiancava in serie sempre più lunghe di flessioni, Tornado tormentava gli adulti con scherzi sempre più elaborati, Fulmine sfidava tutti in gare di corsa che invariabilmente vinceva… e io cercavo di sentire il rombo lontano dei tuoni, appena oltre la linea dell’orizzonte, temendo lo scoppio del temporale.
Accadde verso la fine dell’estate, che è il tempo giusto per concludere tutte le storie.
 
Io non c’ero, ma mi sembra di vedere Angela che sgattaiola nottetempo fuori dal suo letto, indossa le scarpe da tennis perché gli zoccoli fanno rumore e, dopo lunghi respiri trattenuti e attese che sembrano infinite, esce di casa. 
Mi sembra di vederla mentre percorre le strade deserte di campagna, nella notte afosa sotto la luna che sembra un pallone pieno di gas rossastri, e si dirige verso la casa accanto all’ansa del fiume.
Mi sembra anche di vedere Storto che forse dorme e forse no, nella sua stanza sopra il vecchio pollaio, con tutte le sue cose riposte ordinatamente (e, d’improvviso, mi viene in mente che anche questo è storto, che la camera di un ragazzo dovrebbe essere un parapiglia di oggetti disseminati per ogni dove, come un tempio per gli dei del caos).
Vedo Angela che si avvicina al pollaio (sa che la nonna di Storto ha smesso anni fa di allevare galline, ma il timore è forte e quasi rinuncerebbe, il desiderio però è ancora più forte) e riesco a sentire lo stridore quasi assordante dei grilli, il gracidare delle rane che copre lo sciabordio tranquillo del fiume, il verso di qualche raro uccello notturno. 
La vedo mentre, cautamente, afferra un mastello e lo rovescia, poi si aggrappa alle assi del pollaio e sale sulla cannicciata che funge da tetto.
Riesco persino a sentire il crepitio delle canne che si rompono, un istante prima che, senza un grido, Angela precipiti a terra.
 
Andammo a trovarla, appena i medici lo permisero, all’ospedale del capoluogo e guardammo i suoi capelli neri sparsi sul cuscino bianco come un misterioso tappeto tessuto a metà.
Guardammo i suoi occhi scuri e lucenti che si muovevano incessantemente dall’uno all’altro, come se in essi si fosse rifugiata tutta la vitalità, tutto il movimento del suo corpo che non si sarebbe mosso mai più.
Guardammo, leggemmo e capimmo e l’immagine ci rimase inchiodata in mente, nera, impalpabile e netta come le ombre scolpite da quel sole feroce.
 
L’avevamo ancora davanti agli occhi quando, qualche giorno dopo, uscimmo dal canneto e ci disponemmo in semicerchio alle spalle di Storto, che era andato al fiume per la sua nuotata quotidiana.
Rammento che si voltò appena, lentamente, come se non fosse sorpreso di vederci. E forse non lo era davvero.
Fu Tornado a parlare perché toccava a lui farlo, ma era come se la voce appartenesse ad un altro. O a tutti noi. 
«Vediamo quanto vicino riesci ad arrivare al gorgo» disse.
Storto sorrise con quel ghigno che conoscevamo così bene, salì sulla rupe, si chinò, piegò in quattro l’asciugamano, si fermò un attimo, col corpo bianco che si stagliava contro il cielo lattiginoso, e si gettò nell’acqua con un tuffo elegante.
Osservammo le sue braccia candide innalzarsi sopra il pelo dell’acqua, mantenendo inalterata la cadenza nonostante la corrente che si faceva più forte, e le onde che con crescente frequenza le sommergevano. 
Rimanemmo a guardare a lungo, molto a lungo, anche dopo che scomparvero del tutto.
 
È passato tanto tempo da allora e molte cose sono successe. O forse no. Forse, in qualche modo che non riesco a comprendere, tutto era già successo quell’estate. È solo accaduto dopo, se capite quel che voglio dire.    
Si può dire che Bomba si sia suicidato col cibo. Un giorno di qualche anno dopo, quando ormai aveva superato abbondantemente il quintale, stramazzò a terra mentre cercava di raggiungere la corriera che avrebbe dovuto portarlo all’università. Rammento il suo cadavere steso nella piazza del paese, con appena un filo di sangue che gli usciva dalla narice destra, i libri sparsi tutt’intorno e, tra essi, merendine e pizzette come se quello, anziché lo zaino di un laureando, fosse il cestino da merenda più grande del mondo.
Non so che fine abbia fatto Fulmine. Dicono che, un giorno, se ne sia andato per la sua solita corsa di allenamento sulle colline e non sia più tornato.
So invece che fine ha fatto Senna. Tra noi è quello che è diventato più famoso, anche se, ovviamente, col suo vero nome. Per parecchio tempo abbiamo seguito le sue imprese sulle piste di rally, anche se a bordo di un’auto, stavolta, e non di una bici. Credo che tutti, in qualche modo, sapessimo che non gli bastava, ma solo noi sapevamo perché si era fatto coinvolgere in corse notturne clandestine su strade secondarie, fino a schiantarsi contro un tiglio.
Rambo non è andato lontano. Ha impiantato un centro fitness vicino al paese e gli è andata anche bene, per qualche tempo, anche se non saprei dire se il disastro è stato causato dalla crisi del settore o dal fatto che Rambo si gonfiava di steroidi. Ora, dopo un paio d’infarti, ha problemi ad alzare il cucchiaio della minestra.
Rock agli steroidi ha preferito la coca. Ha fatto molto più in fretta ed è sottoterra da parecchio tempo.
Tornado accudisce ancora sua sorella Angela. Quando li vado a trovare leggo negli occhi di tutt’e due la stessa domanda: quando finirà. 
Io mi guardo intorno; annuso l’aria e cerco di evitare il temporale.
A volte, quando dormo sotto la luna che pare un pallone gonfio di gas velenosi, mi domando se per caso, quell’estate, non è davvero caduta su di noi una maledizione e se, una notte, come accade nei miei sogni, Storto busserà alla mia porta coi capelli pieni di alghe e un occhio mangiato dai pesci del fiume.
Allora mi sveglio di soprassalto e, dopo un paio di minuti, riesco a convincermi che è tutto un incubo, di quelli che tornano e tornano e tornano.
Non so se Storto fosse psicopatico, o sociopatico o solo timido, o se non provasse nulla per Angela oppure, semplicemente, se per lui il tempo delle “smancerie” era ancora lontano. 
Non lo saprò mai. Solo una cosa so. 
Tra noi tutti, solo Storto poteva superare il gorgo.

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L'AUTORE Rubrus

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Elisabeth il 2020-07-27 16:33:40
Racconto che ricordo benissimo, uno dei primi che lessi su net penso per casualità o curiosità verso il genere noir . Forse per la dinamica del gruppo, l'età dei protagonisti, l'ambientazione e la caratterizzazione dei personaggi credo di poter affermare -a gusto- che lo preferisco in assoluto a tutti gli altri tuoi letti finora. E' un racconto che resta. Buona estate.

Rubrus il 2020-08-04 09:14:15
Di questa storia, il cui tema è essenzialmente la crescita attraverso la perdita dell'innocenza, ci sono tre - o forse quattro - racconti. In questo il protagonista rifiuta il sentimento amoroso che costituisce un, o forse il, rito di passaggio tra infanzia e adolescenza, compie sostanzialmente la scelta di Ippolito e rimane vittima della hybris, ma rimane anche, in un certo senso, eternamente giovane. In "Girabuio" il protagonista compie una scelta di dominio e di controllo del sentimento amoroso, diventa sostanzialmente un manipolatore, ma non sfugge alla hybris. In "Crepuscolo" il protagonista accetta il sentimento, ma viene tradito, quindi l'evoluzione c'è, ma viene interrotta. In "Amori film e altri fantasmi"... be', l'ho pubblicato ora (anche se è un racconto vecchio).

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