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Porte

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Jack Scanner

pubblicato il 2020-06-24 16:37:33


 

   Quella sera andammo a dormire presto, io e mia moglie.

   Il pomeriggio eravamo andati a fare spesa e avevamo cenato abbastanza bene. Avevamo mangiato tanto, in poche parole, cosicché ci addormentammo subito.

   Quello che successe a me ha dell’incredibile, e ciò dimostra come sia fine la linea tra la realtà e altri mondi, o almeno così la penso io.

   Sognai qualcosa di terribile.

   Mi ritrovai in una stanza vuota.

   Ero sdraiato su un letto alquanto scomodo e mi alzai subito. Fui tentato di chiamare mia moglie ma lasciai stare. Lei non c’era e non avrebbe potuto rispondermi. Avevo percepito già la situazione e non era una cosa bella.

   Mi trovavo in un incubo e io sapevo di essere lì. Avevo questa coscienza pura e limpida e mi sentii tradito da qualcosa. Qualcosa che non conoscevo ma che mi comandava.

   L’unica cosa da fare ora era svegliarmi. Ma come?

   La stanza era orribile. Le pareti erano sporche di muffa e il bianco non c’era quasi più. C’era una lampadina che pendeva dal soffitto in modo desolante e mandava una luce ancora più triste.

   Avevo una manetta al polso destro con una corda legata al muro dietro il letto.

   <<C’è qualcuno!>> gridai. Sperai che sentire la mia voce mi aiutasse a  svegliarmi.

   <<Liberatemi! Io non ho fatto nulla!>>

   Nessuno mi rispose.

   Provai a tirare la corda ma era molto resistente e poi era bene attaccata al muro. Quello che ottenni fu un dolore atroce al polso dove avevo la manetta.

   Sentii delle urla disumane, quasi animalesche. Rabbrividii di terrore. Pensai che qualcuno stesse uccidendo quell’uomo che aveva urlato, o lo stesse torturando. Poteva darsi, e poteva darsi che se non mi fossi svegliato, sarebbe successo anche a me. Il terrore mi fece sprofondare in un acquitrino infestato da vermi putrescenti.

   Tirai ancora la corda guardando il mio polso e fu allora che mi accorsi che la manetta non era chiusa, ma solo appoggiata in qualche modo. <<Grazie, signore>>, dissi a bassa voce. Me ne liberai subito e fu allora che sentii un secondo grido, più vicino. Lì fuori la porta della stanza doveva esserci un assassino e man mano si stava avvicinando a me.

   Ma dovevo pur uscire da lì, no? Probabilmente uscendo mi sarei svegliato. Era quello che speravo perché, sebbene stessi lì da poco, era come se mi trovavo prigioniero da anni. E quella stanza già la conoscevo bene.

   Andai a passo spedito verso la porta e rimasi fermo lì. Adesso non si sentivano più le grida. L’assassini ne ha ammazzato un altro, pensai, e probabilmente lo sta facendo a pezzi. Fu allora che mi chiesi dove mi trovassi e  qualcosa nella mia mente si svegliò, portandomi alla verità.

   Mi trovavo in un vecchio manicomio in cui forse c’era qualcuno pazzo rimasto intrappolato. Me lo immaginai calvo e giovane, ma con un fisico debilitato e magro. Era lui a legare la gente che capitava nel suo incubo reale ed era sempre lui ad ucciderli.

   <<Forse si muore così nel sonno>>, mormorai. Al diavolo tutte quelle fandonie in cui si diceva che la morte nel sonno era una morte santa. Io stavo soffrendo e non volevo morire.

   Aprii la porta lentamente ed uscii fuori.

   C’era un corridoio lungo di cui non vedevo la fine, sommerso com’era nell’oscurità. Qualche luce c’era a dir la verità, ma erano lampadine deboli e gialle, che inondavano tutto il posto macabro di una luminosità liquida. C’erano anche tante porte e ciò mi confermò che mi trovavo in un ospedale psichiatrico.

   Ho sofferto anch’io di depressione e devo dire che la faccenda è da incubo. Inoltre non ho nulla in contrario con chi ha qualche disturbo della personalità. Cerco di difendermi solo dai violenti e dai pazzi violenti, come quel qualcuno presente lì che uccideva le persone.

   Bene, pensai, adesso è ora di trovare l’uscita. Stavo riavendo la grinta che mi contraddistingueva e il mio animo ne sentì e percepì la forza. Ero cosciente di essere in trappola e mi chiesi cosa stesse succedendo nella realtà.

   Adesso lo so perché mia moglie me lo raccontò.

   Non stavo respirando più. Helen aveva sentito il mio respiro spegnersi a poco a poco e non aveva esitato a chiamare l’ambulanza. Erano arrivati i sanitari e mi avevano dato per spacciato. Morto. Capite? L’incubo era stato fatale ma non so dire se per via di un arresto cardiaco, e tutto ciò, in ogni caso, confermava che io ero interamente nell’incubo, con la testa e la coscienza e l’anima. Tranne che con il corpo.

   Insomma ero in corridoio. Dovevo andarmene al più presto ma le mie gambe non si muovevano. Erano di legno, come se portassi delle protesi che però non riuscivo a comandare. L’agitazione penetrò in me come un serpente possa entrare da sotto i pantaloni.

   Ebbi un’idea. Se non potevo muovermi per andare in quel corridoio, allora significava che quello non era il mio posto, il posto cioè in cui dovevo trovarmi. Sì, tutto filava liscio perché nella stanza ero riuscito a muovermi.

   Con quell’idea in testa, di rientrare nella stanza disadorna, le mie gambe risposero ai miei comandi e mi mossi. Rientrai veloce e mi chiusi dentro. Ci fu un altro grido, forse il terzo, e stavolta lo sentii chiaramente. Era vicinissimo, probabilmente proveniente dalla stanza accanto. Fu il solito urlo disumano e animalesco, che manifestò tutto il proprio dolore. Mi si ghiacciò la pelle delle braccia.

   Ragionai così allora. Se l’uscita dalla porta era sbagliata, dovevo uscire da un’altra parte se volevo risvegliarmi.

   E guardai subito la finestra.

   Mi sentii orgoglioso di me stesso poiché, benché stessi in una situazione difficile, avevo trovato un modo per stare bene. Credo che racconterò a tutti, e non a voi solo, ciò che mi successe, perché potrebbe essere degno di attenzione e di qualche studio.

   Andai alla finestra e l’aprii.

   Era notte fonda e faceva freddo. Ero in un grattacielo ma tutto ciò stonava, così come stonano a volte i sogni. Succede una cosa e poi ne succede un’altra che non ha niente a che vedere con la precedente. Mi sembrò anche che stando lì alla finestra, dietro di me non ci fosse più la stanza ma un altro luogo, che però non ebbi il coraggio di vedere. <<E’ tutto normale>>, mormorai.

   Scavalcai la finestra e mi misi in piedi sul cornicione.

   Non guardai in basso, no, non all’inizio almeno. Sentivo il frusciare del vento e mi resi conto del pericolo che stavo correndo. Ehi, mi dissi, aspetta un momento. La cosa strana era che adesso rischiavo ancora che il folle mi prendesse ma c’era una cosa. Ancora non mi ero svegliato.

   Le porte non servono, pensai. Già. L’unica via d’uscita era lanciarmi di sotto.

   Rimasi io stesso allarmato delle parole che uscirono dalla mia mente. La verità a volte però andava cercata nelle cose più strane.

   <<Mi butto giù.>>

   Decisi di contare fino a tre, poi, o sarei morto o mi sarei svegliato. A quel punto non mi importava più di nulla. Ad ogni modo sarei stato ucciso.

   Arrivai a tre e saltai nel vuoto.

   Mi svegliai nel mio letto e mi drizzai a sedere per prendere fiato con la bocca spalancata. Avevo ancora l’adrenalina nel corpo per causa del volo che stavo facendo, ma mi passò subito.

   Mia moglie mi chiamò e io l’abbracciai.

   Più tardi il medico se ne andò ed io rimasi con Helen. Adesso avevo paura di dormire però, e restai sveglio fino alla mattina. Quando fu giorno, mi addormentai un po’. Ero stanco.

   Non sognai nulla.

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Rubrus il 2020-06-25 18:06:50
Mi è capitato più di una volta di fare dei c.d. "sogni lucidi" e ne riconosco uno quando lo incontro. E' proprio così, comunque - poi non so quanto di vero ci sia nel racconto e francamente non importa -: se ne esce ragionando. Io ho sempre fatto così, almeno. Stilisticamente, mi piace. E' quasi cronachistico, non ammiccante, e direi che lasciar parlare i fatti, di per sè già abbastanza allucinati, è stata la scelta migliore.

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Jack Scanner il 2020-06-26 12:49:45
Grazie, Rubrus, tu per me sei un punto di riferimento. I tuoi commenti mi servono molto per capirmi

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