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Unghie

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Eli Arrow

pubblicato il 2020-05-26 21:56:12



È buio. È troppo buio, lo so. E tardi.
Avrei dovuto chiedere un passaggio alla Paola, ma ultimamente mi infastidisce, con quella esse fischiata che le esce da quando ha messo la dentiera. Non sopporto il sibilo che ficca dentro a tutte le parole.
A ben guardare non sopporto neanche lei, anche se siamo amiche, dice. Io non sono amica di nessuno, dico io e lei ride, crede che scherzi, ma io lo penso davvero.
La gente mi innervosisce. Sempre lì a fare finta di non vedermi. Lo so che invece mi mettono gli occhi addosso, quegli ipocriti. È da allora che continuano a guardarmi, soprattutto di sottecchi. Ma io lo so che sono lì alle mie spalle, con quegli occhietti puntati. Lo sento.
Quelli più giovani sono i più stronzi. Non avevano vergogna di fissarmi apertamente. Me lo mostravano senza pudore il disprezzo, lo schifo. Loro sì che non si curavano di nasconderlo.
Ma da quando è successo mi stanno alla larga. È dalla volta che ho rotto la bottiglia che non si avvicinano, quei codardi: ne tagli uno e li fai sanguinare tutti. Cambiano strada, adesso, e fanno come gli altri.
Ma tanto non vedono niente. Nessuno può più vedere niente, ormai.
Alla Paola invece non interessa guardarmi, vuole solo che ascolti e io faccio finta di ascoltare.  Emetto qualche suono qua e là, aha-sì-certo-eh! così sembra che segua i discorsi, ma intanto penso ai fatti miei. L’ho capito subito com’è la storia con la Paola, fin dalla prima volta. Parla, parla ma guarda senza vedere. Si capisce dall’occhio fisso che non brilla, che non ti riconosce. Semplicemente non ti vede.
Accecata al mondo dal suo fiume di parole. Parole futili, inutili, vacue. Sempre questo figlio, bla bla, il cruccio della sua vita, come se il mondo girasse intorno a quello spiantato. Devo dirglielo, un giorno, che l’ho sentito puzzare, ma di sporco, non di grasso di macchina, come se già quello non bastasse. Puzzava di giorni passati a non lavarsi. Chissà cosa c’ha nella testa, quello.
Ma lo so che tanto è inutile, lei parla e parla, ma non ascolta. Farà spallucce. Le basta vederlo ogni tanto, quando finisce i soldi e passa da lei per farsene dare ancora per tutte quelle sgualdrine e per l’alcool.
Dicono però che sia bravo con le macchine, che riporti in vita qualsiasi rottame…  Altrimenti, chi mai andrebbe da uno così? Uno con quelle unghie? Mai, dico mai una volte le ho viste pulite. Non dico curate, basterebbe pulite. Spezzate e sporche sempre, anche quando era piccolo. Davvero uno schifo.
Certo, lei non ci guarda. La Paola non guarda mai niente, non ascolta, non vede. È la scimmia a cui hanno lasciato la bocca. Affoga la vita lì dentro, in quel fiume di parole che rigurgita appena ti incontra e guai se cerchi di tirarla fuori, di mostrarle cosa c’è al di là del suo naso.
Ma che mi interessa, basta che mi porti dove devo andare. Almeno, a guidare è capace e ha la macchina sempre in ordine. Gliela aggiusta suo figlio, fra una puttana e l’altra.
Laido individuo. Per vederlo è disposta a pagarlo, perché è questo quello che fa, alla fine. Illusa. Sai cosa gli importa che sia sua madre. I soldi gli importano. Laido, laido individuo.
Pensare che lei ci teneva tanto, prima, a portarselo in giro. Lo esibiva. Mio figlio di qua, mio figlio di là.
Io me lo ricordo quel bambino. Bruttino, timido, sempre attaccato alle sue gonne. Anche allora aveva le unghie sporche e rovinate, come tutti i maschi.
Ma con gli altri maschi non l’ho mai visto.
Eh, certo, era uno di quelli che le prende. Posso scommetterci quello che vuoi che è uno che non piace ai suoi simili. Come lo chiamano oggi? Bullismo? Hanno coniato addirittura un nuovo termine per la cosa più vecchia più del mondo insieme alle puttane. Metti insieme dei maschi e vedrai che il più debole lo scovano. E lo massacrano. I maschi sono così, violenti. Laidi. Tutti quanti.
La Paola queste cose non le vede, non le vuole vedere. È lei che lo ha fatto diventare così.
Adesso sembra chissà quale disgrazia, ma la colpa è solo sua. Io non lo dico, tanto non ascolterebbe, ma il danno lo ha fatto lei quando è saltata fuori la storia del prete. Avrebbe dovuto guardare, allora, avrebbe proprio dovuto farlo, ma non ha voluto. Non ha voluto vedere. Non ha voluto credere.
È successo davanti a me, lo ricordo benissimo.
Era diventato tutto rosso di rabbia e di imbarazzo. Non voleva andarci, diceva, quasi urlava, ma lei no, continuava, devi, ormai hai preso l’impegno e lui no che non ci vado e lei alzava la voce tu fai quello che dico e lui no perché quello mi tocca quando siamo da soli e lei non osare ripetere una cosa del genere e lui le gridava tu non mi puoi obbligare e lei una simile infamia e lui quello mi fa schifo e lei non osare urlare a tua madre e lui lo vuoi capire che quello mi tocca e lei gli ha tirato un ceffone di traverso, sulla bocca.
E meno male che le donne sono più capaci di tirare ceffoni che pugni sennò gli rompeva un dente.
Invece gli è uscito solo sangue perché ha usato la sinistra, di rovescio, quella col doppio anello da vedova. Gliel’ha rotto con quello, il labbro, con l’anello doppio.
Pensavo che vedendo il sangue si sarebbe fermata, invece è andata avanti come una furia, tutta rossa in viso, a urlare non inventarti mai più queste cose non voglio sentirle mai più, mai più e dicendolo sputava e piangeva anche lei e gli prendeva la testa e se la schiacciava sul petto, quasi a soffocarlo o a nasconderselo in seno ed è allora che è successo, allora.
Lui si è staccato di colpo, l’ha spinta all’indietro.
È corso fuori sbattendo la porta e non l’abbiamo più visto per giorni.
Sono stati i carabinieri a riportarglielo a casa, sennò non lo so se da solo sarebbe tornato. Sporco e magro, si era preso i pidocchi chissà dove e un braccio era pieno di bruciature di sigaretta, rotonde, rosse e infette come pustole e non ha mai detto come se le è fatte. Non ha mai detto chi è stato. Non ne ha mai più parlato.
Ma qualcosa gli è successo al cervello.
Io l’ho detto, quella volta, alla Paola. Guarda che ha qualcosa al cervello perché sembra sempre che guardi lontano, come se avesse davanti il mare, anche quando è di fronte a un muro.
Ha cominciato a bere, da quella volta. E poi sono arrivate le puttane.
Tutti uguali, i giovani d’oggi, tutti senza spina dorsale. Autocontrollo ci vuole, altrimenti non si va da nessuna parte. Cosa vuoi che sia se anche uno ti tocca. Neanche il segno ti rimane.
L’odore rimane, invece.
Quello sì che rimane.
Neppure il sapone serviva, e tanto a quei tempi non ce n’era.
Usavo la sabbia del giardino, la terra. Fregavo, strofinavo, la sentivo premere sotto le unghie. Erano nere e scricchiolavano quando le mordevo. Le labbra diventavano lisce lisce e si rompevano e facevano male, ma io continuavo a strofinare.
L’odore però rimaneva.
Quello sì che fa schifo, l’odore.
E essere venduta, per poco, neanche per soldi, per due cucchiai di caffè.
Da mesi non trovavi caffè. C’era la guerra.
Avevo cinque o forse sei anni, ero nata poco prima che scoppiasse. A mia madre mancava quello, quello sopra a tutto. Il caffè. Ma il nostro vicino lo aveva sempre, non si sa come. Lo offriva a mia madre. Una tazzina, una scatolina con due cucchiai per farselo a casa. Lei usava anche i fondi, li faceva bollire più volte, finché perdevano tutto il sapore e diventavano sabbia nera che buttava in giardino, mischiata alla terra.
Gli permetteva di farlo sempre.
Io glielo avevo detto che mi faceva schifo, che quello non mi baciava solo sulla guancia, che scivolava anche sulla bocca e che tirava fuori la lingua perché ero sempre bagnata quando si staccava e quell’odore disgustoso mi rimaneva attaccato per giorni, entrava nel naso anche se trattenevo il respiro, mi si incollava dentro e non bastavano l’acqua, il sapone, la sabbia e la terra a mandarlo via. Le ho detto tante volte che mi faceva schifo. Una volta ho anche pianto. Ma lei non poteva rinunciare al suo caffè. Diceva che era un bacio innocente, di saluto. E che non osassi fare storie.
Sai cosa mi ha salvato, allora? Il vaiolo.
Non sono morta, no. Ma la mia faccia è diventata così come la vedi. Piena di pustole rosse. Non se ne sono andate più. Sono rimaste lì, come grossi brufoli eterni e non c’è stato mai più niente da fare. Però quelle pustole gli facevano schifo. Non ha più cercato di baciarmi, anche se il caffè glielo dava lo stesso. Lei mi chiudeva in camera, a chiave, e andava da lui.
È stato allora che ho smesso di mangiarmi le unghie, uno di quei giorni, in camera mia.  
Le ho lasciate crescere affilate.
E dure.
Come lame.

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L'AUTORE Eli Arrow

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Rubrus il 2020-05-27 16:36:19
Mi è piaciuto il doppio livello, che in realtà è un doppio livello di segretezza: quello che la protagonista pensa quando sta con Paola, pur essendo amiche, e alla quale cela, quindi, i suoi veri pensieri, e quello che la protagonista cela a se stessa.

Eli Arrow il 2020-06-01 19:46:32

Grazie Rubrus, in questo racconto volevo esplorare il meccanismo di proiezione.



Contenta che ti sia piaciuto :)



Grazie e buona serata.


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Mauro Banfi il Moscone il 2020-06-02 16:12:15
Tra lo specchio e il velo e la maschera: così sintetizzerei questo racconto, scritto con un'interessante tecnica di narratologia dove i fatti esteriori diventano con rapidi segmenti gnoseologici, psichici e interiori. Gli altri sono specchi per noi, ma spesso e volentieri questi "altri" sono violenti e possessivi e allora ecco per noi la necessità del velo e della maschera, per non diventare i loro schiavi, per non essere giudicati da chi in realtà non è interessato a conoscerci a fondo, anche perchè magari a noi non interessa. Ogni giorno nel mondo vengono emessi miliardi di giudizi di valore sulle nostre identità che nemmeno noi stessi che le indossiamo comprendiamo mai al cento per cento. Per quanto illusorie e indefinite siano le nostre identità, modelliamo queste identità formulando giudizi di valore sempre inesatti e incompleti. Tutti giudicano, continuamente. E questo fa male, e per difenderci non abbiamo che il velo e la maschera. Bel leggere.

Eli Arrow il 2020-06-25 14:20:31

Difficile riuscire a vedere gli altri per come sono effettivamente, senza le stratificazioni di proiezioni che ci fanno da occhiali. Di conseguenza, i giudizi sugli altri molto raramente sono imparziali, oltre al fatto che gli altri, noi compresi, siamo abituati a celarci sotto veli e maschere, come tu giustamente noti. La domanda, anzi, le domande sono, a mio parere: 'Cosa stiamo guardando?' e 'Chi pensiamo di vedere?' Difficile rispondere, anche quando le rivolgiamo alla nostra immagine nello specchio.



Qui, come dicevo sopra a Rubrus, volevo addentrarmi un po' nel meccanismo della proiezione. Sono contenta che ti sia piaciuto e ti ringrazio della lettura. Ciao Mauro.


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