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"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Rubrus

pubblicato il 2020-06-19 07:38:44


Quando un giocattolo nuovo arrivava a casa, mio fratello Marco e io ce lo contendevamo.
Di solito si trattava di automobiline giocattolo, forse perché nostro padre aveva un autosalone, e Marco si divertiva a smontarle per vedere come fossero fatte, mentre io le adoperavo per inventare storie di gare, inseguimenti, viaggi in terre lontane.
Secondo il detto comune, non è saggio fidarsi di un venditore di auto usate e papà ce lo confermò nell'estate del '79, quando scappò lasciando l'autosalone, nostra madre, noi, e un mare di debiti. Io avevo quindici anni e Marco diciotto, ma non era la differenza principale tra noi due.
Mamma tirò avanti per tre anni, finché un'ulcera perforata e due infarti non la costrinsero a mollare il colpo. A quel punto toccò a Marco mandare avanti la baracca. Si dimostrò piuttosto bravo e, in breve, riuscì a sbolognare tutti i catorci che mamma non era riuscita a rifilare ai gonzi di passaggio.
Tutti, tranne la Fiat 850 Coupè Seconda Serie di colore verde che stava nell'angolo a nord ovest del parcheggio.
Era diventata una specie di mascotte dell'autosalone ed era un pezzo che la vedevo. Credo che per papà fosse diventata una specie di sfida. Ogni tanto le passava davanti e le rifilava una pacca, come a dirle “ehilà, vecchia mia, ancora da queste parti?”. Però non la vendeva.
La 850 non sembrava prendersela. Il suo unico riparo era un malconcio ondulato in eternit, tuttavia si manteneva bene. Non so che razza di vernice avessero usato, ma bastava una bella lavata ed eccola lì, nuova fiammante come appena uscita di fabbrica. Ogni tanto qualcuno chiedeva a papà di provarla, allora lui saliva, inseriva le chiavi nel quadro e, immancabilmente, l'auto si metteva in moto. A volte ci saliva per farci un giro, da solo, spesso per ore.
Marco raccolse la sfida rappresentata dalla 850, così come molte altre faccende che papà aveva lasciato in sospeso.
Da un pezzo aveva imparato a smontare auto vere, anziché macchinine giocattolo, e, in un certo senso, anche a smontare gli uomini. Fumava sigarette nazionali senza filtro e indossava occhiali a specchio, per impedire alla gente di “guardargli dentro”, ma lui, nella mente e nel cuore delle persone ci sapeva guardare, eccome.
Iniziò a gestire il salone nell'82 e, prima della fine dell'84, non soltanto aveva riempito il buco lasciato da papà, ma aveva comprato un altro esercizio. Nell'87 avevamo una piccola catena e, quando mamma si ammalò di cancro, potemmo permetterci di metterla in una casa di riposo per lungodegenti.
Io tenevo la contabilità del vecchio autosalone, ostinandomi a usare carta, penna e una macchina da scrivere al posto del computer che Marco aveva comprato. La sera scrivevo ancora storie di gare, inseguimenti, e viaggi in terre lontane.
Anche Marco passava parecchio tempo all'autosalone, ma solo perché, ufficialmente, ne era dipendente. Dopo un fallimento pilotato, la catena era intestata a una società con sede in Lussemburgo e, nominalmente, noi percepivamo un dignitoso, ma non certo faraonico stipendio. “Tanto per impedire al fisco di guardarci dentro” diceva Marco sorridendo e squadrandomi con gli occhiali a specchio.
La 850 Coupè verde Seconda Serie, invece, era ancora al suo posto.
Il mercato dell'usato stava cambiando: le auto non erano più fatte per durare, ma per essere sostituite il prima possibile e poi c'era la faccenda della sicurezza, con cinture e tutto il resto: auto come quella non avevano più mercato, se non per gli appassionati di modernariato, come si definisce il vecchiume prima che diventi antico.
Ogni tanto, quando trovava qualche potenziale acquirente, Marco lo portava dalla 850, che continuava a starsene sotto l'ondulato, anche se non era più in eternit perché un fortunale, nell'89, lo aveva portato via.
Nessuno la comprò, però, e, a partire dal '90 (lo ricordo bene perché fu l'anno in cui quasi mi sposai) Marco non portò più nessuno andò a vederla.
Era evidente che aveva deciso di tenere quell'auto per sé. La lucidava, la revisionava, teneva in ordine i documenti amministrativi. Ogni tanto, una volta o due al mese, andava a farci un giro.
Intanto, seguitava a fumare nazionali senza filtro e a indossare occhiali a specchio. Anche con la gente continuava a saperci fare. Passammo indenni Tangentopoli, anche se, maneggiando la contabilità dell'autosalone (e solo di quello, il resto degli affari, dove si gestivano i soldi veri, era gestito da Marco in persona e da tizi che indossavano abiti che costavano quanto un'utilitaria) un paio di domande non potevo evitare di pormele. La Finanza venne a trovarci cinque volte e i Carabinieri due, ma non successe niente. Nel '98 fallimmo un'altra volta, ma io continuai a percepire lo stipendio, anche se da un'altra società. Marco mi disse di iniziare a fare i calcoli della pensione.
Sempre più spesso, lo vedevo sedere su una seggiola davanti alla 850, con in mano dei giornali da cui, ogni tanto, ritagliava dei pezzi. Di quando in quando alzava il capo e la fissava nei fari con quei maledetti occhiali a specchio, fumando una sigaretta, ed era difficile dire chi osservasse chi.
Una sera gli chiesi che cosa stesse leggendo e quali articoli conservasse. Lui voltò il capo, mi sorrise e disse: «Storie di gare, inseguimenti e viaggi». Alzai le spalle e me ne andai. Il fatto era che non parlavamo più molto, come avrete intuito. È come quando siete per strada e, sulla corsia opposta, vedete un'auto identica alla vostra che viaggia in direzione contraria. La notate, magari dite “Toh, ecco la gemella della mia macchina” e proseguite per i fatti vostri.
Pensavo che sarebbe andata avanti così per sempre, ma mi sbagliavo.
Accadde nel 2001 che, per mezzo mondo, è l'anno dell'attentato alle Torri Gemelle, ma, per me, è l'anno in cui parlai con mio fratello.
Formalmente, continuavamo ad essere falliti. Era estate, la città era vuota e il parcheggio dell'autosalone deserto. Alcune auto invendute erano disseminate qua e là, come i moduli lasciati sulla Luna dopo che le missioni Apollo avevano fatto fagotto.
La 850 era sempre nell'angolo a nord ovest, lustra come appena uscita di fabbrica. Si sarebbe detto che, aprendo la portiera, sarebbe uscito quell'odore di nuovo che avevano tutte le vecchie auto e che non sentivo da un pezzo.
Marco le era seduto di fronte, sulla seggiola, con la sigaretta in mano e gli occhiali a specchio sul naso. Negli ultimi mesi era dimagrito e avrei scommesso la pensione che era malato, anche se non osavo chiederglielo. Certo le preoccupazioni non mancavano. I carabinieri erano venuti un'altra volta. Un maresciallo aveva gironzolato intorno alla 850 con Marco alle costole. Come se non bastasse, da un pezzo mio fratello era solo. Di donne in giro non se ne vedevano, e le aveva sempre cambiate come l'olio al motore, mentre io, dopo quella storia del '90, avevo avuto solo i miei conti e la mia macchina da scrivere.
Quando gli passai accanto, diretto al gabinetto, pensai si riferisse a una di loro.
«Conosci la storia della Cri?» mi chiese.
Mi fermai sorpreso perché, l'ultima volta che Marco ed io avevamo parlato di donne, lui aveva in mano il modellino di una Mustang e me lo stava regalando perché, aveva detto, si era stufato delle macchinine.
