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OFFLIGHTHINGS

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2020-07-01 12:35:35


 
 Molti esseri viventi hanno un’irrazionale paura del buio
Sbagliano. Non è irrazionale.
Doctor Who.
 
Drin mi annusò la mano, mi ficcò il naso sotto il palmo, ricevette la sua dose di carezze e, quando fu soddisfatto, si allontanò.
«Si ricorda che sei stato tu ha trovarlo» disse zia Lina mentre il cane, che lei si ostinava a definire “bastardino” in barba al politicamente corretto, le si accoccolava a fianco.
Osservai il cumulo di pelo bianco e grigio, con qualche chiazza marrone, che mi fissava con gli occhietti scuri. Le zampette, appena più lunghe della coda mozza, erano invisibili. Nel complesso, ricordava uno di quei salamotti di stoffa che si mettono sotto le porte per proteggersi dagli spifferi. Per fortuna non è cresciuto molto, pensai. Un cane da appartamento che non devi portare a spasso troppo spesso, che non mangia molto e che fa da allarme contro gli intrusi. Il nome “Drin” veniva proprio dal suo abbaio, così acuto, quando era cucciolo, da ricordare lo squillo di un campanello. Con l’età, il tono era diventato più grave, ma il nome gli stava ancora bene.
«Mi è sembrato subito di buon carattere» dissi. Non appena l’avevo visto al canile, mi era venuto incontro scodinzolando e appoggiandosi alla rete. Ero stato incerto se regalarlo o no a zia Lina. Ero andato al canile convinto che ne sarei uscito col rimorso di non aver preso niente: non si compra un animale a cuor leggero, neanche per regalarlo a una vecchia signora ultranovantenne che vive sola e ama i cani, come zia Lina. Anzi, soprattutto a una come lei. Ma Drin, che ancora non si chiamava così, aveva vinto le mie resistenze.
«È solo un po’ strano» disse zia Lina «Ha paura del buio. Si è mai sentita una cosa del genere? Forse dovrei farlo vedere dal veterinario, ma non so se servirebbe. Tu sai se esistono psichiatri per cani?».
Per quanto ne sapevo, esistevano psicologi canini, ma non me ne ero mai avvalso. Quanto agli psichiatri…
«Se si trova al buio – quello fitto, quello che per i cani è buio – sai che vedono nell’oscurità meglio di noi, non come i gatti, ma insomma… be’, per farla breve, quando è al buio comincia ad abbaiare finché non faccio un po’ di luce».
«Una bella seccatura. Quando ha cominciato?». Al canile non me l’avevano detto. Mi avevano assicurato che fosse sano e, quanto al fisico, era la verità, ma probabilmente non avevano né tempo né mezzi per occuparsi del disagio psichico dei loro ospiti.
«Subito, direi, anche se sospetto di essermene accorta solo dopo un po’. All’inizio, non capivo che cosa avesse da abbaiare. Forse è un difetto che ha sempre avuto».
Osservai Drin che ronfava beatamente come se volesse dire: “Difetti... io?”. Era uno di quei cani di cui è impossibile stabilire l’età. Poteva avere due anni come quattro.
«Non mi dà fastidio, comunque» proseguì zia Lina. «Dorme qui, in salotto. Gli ho comprato una luce notturna».
«Come quella per i bambini?».
«Proprio così. La attacco a quella presa laggiù. A proposito di bambini: quando ti sposi?».
Ecco quello che non mi andava delle visite a zia Lina: tirava sempre fuori l’argomento “matrimonio”, non importava quanto lungo fosse il salto logico cui era costretta. Io ero il suo unico nipote, ero figlio unico e i miei erano morti da tempo, per cui temo che fosse inevitabile, ma insomma… era come una tassa da pagare.
«Ci sto lavorando» dissi in tono a metà tra lo scherzoso e l’evasivo.
Lei mi squadrò con la massima serietà, poi diagnosticò: «Sì, può darsi. Ma vedi di sbrigarti».
