793 OPERE PUBBLICATE   4095 COMMENTI   81 UTENTI REGISTRATI

Utenti attivi:

RICERCA LIBERA E FILTRI DI VISUALIZZAZIONE

Sezioni:    Narrativa   |    Saggistica   |    Poesia   |    Narrativa di gruppo e collaborazioni tra utenti   |    Momenti di gioco e umorismo a premio e turismo culturale.   |   

Ricerca per genere e utente (work in progress)

La stanza delle bambole

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Vecchio Mara

pubblicato il 2020-05-31 22:11:58


La stanza delle bambole

 

LA SCENA DEL CRIMINE

 

Quando l’automobile raggiunse il culmine del declivio, il commissario Robinson, osservando le dieci graziose villette dai colori pastello immerse nei verdissimi giardini che tappezzavano la piccola valle, dubitò di aver sbagliato indirizzo. “Pare un posto dove non debba accadere mai nulla di cruento, un piccolo paradiso”, ebbe a pensare di primo acchito. Poi vide un’ambulanza e tre macchine della polizia ferme di fronte a una grande villa color lavanda e si corresse: «Un angolo di paradiso nella contea di Los Angeles, è un controsenso!»

Sospirò, lasciò il pedale del freno e iniziò a scendere a valle.

 

«Coraggio, commissario, il dovere ti chiama», si esortò parcheggiando tra l’ambulanza e la macchina dello sceriffo.

 

«L’avverto, commissario, non è un gran bel spettacolo» lo mise in guardia lo sceriffo prima di accompagnarlo sulla scena del crimine.

«Immagino, sceriffo. E le assicuro che ne farei volentieri a meno, se potessi», rispose questi in tono desolato.

 

«Cristo!» fece il commissario, serrando le palpebre e coprendosi bocca e naso con la mano destra davanti a uno spettacolo veramente ripugnante.

Il cadavere di un maschio obeso, di circa cinquant’anni, era riverso con le braccia aperte e le gambe divaricate sul parquet dell’ingresso; le budella che uscendo dalla camicia squarciata e precipitando a cascata dal lato destro del ventre finivano dentro la vasta pozza di sangue che si allargava sotto il corpo spargevano all’intorno un odore nauseabondo; pantaloni e boxer erano stati tagliati longitudinalmente per denudare le parti intime; al posto dei genitali ora c’era una specie di cratere sanguinolento; il pene, estirpato dalla sua sede naturale insieme allo scroto, era stato infilato in bocca alla vittima, i cui occhi sbarrati, insieme alla sacca dei testicoli che sbordando dalle labbra si andava ad appoggiare sul mento sporco di sangue rappreso, finivano per conferire alla scena un non so che di grottescamente pornografico.

«Se la disturba lo possiamo coprire, commissario, tanto qui noi abbiamo finito», lo informò uno dei due agenti della omicidi che fino a pochi minuti prima avevano trafficato attorno al cadavere.

Il commissario riaprì gli occhi. «Copritelo!» ordinò seccamente, volgendo lo sguardo da tutt’altra parte. «Ho visto abbastanza. Vorrei dare un’occhiata agli altri ambienti», aggiunse, rivolgendosi allo sceriffo.

Lo sceriffo annuì. «Venga, commissario.»

 

Dopo aver ispezionato il piano terra, mentre salivano al primo piano lo sceriffo gli spiegò che il delitto era stato scoperto dalla domestica alle sette di mattina, quando aveva aperto la porta con le chiavi in suo possesso per riprendere servizio.

«Ha dei sospetti?» domandò il commissario mentre seguiva lo sceriffo.

«Il chirurgo del Nevada», rispose senza esitare lo sceriffo.

«La tecnica “operatoria” parrebbe quella», osservò il commissario. «Il problema è che siamo in California, come se lo spiega?», aggiunse subito dopo.

Lo sceriffo allargò le braccia. «Si vede che dopo tre omicidi efferati, sentendo il fiato dei segugi sul collo ha pensato bene di cambiare aria.»

«Sì, ci potrebbe stare», convenne il commissario, poco convinto. «E’ un’ipotesi da tenere in considerazione…»

«Qui c’è lo studio della vittima», intervenne lo sceriffo interrompendo la riflessione. Poi aprì la porta e dopo aver ceduto il passo al commissario entrò a sua volta. «E qui c’era la cassetta del circuito di videosorveglianza che, ovviamente, come nei precedenti delitti del “chirurgo”, è sparita», aggiunse tronfio per rafforzare la sua ipotesi, indicando l’apparecchiatura sopra la libreria.

 

“Chirurgo del Nevada”, così era stato soprannominato dalla stampa, dopo il primo efferato delitto, il misterioso serial killer che incideva con perizia chirurgica la carne attorno ai genitali per estirparli e poi infilarli in bocca alla vittima. Finora erano stati attribuiti al “chirurgo” tre delitti, tutti compiuti nel Nevada.

 

Lo sguardo del commissario fu attirato dal cannocchiale posto su un treppiede, posizionato accanto alla finestra. Quando si avvicinò notò che era puntato in direzione delle quattro ville che si affacciavano sul lato opposto della via. Istintivamente avvicinò l’occhio alla lente: il cannocchiale era puntato in direzione della finestra di una camera, le tende erano tirate ma da uno spiraglio si poteva evincere che le pareti erano rosa. «Sa se qualcuno lo ha mosso?» domandò allo sceriffo.

«Prima di lei ho accompagnato i suoi uomini…» indicò la scrivania, «rammento che hanno preso il computer e le macchine fotografiche, ma non saprei dirle se uno dei due ha mosso il cannocchiale, non ci ho proprio fatto caso.»

«Uhm», fece il commissario, grattandosi i capelli crespi. «Macchine fotografiche?»

«Sì, ben quattro, erano sulla mensola dietro la scrivania.»

«La vittima era un fotografo?»

«Un fotografo abbastanza famoso, pare. E sembra che tra i residenti avesse acquisito una certa fama… a parer mio, dovuta al fatto che si offriva di fotografare gratis feste e barbecue, più che per la sua abilità», rispose con sarcasmo lo sceriffo.

«Lo conosceva?»

«Più o meno come gli altri. Non mi ha mai dato problemi; come tutti gli altri residenti, d’altronde. E’ una zona molto tranquilla, sono nove ville in tutto; un microcosmo sereno in mezzo al casino.»

Il commissario annuì e, mettendosi ad osservare con fare indagatore il giardino della villa dove puntava il cannocchiale, si ritrovò a pensare chi ci abitasse, ma, soprattutto, chi ci dormisse in quella camera dalle pareti rosa. «Diamo un’occhiata alle altre camere!» saltò su ritraendosi dalla finestra.

 

«Mah! Questa poi!» esclamò, sgranando gli occhi incredulo.

Quando lo sceriffo aveva aperto la porta, il commissario si era trovato davanti qualcosa di inaspettato: una stanza letteralmente tappezzata di bambole! Bambole di ogni fattura e di ogni cultura: di pezza, ceramica, legno, plastica ed altro materiale, riempivano gli scaffali che occultavano gran parte delle pareti dipinte di bianco. In mezzo alla stanza, un numero imprecisato di bambole pressate come sordine traboccavano letteralmente da un lettino da neonato in ferro color avorio; altre due bambole con il volto di ceramica con indosso due camicie da notte rosa erano state sistemate con cura, sedute una accanto all’altra, su una sedia a dondolo di legno chiaro, probabilmente cirmolo.

«Collezionava bambole?» chiese dopo essersi ripreso dalla sorpresa.

«Boh!» fece lo sceriffo. «Potrebbe anche essere materiale scenografico.»

«Materiale scenografico?»

«Sì, la vittima era un fotografo che lavorava per le riviste di moda, moda per bambini da zero a dodici anni. Forse le bambole le usava per creare le scenografie dentro cui riprendere modelli e modelle in erba.»

Il commissario fece un rapido calcolo mentale. «Ci saranno non meno di due o trecento bambole qua dentro, non sono un po’ troppe per la scenografia di un servizio fotografico?»

Lo sceriffo si limitò ad allargare le braccia.

«Alcune sembrerebbero di valore, probabilmente le collezionava», tirò le somme il commissario. «Ho visto abbastanza, chiuda pure.», ordinò poi.

Lo sceriffo chiuse la porta e seguì il commissario.

 

L’INDAGINE

 

Sulla scena del crimine non vennero trovate impronte né tracce del DNA dell’omicida. Inoltre i vicini di casa affermarono che Phillip Karlit, la vittima, era una persona alla mano, con cui non c’erano mai stati screzi di nessun tipo e che, nel periodo estivo, era solito invitare molti residenti ai suoi opulenti barbecue piuttosto che a prendere il Sole e fare il bagno nella sua stupenda piscina.

A questo punto l’ipotesi che l’assassino potesse essere il misterioso killer “Chirurgo del Nevada” tornò prepotentemente alla ribalta, anche se, di primo acchito, questo nuovo omicidio mostrava almeno tre anomalie, o incongruenze che dir si voglia: il luogo, la ferita mortale e l’arma del delitto. 

I tre omicidi precedenti erano stati compiuti sempre nello stesso stato: il Nevada. La scientifica aveva stabilito che le ferite mortali erano state procurate da un profondo taglio alla carotide eseguito con un affilatissimo bisturi; bisturi che il killer avrebbe poi usato per tagliare con precisione chirurgica la carne attorno a pene e scroto delle sue vittime.

Quest’ultimo omicidio, invece, oltre che per il luogo differiva per l’arma: un affilatissimo coltello simile a quello usato dai macellai per disossare, stava scritto sulla relazione dell’esame autoptico. Il tipo di ferita: un profondo taglio a L che partendo dal centro dello sterno scendeva sin oltre l’ombelico per poi piegare di novanta gradi e proseguire sino al fianco destro della vittima. Senza tralasciare il fatto che la carne attorno al cratere provocato dall’asportazione degli organi genitali; asportazione eseguita con un coltellaccio da macellaio, risultava per forza di cose sfrangiata, ben lontano dalla precisione di un taglio eseguito con un bisturi chirurgico.

Erano davvero troppe le incongruenze, per convincere il commissario Robinson della giustezza dell’ipotesi messa sul tavolo durante la riunione della squadra di detective a cui era stato affidato il caso. Così, ora, chiuso nel suo ufficio, si era messo a ripassare per l’ennesima volta le testimonianze dei vicini e ad osservare con occhio indagante le fotografie della scena del crimine.

Oltre al luogo in cui era stato materialmente compiuto l’omicidio - l’ingresso - il commissario aveva messo in fila sulla scrivania le fotografie degli altri ambienti. “Nel computer abbiamo trovato un sacco di fotografie di bambini; ma era il suo lavoro, e non erano certo nudi, tutt’altro: dall’abbigliamento e le scenografie, si evinceva che erano scatti eseguiti per le riviste del settore. Alcune volte aveva usato la stanza delle bambole, altre volte il giardino, il bordo della piscina. A volte i soggetti erano i figli dei vicini; e in questo caso, ameno uno dei genitori era presente, come affermato da loro stessi”, rifletteva grattandosi nervosamente i capelli crespi con le mani. “Eppure c’è qualcosa che non mi quadra… già, ma cosa?”

Sbuffò, si alzò dalla scrivania e si diresse alla finestra. “Deve essere qualcosa che mi ha colpito fin da subito, alla quale poi non ho dato peso… Cosa può essere? La stanza delle bambole?”, si domandava guardando di sotto le macchine degli agenti che parcheggiavano nel cortile interno. “Possibile che abbia allestito una stanza per uso scenografico? E se sì, come mai l’ha usata solo per fotografare i figli dei vicini? No, non mi convince! Ma c’è qualcos’altro che non riesco a mettere bene a fuoco”, mentre si poneva domande risaliva lentamente con lo sguardo la parete di fronte. Ad un tratto si arrestò strabuzzando gli occhi sulla finestra dell’edificio di fronte. «Il cannocchiale!» esultò. Corse alla scrivania, prese la fotografia. «Eccolo lì, puntato sulla casa di fronte! Vuoi vedere che il fotografo era un guardone che si divertiva a spiare i vicini? Già, ma chi ci dorme in quella camera?» si domandò. «Basta chiederlo a chi ci abita», si rispose. «Potrei mandarci Ripley.»  Il tenente Ripley era il suo secondo, ma al momento era fuori, impegnato in un’altra indagine; così, impaziente di capire, prese su e ci andò di persona.

 

“Molto più che malinconica… la definirei tristissima”, pensò il commissario dopo aver parcheggiato la macchina di fronte a una villetta color malva, riferendosi alla donna con indosso una tuta da casa blu e i capelli scarmigliati intenta a ritirare la posta dalla cassetta.

Scese e si diresse verso di lei. «Signora Holiry», chiamò quando giunse a un passo da lei.

«Siii?» fece, voltandosi con la corrispondenza stretta nella mano sinistra mentre con la destra chiudeva la cassetta.

«Commissario Robinson, dovrei farle qualche domanda», rispose mostrandole il tesserino.

«Ho parlato con un suo collega, quel poco che sapevo l’ho riferito a lui!» sbottò infastidita.

«Lo so, ho letto il verbale.»