Adesso, invece, aveva indicato la 850.
«Io la chiamo Cri, come quel film: “Christine, la macchina infernale”»
Mi guardai intorno, presi un'altra seggiola e mi sedetti accanto a lui, nel parcheggio deserto: due fratelli che si scambiano quattro chiacchiere al tramonto, dopo aver finito il lavoro.
«È tratto da un libro» spiegai «solo che il titolo del libro è Christine e basta».
Lui annuì, accendendosi una sigaretta, ovviamente senza filtro. Un paio di anni più tardi sarebbe morto a Santo Domingo di cancro ai polmoni, dopo essere scappato lasciando un buco dieci volte più grande di quello lasciato da papà. Non mi sarei stupito di una cosa e non mi sarei lamentato dell'altra. Il fumo fa male e, come dice un proverbio cinese, la prima volta che ti fregano è colpa loro, la seconda colpa tua.
«Christine non mi piace» disse quella sera «è un nome da macchinone americano. Questa è un'auto italiana».
Tirò una boccata e soffiò fuori il fumo. Verso l'alto, non verso di me, né verso la 850. La Cri.
«Me la raccontò papà, la sera prima di darsela a gambe e, per un sacco di tempo, mi sono chiesto perché. Eri tu l'appassionato di storie».
Aspirò ancora. Aveva un modo tutto suo di usare le sigarette fino in fondo, come qualunque altra cosa.
«Il primo proprietario si suicidò. Niente di eccezionale. Garage chiuso, tubo di gomma collegato allo scappamento che scaricava nell'auto. Dissero che era il rimorso per aver investito un pedone il mese prima».
Non dissi nulla. Mi resi conto che erano anni che non ci dicevamo niente, ma anche prima, al tempo delle macchinine, non ci eravamo mai parlati sul serio.
«Il secondo usò i barbiturici» proseguì Marco «quasi una coincidenza, ma... be’... sono cose che capitano. È con quelli dopo che la storia si fa davvero interessante».
Sorrise e mi guardò con gli occhiali a specchio e, per la miseria, era vero. Non ci si poteva guardare dentro.
«Il terzo non si ammazzò, ma fece in tempo a tirare sotto un paio di ragazzini prima di finire in galera, dove gli fecero la pelle. A questo punto dirai che avrebbero dovuto sequestrare la macchina, smontarla e tutto il resto, ma non successe e... sì, anche questo è interessante».
Improvvisamente mi resi conto che avevo una gran voglia di andarmene, ma non potevo. Me ne stavo lì, fissando ora gli occhiali a specchio di Marco, ora i fari della 850 che brillavano nell'ultima luce della sera.
«Il quarto rifece il giochetto dello scappamento, ma lo rifece in grande. Ci mise dentro tutta la famiglia, e il quinto... oh, il quinto...».
Tossì, si pulì la bocca col fazzoletto e riprese a narrare e io mi domandai come sarebbe stata la nostra vita se fosse stato lui quello, tra noi due, che raccontava le storie.
«Il quinto fu quello che oggi chiameremmo un serial killer. Ne fece fuori sei prima di impiccarsi. Prendeva Cri e partiva per lunghi, lunghi viaggi. Rintracciarlo era dura. Non c'erano mica tutte le telecamere e gli autovelox di oggi. Fu l'ultimo proprietario prima di papà. Lui acquistò la Cri nel '77, ma seppe della storia solo dopo. Forse era più bravo a vendere che a comprare. Quella sera mi raccontò che si sognava l'ultimo proprietario, il serial killer, alla guida nella notte, coi finestrini aperti e gli occhi spiritati. Nel sogno, l'autoradio suonava “Simpathy for the devil” a tutto volume. A papà piaceva il rock, ricordi?».
Si girò del tutto verso di me, voltando le spalle all'auto e portandosi una mano alla tempia. Per un attimo temetti che si sarebbe tolto gli occhiali. E soprattutto temetti quello che avrei visto. Invece esitò, si ricompose, e finì la seconda sigaretta.
«Hai notato come la gente cambia, in auto?» domandò.
Assentii. Malgrado avessi trascorso tutta la mia esistenza tra le automobili e scrivessi storie di viaggi e di gare non ero un vero guidatore.
«Le persone diventano… sì, diventano più aggressive, irascibili. Non tollerano il tizio che si ferma al semaforo, l'auto che va piano, quello che li sorpassa, quello che li rallenta. Si arrabbiano, urlano, bestemmiano. Spesso fanno a pugni».
Mise una mano in tasca e pensai che avrebbe preso un'altra sigaretta, invece tirò fuori un pacchetto di ritagli di giornale. Tutti su incidenti d'auto. Era spesso almeno dieci centimetri. Riuscii a scorrere tre o quattro titoli e parlavano di pirati della strada che avevano causato incidenti mortali. Le date andavano dalla fine degli anni ’60 al 2000. Gli altri non riuscii o non volli guardarli. Pensai a tutte le volte che ci era salito papà. A tutte le volte che Marco ci aveva fatto un giro. Pensai al maresciallo e a come aveva gironzolato intorno alla 850.
«E se... dipendesse dalle auto? Cioè, non dico automobili stregate come quel cavolo di film, o libro... insomma... se l'auto ti aiutasse solo a tirar fuori quello che hai già dentro. Una specie di spogliatoio per lupi mannari».
Sorrise e, nonostante gli occhiali a specchio, fui certo che non era un sorriso allegro. Ricordo che mi annotai quell'espressione pensando che avrei potuto usarla in qualche racconto... se mai avessi scritto ancora qualcosa: “spogliatoio per lupi mannari”.
Sventolò il blocco di articoli davanti alla Cri e sghignazzò. Un riso secco, aggressivo, come uno scoppio di mortaretti.
«Comunque ho deciso di disfarmene» annunciò e compresi perché era lui e non io quello cui papà aveva raccontato la storia. Era lui, non io quello che capiva come funzionavano le auto. E le persone. Io mi limitavo a raccontare e inventare.
«Ho convinto il curatore fallimentare. Non ci ricaveremo come da un appassionato d'auto d'epoca, ma non è ancora così vecchia da valere davvero tanto e la procedura non può permettersi di aspettare. La manderò da uno sfasciacarrozze. Non le fanno più così, oggi. C'è un sacco di materiale da recuperare. Gomma, pelle, plastica, metallo. Riciclaggio».
Lo disse fissandola, a denti stretti, quasi ringhiando. Io osservai la vernice verde brillante, i parafanghi argentei, gli interni lucidi, le gomme piene e pronte a mordere l'asfalto... e altro. Pensai a quel libro sull'auto stregata, e a quel film, e agli spogliatoi per lupi mannari. E... sì, sentii odore di nuovo.
Marco si alzò, chiuse la seggiola, prese il blocchetto di articoli di giornale, lo strappò in pezzi e lo gettò dentro un cestino di metallo, quindi afferrò il pacchetto delle sigarette e se ne accese una.
Io mi alzai a mia volta, lieto di potermi muovere, come se mi avessero sciolto da un incantesimo, e mi avvicinai a lui.
Mi guardò da sopra la spalla come se si fosse accorto solo in quel momento della mia presenza, come se non avessimo parlato fino a pochi istanti prima. Ma avevamo parlato. Era stata la prima volta. E l'ultima.
Tirò un paio di boccate e pensai che, al solito, avrebbe fumato la sigaretta fino in fondo, invece la gettò dentro il cestino. Le fiamme si alzarono subito, come se avessero fretta di bruciare tutto quanto.
Poi gli domandai quello che, oggi, mi pento di avergli chiesto.
La ragione per cui ho solo la linea fissa e uso ancora la macchina da scrivere.
«Che cosa pensi che ne faranno?».
Mio fratello alzò le spalle, andandosene.
«Cellulari. Computer» disse.

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