Mi osservò come se... be’, come se mi stesse annusando e aggiunse: «Non sono tante le buone occasioni. Vedi di non fartela scappare».
 
Durante la pandemia, parlai con zia Lina solo al telefono.
Non aveva che il fisso e non voleva saperne di tablet o altre diavolerie moderne, come le chiamava.
Per lei erano “diavolerie” tutti i dispositivi tecnologici prodotti dopo il 1970.
Si ostinava a sostenere che il suo vecchio televisore a tubo catodico funzionasse meglio di quello a schermo piatto e leggeva solo libri pubblicati prima del 1968.
L’unico suo cruccio era non poter uscire e frequentare le bancarelle dell’usato.
Da giovane, e poi anche da adulta e da vecchia, aveva insegnato inglese e sosteneva che le traduzioni moderne erano tradimenti. Non puoi tradurre un libro del 1950 con la lingua del 2000, sentenziava.
A parte questo, trascorse la pandemia meglio di me.
Solo una volta la sentii preoccupata.
Era saltata la corrente e lei mi chiamò (non lo faceva mai) per avere la conferma che, confinamento o no (il termine “Lockdown” lo detestava e pretendeva venisse tradotto), avrebbe potuto uscire a comprare le batterie.
«Se salta la corrente di notte rimaniamo al buio. Buio fitto».
C’era la luce della strada, stavo per ribattere, ma lei, ancora una volta, mi prevenne. «Anche i lampioni erano spenti. Per fortuna avevo una torcia elettrica in casa. Drin… le batterie sono beni essenziali, no? Si può uscire a comprarle. Ho paura che le candele non bastino».
Avvertii nella sua voce una nota di panico che non avevo mai percepito e mi ripromisi di andare a trovarla, non appena fosse stato possibile – la scusa della spesa non l’avevo: Zia Lina abitava dall’altra parte della città e se la faceva portare dal supermercato o dai vicini. Di app, neanche a parlarne.
Ma non lo feci.
Non lo feci neanche dopo che fu possibile muoversi con una certa libertà.
In effetti, andai da lei solo alcuni giorni dopo che le visite ai parenti furono possibili.
Prima, avevo avuto altro cui pensare.
 
Non la trovai bene.
Era dimagrita e mi sembrava diventata più bassa.
È una cosa che capita alle persone molto anziane: rimpiccioliscono, come se cercassero di nascondersi dalla morte.
Gli occhi erano luccicanti e febbrili e, per un secondo o due, mi chiesi se, per caso, non avesse contratto il Covid19, ma scartai l’ipotesi. Il coronavirus non c’entrava. Zia Lina soffriva d’altro.
La voce, del resto, era più pimpante del solito, quasi euforica.
Era contenta di vedermi, ma c’era dell’altro. Qualcosa che cercava di dissimulare.
Non dovetti attendere molto per saperne di più.
Aveva appena introdotto il suo secondo argomento preferito, cioè la ricerca di libri usati (il primo era il mio matrimonio, ma ancora non lo aveva affrontato) che già si era alzata per raggiungere la libreria alle sue spalle.
Drin accolse l’azione con un ringhio sordo, iroso, del tutto insolito.
Non feci in tempo a chiedermi che cosa avesse che già zia Lina mi domandava: «Che cosa ne pensi?».
Si riferiva al libro che teneva in mano.
Era usato Si capiva anche senza avvertire l’odore di muffa e di cantina che sprigionava. Un odore che gli appassionati riescono a trovare gradevole, ma non in quel caso.
La copertina era in cartone marrone, lavorato in modo da sembrare cuoio, chiazzata.
Al centro, una sola parola in lettere dorate, carattere Times New Roman, corpo quaranta: “Offlighthings”.
Nessun autore, nessuna casa editrice.
Sfogliai le pagine e l’odore di vecchiume si intensificò. La carta era giallastra, spessa. Anche qui, qualche macchia più scura e segni che potevano essere residui di ragnatele spiaccicate.
Ma, ancora una volta, nessun autore, nessuna casa editrice, nessun anno di stampa.
Il libro era scritto in Times New Roman, come la copertina.
