793 OPERE PUBBLICATE   4095 COMMENTI   81 UTENTI REGISTRATI

Utenti attivi:

RICERCA LIBERA E FILTRI DI VISUALIZZAZIONE

Sezioni:    Narrativa   |    Saggistica   |    Poesia   |    Narrativa di gruppo e collaborazioni tra utenti   |    Momenti di gioco e umorismo a premio e turismo culturale.   |   

Ricerca per genere e utente (work in progress)

Per chi si scrivono le poesie d'amore

"VIRGOLETTE" Saggistica Saggistica

di Roberta

pubblicato il 2020-06-11 14:55:38


Seduta di fronte alla finestra della mia stanza, affacciata su una strada da qualche tempo deserta, vagando la mia mente si sofferma su un inconsueto dilemma: perché si scrivono poesie? Ma soprattutto, quando scriviamo poesie d’amore, per chi lo facciamo? Chi è il vero destinatario? È l’oggetto della poesia (la persona di cui si parla)? È il pubblico, una sorta di claque di cui abbiamo bisogno per nutrire il nostro ego? O siamo noi stessi, visto che, secondo alcune teorie psicologiche e letterarie, l’altro, la persona amata, non è che l’oggetto di un bisogno che si ridesta in alcuni momenti della vita, e che s’attacca dove trova, per cui la stessa persona per la quale dicevamo e credevamo di vivere e morire, dopo un certo lasso di tempo non è che un uomo pelato, un ragazzo appesantito e goffo, un muso lungo e storto? 

Per farsi una domanda del genere, di poesie d’amore bisogna averne scritte almeno un po’, e non guasta frequentare o conoscere abbastanza bene qualcuno che abbia la stessa predisposizione. Perché di questo, poi, si tratta: non ci si impone di scrivere poesie, a un certo punto e in certi momenti ti vengono. 

Ho scritto poesie d’amore a 19 anni, al liceo. Poi ho smesso fino a quando, a poco più di 25 anni, frustrata dalla schiavitù del lavoro d’ufficio, m’innamorai di un mio collega, unica via di scampo che la mia mente riuscì a trovare per sopravvivere a quella vita vuota e infelice. Ecco che allora, di nuovo, dopo quella che a quell’età sembra un'infinità di tempo, ma alla mia età attuale una manciata di anni tutti uguali, parole non cercate iniziarono a premere per uscire.

All’università provai perfino a scrivere dei sonetti; sempre, ovviamente, dopo una delusione amorosa: sembra che l’animo poetico si risvegli ogni volta che il desiderio viene frustrato. Ma non è solo quello, e lo spiegherò meglio dopo: un’altra grande fonte d’ispirazione sono gli amori platonici, o meglio le proiezioni dei nostri bisogni sulle persone più varie che ci capitano a tiro in certi momenti della nostra vita in cui siamo predisposti all’innamoramento. 

A proposito di amori platonici, da giovane donna scrissi  poesie per  giovani uomini che non si sarebbero mai sognati di essere nei miei pensieri: se quelle poesie fossero finite per caso (ma in effetti era assolutamente impossibile, perché il quadernino su cui le scrivevo non si mosse mai dal cassetto del mio comodino) in mano al destinatario, sarei morta per la vergogna: da quel momento non avrei più avuto il coraggio di farmi vedere in giro. Per esempio ne scrissi alcune per un ragazzo che incontravo in treno per andare all’università e che frequentava il pub dove lavoravo nel fine settimana. Negli stessi anni ne scrissi per un tipo alto e bello (così mi pareva) che faceva l'obiettore di coscienza nella biblioteca dove lavoravo saltuariamente per mantenermi agli studi. In entrambi i casi si trattava di amicizie, si parlava del più e del meno, c'era stato qualche rossore da entrambe le parti, vedendosi in un’occasione inaspettata, ma nulla più: nessun appuntamento, scambio di numeri di telefono, tentativo d’incontrarsi da soli. D'altra parte, un rossore da parte loro nel vedermi bastava a suscitare un turbamento e romantiche fantasie, che mai provai a far realizzare. Ma avevo davanti una lunga vita, a quel tempo, e pensavo di potermi permettere di procrastinare. Se avessero letto quello poesie, entrambi mi avrebbero presa per pazza (magari ne sarebbero stati lusingati, ma a quel punto io sarei scappata a gambe levate per la vergogna e il mio amore sarebbe sfumato immediatamente, al solo pensiero della figuraccia che avevo fatto). Eppure credo sia proprio quella la condizione ideale per scrivere poesie d’amore: quando si vivono quelle infatuazioni che nascono come piccoli fuochi solo dentro la  tua testa, che si nutrono di piccolissime cose, come uno sguardo appena più lungo del normale, un rossore improvviso comparso sulle guance dell’altro che non si aspettava di vederti, o comunque da quei sogni ad occhi aperti che si fanno da soli nella propria cameretta, pensando a un viaggio in treno seduti vicini, a un momento in cui lui sembra essersi addormentato e tu vorresti appoggiare la testa sulla sua spalla ma non lo fai e rigiri quel pensiero nella tua mente per giorni. 

Dopo i 30 ne scrissi alcune anche per dei giovani uomini con cui una qualche relazione c’era stata, ma anche in quel caso mai e poi mai avrei voluto che quelle poesie cadessero in mano ai rispettivi destinatari. Non li riguardavano. Riguardavano me, i miei sentimenti, la mia immaginazione, infatuazione, esaltazione. A volte erano  anche esercizi di stile: durante l’università (ma devo averlo già detto) avevo scritto perfino qualche sonetto. 

Ma allora, se per me funziona così, anche gli altri scrivono solo per sé? Per chi si scrivono le poesie d’amore? 

A questo punto entra in gioco una questione di ordine morale: è lecito pubblicarle se il destinatario potrebbe riconoscervisi? Se la lettura di quelle poesie potrebbe provocare nell’altro una reazione cui non siamo pronti a corrispondere?

Ecco dunque che sorge un dilemma: se a quel tempo ci fosse stato internet, le avrei pubblicate? E se sì, l'avrei fatto, sapendo di correre il rischio che i destinatari le leggessero e - almeno in qualche caso - vi si riconoscessero? Avrei addirittura avuto il coraggio di farlo sapendo che loro le avrebbero lette? E se così fosse stato, quelle poesie sarebbero state ancora solo per me? E se loro fossero venuti a cercarmi dicendomi di averle lette, con sguardi carichi d’amore e di attesa? Non sarei forse scappata a gambe levate, comprendendo che non era di Tizio o di Caio che stavo parlando, ma di me?

E però, se spostiamo il punto di vista: se c’è un destinatario che legge, e chi scrive ne è consapevole, allora la poesia non è più solo di chi la scrive. E se c’è qualcuno che vi si riconosce, perché magari quella poesia è stata scritta dopo un litigio, o dopo una riappacificazione, o ancora dopo una qualsiasi cosa che l’altro abbia fatto nel corso di quella relazione, o anche dopo che essa è finita, lasciando però degli strascichi, delle questioni irrisolte, allora quella poesia coinvolge anche quel qualcuno, tirandolo in ballo cambia qualcosa nella sua vita, provoca in lui delle reazioni: si potrebbe dire che è una sorta di violenza, un'irruzione nella vita altrui che provoca delle conseguenze.

Ancor peggio vanno le cose quando sappiamo che la persona con cui abbiamo iniziato una relazione scrive poesie e sappiamo anche dove le pubblica, perché è lei, quella persona, che ci ha portato lì, che ci ha fatto conoscere quel luogo: qui non è più concesso barare, a meno che non si abbia dell’altro una così bassa opinione da credere che possa non capire quel particolare che riguarda proprio qualcosa che ci si è detti, un fatterello che a un estraneo potrebbe anche sembrare di minima importanza, ma non lo è per chi è coinvolto sentimentalmente, oppure una provocazione, un messaggio, un’immagine che rimanda a lui. 

Insomma, nel primo caso, quando il destinatario (o l’oggetto) è totalmente ignaro, la poesia è qualcosa di leggero, evanescente, nata dal profondo di noi stessi ma evaporata poi nell’aria, libera, inoffensiva, addirittura piacevole. Nel secondo caso, bisogna pensarci molto bene prima di rendere pubblico qualcosa che coinvolge molto intimamente un’altra persona, che che ci ama o che ci ha amato, e che leggendo proverà un’emozione, positiva o negativa che sia, e subirà inevitabilmente un cambiamento d’umore, e se questo succederà abbastanza spesso, probabilmente un cambiamento nella propria vita. 

Quale parte ha la persona che ha ispirato una poesia d’amore nella diffusione della poesia stessa? Come vive quella persona l’esibizione di un sentimento da lei stessa provocato? Il fatto che quelle parole da lei ispirate (nel bene e nel male) vadano in pasto a cani e porci? Dove sta il confine tra la libertà dell’artista e la vita spirituale, affettiva, privata della persona amata?

Mi fermo, non mi aspetto nulla, ma forse a questo aspetto qualcuno ci dovrebbe pensare.

 

SEGNALA ALL'AUTORE IL TUO APPREZZAMENTO PER QUESTA PUBBLICAZIONE

SEGUI QUESTO AUTORE PER ESSERE AGGIORNATO SULLE SUE NUOVE PUBBLICAZIONI

L'AUTORE Roberta

Utente registrato dal 2017-11-01

ALTRE OPERE DI QUESTO AUTORE

Poesia trovata tra le pagine di un libro Poesia

Dialoghi con Leucò. Il fiore Saggistica

Per chi si scrivono le poesie d'amore Saggistica

La morte nel cuore Poesia

IL FUNERALE Narrativa

È così per tutti Narrativa

Senza titolo Poesia

Ipnagogia, o la morte apparente Narrativa

Il bugiardo smascherato Narrativa

Incomunicabilità Narrativa

I corridoi della mente Narrativa

Posseduta platonicamente Narrativa

Minigolf Narrativa

Lepri e conigli (ovvero una tranquilla domenica in montagna) Narrativa

Flipped classroom Narrativa

Il sorriso di David Narrativa

La fortuna premia gli audaci Narrativa

Un sacco di stracci Narrativa

Il diritto al silenzio e la mamma di Woody Allen Narrativa

IL CAPPOTTINO Narrativa

L’atto della creazione poetica ne Il dottor Zivago di Boris Pasternak Saggistica

Pendio, vento di corsa, cenere: una poesia di Pierluigi Cappello Saggistica

Epitaffio della stanza buia Poesia

Tarocchi (incipit di Eli Arrow) Narrativa di gruppo e collaborazioni tra utenti

Tutto il resto non è che distrazione. Narrativa

In un noioso pomeriggio di novembre Narrativa

UN INCRESCIOSO INCIDENTE (o La Vanità offesa) Narrativa

Paolo e Francesca (Dante perdonami) Narrativa

DIVIETO DI RIPRODUZIONE

E' assolutamente vietato copiare, appropriarsi, ridistribuire, riprodurre qualsiasi frase, contento o immagine presente su di questo sito perché frutto del lavoro e dell´intelletto dell´autore stesso.
É vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
É vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall´autore.

Rubrus il 2020-06-11 17:23:17

Mah... devo premettere che poesie d\'amore non ne ho mai scritte (o se l\'ho fatto non me ne sono accorto), nè ne ho ricevute (o, se è successo, non me ne sono accorto) - e devo premetterlo perchè è saggio parlare di ciò che si conosce. Ciò premesso, credo che, se nella poesia d\'amore prevale l\'aspetto relazionale, per cui la poesia ha senso solo se riferita a un determinato soggetto, allora è meglio il riserbo. Se invece può in qualche modo assurgere a massima universale, anche se magari di un aspetto particolarissimo o rarissimo di questo sentimento, allora il riserbo può essere meno stringente. Penso quindi che le poesie di Petrarca, Catullo ecc abbiano un valore che esula dalle caratteristiche, probabilmente neppure reali, di Lesbia o Laura. Anzi, hanno valore, magari, proprio perchè ne prescindono. Con riferimento poi ad internet (oltretutto in tempi in cui si è dovuto creare il reato di \"pornovendetta\") penso, ma è personalissimo parere, che nella misura in cui si avvicinano a una forma di corrispondenza (ancorchè di amorosi sensi) non le si possa pubblicare senza il consenso del destinatario se costui può o potrebbe essere riconosciuto. A ritenere diversamente, si perverrebbe alla conclusione che l\'amore può essere gestito solo da una delle due parti e così, per comune esperienza, non è - nè è bene che sia.(la sua natura è infatti eminentemente, sostanzialmente relazionale) . Si verificherebbe infatti una lesione di un diritto fondamentale della persona, quello alla propria identità, ai propri sentimenti e alla riservatezza. Determinare in concreto la riconoscibilità di un soggetto è, ovviamente, molto più difficile che in astratto. E allora, posso, camuffato l\'oggetto del mio amore in Lesbia, Beatrice, Laura, Fiammetta o chicchessia, quindi resa impossibile l\'identificazione, rendere pubblico il mio sentimento? Mah... senza indagare sul perchè uno lo faccia, penso di sì. Lo si è sempre fatto e proprio in questi termini, scrivendo di Lesbia, Laura, Beatrice, Fiammetta eccetera. Magari - e quindi senza entrare nel merito del valore letterario \"amo Maria\" sul muro. Col rischio che qualcun altro aggiunga, sotto: \"Però Maria ama me\".

Roberta il 2020-06-12 13:25:59
Prima di tutto ti ringrazio per il commento e ti esprimo il mio apprezzamento per la premessa. Hai giustamente evidenziato il fatto che quando la poesia, pur nascendo da una questione o da un sentimento personale, assume un significato universale, è giusto che venga diffusa. Sono pienamente d’accordo. Quanto al secondo punto che affronti, la questione è molto difficile da risolvere: la pubblicazione su internet avviene in genere in ambiti ristrettì in cui ci si conosce più o meno tutti, e succede, purtroppo, quello che io ho definito “dare in pasto a cani e porci” qualcosa che riguarda solo l’autore e il destinatario della poesia, visto che nasce come reazione a un aspetto relazionale.. Ne consegue che la sensibilità della persona che scrive o che si riconosce nella poesia viene spesso ferita, anche in modo irreparabile. Hai descritto in modo ammirevole il problema e anche la sua difficoltà la sua delicatezza. È molto difficile in questi contesti dimostrare chi e come ha leso il diritto della persona ai propri sentimenti e alla riservatezza, se l’autore non ha fatto nomi o riferimenti riconoscibili ai più. Eppure in queste situazioni accade di divenire oggetto di commenti assolutamente irrispettosi e lesivi della persona.
Anche la parte finale è pienamente condivisibile: da sempre i poeti usano il senhal; ma la questione che io intendevo è quando la persona oggetto della poesia riconosce se stessa e questo suscita emozioni, positive o negativa, che condizionano la sua vita, e il fatto che queste poesie non le siano offerte direttamente in un contesto reale, ma siano appunto “date in pasto” a un pubblico, devia completamente il fine o la direzione, dato che sentimenti suscitati da me finiscono per essere oggetto di pubblico dibattito al quale io, al massimo, posso partecipare come pubblico, ma non ho voce in capitolo come “ispiratrice”. Non so se mi sono spiegata, è molto difficile capire se non hai vissuto una situazione simile.

Rubrus il 2020-06-12 15:50:46
Credo che si debba partire da un dato che prescinde dal web. Ogni relazione amorosa, solitamente, consta di due fasi, che possono anche convivere: la prima privata, la seconda pubblica. Nella prima fase il sentimento è noto (chiaramente parlo di relazioni non clandestine) solo a chi lo vive, almeno nelle loro intenzioni, nella seconda la relazione è nota al pubblico. Queste fasi un tempo si concludevano sempre col matrimonio che aveva anche la funzione di delineare in modo e chiaro e netto un'area di esclusività della coppia in cui gli estranei - non potevano entrare e che peraltro rendeva ufficiale e nota - e quindi di dominio pubblico, con ogni eliminazione di problemi di riservatezza - la relazione amorosa. Passando alle dinamiche del web, credo che si possa affermare che, se la relazione è nella prima fase, quella privata, allora la diffusione sul web di poesie destinate all'amata non sia affatto opportuna. Non lo è se l'amata/o è riconoscibile da terzi, ma credo che non lo sia neppure se l'amata/o non sia riconoscibile. In questo caso il bene leso è il desiderio di esclusività della relazione da parte di uno dei membri della coppia, che esige e desidera che il sentimento rimanga comunque segreto, e questo per mille ragioni: magari perchè ella/egli per primo non ne è sicuro, quindi non vuole che un sentimento così personale che la/lo riguarda sia espresso in modo più o meno palese (c'è una fase iniziale in cui l'amore è segreto persino per l'amante, che non sa se ama o no) . Se poi un membro della coppia desidera che il sentimento resti segreto e l'altro no, allora è evidente che c'è un problema nella relazione, che può essere una semplice "sfasatura" nella fasi della sua evoluzione, oppure una crisi più profonda. In questo caso, il problema non è tanto la riconoscibilità dell'amata/o nella poesia, quanto il diverso modo i cui i due vivono la relazione. In questo caso, dato che, una volta che un segreto è svelato, anche se magari nessuno se ne accorge, non può essere segretato di nuovo, è opportuno che il soggetto il quale ritiene leso il proprio interesse alla segretezza ed esclusività delle relazione palesi all'altro il proprio dissenso a che se ne parli, anche se magari in forma del tutto anonima o sublimata. Qui però entriamo in un ambito che, più che alla liceità o legittimità dell'espressione poetica, attiene alle dinamiche personali e relazionali tra i due soggetti. Se invece la relazione è già nella fase pubblica, solitamente il problema dell a riservatezza della stessa non si pone in termini particolarmente rigorosi e stringenti e, solitamente, la comunicazione tra i soggetti è, o dovrebbe essere, tale da eliminare i problemi alla radice o risolverli se si presentano. Va da sè che se parliamo di relazioni clandestine o adulterine entrano in gioco tutt'altre dinamiche.

Roberta il 2020-06-12 20:10:10

Adulterio! Che paura! La lettera scarlatta, la sacra rota, il cardinal Tettamanzi e suor Luigia dell’asilo!



Scherzi a parte, ad averci pensato, ce ne sarebbe per una tesi di laurea. Temo però che la partita tra la poesia d’amore e la deandreiana “pubblica moglie” sia persa in partenza. Dalle origini della letteratura in volgare, i trovatori provenzali usavano il senhal perché scrivevano per donne sposate. Beatrice sembra sia morta di parto (era quindi sposata e non con Dante) mentre alla moglie Gemma Donati il sommo poeta a quanto pare non dedicò una riga. Lungi da me dal giudicare, ma amore, idealizzazione e matrimonio non hanno nulla in comune e sia Dante che Beatrice si sposarono a quanto pare per ragioni che con l'amore avevano poco a che fare. Petrarca: la condizione di chierico non si concilia con l’amor carnale, e infatti il senso di colpa lo perseguita tanto che il sonetto proemiale del Canzoniere parla di “giovanile errore”. Ariosto si sposa in tarda età dopo una relazione clandestina durata tutta la vita, che gli fa scrivere nel proemio del Furioso: “Se da colei che tal quasi m’ha fatto,/che ‘l poco ingegno ad or ad or mi lima,/me ne sarà però tanto concesso,/che mi basti a finir quanto ho promesso.”. Faccio un salto fino a Foscolo, collezionista di donne sposate più vecchie di lui. Leopardi s’innamora di Fanny Targioni Tozzetti, sposata con figli, e le dedica il ciclo di Aspasia. Pavese, amante infelice, ama e dedica poesie, tra le altre, alla Pivano, che però sposa l’architetto Ettore Sottsass. Montale scrive poesie per Irma Brandeis (Clizia) e Maria Luisa Spaziani (Volpe), rispettivamente Beatrice e antibeatrice, ma sposa la povera Drusilla Tanzi, che lo ha sempre protetto, aiutato e mantenuto, solo in tarda età, e le dedica poesie post mortem, chiamandola “caro piccolo insetto” (gulp). E che dire della poesia di Umberto Saba  A mia moglie, paragonata a una capra, a una giovenca e a una cagna? Grazie caro, giovenca e cagna sarà tua madre, io chiedo il divorzio! Urca, per poco dimenticavo Catullo e Lesbia! Insomma, la poesia sta al matrimonio come i cavoli a merenda. 


RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Mauro Banfi il Moscone il 2020-06-12 07:26:37
Interessante indagine tra letteratura e sentimenti, resa ancora più attuale e stringente dal nostro tempo di pandemia. Sto preparando un post sulla dialettica e il dialogo tra persone in questi tempi tribolati, e ci trovo molti punti di contatto con questo tuo. Noto che le persone si stanno isolando sempre più tra di loro, nonostante l'impoverimento estremo che questo comporta alla loro psiche e ai loro sentimenti; ma del resto decenni di iperconsumismo li hanno convinti che la ricchezza materiale valga di più. Qua nella mia provincia la gente ormai si evita quando s'incontra per strada: le persone qui attorno è come se neanche sapessero che esiste un mondo là fuori, potrebbero vivere anche sulla Luna o su Marte e per loro sarebbe lo stesso. Pensa anche ai siti letterari web o ai gruppi Facebook tanto di moda - e non solo il nostro, basta fare il rapido giro delle sette Chiese web ed è sempre lo stesso -: erano tutti chiusi in casa a far niente se non sopravvivere, eppure si è scritto e dialogato e comunicato ancora meno di prima. Si postano frasette stile baci Perugina che non creano nessuna risonanza e nessuna comunità o condivisione. Gli animali selvatici e domestici quando stanno per morire si nascondono in una tana, s'isolano e si preparano al grande viaggio. Non mi è mai piaciuto indulgere troppo al naturalismo - essendo per istinto e scelta un simbolista, perlopiù...- e tornando al tuo post, credo un'altra cosa, che ho vista verificata sul campo centinaia di volte nella mia vita. L'amore rende molto importante l'immaginazione creatrice di ognuno di noi: è il grande e supremo attivatore della nostra Psiche. Le persone s'innamorano quando la loro immaginazione è morta, allo scopo di risvegliare la loro immaginazione sulla loro vita, e non a causa dell'altra persona. Quasi tutti gli innamorati non sanno nemmeno chi sia davvero l'altra persona. L'amore è cieco perchè ha lo sguardo dentro il cuore dell'immaginazione, dicevano giustamente nel Rinascimento. L'ispirazione d'amore è più importante dei sentimenti o delle morali sull'amore. Le poesie d'amore si scrivono per tenere viva la nostra immaginazione creatrice che alimenta il focus della nostra vita, perchè sappiamo che quella è la nostra vera ricchezza: l'aurum non vulgi interiore, psichico, visionario. Le persone si isolano perchè credono che la loro immaginazione stia negli ipermercati e là si va solo con la mascherina e i guanti e l'amuchina. E facendo così si preparano solo a una morte peggiore: quella dell'anima. I poeti quando la loro immaginazione sta per morire s'innamorano: a qualsiasi prezzo, a qualsiasi costo, ne va della salvezza della loro anima. Loro sanno la differenza tra il vivere sulla Terra o sulla Luna o su Marte, loro vedono con gli occhi de"l'immaginazione del cor", come scriveva Michelangelo.

Roberta il 2020-06-12 21:14:33
A dire il vero l’unico aspetto per cui il mio scritto ha a che fare con la pandemia è che l’ho concepito nel periodo in cui non si poteva uscire di casa, cosa che mette in luce più gli aspetti positivi che quelli negativi, dato che mostra come l’isolamento permetta momenti di profonda riflessione. Ricordo che ero seduta accanto alla finestra con un libro, e sono quasi sicura che fosse Il tempo ritrovato, quando ho appoggiato il libro e mi sono messa a pensare. Visto che i pensieri prendevano una piega che mi sembrava interessante e temevo di dimenticarli, ho preso l’iPad e ho cominciato a scrivere. È stato probabilmente uno degli ultimi giorni di relativo relax, perché dopo Pasqua sono cominciate le dolenti note: riunioni, griglie di valutazione, documenti del 15 maggio, decreti, esami, rendicontazioni e progetti. Il tutto condito con una buona dose di ottimismo da parte del nostro dirigente, del tipo “ricordati che devi morire”. Altro che “non fare niente se non sopravvivere!”. Di buono c’è che ho frequentato pochissimo i social, se non per protestare contro la condizione del ruolo dei docenti, sempre a disposizione anche il sabato e la domenica, come i corrieri Amazon.
Per il resto, credo che i motivi per cui le persone si innamorano siano vari, ma sicuramente quello che tu ricordi è uno dei più importanti. Non sempre, purtroppo, quando finisce la fantasia ci si innamora. A volte passano anni prima che ci si risvegli: forse dipende dall’entità della delusione che l’ultimo innamoramento ha provocato. La tua riflessione conferma però la mia almeno per un aspetto: la persona di cui ci ci si innamora non è la casa dell’innamoramento, ma un semplice accidente che ci troviamo tra i piedi nel momento in cui siamo giunti al limite della sopportazione.

Rubrus il 2020-06-13 09:00:20
Eh... alle volte - ma devo dire che mi capita anche di farlo a bella posta - uso termini demodè. Non per emettere giudizi, ma perchè preferisco chiamare le cose con nomi che, se non sono offensivi, sono sempre meglio di perifrasi o burocratese a volte ridicoli - per non parlare dell'uso distorto dell'inglese. L'importante, dicevo, è non offendere. Ma torniamo al matrimonio e alla poesia. Penso che la poesia, in quanto legata al sentimento, sia legata più alla fase dell'innamoramento che a quella in cui la relazione è stabile. Specie se il poeta è uomo, in questa seconda fase, a parte l'inevitabile prevalere della routine, anche affettiva, si tende a dare per acquisito il sentimento e quindi il poetarne diventa o viene percepito come "noioso". Assai spesso è un errore, più sovente maschile, che femminile, ma tant'è. Ora, non per parlare del mio racconto qui - e, appunto, eccomi a ripiombare nella prosa - è un po' l'idea che esprimo quando faccio chiedere a Diana, rivolta a Bruno: "Perchè non me lo hai mai detto?" (o forse è Bruno che lo dice a se stesso) .

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO