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"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Rubrus

pubblicato il 2020-06-22 11:06:23


«Rimbombo» disse Romano spegnendo il fonometro. L’apparecchio ammutolì e l’unico suono, tutt’intorno, fu il frinire di una cicala lontana, nascosta nel verde. «Lo scriverò nella relazione».
«Lo so» disse l’altro uomo.
«Spiacente» disse Romano. Ed era vero. L’ometto – Massimo, si chiamava, un nome ironico per uno che non arrivava a sessanta chili – non aveva l’aria del solito presidente di comitato piantagrane, come mille altri in cui si era imbattuto. E sì che era avvocato.
Romano abbracciò con lo sguardo la chiesetta – “santuario” era un nome decisamente sproporzionato per quella cappella sperduta sulle colline – dentro cui si trovavano. Le panche erano tarlate e l’altare rivolto verso il santissimo, all’uso preconciliare. Facile che, quando celebravano la messa, si arrangiassero con qualche tavolo portato dal paese. Alle pareti, una via crucis di nessun valore, orba di un paio di stazioni. Negli angoli, in alto, spesse ragnatele si confondevano con le ombre. S’indovinavano diverse crepe e, anche se Romano non era un ingegnere edile, avrebbe scommesso che almeno un paio erano strutturali. Ciuffi di gramigna crescevano all’ingresso e un paio di chiazze verdi allignavano tra il cardine e lo stipite, dove la ruggine e il tempo avevano fatto breccia.
No, non c’era niente di artisticamente rilevante, lì dentro, e quanto al presunto, singolare effetto acustico… «È troppo piccola» spiegò «L’eco si genera quando le onde sonore, colpito un ostacolo, tornano indietro. Perché ciò accada è necessario che l’ostacolo sia almeno a diciassette metri. Dipende dalla velocità del suono e dal fatto che il nostro orecchio percepisce due suoni distinti solo se giungono separati da almeno un decimo di secondo l'uno dall’altro», Indicò i muri d’un bianco spento, anonimo. «Queste pareti sono troppo vicine e quindi c’è solo rimbombo. I suoni le colpiscono e tornano indietro sovrapponendosi gli uni agli altri. In questo modo si amplificano, ma si mischiano e si confondono». Sospirò «Naturalmente, per avere un’acustica perfetta, è necessario che non ci siano né echi, né rimbombi».
«Non mi aspettavo niente di diverso» disse Massimo.
Romano ebbe un moto di disappunto. Quel tipo gli aveva fatto perdere tempo, e lo aveva fatto apposta. Era proprio un avvocato, dopotutto.
Poi Massimo sorrise e la stizza del perito, pur senza scomparire, si attenuò.
«Ecco, quello che ha appena detto non lo scriverò, nella relazione» rispose. Poi disse: «Usciamo. Qui dentro si soffoca».
Era vero. Giugno era entrato nella chiesa come se volesse celebrare la messa e, dentro, l’aria era stagnante, umida, impregnata di muffa e antica reclusione. Tutti e due erano fradici di sudore.
Massimo uscì per primo e trasse qualche sospiro, tergendosi con un fazzoletto. Il pomeriggio era inoltrato, ma il tramonto era ancora lontano.
Romano lo seguì e chiuse la porta dietro di sé. Come perito, e pubblico ufficiale, era lui ad avere le chiavi. Le ante della chiesa recalcitrarono cigolando, ma poi obbedirono.
Massimo guardò verso l’auto il cui tettuccio, alla base della collina, scintillava come un manufatto alieno. Intorno non c’era anima viva, né edificio che avesse meno di duecento anni. «Andiamo?» chiese.
Il perito prese una sigaretta e si guardò intorno. Le colline erano un accavallarsi di gialli e di verdi, ma i monti, più lontani, erano grigi e azzurri, come se fossero fatti fatti di cielo rappreso. Verso est il mare era già intaccato dall’ombra.
Ecco perché non ce l’aveva con l’avvocato.
Grazie a lui si era fatto una scampagnata. Molto meglio delle solite perizie nei condomini, dove si questionava per stabilire se questo o quel suono superasse di tre decibel il rumore di fondo. E poi si questionava per stabilire quale fosse, il rumore di fondo.
Tanto valeva tirarla per le lunghe.
Rinunciò alla sigaretta e si sedette su una panca vicino all’ingresso. «Per me la giornata è finita» disse.
Massimo lo imitò, accomodandosi a distanza e appoggiandosi alla parete della chiesa. «Anche per me» disse.
Romano estrasse di nuovo la sigaretta e glie la offrì, ma l’avvocato la rifiutò. «Insomma, il suo scopo era solo guadagnare tempo» chiese.
«E non le sembra abbastanza prezioso, il tempo? Non le sembra l’unica cosa che valga la pena di guadagnare?». Poi: «Contesterò la sua perizia, ovviamente. Niente di personale. Ci vorrà qualche altro mese, con un po’ di fortuna qualche anno, prima che si arrivi a un provvedimento definitivo. Intanto, nessuno la toccherà, la chiesa. Ora come ora, mi pare che abbiamo altro a cui pensare. Dopo… dopo si vedrà».
«Ma qualche altro pregio, questo posto, deve pur averlo. Storico, archeologico, culturale…». Non avrebbe dovuto dirlo. Era un pubblico ufficiale. Non doveva parteggiare per nessuno, ma solo far conoscere la verità alle autorità competenti. Ma gli sarebbe spiaciuto se la chiesetta fosse stata demolita. Ci stava bene, quella chiesa, sulle colline. E anche lui, Romano, ci stava bene.
Massimo rispose: «In questo paese, tutto ha un valore storico. Ogni cosa». Indicò un punto a valle, non lontano dall’auto. Un enorme pioppo svettava in mezzo ai campi. Ai suoi piedi, una fontana. Prima di salire sulla collina, l’avvocato si era fermato a bere un sorso. Faceva un gran caldo e l’acqua che si erano portati dietro era finita. Romano aveva riempito una bottiglietta e l’aveva bevuta mentre salivano. L’acqua era fresca e un po’ acidula, ma buona. Peccato fosse già finita.
«Scommetto che quello, nell’antichità, era un luogo sacro. Spesso le fonti lo erano» disse Massimo.
«Non c’era mica la rete idrica» convenne il perito «e neppure le bottiglie di plastica. L’acqua era un bene prezioso». Pensò alla sete che aveva e decise che “era” non fosse il termine più adatto.
«Non è un caso che il monte, e il santuario, e la fonte, siano dedicati a San Vicinio. Un santo vissuto, pare, nel quarto secolo, venuto qui, pare, dalla Liguria e ritiratosi in eremitaggio, pare, proprio su questo monte. Un po’ troppi “pare”, non trova? Probabilmente c’è poco di vero, ma allora si faceva così. Si piazzava o una chiesa dove c’era un culto pagano, in modo che le due fedi si fondessero e quella cristiana soppiantasse l’altra, se non era possibile inglobarla. La specialità di San Vicinio sono gli esorcismi, lo sapeva?».
Romano lo sapeva. «La Chiesa ha autorizzato l’abbattimento» disse.
«Già» rispose l’avvocato.
«E lei odia tutto questo, non è così?».
L’avvocato si girò a guardarlo. «È come dire che tutto quello che c’era prima non è sbagliato, ma... sì, insomma... è superato. Che bisogna fare l’upgrade della religione. No, non mi piace. Vivo nel Ventunesimo secolo, ma non sono tenuto a farmelo piacere. E cerco di evitarlo, se posso».
«Meglio i vecchi dei? Le ninfe delle fonti?».
Massimo ridacchiò. «Nel quarto secolo, e per un bel pezzo, le divinità pagane sono state avversari del dio cristiano. Poi è toccato ai santi e alle madonne, sotto la spinta della riforma protestante. Poi, tutte le care, vecchie religioni sono state spazzate via dall’Illuminismo, dal Progresso e poi… cosa? I fonometri? Gli smarthpone? Gli algoritmi?».
«Ma perché io? Perché questa storia dell’acustica straordinaria che ci sarebbe in questa chiesa, e che non c’è? Perché ha basato il suo ricorso su questo?».
«Per due ragioni. La prima è che la Chiesa e le autorità civili avevano già compiuto le loro ricerche archeologiche, storiche e artistiche. Io non avevo altre carte da contrapporre e nessun perito avrebbe rischiato la propria reputazione sostenendo che questa catapecchia ha qualche valore. Una perizia fonometrica, invece, richiede tempo e strumentazione. Non la puoi svolgere via webcam. La pandemia capitava a fagiolo. Per mesi e mesi nessuno avrebbe potuto svolgere operazioni peritali in presenza, a meno che non fossero state strettamente necessarie... e questa non lo è. Come ha detto anche lei, volevo solo guadagnare tempo»
Romano non rispose. Per un po’ si udì solo il frinire della cicala. Infine disse: «Due».
«Prego?».
«Ha detto “due”. Due ragioni che l’hanno indotta a sostenere che, dentro questa catapecchia, come l’ha chiamata, c’è un’acustica straordinaria. Qual è la seconda?».
Massimo esitò. Non doveva essere un tipo molto loquace. Non sulle cose cui teneva veramente. Ma non era così per tutti? «Mi piacciono i canti gregoriani» disse alla fine.
«Come?».
«I canti gregoriani. Ha presente, vero? Mi piacciono. Hanno un che di arcaico, di essenziale, di...» cercò la parola finché non la trovò «infinito».
«Non capisco».
«Ha visto i due buchi nel muro, in corrispondenza dell’abside?».
Romano li aveva visti. Due fori circolari, ai lati dell’altare, del diametro di circa dieci centimetri.
«Non hanno senso, vero?» chiese Massimo «Sono stati fatti apposta, questo è chiaro, ma perché? Forse ci era appoggiato qualcosa, ma perché non sono stati chiusi quando il qualcosa è stato portato via? E, certamente, non servono a dare aria o luce all’edificio, o guardarci dentro; non rendono più stabile il muro, né lo alleggeriscono, né ne compromettono la tenuta. Non hanno senso».
«No, non ce l’hanno».
«Ci sono sempre stati» proseguì Massimo «O almeno io li ho sempre visti. Venivamo quassù, da ragazzi, e facevamo un gioco. Due si mettevano in corrispondenza dei fori, appoggiandoci le mani a coppa, e cantavano. Un terzo si metteva qui, all’ingresso, appoggiava l’orecchio alla serratura e ascoltava».
«Canti gregoriani?».
L’avvocato rise. «Per la miseria, no. Eravamo ragazzi. Ne avevamo sentito qualcuno durante una messa, o alla radio o in TV, e andavamo a orecchio. Facevamo finta che ci fosse in giro il fantasma di qualche monaco. Io me lo immaginavo. Ma c’era davvero qualcosa. Qualcosa di...».
«Infinito?».
Massimo annuì. «Quei ragazzi sono membri del comitato, adesso. Per questo hanno accettato la mia idea dello “Straordinario fenomeno acustico” che giustificherebbe il valore artistico della chiesa, impedendone l’abbattimento. Sanno che è una causa persa in partenza, ma va bene così. Il giudice respingerà il ricorso e li condannerà alle spese, ma la condanna, divisa per quanti sono, non è tanto grave. Io, per parte mia, non prendo un centesimo».
«Però, alla fine...».
L’avvocato annuì di nuovo. «...c’è solo il rimbombo. Succede sempre. Gente come me e come lei passa la vita a respingere tutto ciò che non può essere provato. Se non lo puoi dimostrare, niente esiste. Alla fine, arrivi al punto in cui è davvero così».
Il sole stava calando e la cicala aveva smesso di cantare. Il perito stimò che potesse essere molto lontana, forse tra le foglie del pioppo. Ripensò al discorso dell’avvocato sull'avvicendarsi delle religioni e avvertì il lento susseguirsi delle epoche che si succedevano l’una all’altra come i profili delle colline nel tramonto e che, tuttavia, erano nonnulla nell’immensità. Nell’infinito. «Vogliamo fare un tentativo?» chiese alzandosi.
Si avviò verso il retro della chiesa, senza dire una parola, e l’avvocato lo seguì in silenzio.
Girato l’angolo, la temperatura era inferiore e, in corrispondenza dell’abside, dove si stendeva l’ombra, quasi fresca. Anche qui, per ogni dove, il panorama delle colline.
Romano si inginocchiò in corrispondenza di un foro, dolorosamente consapevole di quanta differenza ci fosse tra il genuflettersi di un ragazzo e quello di un adulto, e appoggiò le mani e la bocca al pertugio. L’aria nel foro era fredda, quasi venisse da molto più lontano che poche spanne di muratura, e densa di polvere e buio. Gli sfiorava il naso, solleticandolo.
Come i ragazzi di cui aveva parlato Massimo, e lo stesso Massimo dell’epoca, il perito non conosceva canti gregoriani, per cui fece come loro. Improvvisò.
Lanciò alcuni vocalizzi che ricordavano vagamente il latino, variando il ritmo e intonando, o almeno così sperava, quelli che, tecnicamente, si chiamano “melismi”.
Quando il fiato scemò – e avvenne abbastanza presto – appoggiò l’orecchio al foro. Sapeva che le onde sonore si sarebbero rincorse dentro la chiesa deserta come uccelli imprigionati in una voliera, ma Massimo lo fermò mettendogli una mano sulla spalla. «Aspetti» disse «bisogna essere almeno in due».
Si allontanò di qualche passo, si inginocchiò a propria volta in corrispondenza del foro, e cantò.
A differenza di Romano, conosceva i canti gregoriani e il perito gli tenne dietro.
L’effetto non fu molto differente da prima, ma un po’ sì. Qualche nota fuggì dalla chiesa e, attraverso la porta tarlata, s’involò nel cielo che imbruniva.
Romano appoggiò l’orecchio al foro e udì le voci che andavano e venivano, colpendo i muri e tornando indietro, caotiche, ma amplificate, come se ci fosse davvero un coro. Attese che svanissero e rimase così a lungo, ignorando le proteste delle ginocchia, anche dopo che l’ultima vibrazione scomparve.
Quando si rialzò, Massimo era già in piedi. «Rimbombo» disse.
«Rimbombo» confermò il perito.
L’avvocato ridacchiò.
«Forse un’eco o due» mentì Romano e sorrise a propria volta.
Sapevano entrambi. Tutti e due, per un istante, avevano sentito. O almeno ci avevano sperato.
«Credo proprio che sia ora di andarsene» disse Massimo.
Lasciarono la chiesa e imboccarono il sentiero che, dalla cima della collina, portava all’auto.
A mezza strada, Romano parlò: «Sa, mi chiedo se fosse così, una volta. Quando vivere era pericoloso e c’era bisogno di santi sulle colline per tenere lontani i demoni».
«A fame, a peste e a bello, libera nos, domine» rispose l’avvocato.
Raggiunsero la macchina e il perito prese le chiavi. La vettura aveva immagazzinato tutto il calore del giorno e il metallo gli scottò le dita. Romano fece un salto indietro, imprecando.
Avrebbero potuto accendere l'aria condizionata, ma, senza dire una parola, decisero di aprire le portiere lasciar entrare nell'abitacolo l’aria della sera. C'era altro tempo da perdere. O da guadagnare.
«Chissà come procede l’epidemia, oggi» disse Romano.
Massimo prese il cellulare, fece scorrere le dita sullo screen e disse: «Al solito. Non prende. Le colline fanno da schermo. Bisogna andare più in là».
Il perito non si mosse. «Come ha detto, poco fa? “Dalla fame, dalla peste e dalla guerra liberaci, Signore”. Sa, a volte mi chiedo se questa pandemia sia davvero sotto controllo, se...».
Sulle prime, la presero per un soffio di vento e, in effetti, le foglie del pioppo tremolarono, ma non era una folata.
Una vibrazione, piuttosto, che scendeva dalla collina e, allo stesso tempo, saliva al cielo, fino a divenire un canto di molte voci che intonavano una melodia in una lingua antica.
Aleggiò per un istante, poi si affievolì, parve raggiungere l’orizzonte violetto e oltrepassarlo.
Un istante ancora e fu come se non ci fosse mai stata.
Ma c’era stata.
L’avvocato guardò il perito.
Romano ebbe l’impressione che i suoi occhi si fossero fatti più grandi, come quelli sul volto di un ragazzino. E fu certo che anche i propri fossero così.
«Che cosa intende fare?» chiese l’avvocato.
Romano esitò, poi rispose: «Lo scriverò nella relazione».

 

NDA. Anche se con qualche lieve licenza narrativa, i luoghi descritti nel racconto – la chiesetta, il monte, la fontana, il pioppo, la storia di San Vicinio – sono reali. Anche i due buchi nel muro lo sono.

 

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Mauro Banfi il Moscone il 2020-06-22 11:56:36
Bellissimo: in questi tuoi racconti "trascendenti" (ma per me in senso husserliano, nel senso che sono anche molto "sensibili", e qua è evidenziato dall'acustica) l’Invisibile non è bandito in nome di un’utopia tecnocratica e la Materia non trionfa - e non è tronfia - a spese dell’Uomo. C'è una ritualità umanistica - che può piacere a laici e non - che non è piatta liturgia ma viva intelligenza, sensibilità, cura per il particolare. E complimenti, ultimamente sei prolifico nella qualità: passerò anche dalle altre parti. Abbi gioia

Rubrus il 2020-06-22 12:56:03
In realtà questo racconto mi frullava in testa da diverso tempo, forse addirittura da anni. Mi è venuto in mente lo sviluppo relativamente poco tempo fa, e quindi, finalmente, l'ho scritto. Penso sia uno di quei racconti che si devono prendere il loro tempo, prima di uscire dal posto in cui si trovano. Qualunque sia.

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