E, a dispetto del titolo, in italiano.
«Il libraio si era scordato di averlo» disse zia Lina «Libraio… era una di quelle edicole dove la gente porta i libri vecchi trovati svuotando le cantine o i solai. Li lascia lì per pochi spiccioli o del tutto gratuitamente e il rivenditore ci ricava quello che può. Io ho speso due euro».
Osservai di nuovo la copertina «Potrebbe valere di più».
«O niente del tutto. Potrebbe essere stampato in proprio».
«Però il nome dell’autore non c’è» notai.
«Una volta non si usava stamparsi i libri da sé». Zia Lina nutriva un sovrano disprezzo per l’autopubblicazione.
«A quando risale?».
«Difficile dirlo. Stando allo stile, direi a un periodo compreso tra il 1930 e il 1970».
«Ma non hanno tradotto il titolo. All’epoca lo facevano sempre. Diamine, traducevano persino i nomi propri!».
«Proprio così. Fino a poco tempo fa, nessuno avrebbe usato una parola inglese come titolo per un libro italiano».
Rilessi la scritta in copertina. “Offlighthings”.
«Può essere tradotta come “Cose a luci spente”» proseguì lei «”Cose che arrivano a luci spente”, “Cose che succedono a luci spente”... Impossibile essere più precisi».
Per un istante pensai a un libro erotico. Avrebbe potuto spiegare l’anonimato. Ma qualcosa, nel volume, lo escludeva. Forse l’odore di muffa. O nascosto dall’odore di muffa. Alla fine feci la domanda più logica. Però, per qualche ragione, non mi andava di farla: «Di che cosa parla?» Perché i libri parlano. Non importa quello che sostengono all’Accademia della Crusca. I libri parlano.
Zia Lina deglutì e si schiarì la voce. Quando rispose, il suo tono era ancora leggero, ma stavolta si vedeva che era una recita. Come una caraffa con una crepa. A ogni piccola, impercettibile vibrazione – un camion che passa in strada, una scossa di terremoto avvertita solo dai sismografi, un passo pesante in casa, persino lo stesso, incessante ruotare della Terra intorno al Sole – la crepa si allarga. Alcune gocce d’acqua stanno già uscendo dalla fessura. «Di gente che ha paura del buio» disse zia Lina «C’è una parola che ricorre nel libro “Vashta Nerada”. Sembra una lingua indiana, ma non lo è. Cose che vivono nell’oscurità. Non l’ho finito».
Trasecolai. Zia Lina finiva sempre i libri. Magari per criticarli, ma li finiva. Soprattutto, mai e poi mai avrebbe parlato di un libro che non aveva terminato. Avrebbe comprato uno smartphone, piuttosto. E zia Lina diceva sempre che avrebbe nevicato all’inferno, prima che lei comprasse uno smartphone.
Drin ci guardava con gli occhi attenti, le orecchie ritte, pronto a scattare su quelle ridicole zampette, come un cane da punta. Non aveva dormito neppure per un secondo.
«Si deve stare attenti alle cose che vengono quando è buio. Di giorno riesci a tenerle a bada, a non pensarci. Forse persino a convincerti che non esistono. Ma al buio, a notte fonda, è diverso. Allora hai bisogno di qualcuno che faccia la guardia, che ti stia vicino. È per questo che abbiamo bisogno di un compagno, nella vita. Lo so che non è una visione molto edificante degli esseri umani. Utilitaristica, cinica, se vuoi, e magari lo è. Di giorno. Ma di notte è diverso».
Era l’argomento “matrimonio”, e non era una sorpresa, lo riconoscevo come si riconosce il passo di un vecchio amico, ma zia Lina non lo aveva mai affrontato così e questa altroché se era una sorpresa. Era come se mi stesse implorando.
«Non rimanere solo, ragazzo. So che, adesso, ti dici “ce la posso fare”, ma non ne sei più sicuro come un tempo, non è vero? Non credere alle frottole moderne sulla parità tra uomo e donna. Un uomo non ce la fa. Può essere un dolore al braccio sinistro, una preoccupazione per il lavoro, un ricordo doloroso, un rimpianto. Un...».
Stavo per dire “Vashta Nerada”, ma mi trattenni. Sarebbe stata una battuta di dubbio gusto e nessuno avrebbe riso.
Drin abbaiò, frenetico. Un verso iroso, allarmato.
Puntava un punto imprecisato alle mie spalle, il corpo pronto a scattare. Di quando in quando ringhiava mostrando i denti, come se avesse capito che era inutile fuggire e l’unica cosa da fare era combattere.
Poi, poco a poco, si rilassò.
Smise di abbaiare, di ringhiare e tornò a sembrare un salame coperto di pelo.
Zia Lina lo accarezzò, arruffandogli il pelo sulla testa e lui tornò ad accoccolarsi ai suoi piedi.
«Tu e il libro siete arrivati insieme, si può dire. Lo avevi sentito, scommetto. Sentite gli ultrasuoni, i terremoti. Capite persino se una persona sta per sentirsi male, o dove si trovano i tumori, tutto molto prima che se ne accorgano i medici con le loro macchine. Tutte quelle diavolerie moderne in cui ripongono tanta fiducia».
Drin, per parte sua, prese a ronfare della grossa.
La conversazione languì, si spense, e, poco dopo, io uscii.
Mi dissi che la vecchia stava manifestando i primi sintomi di senilità e che, a novant’anni suonati, era più che normale.
In fondo, mi sembrava più che lucida e se tutto quello di cui dovevo preoccuparmi era che, come una bambina, si lasciava spaventare da un romanzo dell’orrore, non mi potevo lamentare.
Una parte di me, però, bisbigliava che la zia aveva ragione.
Quella stessa parte che sarebbe tornata a trovarmi quella notte stessa, al buio.
 
Quella sera cercai in rete “Offlighthings”.
Una cosa che ho in comune con zia Lina è l’avversione per gli smartphone. Non è un pregiudizio. È solo che non mi rassegno ai tweet e alle foto di gattini e non ho la pazienza per digitare sul touch screen tutte le parole che ho la necessità di digitare: mi trovo molto meglio con la cara, buona vecchia tastiera. Inoltre sono arrivato a un’età in cui sono costretto a tenere gli oggetti a distanza, se voglio vederli come si deve e non mi va di proclamare a mezzo mondo che ho superato da un bel pezzo la soglia degli “anta”. Insomma, è una questione di età e quindi sì, forse è anche un pregiudizio.
Comunque, non trovai nulla con quel titolo. Né un romanzo, né un saggio, né una voce su Wikipedia.
Mi andò meglio con quell’altra parola. Quella che sembrava indiana, ma non lo era. Mi ci volle un po’ perché imbroccassi la grafia giusta. “Vashta Nerada”. La stessa che sto usando ora, ma che ho scovato dopo non pochi tentativi e anagrammi. Era un termine usato in una serie TV di fantascienza e indicava una specie di mostri. Tutto a posto? Non proprio. La serie era degli anni dieci del duemila, quindi di almeno cinquant’anni dopo il libro. Rimasi perplesso, poi la soluzione dell’enigma mi fu chiara: lo sceneggiatore aveva letto il libro e aveva preso il nome “Vashta Nerada” da lì. Il libro stesso, dunque, non era un’edizione unica, bensì un’edizione non autorizzata di un’opera regolarmente pubblicata. Elementare, Watson.
Bene, il mio lavoro di detective era finito, e così le mie indagini in rete.
O avrebbe dovuto esserlo.
Ma naturalmente non fu così.
Non riuscii a trattenermi dal dare una sbirciatina al profilo social di Claudia.
Eravamo ancora “amici”, ma il suo status non era più “impegnata”.
Come avrebbe detto uno con vent’anni meno di me, potevo considerarmi “friendzonato”.
Prima della pandemia non avevo mentito a zia Lina a proposito del matrimonio. Ci stavo lavorando.
Ma poi, appunto, era arrivata la pandemia.
Conoscevo persone la cui vita di coppia era andata a rotoli a causa della convivenza forzata per troppo tempo. A me era capitato il contrario. Claudia e io abitavamo in città diverse. Addirittura in regioni diverse. Pare sia una modalità di relazione sempre più diffusa. Si sta insieme quando si vuole stare insieme. E soprattutto se si vuole stare insieme. Per un bel pezzo era andato tutto liscio, infatti. Ma poi la città di Claudia era diventata zona rossa e lo era rimasta per un bel pezzo. Ricordavo le sue lunghe chiamate angosciate e l’impressionante lista di malati, di morti, che ogni sera snocciolava. Claudia era infermiera. E, ben presto, avevamo entrambi scoperto quel che ogni essere umano ha sempre saputo, anche se gli ultimi decenni hanno fatto di tutto per farcelo dimenticare: ci vuole qualcuno vicino quando si spengono le luci e arriva il buio.
Non glie ne potevo fare una colpa, come non avrei potuto farla a me stesso senza contare che non era al passo coi tempi andare in giro a distribuire colpe in faccende come questa: erano cose che accadevano e basta, ma non riuscivo a scordare le parole di zia Lina. Quelle sul fondamentale egoismo degli esseri umani, sulle occasioni perdute e sulle cose che succedono quando le luci sono spente.
Decisi di uscire dal social e andai a cercarmi un video sui Vashta Nerada. Confesso che non ci capii granché. Non ho la pazienza di andare a cercarmi tutti i retroscena e se per cercare di capire chi fa cosa e come e perché nella puntata venticinque devo andare a vedermi la puntata tre, lascio perdere. Come forse ho accennato, comincio ad avere una certa età. Il protagonista della serie, comunque, definiva i Vashta Nerada “piranha dell’aria”. Si trattava di minuscoli esseri simili al pulviscolo che si vede nei raggi di sole, capaci di radunarsi in sciami, assumere l’aspetto di ombre (contare le ombre delle cose era il modo per individuarli) e attaccare gli altri esseri. La consapevolezza, o la memoria, della loro esistenza era la causa remota della paura del buio. In grado di spostarsi tra varie dimensioni, i Vashta Nerada nell’episodio in questione infestavano una biblioteca.
A quel punto feci quello che fanno tutte le persone di una certa età davanti alla TV.
Mi addormentai.
 
Mi svegliò il temporale.
Non ricordavo di essere andato a letto, ma, evidentemente, lo avevo fatto.
Allungai una mano, mi tastai, vidi che avevo addosso solo la biancheria – era una sera calda – e allungai il collo verso il televisore. Era spento.
Quindi mi ero svestito, ero andato a letto e mi ero messo a dormire.
La notte si era rinfrescata, ma il brivido che avvertii lungo la schiena non era dovuto alla temperatura.
Non è piacevole scoprire che ci sono momenti della tua esistenza di cui non ricordi assolutamente nulla.
Si è abituati a identificarsi con la propria mente e quando si scopre di avere nel cranio un estraneo che si è divertito a giocarti un tiro birbone, si rimane un po’ scombussolati.
Di più, si rimane spaventati.
Oh sì, mi dissi, è quello che succede dopo una sbornia – non che ne abbia esperienza perché non bevo – oppure durante un attacco di sonnambulismo. Che diamine, ero così assonato che avevo inserito il pilota automatico, ma non era certo Alzheimer o demenza senile.
Se lo sembrava, ma neanche poi tanto, era solo perché era buio pesto.
Quelle erano cose che si potevano pensare solo a luci spente, ma poi…
Poi lo udii…
Un rumore, sommesso ma costante, che si avvertiva solo nelle pause di silenzio tra un tuono e l’altro.
Si sarebbe detto…
Niente.
Non si sarebbe detto un bel niente.
Quelle cose lì si dicono solo se luci sono spente e, se per non dirlo, si doveva solo schiacciare un interruttore, come un bambino che ha paura del buio, pazienza. Tanto non lo avrebbe saputo nessuno.
Allungai la mano e premetti il pulsante.
La luce non si accese.
Aprii la bocca per urlare, ma non feci in tempo perché un lampo illuminò la stanza e, a quel punto, accaddero due cose: vidi l’ombra della sedia accanto al mio letto e vidi che quell’ombra era doppia.
Credo che avrei urlato – e non mi sarebbe importato se qualcuno se ne fosse accorto – ma ormai non avevo più fiato.
Una delle due ombre della sedia si protese verso di me.
Io mi rannicchiai contro la spalliera del letto, consapevole dell’inutilità della mossa.
Poi la luce tornò.
Rivoli di sudore mi colarono addosso e, stavolta, non era né il caldo né il terrore che il mio cervello fosse andato a farsi un giro mentre io andavo a dormire.
Era pura, genuina, atavica paura del buio.
Contai le ombre della sedia e ne vidi una sola, rannicchiata sotto le gambe di legno, che dormiva il sonno del giusto, proprio come doveva essere.
Giuro che sentii un click in una tempia. Probabilmente era la mia parte razionale che riprendeva il controllo della baracca lamentandosi perché non poteva assentarsi neppure un secondo, nemmeno per andare al cesso, senza che qualche disgraziato venuto dall’inconscio mandasse tutto quanto a schiantarsi contro le Montagne della Follia.
“Ma non vedrai più il mondo esattamente come prima, vero?” mi dissi “non fino a domattina, almeno”.
Già. Le luci non erano più spente, ma, come avrebbe detto Snoopy, era una notte buia e tempestosa.
La mia mano destra si allungò verso il cellulare – no, non fu io ad allungarla: il mio inconscio aveva assaporato, per qualche momento, la gioia della libertà d’azione e pareva non rassegnarsi a perderla: forse voleva chiamare qualcuno da avere vicino, nel caso le luci si fossero spente di nuovo.
C’erano tre chiamate senza risposta da parte di zia Lina.
Nel preciso istante in cui afferrai l’apparecchio, arrivò la quarta.
Sulle prime non sentii nulla. O meglio. Sentii solo Drin che abbaiava furiosamente. Se fossi stato fuori di me come prima avrei detto che era stato lui a chiamarmi. Poi, dopo, un po’, come se provenisse da grande distanza, la voce di zia Lina in preda al panico.
Non c’era paragone con quella volta in cui mi aveva chiamato per chiedermi delle batterie: stavolta era terrore assoluto, puro.
«… luce… continua a saltare… Drin.. vieni… buio...».
Penso che sarei corso da lei anche se non avessi sentito quello che udii dopo. Ero il suo unico nipote e lei l’unica mia parente in vita. Ci piacesse o no, al momento non c’era nessun altro che potesse starci accanto, in certi momenti. Sì, sarei corso da lei anche se non avessi sentito quel rumore.
Ma lo sentii.
Lo avevo udito anche poco prima, solo che era molto più debole.
Un rodere, un masticare di molte piccole mascelle affamate.
La linea cadde.
Avevano rosicchiato anche il filo del telefono.
 
Per andare da casa mia a quella di zia Lina, in condizioni normali ci volevano quarantacinque minuti.
Durante il confinamento, con le strade deserte e i varchi per il centro liberi, ne avrei impiegati trenta.
Quella sera, anche se il confinamento era finito, nelle strade un po’ di traffico c’era e i varchi per il centro erano stati richiusi, ne impiegai trenta lo stesso.
Avrei preso un bel po’ di multe, ma ci avrei pensato in un secondo momento.
Quella sera, mentre guidavo, pensavo a contare le zone buie della città. Arrivai a tre prima di giungere a destinazione. Luoghi in cui i lampioni erano spenti e le case, oscure, sembravano dimore di spettri.
L’appartamento di zia Lina si trovava in una di quelle zone.
Parcheggiai, senza preoccuparmi dei colori delle strisce sull’asfalto e scesi dall’auto.
Il temporale stava finendo. Lampi e tuoni si allontanavano come un esercito che insegue un nemico sconfitto. Le luci della strada sfarfallarono, si accesero, poi si spensero. Per entrare nel condominio dovetti usare la torcia del cellulare. Evitai l’ascensore e feci le scale di corsa. Non provai neppure a bussare e misi mano alle chiavi di scorta.
La casa era tranquilla.
La dimora di una vecchia signora che sta avvicinandosi spavaldamente al secolo di vita e si ostina a fare il possibile per vivere come quarant’anni fa.
Un posto che trasuda la sicurezza un po’ retrò delle cose vecchie, senza un centrino da tavolo o un mazzo di fiori fuori posto, un po’ lezioso e persino sonnacchioso.
Se non fosse stato per il silenzio di tomba.
Feci girare la torcia qua e là e illuminai il corpo riverso di Drin.
Era abbandonato contro la porta della camera da letto di zia Lina e, ora come non mai, ricordava uno di quei salamotti parafreddo.
Non avrebbe abbaiato mai più, non avrebbe mai chiesto di essere portato a spasso, né trotterellato per casa su quelle sue ridicole zampette.
Alzai la torcia verso l’interno della camera da letto e, in quel preciso istante, la luce tornò,
Zia Lina era rannicchiata contro la spalliera del letto in una posa che, mi resi conto, era molto simile alla mia di qualche ora prima. Se possibile, sembrava essere diventata ancora più piccola e, allo stesso tempo, invecchiata, come se, nello spazio di poche ore, avesse superato i dieci anni che la separavano dal secolo di vita e l’avesse abbondantemente superato. Era terrea, gli occhi sbarrati e si teneva una mano ad artiglio contro il petto stringendo la camicia da notte. Respirava a fatica e , se fossi stato un medico e se mi avessero chiesto se e quando la vecchia signora avesse superato lo shock, non avrei sciolto la prognosi. Ma era viva.
Più tardi, cercando “Offlighthings” nella libreria, non mi sarei stupito di non trovarlo, così come non mi sarei stupito giorni dopo, quando mi avrebbero detto che la zia non era più in grado di badare a sé e che era il caso di cercare un ricovero in una struttura protetta.
In quel momento, mentre osservavo il corpo di Drin, martoriato da dozzine di piccole, minuscole ferite che sembravano morsi ma che non gettavano sangue, mi chiedevo una sola cosa.
A suo tempo, avrei trovato qualcuno, anche solo un cane, disposto a difendermi, o anche solo a starmi accanto, quando si fossero spente le luci?

  

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Mauro Banfi il Moscone il 2020-07-02 18:26:55
Gran bel pezzo, dove perfezioni una delle tue tecniche preferite: il lento crescendo e il finale possente che ti schiaffeggia in faccia. E poi la narrazione del gran tema della paura del buio, colonna portante dell'horror, e che per me ha in King il suo cantore più raffinato. Ci racconti che cos'è quella sensazione particolare che si prova quando si ha paura, vale a dire quel momento prima della paura. Bellissima l'intuizione del cane (e direi anche del gatto) come compagno scelto dall'uomo, non solo per la caccia alle lepri e ai topi, ma sopratutto - ricordiamo sempre che cani e gatti sono animali notturni, che si sono evoluti con l'uomo in diurni, ma nasciamo tutti come notturni, perchè all'inizio della nostra evoluzione il giorno era dominato da mostri, animali giganteschi e assassini - come guardiano del buio, che sa scrutare e leggere nel buio. Da quest'accoppiata s'evince che per affrontare e vincere la paura del buio occorre fiducia in un essere che ci faccia compagnia e dipani le tenebre. Bè, brano meraviglioso, da rileggere anche più di una volta per coglierne tutte le sfumature. Abbi gioia

Rubrus il 2020-07-03 17:25:11
Be', è un racconto in buona parte tipicamente estivo, senza troppe pretese se non quella di non essere del tutto scontato. Mi è piaciuto spostare la paura del buio dall'uomo al cane che, in questo tipo di racconti, funge spesso da sentinella. Il resto è venuto da sè. E anche il messaggio, in fondo, sta dentro la storia. Basta scavare e tirarlo fuori.

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