«E allora, cos’altro vuole sapere?» ribatté leggermente alterata. «Oltre a quello che ho riferito al suo collega, non posso dirle altro, mi spiace!»

Il commissario non si perse d’animo, con calma olimpica alzò il braccio e indicò la finestra al primo piano. «Chi ci dorme in quella camera?»

La donna volse lo sguardo in alto. «Mia figlia di otto anni. Perché lo vuole sapere?»

“Bingo!” pensò il commissario. Sicuro di essere vicino alla soluzione del caso, indicò una finestra dall’altra parte della strada. «Dietro quei vetri c’è un cannocchiale puntato dentro la camera di sua figlia. Temo che il signor Karlit la spiasse!» la informò con tono grave.

L’espressione per niente preoccupata stupì il commissario. «Lei lo sapeva! Sapeva che sua figlia era spiata da un pedofilo, e non ha detto niente! Ma che razza di madre è?!» la redarguì sconvolto.

«Karlit non era un pedofilo», si limitò a dire con voce atona, abbassando lo sguardo.

E questo destabilizzò il commissario, ormai certo che il motivo scatenante dell’omicidio fosse stata la pedofilia della vittima. «Lei sa molto di più di quello che ha detto finora», rilanciò dopo aver riordinato le idee.

La donna sospirò, mostrò la corrispondenza che stringeva nella mano sinistra. «Ingiunzioni di pagamento per fatture che non potremo mai saldare», indicò con lo sguardo la villa di Karlit e concluse sibilando, «per colpa di quel bastardo!»

Il commissario stava per ribattere, ma la donna lo anticipò. «Venga dentro, commissario, è una bruttissima storia… e qui, anche i muri hanno orecchie», disse con voce fremente di rabbia, avviandosi seguita dal commissario.

 

Notando l’anticamera ingombra di scatoloni, al commissario venne logico chiederle se stessero traslocando.

«Ci stiamo a trasferendo da mia madre. Mia figlia è già là, e mio marito è appena partito con il primo carico di cianfrusaglie… mi sa che ne dovrà fare tre o quattro, e se tutto va come deve», sospirò, «domani ce ne andremo via definitivamente.»

Il tono liberatorio innescò la successiva, logica domanda. «Eppure il posto mi pare tranquillo, la casa è graziosa; cos’è che vi spinge ad andarvene? C’entra forse l’omicidio?»

Nel frattempo avevano raggiunto il soggiorno. «Si accomodi, commissario», disse la donna, indicando il divano. «Purtroppo, data la situazione da accampati, non posso offrirle nulla.»

«Non si preoccupi, signora Holiry», replicò il commissario mentre si accomodava. «Eravamo rimasti al motivo del trasloco», le rammentò poi.

La signora Holiry vagò con sguardo intristito lungo le pareti. «La casa non è nostra. Due anni fa, quando mio marito fu assunto come capo meccanico nell’officina di una grossa concessionaria, chiese al titolare dove e a chi rivolgersi per affittare una casa con un pezzo di giardino per poter far giocare nostra figlia. Fortuna volle che due settimane prima chi ci abitava aveva lasciato libero questa villetta, di proprietà del concessionario, che naturalmente si premurò di offrirla a mio marito: arredata e a un canone di favore, disse lui», c’era dell’amaro sarcasmo nella chiosa.

«L’affitto era troppo caro e così avete dovuto rinunciare alla casa», tirò le somme il commissario.

«No, l’affitto andava anche bene.»

«Ma lo stipendio no», chiosò il commissario.

La donna accennò un amaro sorriso. «Lo stipendio era più che ottimo.»

«E allora?»

La donna, che fino a quel momento aveva dialogato rimanendo in piedi, si accomodò sulla poltrona davanti a lui. «Il mese scorso…» fece una pausa, deglutì, «mio marito è stato licenziato in tronco!» concluse d’un fiato. Si portò le mani sul volto e iniziò a singhiozzare: «Quel porco l’ha promesso e l’ha fatto! Ha chiamato il concessionario e gli ha detto chiaro e tondo che doveva scegliere se tenersi lui come cliente o il suo capomeccanico! E gli ha pure intimato di farcelo sapere chi era l’artefice di tutto questo casino!»

«Sta parlando del fotografo?»

E chi se no! Eppure all’inizio sembrava così premuroso…»

«Se ci teneva al suo capomeccanico, il concessionario avrebbe potuto rifiutarsi di sottostare al suo ricatto», obiettò il commissorio.

«Sa quanto costa mantenere un’automobile d’epoca?»

«Non saprei, non ci ho mai pensato…» fece appena in tempo a dire il commissario. Prontamente interrotto dalla replica astiosa della donna: «Un mucchio di dollari!» Sventolò davanti allo sguardo del commissario la mano destra con le dita aperte. «E quell’essere schifoso ne ha ben cinque di macinini, di ferraglia antidiluviana in garage da tenere in ordine! Sono un sacco di verdoni al mese, che naturalmente finivano in saccoccia al titolare dell’autofficina! Ma ora la pacchia è finita anche per lui. Ben gli sta!»

Il commissario la ascoltava basito, cominciando a chiedersi se il marito potesse essersi vendicato del suo nemico giurato mettendo in scena il delitto perfetto, ovvero: simulando l’efferatezza del serial killer che monopolizzava le prime pagine di tutti i quotidiani nazionali. E a quel punto gli venne logico chiederle come fosse nato l’odio viscerale che aveva spinto il fotografo a far licenziare suo marito.

«La bambina faceva salti di gioia, eravamo tutti contenti, felici, il primo giorno che mettemmo piede nella nuova casa», esordì la donna con malcelato rimpianto. «I vicini si dimostrarono fin da subito premurosi e gentili. Era trascorsa una settimana, quando Emma ci disse che Phillip Karlit aveva organizzato un party di benvenuto nel suo giardino…»

«Chi è Emma?» la interruppe il commissario.

«Una vicina con cui avevamo legato fin da subito.»

«Ok. Prosegua pure.»

«Così, quella domenica pomeriggio, con mio marito e mia figlia, ci recammo al party in nostro onore. Il servizio di catering degno di un matrimonio ci lasciò letteralmente sbalorditi; e Phillip si dimostrò un anfitrione premuroso, facendoci sentire fin da subito a nostro agio. C’erano praticamente tutti i residenti, e questo ci consentì di conoscere l’intera comunità che popolava questo angolo bucolico a due passi da Los Angeles. A un certo punto Phillip, dopo essersi complimentato per la simpatia e la fotogenicità di mia figlia, mi chiese se la poteva fotografare. Vedendomi perplessa provò a convincermi spiegando che la fotografia gli sarebbe servita per ricordarsi di lei il giorno che avesse dovuto scegliere dei volti nuovi per il prossimo servizio di moda. Io ancora tentennavo. Ci pensarono le altre mamme a spronarmi. Mostrandosi entusiaste mi confidarono che lo avevano fatto anche loro quando i bimbi erano piccoli, e che Phillip era stato di parola, facendo guadagnare loro dei bei soldini quando chiamò i bambini per un shooting fotografico. A quel punto chiesi a mia figlia se se la sentisse. Lei naturalmente fece salti di gioia. Mio marito e gli altri uomini erano impegnati a svuotare i bicchieri che i camerieri si premuravano di riempire prontamente, così decisi da sola. Presi mia figlia per mano e seguii Phillip dentro casa…» rifletté un attimo e poi chiese al commissario: «Lei l’ha vista la stanza delle bambole?»

«Sì, l’ho vista.»

«Che impressione le ha fatto?»

«Di primo acchito, l’ho trovata straniante.»

La donna annuì. «Io invece, inquietante! Ma poi vedendo mia figlia correre entusiasta da una parte all’altra della stanza prendendo in mano le bambole, mi riebbi. E allora la sgridai, dicendole che non era educato prendere la roba d’altri senza chiedere il permesso. Ma Phillip intervenne prontamente e sorridendo mi disse di lasciarla fare, che erano messe lì apposta per far sentire a proprio agio i bambini prima di fotografarli. “Il più delle volte, una bimba immusonita non è una bella immagine per il prodotto che deve pubblicizzare”, rammento che disse mentre toglieva le bambole dalla sedia a dondolo per far accomodare mia figlia. Fu lì, mentre le toccava le gambe per metterla in posa sulla sedia a dondolo, che mi saltò la mosca al naso. Non ce la feci a sopportare la vista di quelle mani viscide che parevano accarezzare voluttuosamente la pelle candida di mia figlia. “Basta così!”, sbottai prendendo in braccio mia figlia in un modo così brusco da spaventarla. Phillip mi guardava ammutolito, mentre con lei in braccio che singhiozzava me ne andavo da quel posto orribile. Scesi in giardino, gridai a mio marito di seguirmi e passando davanti agli sguardi allibiti degli altri ospiti ce ne tornammo a casa.»

«Prima aveva affermato che Karlit non era pedofilo, ed ora…» le rammentò il commissario.

«Lo ribadisco!» esclamò senza lasciargli il tempo di completare la frase. «Erano ben altre le sue mire. Mi lasci concludere e capirà.»

«Vada avanti, Katherine, l’ascolto», la esortò con tono partecipato, usando per la prima volta il nome proprio della donna per metterla a suo agio.

Il tono confidenziale, esaltato dalla la voce calda e pastosa, coadiuvato dallo sguardo pacioso da parroco di campagna, ottennero l’effetto voluto. Katherine sentiva il bisogno impellente di aprirsi, di sfogarsi con qualcuno che la stesse ad ascoltare e la capisse, troppi rospi aveva dovuto mandare giù in quei due disgraziati anni; ed esondò come un fiume in piena.

«Il mattino dopo Emma, con la scusa di venire a prendersi un caffè mi chiese conto del mio comportamento. Senza stare a pensarci troppo, ci andai giù piatta: “Phillip è un pedofilo!” Scatenando l’ilarità di Emma. Io la osservavo basita, lei si ricompose e mi chiese cosa me lo avesse fatto credere. “Ti pare normale che un uomo neanche sposato allestisca una stanza delle bambole per incantare le bambine che intende fotografare?” le domandai a mia volta. Lei mi fece presente che aveva fotografato anche Robert, suo figlio, in quella stanza: “… e Robert, ti assicuro: entusiasmo pari a zero!” concluse unendo pollice e indice della mano destra. Ma allora qual è il senso di quella scenografia? Mi chiesi e le chiesi. “Le bambole sono il suo orgoglio, la sua passione”, rispose. Fece una pausa e abbassando il tono aggiunse: “Le donne, la sua ossessione!” Insomma, per farla breve: quella stanza serviva a stupire le madri, alle quali nei giorni seguenti avrebbe fatto una corte spietata per portarsele a letto!»

«Hai capito il bravo fotografo?» commentò istintivamente il commissario, strappandole un sofferto sorriso.

«Il bravo fotografo era un satrapo, e aveva eletto a sua personale satrapia questo piccolo paradiso. Emma aveva la gioia negli occhi raccontandomi di esserci andata a letto, come altri madri, stando a lei. E quando le chiesi se amasse suo marito, mi rise in faccia. Poi, facendosi seria, mi rispose che l’amore non c’entrava nulla; che si trattava di puro piacere, piacere e interesse. E se fossi stata furba avrei dovuto riallacciare i rapporti, perché Phillip era un uomo potente, con conoscenze altolocate, e un aiuto non lo avrebbe mai negato a chi fosse stata gentile con lui. E s’infervorava spiattellando gli affari degli altri, raccontando al figlio di chi Phillip aveva trovato un lavoro nel mondo della moda; con il direttore di quale banca si era speso per far ottenere un prestito a un vicino e altri piccoli e grandi favori in cambio di nulla…» sorrise amaramente, «se nulla si possono definire un paio di lunghe corna sul capo del marito accondiscendente.»

«Aveva fatto di questo angolo verde, il suo feudo personale. Da non credere», commentò il commissario. Rifletté sul fatto che a questo punto i sospettati erano cresciuti in modo esponenziale: in pratica quasi ogni marito poteva avere una ragione valida per far fuori il fotografo. «Quello che mi sta raccontando accade due anni fa, ma suo marito è stato licenziato adesso», osservò perplesso.

«Emma mi mise in guardia. La vedova con la madre e una figlia piccola che abitava questa casa non aveva accettato compromessi; Phillip le tagliò tutti i ponti: usando il suo ascendente convinse i vicini ad emarginarla, il datore di lavoro a licenziarla, il concessionario a non rinnovarle il contratto di locazione e, per finire in bellezza, le mandò un SMS minaccioso, promettendole che ovunque fosse andata le avrebbe reso la vita impossibile. Kelly, così si chiamava la vedova, era una tosta; fermò Phillip  per strada e lo schiaffeggiò davanti a tutti, promettendo di fargliela pagare molto cara se avesse continuato a renderle la vita impossibile. Poi prese su e se ne andò a vivere lontano da questo inferno. Così, quando l’indomani Phillip suonò il campanello, non me la sentii di mandarlo a quel paese. Devo ammettere che fu molto premuroso, premuroso nei confronti di mia figlia, presentandosi con una magnifica bambola…» sorrise compiaciuta, «e romantico nei miei; traendo da dietro la schiena una rosa rossa me la offrì chiedendomi di perdonarlo… Perdonarlo di cosa poi, visto che avevo fatto tutto da sola…»

«Perdoni la mia schiettezza, ma il tono e le parole sembrano quelle di una donna innamorata», la interruppe il commissario.

Katherine chiuse gli occhi e trasse un lungo sospiro. «Può succedere, commissario, può succedere di innamorarsi di un mostro», confermò riaprendo gli occhi e guardando lontano. «Ebbene sì, ci fu qualcosa di brevemente intenso con quell’uomo insolente… amore? Boh, non lo so. Quello che è certo, è che non potevamo fare a meno l’uno dell’altra. Fino a quando guardando la mia piccola negli occhi, feci la mia scelta. Phillip non la prese bene, mi bombardava di messaggi, telefonate; a un certo punto confessò di aver piazzato un cannocchiale per guardarmi mentre mettevo a letto la bambina, che lui sarebbe stato un ottimo padre e altro ancora. Il tono era accorato, probabilmente sincero; ma io avevo fatto la mia scelta, e glielo dissi, aggiungendo che non gli avrei più permesso di spiare la mia intimità, e che subito dopo sarei salita in camera ad appendere delle tende pesanti alla finestra. Lui reagì male, dopo aver giocato l’ultima carta, confessando che non poteva avere figli, e che il motivo scatenante che lo aveva spinto a collezionare bambole era il desiderio inesaudito di una figlia da accudire; di fronte al mio ennesimo rifiuto, sbraitando al telefono minacciò di dire tutto a mio marito. A quel punto, per provare a tenere insieme i cocci del mio matrimonio, non mi rimase che confessare tutto. Mio marito si mostrò comprensivo… e questo accrebbe il rammarico per averlo tradito. Mi amava, e lo dimostrò affrontando Phillip a muso duro, intimandogli di girare al largo dalla sua famiglia. Phillip reagì con arroganza: ridendogli in faccia gli disse che era un pezzente e che avrebbe fatto di tutto per portargli via moglie e figlia. Al che Johnny perse la pazienza e lo colpì con un pugno, mandandolo lungo disteso e minacciando di ucciderlo se avesse solo osato alzare gli occhi su di me. “Ti rovinerò! Ti farò licenziare! Vi farò sbattere fuori di casa!” ringhiava inferocito mentre mio marito si allontanava…» sospirò, «e come può vedere, ha mantenuto la promessa!»

«Vi ha praticamente rovinato la vita», valutò il commissario. «Una ragione più che valida per passare dalle minacce ai fatti.»

«Ma i giornali scrivono che è stato il serial killer… come diavolo si chiama?» obiettò agitandosi.

«Mi spiace, Katherine, ma se suo marito non ha un alibi per la sera del delitto; dopo quello che mi ha detto, finisce in cima alla lista dei sospettati», la informò con tono davvero dispiaciuto.

«Ma lui ce l’ha, noi ce l’abbiamo un alibi!» saltò su Katherine.

«Deve essere un alibi inattaccabile, non basta la sua parola. Qualcuno lo può confermare?»

«La sera del delitto era il compleanno di mia figlia. Mia madre ha voluto che lo festeggiassimo da lei, aveva prenotato la cena nel ristorante sotto casa sua. Così ci siamo preparati e alle otto siamo usciti di casa. Alle nove e dieci eravamo da mia madre e alle nove e mezza eravamo seduti al tavolo del ristorante.»

«A che ora avete lasciato il ristorante?»

«Era un quarto a mezzanotte, lo ricordo bene perché mia madre disse l’ora mentre uscivamo dal locale… il proprietario ci conosce bene, lui confermerà sicuramente. Lo chiami, la prego, lui ci conosce. Ah, dimenticavo: siamo arrivati a casa dopo l’una. E’ tutto vero, glielo giuro, chiami il proprietario del ristorante, lui confermerà», insistette in tono concitato.

«Lo farò, Katherine, lo farò. Ma ora si calmi, se le cose stanno così, suo marito non ha nulla da temere: il delitto è stato compiuto tra le dieci e le undici di sera», la rassicurò sorridendo bonario.

Per tutta risposta, Katherine si strinse la faccia fra le mani e iniziò a piangere.

Il commissario le si avvicinò «Katherine, mi ascolti, non faccia così. E’ tutto apposto, suo marito non ha nulla da temere, glielo garantisco», provò a consolarla posando delicatamente le mani sulle spalle della donna.

Katherine levò le mani dal volto, annuì. «Grazie», mormorò con voce rotta.

Il commissario, usando altre frasi convincenti, attese che si riprendesse del tutto, dopodiché la salutò e se ne andò.

 

“Sarebbe stato un ottimo sospetto, ma, a quanto pare ha un alibi di ferro!” rifletteva mentre guidava per tornare in centrale. “Se le cose stanno come mi ha detto Katherine… praticamente ogni marito di questa comunità di cornuti contenti può essere l’assassino. Già, ma perché uccidere la gallina dalle uova d’oro? Per un improvviso ravvedimento? Per un attacco di gelosia tardiva? E’ tutto maledettamente complicato. Sono partito pensando di avere a che fare con un pedofilo… e mi sono ritrovato fra le mani un debosciato, una specie di satrapo andato in crisi per amore di una delle sue ancelle… Chi può essere il pazzo che ha messo in piedi quell’orripilante sceneggiata per allontanare i sospetti?”

 

Appena messo piede nel suo ufficio, si diede da fare per controllare l’alibi di Johnny, il marito di Katherine.

Quando l’agente che aveva mandato al ristorante tornò con la lieta novella, il commissario Robinson si mise a ragionare su quanto aveva appreso da Katherine. “Praticamente tutti i mariti avevano un buon motivo per ammazzare il fotografo… e un altro altrettanto buono, economicamente molto buono, per augurargli lunghissima vita. E così, siamo tornati al punto di partenza”, tirò le somme sconfortato.

Dando una ripassata alle testimonianze dei vicini di casa, scoperse che tre di loro avevano, forse volontariamente o forse no, fornito un alibi inattaccabile, affermando che la sera del delitto erano al lavoro. “Non resta che verificare gli alibi degli altri. Anche se credo che l’assassino vada cercato al di fuori della cerchia che bazzicava attorno al fotografo per spillargli un po’ di quattrini”, giunse a concludere. Si alzò. «Sì, sono sempre più convinto che l’assassino vada cercato da tutt’altra parte», disse mentre apriva la porta dell’ufficio.

«Un momento!» esclamò, arrestandosi con la maniglia in mano e la porta semiaperta. La richiuse e tornò dietro la scrivania. «Il fotografo era grande e grosso, e questo mi ha sviato, non facendomi tenere nella dovuta considerazione quello che Katherine mi aveva detto su Kelly, la vedova che aveva promesso al fotografo di fargliela pagare molto cara», valutò. Ma probabilmente era dipeso anche dal fatto che il suo inconscio si rifiutava di credere che una donna potesse infierire con ferocia inusitata sul cadavere della vittima.

Chiudendo gli occhi provò ad immaginare la scena: il fotografo che apre la porta e l’omicida che non gli lascia il tempo di riaversi dalla sorpresa e sferra il fendente mortale.

«Con un coltellaccio in mano, anche una donna gracile, cogliendolo di sorpresa avrebbe potuto sopraffarlo», tirò le somme soddisfatto. Ci pensò su: “Possibile che abbia covato il desiderio di vendetta per più di due anni, prima di fargliela pagare?” Tamburellando con i polpastrelli sulla scrivania cercò la similitudine con qualche altro caso. «Beh, magari farò un buco nell’acqua, ma visti i precedenti, vale comunque la pena provarci!», concluse dopo aver trovato nel cassetto dei ricordi due indagini similari.

Esaltato dalla sua intuizione, diede ordine di cercare l’indirizzo dell’inquilina che se n’era andata a vivere da qualche altra parte due anni prima.

Ci vollero due giorni per rintracciare l’ultimo domicilio conosciuto di Kelly; questo perché in due anni lo aveva cambiato tre volte nel tentativo di sfuggire al controllo asfissiante del fotografo.

Il terzo giorno, il commissario e il tenente Ripley si recarono a far visita alla sospetta.

 

Desolazione e miseria regnavano sovrane attorno e dentro i palazzoni del quartiere popolare. Kelly, impossibilitata a trovare un lavoro stabile per le vessazioni messe in atto dall’uomo che collezionava bambole e amanti, era scesa sempre più in basso nella scala sociale.

Una donna anziana dallo sguardo sconfitto aprì loro la porta del modesto monolocale. I due poliziotti mostrarono i tesserini e le chiesero della figlia. «Anche gli usci hanno orecchie, entrate», rispose lei con voce grattata.

Se esiste un caos ordinato, non lo si poteva certamente trovare in quel bugigattolo; là dentro era tutto un casino disordinato; al punto che i tre dovettero acconciarsi e conversare in piedi tra il tavolo della cucina ingombro all’inverosimile di cianfrusaglie e un divanetto a due posti adibito a cuccia di un cane bianco, un bastardo di grossa taglia, che dopo aver aperto un occhio lo aveva richiuso e si era rimesso a dormire.

«Da più di sei mesi, mia figlia è ricoverata nella clinica psichiatrica», esordì l’anziana, «se volete parlarle, dovete andare là. Ma non credo che serva a molto: non vuole parlare con nessuno, neanche con sua figlia.»

«Cosa le è successo?»

«Quel bastardo gliela giurata e l’ha fatto! Le ha rovinato l’esistenza!» ringhiò, facendo alzare la testa al cane. «Era così una brava figliola. Se c’era da lavorare duro, non si tirava certo indietro. I “padroni” erano soddisfatti, e glielo dicevano pure… poi, a un certo punto, con una scusa o l’altra la lasciavano a casa. Dopo il terzo licenziamento in pochi mesi, Kelly affrontò a muso duro il direttore di una lavanderia industriale. “Mi spiace, Kelly, fosse per me ti avrei tenuta, ma deve esserci qualcuno che ti vuole molto male”, rispose questi, allargando le braccia sconsolato. Non aggiunse altro, ma tanto bastò! E da quel giorno, la depressione che la tormentava si fece più cruenta. Non mangiava quasi più, in pochi mesi si era ridotta a uno scheletro che cammina; poi cominciò a parlare poco, qualunque cosa le chiedevi rispondeva con un sì o un no. Fino al giorno che diede in escandescenza e urlando frasi irripetibili cominciò a lanciare quello che gli capitava tra le mani dalla finestra. E ora è là, legata a un letto di contenimento», concluse con quella voce grattata vibrante di commozione.

Il commissario, realizzando di aver fatto un viaggio a vuoto, decise di non tormentare ulteriormente la donna con altre inutili domande; era palese che la figlia non c’entrasse nulla con l’omicidio. La delusione per non essere riuscito a chiudere il caso, era comunque mitigata dall’aver scoperto che Kelly era innocente.

Stava per congedarsi quando udì la donna dire: «E pensare che aveva trovato un così bravo figliolo. Pensi che ogni giorno, quando tornava dal lavoro le portava della carne macinata di prima scelta per convincerla a mangiare. “Non si preoccupi, signora, vedrà che ce la faremo a rimetterla in piedi”, mi diceva.

I due poliziotti si guardarono. «Sta parlando del fidanzato di sua figlia?» chiese il commissario.

«Si chiama Richard, stanno insieme da più di un anno. E’ un ragazzo d’oro, molto comprensivo; sapeva come prenderla. Trovava sempre le parole giuste per confortarla quando dava in escandescenza inveendo contro quel bastardo. “Non ti preoccupare, amore, prima o poi pagherà per tutto il male che ti sta facendo. Te lo prometto”, le diceva accarezzandola.»

«Dove abita, che lavoro fa Richard?» venne logico chiederle al commissario.

La donna indicò la finestra. «Abita lì, nel palazzo di fronte. Lavora al supermercato in fondo alla via... fa il macellaio.»

Faticò non poco il commissario a contenere l’esultanza. Con un cenno del capo fece capire al tenente Ripley che era la pista giusta. Poi salutarono la donna e se ne andarono.

 

EPILOGO

 

«Kelly l’ho conosciuta un anno fa. Quando veniva al banco della carne, se non c’era ressa, parlavamo un po’ di noi, delle nostre vite, dei nostri sogni ma anche dei nostri problemi. E così finimmo per frequentarci. Quando iniziò a star male le fui vicino. Provai a farle capire che non valeva la pena rovinarsi la vita. Ma lei obiettò che la vita gliela strava rovinando quell’essere schifoso, e che non avrebbe avuto pace fino a quando non gliel’avesse fatta pagare. Il suo equilibrio psichico subì un durissimo colpo dopo l’ultimo licenziamento. A lunghi periodi di apatia, seguivano brevi momenti in cui dava in escandescenza. In quei frangenti cercavo di calmarla, promettendogli che mi sarei occupato personalmente di punire quell’uomo. In principio la “cura” ebbe un certo successo. Purtroppo il giorno che si mise a lanciare oggetti dalla finestra in testa ai passanti, io ero al lavoro; quando sua madre mi chiamò corsi da lei, ma feci appena in tempo a vederla stesa, sedata, sul lettino mentre la caricavano sull’ambulanza. Tre volte la settimana la andavo a trovare in clinica; mi sedevo accanto al letto e stringendole la mano la stavo a guardare, sperando che si aprisse, che mi dicesse qualcosa, qualunque cosa. Ma lei rimaneva immobile, con le labbra serrate e gli occhi vitrei fissi al soffitto… impressionante!» Improvvisamente si tacque, deglutì, scosse il capo.

Il commissario e gli agenti seduti dall’altra parte del tavolo attesero, in religioso silenzio, che si riavesse dalla commozione.

«La pioggia sferzava i vetri della finestra, i tuoni li facevano vibrare e i fulmini illuminavano la stanza ad intermittenza, quel giorno più simile alla notte», riprese con voce roca. «Una reazione istintiva mi spinse a stringere forte la mano di Kelly. Fu in quel preciso istante, tra un fulmine e il successivo tuono che sentii la mano di Kelly stringere la mia. Allora balzai dalla sedia e la chiamai… l’afferrai per le spalle, la scossi e la chiamai nuovamente… e finalmente mi parlò… lasciandomi allibito. Con voce arrochita mi disse che dovevo aiutarla a vendicarsi… provai a farla ragionare, ma quegli occhi, non più spenti ma fiammeggianti, non volevano essere consolati, no, pretendevano vendetta. “Se mi ami, devi farlo! Quando saprò che lo hai ucciso, io mi alzerò da questo letto… se non lo farai, mi lascerò morire”, mi disse con voce vibrante di rabbia. Stavo per ribattere, ma lei pose fine all’incontro, dicendo: “Vattene! E torna soltanto se potrai dirmi che Phillip è morto!” Poi, nonostante i miei reiterati tentativi d’interloquire, si chiuse in un silenzio tombale. Silenzio che si protrasse nel tempo; ora, quando l’andavo a trovare, chiudeva gli occhi e girava la testa dall’altra parte: segno inequivocabile del suo disprezzo. E questo mi convinse che se non volevo perdere quel poco che restava della mia Kelly, avrei dovuto agire al più presto.»

«E così scelse di vestire i panni del serial killer per sviare le indagini», chiosò il commissario, interloquendo per la prima volta dall’inizio della confessione.

«Fu durante la pausa pranzo che, sfogliando un quotidiano, mi capitò sott’occhio l’articolo sul killer del Nevada. Era più di una settimana che elaboravo e poi cassavo piani a getto continuo. Quell’articolo fu una vera folgorazione. Tre giorni dopo telefonai a Phillip, e spacciandomi per il rappresentante di un’azienda d’abbigliamento per bambini, spiegandogli che dovevo vederlo urgentemente per proporgli un lavoro, riuscii ad ottenere un appuntamento per la sera stessa. Suonai il campanello con la nocca dell’indice della mano sinistra per non lasciare impronte, tenendo il coltello stretto nell’altra mano nascosto dietro la schiena, e quando lui la aprì la porta, sferrando un fendente al torace spensi il sorriso, largo come il suo faccione grasso, con cui si era presentato. Poi levai lo zainetto dalle spalle, ne trassi una tuta da imbianchino, copri-scarpe e guanti monouso e portai a compimento la macellazione di quella bestia! Alla fine recuperai la cassetta del circuito di videosorveglianza della villa, la chiusi insieme a tuta, guanti, copriscarpe e coltello nello zaino e me ne andai.»

Il commissario rimase impressionato dalla naturalezza usata nel raccontare il delitto. «Non si è pentito di nulla? Nemmeno dell’efferatezza usata per mutilare il cadavere?» gli domandò.

«No!» rispose seccamente senza esitare Richard. «Ha avuto quello che si meritava… ma, purtroppo, non è servito granché. Kelly, non si è più ripresa. Quando andai da lei per comunicarle la bella notizia, ero convinto di portarmela a casa. Mi avvicinai all’orecchio e bisbigliai: “L’ho fatto, Kelly, l’ho punito. Ora non potrà più fare del male né a te né a nessun’altra donna”. La guardai, vidi che riapriva gli occhi; allora, con foga, le raccontai per filo e per segno come si svolsero i fatti. Improvvisamente, i suoi occhi fissi al soffitto si riempirono di lacrime… mi parve di udire un: “Grazie”, appena sussurrato, o qualcosa di simile, almeno credo; poi la vidi chiudere gli occhi, volgere il capo dall’altro lato e… basta, non ha più aperto bocca da quel giorno.»

«Non era un “grazie”, quello», osservò il commissario.

«Come?» fece il macellaio aggrottando le sopracciglia.

«Non si è domandato perché Kelly ha girato lo sguardo dall’altra parte e non ha più voluto parlarle dopo che le ha raccontato quello che ha fatto?»

«No. Perché avrei dovuto domandarmelo?»

«Perché è quello il motivo per il quale Kelly non vuole più né parlarle né tantomeno vederla!»

«Coosa?! Ma se m’è la chiesto lei?!» esclamò incredulo il macellaio. E vagando con occhi smarriti cercò un po’ di compressione, che non trovò, dentro gli sguardi gelidi degli agenti seduti davanti a lui.

Il commissario si alzò. «Kelly le ha chiesto di punire l’uomo che la stava perseguitando... non di fare scempio del suo cadavere!» concluse con un tono che sapeva di sentenza inappellabile, uscendo dalla stanza seguito dallo sguardo sconfitto del macellaio.

                                                                      FINE

          

SEGNALA ALL'AUTORE IL TUO APPREZZAMENTO PER QUESTA PUBBLICAZIONE

SEGUI QUESTO AUTORE PER ESSERE AGGIORNATO SULLE SUE NUOVE PUBBLICAZIONI

L'AUTORE Vecchio Mara

Utente registrato dal 2017-11-01

Pedalo per allenare il corpo, scrivo per esprimere pensieri e leggo per ristorare la mente

ALTRE OPERE DI QUESTO AUTORE

La stanza delle bambole Narrativa

Addio Lugano bella Narrativa

La canzone di Marinella Narrativa

Il pescatore Narrativa

Doveva andare tutto bene Narrativa

Leggenda di Natale V. M. 18 Narrativa

Macellazione kosher Narrativa

La breve estate della spensierata giovinezza Narrativa

La guerra di Piero Narrativa

Il maresciallo Crodo Narrativa

A letto con il führer Narrativa

Le lettere segrete Narrativa

La festa della mamma Narrativa

Rapina a mano armata Narrativa

Ipnositerapia Narrativa

Sequel Narrativa

Il fumo fa male Narrativa

Correvo Narrativa

Paolo e Francesca Narrativa

Gli esploratori della Galassia Narrativa

L'uomo dalle forbici d'oro Narrativa

Cervelli in fuga Narrativa

Il boia e l'impiccato Narrativa

L'ultimo negozio Ikea Narrativa

Il figlio del falegname Peppino Narrativa

Il re della valle Narrativa

Una vita tranquilla Narrativa

La ricerca dell'ispirazione perduta Narrativa

Immortali Narrativa

L'amico ricco Narrativa

La farina del diavolo Narrativa

Giudici o giustizieri? Narrativa

Il mediatore (volo low cost) Narrativa

Lui, lei e l'altro Narrativa

Il divo Narrativa

Lo scrivano dell'archivio Narrativa

Lussuria Narrativa

Superbia Narrativa

Gola Narrativa

Avarizia Narrativa

Accidia Narrativa

Ritorno ad Avalon Narrativa

La città di sabbia Narrativa

Cechin Narrativa

Bughi Bughi (boogie woogie) Narrativa

Don Nicola e il partigiano Narrativa

Don Ruggero torna dalla grande guerra Narrativa

Effetto butterfly Narrativa

Confessioni di un prete gay Narrativa

Lugano addio (dolce morte) Narrativa

Via dalla felicità Narrativa

Una ragione per cui vale la pena vivere Narrativa

I magnifici sette racconti Narrativa

Natale: volgarità vere o presunte e altre amenità Narrativa

Il guardiacaccia Narrativa

La bellezza del gesto Narrativa

Dialogando, presumibilmente, con Dio Narrativa

La moglie del partigiano Narrativa

Bat box Narrativa

I ragazzi del Caffè Centrale Narrativa

Quarto reich Narrativa

Il vampiro del Gatto verde Narrativa

Prostituta d'alto bordo Narrativa

Il signore degli abissi Narrativa di gruppo e collaborazioni tra utenti

Lo spettro della trincea Narrativa

La grande mente Narrativa

La porta dell'Ade Narrativa

Alexander... un grande! (Una storia vera) Narrativa

La maschera di Halloween Narrativa

Il rifugio degli artisti Narrativa

La cena delle beffe Narrativa

K2 Narrativa

La solitudine del palazzo razionalista Narrativa

Signora solitudine Narrativa

I tre fiammiferi di Lilith Narrativa

Sono sempre i migliori a lasciarci Narrativa

El Camino de Santiago Narrativa

La rivolta degli insetti Narrativa

Mosè e le tavole della legge Narrativa

Il cattivo maestro Narrativa

Predatori di anime Narrativa

Tre corse in tram Narrativa

Il miracolo di Halloween Narrativa

Las Vegas gigolò Narrativa

La tredicesima orbita (viaggio al termine del paradiso) Narrativa

Poeta di strada Narrativa

Vorrei andarmene guardandoti surfare Narrativa

Alveari metropolitani Narrativa

Sotto la diga Narrativa

Il casale misterioso Narrativa

Prima che sorga l'alba Narrativa

Il boschetto di robinie Narrativa

Agente segreto doppio zero Narrativa

Il bambino di Hiroshima Poesia

L'estate dell'acqua Narrativa

Sindrome del vampiro. vietato ai minori di 18 anni Narrativa

La memoria di San Pietroburgo Narrativa

Augh! Narrativa

Habemus papam Narrativa

L'ultima indagine Narrativa

La spada del samurai Narrativa

Tra moglie e marito non mettere... Narrativa

Delitto nella Casba Narrativa

La diversa percezione del tempo Narrativa

L'indagine Narrativa

Scacco Matto Narrativa

Sei bellissima Narrativa

Domenica è sempre domenica Narrativa

L'uomo che uccise Doc Holliday Narrativa

Lettera a un'amica Narrativa

Gli spiriti del mondo oscuro Narrativa

Buche pontaie Narrativa

Il portagioie cinese Narrativa

Tutto o niente Narrativa

Semidei dell'Olimpo Narrativa

La notte che Sigfrido ha ucciso il drago Narrativa

Il killer degli scrittori Narrativa

Funeree visioni Narrativa

Conversando d'invisibilità Narrativa

Aida come sei bella Narrativa

Invidia Narrativa

Cazzateland (La democrazia del sondaggio) Narrativa

Il mondo delle cose Narrativa

Il vaso di Pandora Narrativa

Ira Narrativa

Nutrie assassine Narrativa

Addio fratello crudele Narrativa

Mastro Tempo Narrativa

Il ranger di Casasisma Narrativa

La fossa settica Narrativa

Nostalgia Poesia

Eterei amanti di penna Poesia

Chiamatemi Aquila Narrativa

Ulisse riflette Narrativa

L'inverno è dentro di noi Poesia

Non rimpiangermi Poesia

Senza luce né amore Poesia

Il potere dei santi Narrativa

Musa ispiratrice Poesia

Il milite ignoto Narrativa

Citami, se lo vuoi Poesia

Lupo sdentato Narrativa

Liscio, Gassato e Ferrarelle Narrativa

I moschettieri del "Che" Narrativa

E' così vicino il cielo Poesia

Con mani a giumella Poesia

La casa degli specchi Narrativa

I vecchi Poesia

Il libraio Narrativa

Dicembre è già qui Poesia

Il misterioso evento di Tunguska Narrativa

Il segreto della grande piramide Narrativa

Surreality Little Bighorn Narrativa

Vale la pena morire per il Gardena? Narrativa

L'esperimento di Filadelfia Narrativa

Scie lanciate verso l'infinito Narrativa

Il pianeta dei giganti Narrativa

L'uomo caduto dal futuro Narrativa

Crocevia per l'inferno Narrativa

Cento anni da pecorone Poesia

L'isola felice Narrativa

Le marocchinate Narrativa

Alba Poesia

Il Golem della foresta Narrativa

L'albino (ricetta di Monidol) Narrativa

Chiedi alle pietre Poesia

Trincee Narrativa

Attimo condiviso Narrativa

Narrami, o amica Poesia

Stupratore occasionale Narrativa

Il ritorno dell'anticristo Narrativa

Guida autonoma Narrativa

Il seme dell'incubo Narrativa

L'estate dei fuochi Narrativa

Il paese dei mostri Narrativa

Musulmania Narrativa

La rimpatriata (PROGETTO STARDUST) Narrativa

DIVIETO DI RIPRODUZIONE

E' assolutamente vietato copiare, appropriarsi, ridistribuire, riprodurre qualsiasi frase, contento o immagine presente su di questo sito perché frutto del lavoro e dell´intelletto dell´autore stesso.
É vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
É vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall´autore.

Rubrus il 2020-06-01 13:44:42
Lungo ma scorrevole grazie all'alternanza di descrizione e dialogo, ciao.

Vecchio Mara il 2020-06-01 22:04:17
temevo per l'eccessiva lunghezza, ma a quanto pare la trama scorre bene. Ti ringrazio. Ciao Rubrus

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO