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Quattro chiacchiere sulla narrativa fantastica

"VIRGOLETTE" Saggistica Articolo critico (generico)

di Rubrus

pubblicato il 2020-05-22 16:09:04


Letteratura fantastica.
C’è sempre qualcuno che sostiene di non leggerla perché, dice, preferisce leggere di cose reali. Un po’, ma solo un po’, lo invidio o, meglio, invidio la sua convinzione di sapere con tanta illuministica certezza che cosa è reale e che cosa non è. Secondo alcuni tutto sarebbe fatto di pacchetti di energia che vibrano e, non so perché, tutto questo non mi dà l’impressione di essere molto reale. Non sono reali i pensieri e, secondo me, la Terra di Mezzo è reale quanto l’art. 2054 c.c., i prodotti finanziari derivati, i numeri irrazionali ed il complesso di Edipo.
“Fantastico” per me è ciò che, allo stato attuale delle conoscenze, non è verosimile, o plausibile, ma non me la sento di negare con assolutezza che, da qualche parte, anche in questo momento, Achille ed Ettore stiano ancora rincorrendosi sotto le mura di Troia sotto lo sguardo attento di Zeus. Schliemann ne sarebbe certo.
Chiarito quello che per me è “fantastico” (cioè poco verosimile o poco plausibile) vorrei anche chiarire che, a mio parere, si tratta di letteratura.
Qualcuno (probabilmente è lo stesso di prima, sempre lui) aggiungerà “di genere” e mi par di vedere il sorrisetto di compatimento.
“Genere… Embè? ”– dico io.
Allora: secondo me i generi sono utili; servono per sapere di che cosa parla un libro e servono sia a chi scrive sia – e forse anche di più – a chi legge.
Un genere raggruppa in un unico insieme un gruppo di testi accomunati da caratteristiche simili, costruiti secondo tecniche simili e che perseguono un simile fine poetico.
Volete spiegarmi perché un gruppo deve necessariamente essere qualitativamente inferiore ad un altro? Volete dirmi perché scrivere e leggere di dybbuk, elfi e vulcaniani valga ad identificare scrittore e lettore come un bambinone malcresciuto?
Il solito Qualcuno – che ormai sta diventandomi antipatico – sostiene che il “genere” sia, in quanto tale, qualcosa di simile a un ghetto, una taverna malfamata, una specie di club privè frequentato da gente poco raccomandabile.
Peggio per lui, non intendo perdere tempo a convincerlo. Ci sono storie scritte bene e storie scritte male: una storia scritta bene dice cose intelligenti in modo interessante, una storia scritta male no. In mezzo ci sono variabili pressoché infinite e, come direbbe Forrest Gump, non ho altro da dire su questa faccenda.
Il problema – il problema della letteratura fantastica – è che è una letteratura che prende le distanze.
Il Qualcuno, nella sua supponente onniscienza, ignora probabilmente che, per vedere bene le cose, a volte ce se ne deve allontanare.
Prendete un quadro: da vicino vedete le singole pennellate, da lontano ve lo gustate.
La letteratura fantastica (almeno quella buona) prende le distanze dalla realtà e, quando si torna coi piedi per terra, non è escluso che la si capisca meglio, la realtà.
Certo, a esagerare si rischia di fare come quell’astronomo che, guardando le stelle, cadde nel pozzo, ma ad esagerare dall’altra parte si rischia di guardare il proverbiale dito anziché la luna. Ora: io non ho nulla contro le dita, ma anche la luna mi pare interessante.
Osservando le cose da lontano, però, si rischia anche di prendere delle cantonate clamorose.
Nella lettura fantastica si parla spesso per maiuscole: il Senso della Vita, l’Immortalità dell’Anima, la Morte, il Destino del Mondo, l’Esistenza di Dio, lo Scopo dell’Umanità, l’Origine del Tutto e così via.
Tutti concetti, semplicemente, troppo grandi da poter essere facilmente colti nel quotidiano. Bisogna prendere le distanze per capirli meglio e, così facendo, si rischia di finire drammaticamente fuori strada o – peggio ancora – di finire su strade così battute e consumate che, ad ogni passo, rischiate di precipitare in un baratro.
Questo è, secondo me, il problema, non il “genere”. Se volete metterla in altre parole si potrebbe dire che è un genere molto difficile (“ma non era inferiore?” be’, appunto).
“Bisogna scrivere di ciò che si conosce” capita di sentir dire… ma quando mai. A parte il fatto che esiste un verbo come “documentarsi” vorrei dirvi che si mi fate vedere un tale che pensa di “sapere” qualcosa su una qualunque delle quotidiane relazioni umane, mi avrete fatto vedere, probabilmente, un tizio maturo per il manicomio… inutile dirvi che penso sia Qualcuno.
Sappiamo di non sapere, almeno dai tempi di Socrate, e non ci siamo mossi poi molto. In questa ignoranza sta la libertà di parlare scrivere e leggere – con uguale dignità – di cose non verosimili e non plausibili. Oltretutto, c’è già stato chi voleva possedere la Conoscenza del Bene e del Male e sappiamo com’è andata a finire (a proposito, secondo alcuni pure questa sarebbe letteratura fantastica).
Divido la letteratura fantastica, per comodità, in tre grandi aree, che si sovrappongono e s’intersecano. Si tratta di generi, se volete, e quindi vale quanto scritto sopra. Servono, fino a un certo punto, a chi legge e a chi scrive, ma non ne faccio dei totem.
Sto parlando dell’horror, della fantasy e della fantascienza.
Avevo detto, però, che mi sarei limitato a quattro chiacchiere e mi accorgo adesso di essere appena ad un quarto dell’argomento… Be', forse sono un chiacchierone.
Per adesso, comunque, mi fermo qui, riservandomi, se del caso, di riprendere il discorso.
**
Se qualcuno vorrà ancora seguire la nostra chiacchierata, stavo parlando (da utente della narrativa, per carità, solo da utente della narrativa) dei tre generi in cui per comodità divido la letteratura fantastica. Tre aree che si sovrappongono e s’intersecano, tre indicazioni di massima, più che cartelli a senso unico. Se volete, tracce di sentieri nella foresta della fantasia.
Dato che da qualche parte si deve cominciare, inizierei dall’horror che, (se devo fare il gioco della torre) è il mio preferito.
Definisco racconto dell’orrore o del terrore quello che mira a spaventare il lettore usando elementi narrativi fantastici.
La Radcliffe distingueva i racconti horror in due categorie: quelli che annichiliscono il lettore (e li chiamava racconti dell’orrore) e quelli nei quali fa capolino il meraviglioso (che chiamava racconti del terrore); spaventoso sì, ma pur sempre mix di wonder and terror (come diceva Leiber) o cosmic horror (come si esprimeva Lovecraft).
Anche se io userò i termini indifferentemente, questa distinzione, secondo me, è valida – anche se con tutti i se e i ma che si devono usare quando si maneggiano queste categorie.
Un racconto come “Il gatto nero” fa venire i brividi al lettore (a quasi duecento anni di distanza, ci riesce benissimo) e lì si ferma (anzi, in teoria l’opzione soprannaturale neppure sarebbe necessaria; l’io narrante ci dà una spiegazione razionale, per quanto bizzarra… ma nessuno gli crede, no?).
Un racconto come “La maschera di Innsmouth”, di Lovecraft, con le sue agghiaccianti descrizioni di mostruosità e mutazioni, si chiude con una frase che, in sé, racchiude l’essenza stessa del desiderio dell’Oltre, succeda quel che succeda.
Già, ma perché uno scrive e legge di questa roba?. Anzi, visto che stiamo facendo quattro chiacchiere, perché voi scrivete e leggete di questa roba?.
Vi dirò come la penso: parafrasando John Keating, il prof. de “L’attimo fuggente” (lui parlava di poesia, a dire il vero) noi non scriviamo e leggiamo racconti (anche racconti dell’orrore, sì) perché è carino. Noi scriviamo e leggiamo racconti horror perché siamo cibo per i vermi.
Sì discute da sempre se la rappresentazione di una realtà (e non solo narrativa) abbia funzione catartica o mimetica. In parole povere: uno che esce da un cinema dopo aver visto l’ultima prodezza di Rambo VII (uscirà, uscirà…) prova disgusto per la guerra oppure segretamente spera di poter prendere a mazzate il primo disgraziato che gli graffia il paraurti?.
La domanda non avrà mai risposta, per fortuna, né, meno che mai, una risposta univoca per tutti e valevole in tutte circostanze.
La spiegazione che mi sono dato io e che, secondo me, ha una passabile percentuale di veridicità, è che ogni buon racconto horror (e forse non solo) è una forma di esorcismo.
Il buon racconto horror ci mette di fronte ai nostri demoni e ci dice “e adesso cosa fai?”
Il demone ultimo – Be', che sarà l’ultimo ad essere sconfitto lo dice anche qualcun altro – è la Signora con la Falce e, in definitiva, si tratta di uno dei due, soli, veri, grandi temi della narrativa (l’altro è l’amore, per capirci).
Restringendo la visuale e/o abbassandola a un livello commerciale è facile notare come esistano decine di racconti dell’orrore per ogni forma di fobia. Abbiamo racconti, film e romanzi che parlano d’insetti, cani, ascensori, automobili, vicini di casa, specchi, uccelli, insegnanti, ecc. (si potrebbe continuare per ore).
Non solo.
In tantissimi racconti horror, soprattutto in quelli più risalenti, è presente il tema della Punizione.
Tanto per limitarmi a due esempi: quanti coniugi traditi tornano dalla tomba per vendicarsi del fedifrago, quante maledizioni colpiscono gl’incauti ladri?. E andate pure dai vostri vecchi (spero possiate farlo) e fatevi raccontare le favole che venivano narrate ancora solo agl’inizi del secolo scorso. Lo schema, magari sotterraneo, è spesso rappresentato dal binomio: trasgressione (anche minima) e punizione. Be', se oggi sentiste qualcuno raccontare simili storie probabilmente chiamereste non solo il Telefono Azzurro, ma anche lo psicologo e i carabinieri.
Oggi simili racconti sono più rari, segno del mutare – senza dubbio alcuno – delle tecniche educative. A mio parere, però, ciò è anche il sintomo di una diversa percezione del Male (o del male) o, se volete leggerla in un’accezione religiosa, del Peccato, da parte della nostra società. Come si sa, infatti, la più grande astuzia del diavolo ecc.
Lo schema però spesso rimane, magari adattato ai tempi, mascherato, raffinato, ma rimane.
Oltre ad una funzione “educativa” (nel senso spiegato sopra) lo schema colpa – punizione è anche assolutorio.
Ad essere punito in modi raccapriccianti è il cattivo e, detto tra noi, non se la meritava, forse, una simile fine con tanti saluti ai diritti umani? Insomma, lui è il Cattivo e noi, automaticamente e necessariamente, i buoni. Nelle arene delle antichità venivano sbranati e sgozzati i condannati, noi oggi lo facciamo in effige, ma penso che il meccanismo psicologico sia ancora lo stesso.
Il racconto dell’orrore o del terrore però è un esorcismo, secondo me, in un senso più profondo e più ampio, che va ben oltre la funzione morale o assolutoria di cui ho detto sopra.
A un livello appena più profondo si scorge che, ad infliggere sofferenze è un mostro… noi… oh, noi non lo faremo mai, non è vero? Anzi, noi non saremo neppure capaci di pensarlo, meno che mai di scriverlo. Qualcun altro lo ha fatto al posto nostro, noi magari ci limitiamo a leggerlo, però è un peccato veniale. Del resto, per pensare e scrivere queste cose si deve essere un po’ matti e (ma diciamolo sottovoce) un po’ perversi. La diffidenza sociale verso chi legge horror, del resto, è superata solo dalla diffidenza verso chi scrive horror.
A un livello ancora più profondo, però, si può notare come simili angosce e nefandezze stiano lì, sulla carta (o sullo schermo del computer). Ci basta chiudere il libro per dominarle. Meglio ancora, ci basta andare all’ultima pagina per sapere come andrà a finire e rovinare così la suspence ed il climax che tanta importanza hanno nel racconto del terrore. Insomma: possiamo dominare i mostri. Possiamo imprigionarli non dietro sigilli, incantesimi e grotte tenebrose nelle profondità della terra, ma dietro lettere e parole e, una volta rinchiusi lì dentro, possiamo sconfiggerli con un semplice gesto della mano.
A questo punto vorrei chiedervi una cosa. Sì, proprio a voi che state leggendo. Avete visto come siano pochi i romanzi horror nelle librerie?
Ciò, a mio giudizio, dipende da due fattori intrinseci e da due fattori estrinseci che, come al solito, interagiscono.
Comincio da quelli intrinseci.
Il racconto horror non tollera, secondo me, due cose: la serialità e l’eccesso di fantastico.
Non tollera l’eccesso di fantastico perché scopo dell’horror è spaventare e, francamente, ci vuole del bello e del buono e, soprattutto, una bella dose d’immaginazione per aver timore di cose lontanissime dalla vita di tutti i giorni. Il Grande Cthulhu terrorizza le menti più sensibili (scrittori, poeti, musicisti, pittori), ma, per buona parte del racconto di Lovecraft, se ne sta rintanato nella morta R’lyeh, città da incubo dalle prospettive distorte sepolta al crocevia di più dimensioni. Se avesse passeggiato per New York avrebbe probabilmente incontrato King Kong o Godzilla ed avremmo avuto un racconto comico, o fantasy, o di fantascienza, non un racconto del terrore.
Il racconto horror, inoltre, non tollera la serialità perché ci si abitua a tutto. Questo è, per gli scrittori horror, un problema drammatico, ma non c’è tempo di analizzarlo. Mi limito a notare che il Conte Dracula appare all’inizio del romanzo, dove domina la scena, ma poi praticamente scompare, tranne in un’occasione o forse due (anche se abbiamo i brividi intuendo che cosa stia facendo nell’ombra che gli è madre)… mica se ne sta tutto il tempo sulla scena a palpeggiare fanciulle indecise se dargliela o no. Insomma: mettete un mostro in un libro e avrete forse un romanzo horror. Mettetene una dozzina e avrete la Casa delle Streghe al Luna Park. Non è la stessa cosa.
A questo punto vedrete come molti dei romanzi cosiddetti horror (a cominciare da quelli della sig.ra Meyer, ma, seppure migliori, potrei citare quelli della Hamilton) sovrabbondano in tutt’e due queste caratteristiche e quindi con l’horror vero e proprio hanno poco a che spartire.
Ci sono poi, secondo me, due cause estrinseche del declino del genere. Più precisamente, ragioni di marketing.
La prima è che la paura è spesso politicamente scorretta ed è come se gli editori fossero preoccupati di turbare la delicata psiche dei loro lettori con spauracchi immaginari (però legioni di serial killer se ne stanno acquattati nelle librerie… mah) oppure se temessero di essere accomunati a quella gentaglia poco raccomandabile che legge e scrive horror.
La seconda è che la narrativa moderna appare malata di gigantismo. Tomi e tomi di pagine e pagine che spesso ricordano i temini delle elementari (avete presente quando dovevate scrivere almeno quattro facciate protocollo e dopo due avevate finito il carburante?). La ragione è semplice: se un libro è “tanto” è anche giusto che costi tanto, no?
Salvo eccezioni, però, di solito lo scrittore horror non è un maratoneta, ma uno sprinter; al contrario di quello fantasy o di avventura, per esempio.
Dopo il boom degli anni ’80, insomma, secondo me il genere è in declino o in stasi.
Non mi preoccupo più di tanto, comunque.
I mostri, si sa, non muoiono mai.
**
Non c’è due senza tre e, se qualcuno vorrà ancora starmi dietro vorrei parlare di fantascienza.
Una noticina personale (non vogliatemene): venni in contatto con la fantascienza scendendo, come è lecito attendersi in un racconto fantastico, in una vecchia cantina dove i libri (erano per lo più edizioni Urania) erano ammassati alla rinfusa. Era la fine degli anni’70 / primi ’80 e oggi molti di quei romanzi, allora già un po’datati, sono vintage in un modo delizioso e quasi struggente. C’era anche una raccolta di racconti di Poe, un’altra legata alla serie “Alfred Hitchcock presenta” e una vecchia, muffosa edizione di “Dracula” (quei tre libri, alla lunga, avrebbero influenzato il mio immaginario molto più degli altri). Dell’horror, però, ho parlato sopra e adesso tocca alla fantascienza.
FantaSCIENZA appunto, senza la bacchetta magica delle fate.
Sappiamo tutti quando è nata; alla fine dell’800, con l’illuminazione pubblica e il ballo Excelsior.
Certo, anche prima (per esempio l’isola volante di Laputa, di cui parla Jonathan Swift) è possibile trovare elementi fantascientifici nelle opere di narrativa; lo stesso Frankenstein può essere considerato un romanzo anche di fantascienza, ma è – a mio parere – solo con l’industrializzazione di massa delle società occidentali che il genere acquista la fisionomia che gli è propria.
“Che cosa succederà al mondo dopo che io non ci sarò più?” è la domanda che sta dietro ad ogni racconto di fantascienza (come a molti altri, ovviamente), ma, a mio giudizio, ciò che caratterizza la fantascienza è utilizzare la scienza e la tecnologia per rispondere.
Siamo nell’era del positivismo, del colonialismo e delle scoperte geografiche. Non a caso Doyle, il papà di Sherlock Holmes, scrisse più di un racconto di fantascienza anticipando per esempio, e non di poco, Micheal Chrichton.
A me piace pensare che, sin dall’inizio, il genere presenti la doppia faccia che da sempre gli è propria.
Abbiamo infatti le utopie – che denotano una fiducia pressoché illimitata nel progresso dell’uomo – e le distopie – che invece vedono abbastanza nero.
Abbiamo Verne che ci descrive in termini piuttosto trionfalistici la conquista della Luna e degli abissi. Anche quando ci parla di eroi “maledetti”, come Nemo (non il pesciolino, il capitano), la maledizione sta nel fatto che questi uomini sono troppo avanti e che il mondo non è ancora pronto per le nuove scoperte, non nell’intrinseca perniciosità delle stesse; non viene mai messo in dubbio che il progresso della scienza e della tecnologia sia – in sé e per sé – fondamentalmente “buono”.
Accanto a lui, però, abbiamo Wells che qualche dubbio se lo pone. L’isola del Dottor Moreau non è esattamente l’Eden e, anche se nel frattempo ci saranno millenni di progresso, già sappiamo che intorno all’anno 800.000 d.c. i nostri eredi non saranno gli apollinei Eloi (più o meno bestie da macello), ma i dionisiaci, cannibali Morlock. Insomma: non solo l’uomo non potrebbe usare bene il potere conferitogli dalla scienza, ma la stessa scienza, forse, non è, sempre e comunque, bene.
Facciamo un salto di qualche anno e accenniamo ad Asimov. La ragione, la scienza (positronica o psicostoria che sia) possono salvare gli uomini dalla barbarie in cui periodicamente e necessariamente ricadono. Gli stessi androidi, nelle mani di Dick, hanno tutt’altro ruolo e scopo, fino a mettere in crisi, non attraverso una banale conquista, ma grazie alla loro semplice, perturbante esistenza, il concetto di identità e di umanità (dietro c’è, ancora una volta, il personaggio della Shelley). Se facciamo un altro salto (mica abbiamo la macchina del tempo per niente, no?) atterriamo sul pianeta Cyperpunk e non è un bel vedere.
Ho diviso, molto grossolanamente, tra utopie e distopie.
Adesso mi va di fare un’altra divisione. Ci sono storie che si occupano soprattutto di come funzionano le macchine ed altre che si occupano di come funzionano gli uomini. Dico subito che non ho grande simpatia per le prime. Se proprio ne avessi voglia (ahahaha) leggerei un libretto di istruzioni di qualche aggeggio in vendita oggidì (non lo faccio mai, appartengo alla scuola di quelli che immaginano grosso modo a che cosa possa servire un tasto, lo schiacciano e vedono che cosa succede e confesso che qualunque oggetto un po’ più complesso di un telecomando mi mette in crisi) però stiamo parlando di fantascienza e quindi è necessario che, dietro o sotto il racconto, ci stia una certa dose di verosimiglianza scientifica. Per questa ragione ho qualche difficoltà a considerare per esempio “Cronache marziane” un libro di fantascienza. Il grande Bradbury ci dice che le astronavi vanno su Marte, punto e basta. Marte, poi, è spesso simile al natio Illinois. Anche avendo le conoscenze degli anni ’50 è un po’ dura da credere… insomma, stiamo più dalle parti della fantasy, ma in fondo chi se ne importa delle etichette? Un romanzo fantascientifico, invece, è senza dubbio il grande, distopico Fahrenheit 451, così come lo è Brave New World di Huxeley (e non dimentichiamo “1984”). Sono libri insomma in cui si parla di una possibile, scientificamente sostenibile scoperta o sviluppo scientifico o tecnologico e si immagina che influsso potrebbe avere quella novità sulla società e sull’individuo. Per me la fantascienza è questo.
Bene, ora che vi ho seccato abbastanza con questa carrellata assolutamente insufficiente e non rappresentativa (tranne forse per il sottoscritto) vorrei farvi una domanda (sperando di non disturbare chi si è già addormentato): quale tra questi libri sentite più vicino al vostro modo di vedere le cose?
Molto probabilmente, non pochi di voi sentiranno più affini al proprio modo di sentire i romanzi in cui viene descritta un’utopia negativa, che sia il mondo distrutto dalla guerra nucleare, devastato dall’inquinamento, oppresso dalla dittatura mediatica, disumanizzato dalla genetica e dalla robotica.
Non è un caso e questa disillusione nasce, a mio parere, da due ordini di motivi.
Tornate un attimo con me in quella cantina.
Siamo alla fine degli anni ’70, il muro di Berlino è bello saldo, i reduci del Vietnam girano smarriti per le strade americane e coalizioni ondivaghe di pluripartiti governano il Bel Paese (Be'… da questo punto di vista non è cambiato poi tanto).
Il duemila è il futuro, gente; un’epoca ancora abbastanza lontana da poter credere che le auto in quei giorni (giorni che noi vedremo) voleranno tra i grattacieli anziché intasare le strade.
Tornate ai nostri giorni, adesso e chiedetevi: tra venti, trent’anni scienza e tecnologia renderanno il mondo migliore?
La risposta, come dicevo sopra, è probabilmente no e credo che sia determinata da un fattore anagrafico ed un fattore sociale.
Gli anni ti portano via i sogni, le illusioni, le utopie, certo, ma anche, stando ad un livello molto più terra terra, la capacità di padroneggiare la tecnologia.
Ho guardato degli adolescenti e sono giunto alla conclusione che l’homo sapiens stia sviluppando una nuova forma di pollice opponibile… perché come altrimenti farebbero a smanettare sul cellulare con quella velocità?.
Prendete un ragazzino e dategli un computer (o un qualunque oggetto a medio / alta tecnologia). Garantito che, in capo a pochi minuti, capirete che cosa devono aver provato gl’indio quando hanno visto le prime armi da fuoco.
La nostra è una società tendenzialmente vecchia e, come tale, la massa della popolazione non ha con la tecnologia quella dimestichezza che contraddistingue le nuove generazioni, quindi, per il grande pubblico, l’appeal della fantascienza svanisce. Non solo: di solito si teme ciò che non si comprende. Di qui una certa tendenza a vedere nero.
Ma ancora non basta.
Vecchi o giovani che siamo penso che, come società – e spesso a torto, c’è molto di irrazionale in questo – oggi non crediamo più nella scienza e nella tecnologia come strumenti per creare un futuro migliore. Crediamo negli Ipad, nei social network e nei cellulari, ma non è la stessa cosa. Non ardiamo più dal desiderio di andare a scovare gli alieni in qualche angolo del cosmo (nemmeno per conquistarli), ma aspettiamo che arrivino per toglierci dai guai o al massimo per far piazza pulita di tutto il caos che abbiamo combinato.
Il lettore contemporaneo di fantascienza potrebbe dire “c’era una volta il futuro” e dipinge, come per esorcizzarli, cupi scenari (ho già detto che spesso la letteratura fantastica è una forma di esorcismo? Oh Be', pazienza).
Credo che questa considerazione valga per tutti i tipi di fantascienza, da quelli, tradizionali, in cui compare e predomina il tema del viaggio, nel tempo e nello spazio, a quelli in cui si descrive la nostra società così come potrebbe risultare a seguito di una evoluzione (o involuzione) scientifica o tecnologica: ingegneria genetica, scoperte atomiche, scoperte dell’ambito della psicologia della parapsicologia, delle scienze sociali. Credo che valga, altresì, per i racconti ucronici, in cui si domanda “che cosa sarebbe successo se…” (esempio più frequente: se i nazisti avessero vinto la guerra), per quelli steampunk, cyberpunk, per la fantascienza apocalittica o postapocalittica, fantapolitica ecc.
A questo punto, entrate in una libreria, magari una di quelle grandi e fate una prova. I romanzi di fantascienza sono pochini, forse ancor meno di quelli dell’orrore. Tutti e due, assieme, non raggiungono la quantità dei romanzi fantasy.
Insomma: anche la fantascienza è un genere letterario appannato e la causa principale è, a mio parere, la sfiducia nel domani.
A pensarci bene è una considerazione estremamente triste, il punto finale di una parabola cominciata dopo la seconda guerra mondiale quando a tutti è stato chiaro che cosa la scienza poteva provocare.
Ormai non capiamo più il progresso, non ce ne fidiamo più, abbiamo trascurato le grandi teorie, le grandi scoperte, le grandi invenzioni e ci siamo rifugiati nelle “apps” (la prima volta che ho sentito la parola non sapevo se ero un povero scemo o se la sintonia della TV aveva problemi, poi, dopo due giorni, ho capito di cosa stava parlando la pubblicità).
Forse qualcosa cambierà proprio nei prossimi mesi, e forse proprio grazie alla pandemia. C’è da aspettarsi un diluvio, al quale spero di sfuggire, di libri alla “come ho passato la quarantena”, ma esiste la possibilità che accada anche altro.
La pandemia ha grazie al cielo messo la sordina (non zittito) tutta una serie di pulsioni antiscientifiche, a cominciare dai no vax, e mi è piaciuto notare (ma spero di non essere vittima di un errore di percezione) una grande attenzione (con le inevitabili cadute di stile mediatiche) per gli uomini di scienza e per la scienza in generale. In questo momento di crisi ci siamo rivolti a medici, virologi, epidemiologi eccetera più che a sciamani e prestigiatori. Per fortuna. Forse, e sottolineo forse, a livello emotivo, e quindi assai importante per la narrativa, la paura, o addirittura l’angoscia, che abbiamo provato e stiamo provando ci ha resi più consapevoli che il progresso non è solo un gadget per lo smartphone, ma qualcosa di più complesso e dignitoso.
Limitando il discorso alla narrativa, se, da un lato, c’è stato un riaccendersi dell’interesse, sebbene con le prevedibili speculazioni, per le opere narrative che parlano di epidemie (fatemi aprire una parentesi: ne “La Guerra dei mondi”, di Wells, sono i virus e i batteri, contro i quali non sono più immuni, a far fuori i marziani!) dall’altro si potrebbe sviluppare una narrativa fantascientifica che parte dall’epidemia per raccontare una storia.
D’altra parte è anche possibile che il medium della narrazione, in particolare quella scritta, non sia ritenuto il più idoneo a esporre questo fenomeno, preferendo, utenti e autori, altri media come serie tv o web, o videogiochi ecc.
D’altra parte ancora, l’atteggiamento “magico” è assai diffuso.
C’è tuttora il rischio che prevalgano approcci miracolistici di tutti i segni, da quelli alla “la natura ci ha puniti” a quelli “fatti una pera di amuchina e passa tutto”.
Il rischio, insomma, ma, narrativamente (e per fortuna solo di narrativa ci vogliamo occupare), non è un rischio, bensì solo una scelta letteraria frutto della Weltanschnauung e dello Zeitgest. di una visione irrazionalistica, esoterica, sciamanica e magica tipica, letterariamente parlando, del fantasy. Fantasy di cui parlerò, magari, la prossima volta.
**
Magari i miei cinque lettori si aspettano che chiuda il discorso che avevo iniziato un po’ di tempo fa circa la narrativa fantastica. Erano quattro chiacchiere e quattro, insomma, devono essere.
Be', avevo detto che avrei parlato del genere fantasy – sempre da utente della narrativa, per carità, questo non è un “saggio” ma qualche elucubrazione di un fruitore del fantasy.
Per onestà intellettuale devo dire di essermi avvicinato tardi al genere e di averlo frequentato abbastanza poco.
Personalmente, definisco fantasy quel genere di narrativa fantastica in cui predominano, nella costruzione della trama, elementi tratti da mitologie esistenti o inventate di sana pianta dall’autore.
In effetti, il fantasy è, tra i tre generi in cui si può sommariamente dividere la letteratura fantastica (e, sia ben chiaro, senza essere troppo categorici: sono indicazioni di massima e devono essere, secondo me, funzionali alla comprensione, non viceversa) quello più avulso dalla realtà.
L’horror si svolge in ambientazioni realistiche e contemporanee – anzi, la sua forza spesso deriva proprio da questo.
La fantascienza esige e pretende verosimiglianza scientifica.
Il fantasy della inverosimiglianza, della improbabilità, invece, fa la sua bandiera. Mi pare estremamente improbabile (anche non mi sento di escluderlo del tutto) che ci sia da qualche parte un trono di Aquilonia, un’isola di Melnibonè o una città di nome Lankhmar o Ankh – Morpork o un castello che si chiama Grande Inverno. Del realismo il fantasy se ne infischia, anzi, utilizza il fascino dell’impossibile proprio come le sirene usavano il loro canto.
Non è forse un caso, però, che a questa conclamata inverosimiglianza faccia spesso da contrappeso un’estrema analiticità e minuzia nella descrizione di mondi fantastici. Guardate come sono accurate le piantine che accompagnano i libri fantasy e la precisione, quasi da antropologo, da storico o da entomologo, con cui si descrivono creature immaginarie o reami o mondi inesistenti .
Credo che ciò dipenda da due ragioni.
Il primo è, credo, un’insopprimibile esigenza di coerenza della realtà. I mondi fantasy che mi è capitato d’incontrare sono a volte molto diversi tra loro, ma quasi tutti hanno una struttura interna molto solida. Il lettore fantasy non ha nessuna difficoltà ad immaginarsi una lucertola volante che sputi fuoco, ma esige che quel fuoco bruci. Anzi, di più, alle volte sente il bisogno di specificare che quel fuoco è, in realtà, un veleno che s’infiamma al contatto con l’aria (come di draghi descritti da Moorcock) o che il nostro lucertolone non potrebbe volare (si suppone che la gravità del mondo fantastico in esame sia come la nostra, altrimenti dame e cavalieri ballonzolerebbero come astronauti), ma vola perché le forze del Caos che s’infiltrano dal multiverso gli forniscono l’energia necessaria (sì, l’idea di multiverso è assai antica e probabilmente risale a millenni fa, comunque non l’ha inventata nessun romanziere occidentale del XX secolo).
Il secondo motivo, a mio parere, è più sottile e coinvolge, credo, l’essenza stessa della narrativa fantasy. All’inizio della nostra chiacchierata dicevo che, a mio giudizio, la narrativa fantastica si occupa spesso di assoluti: il Bene, il Male, la Vita, la Morte ecc. Reputo che, nel fantasy, questo emerga con particolare evidenza. L’esempio più noto è Tolkien. Sauron è il Male e non è (per interpretazione autentica dello stesso autore) Hitler in versione fantastica – casomai il buon vecchio Lucifero. Il Male dev’essere sconfitto e poche storie, senza gl’infingimenti e i tentennamenti della vita reale. In Brooks è più o meno la stessa storia, almeno per quello che ho letto. Questa nettezza di forme e contenuti si trova però (a mio parere) anche in autori assai diversi. R.E Howard col suo Conan si pone il dilemma barbarie / civiltà (e tutte le sue simpatie vanno alla prima). Il Cimmero affronta i problemi della vita (che hanno l’aspetto di mostri e/o regine sessualmente depravate) e li sbaraglia a mazzate (Be', coraggio, chi non ha mai sognato di farlo, almeno una volta?). Nella pessimistica saga di Elric, Moorcock rovescia gli stilemi del genere per dirci che (ed è esattamente il contrario di quello che sostiene Tolkien) alla fine è il Caos (leggasi pure entropia) a vincere e la fine coincide con la morte dell’universo… salvo poi ricominciare tutto nell’universo successivo. Nei romanzi di Leiber (un autore che preferisco come scrittore horror o SF, peraltro) compaiono, e senza maschera, gli archetipi della psicologia junghiana. Uno dei personaggi più riusciti del Mondo Disco creato da Pratchett è la Morte stessa, che agisce, filosofeggia e ci fa ridere allo stesso tempo.
Insomma: nel fantasy abbiamo a che fare con gli Assoluti, gl’Interrogativi Ultimi, i Grandi Temi senza le difficoltà cognitive, interpretative, applicative che incontriamo nella vita di tutti i giorni.
Ecco perché, accanto alla pressoché assoluta improbabilità, i migliori libri fantasy (almeno, quelli che io giudico tali) sono intrisi di qualcosa molto simile alla logica formale (Lewis Carrol insegnava matematica).
A differenza del mondo reale, il mondo fantasy ha un senso o, quantomeno la possibilità di un senso, caratteristica che, nel mondo reale, non sempre ci è dato rinvenire. Ecco perché i romanzi fantasy hanno una struttura coerente. Esprimono spesso il bisogno di un senso, di un significato che il lettore non fatica a cogliere subito sotto la superficie delle cose (duelli, battaglie ecc)
L’accusa che si muove al fantasy (e in generale alla letteratura fantastica) è di fomentare l’escapismo, la fuga dalla realtà. È un’accusa quasi sempre vera, ma che non si cura di una domanda fondamentale: fuga sì, ma per andare dove? Probabilmente in un mondo dove il bene vince e il male perde, un mondo molto vicino – se non proprio lo stesso – al Paese della Felicità dove, alla fine delle favole che ci raccontavano da bambini, vanno a vivere l’eroina ed il Principe Azzurro.
Non si può portare avanti questo discorso senza citare le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin. Premesso che non ho finito la serie (troppo lunga: ma tanto, neanche lui ha terminato di scriverla!) e senza minimamente entrare nella critica della versione televisiva, a me pare che il segreto di questa opera (e, come avrebbe detto Micheal J Fox, il segreto del suo successo), sia l’estremo realismo. Abbiamo sostanzialmente due registri e tre grandi fiumi narrativi, in questo grande flusso fantastico: uno in cui prevale il registro fiabesco / avventuroso, diviso in due filoni, abbastanza simili tra loro, ma speculari, che vedono come protagonisti Daenerys e Snow e che sono riconducibili grosso modo al tema cavalleresco della quest, della ricerca (di sé stessi, della vendetta, del rimedio contro gli Estranei, scegliete quello che preferite) e l’altro che, prendendo le mosse da una situazione alla “Guerra delle due Rose”, fa prevalere il registro epico – sociologico, tra battaglie, intrighi di corte, lotte dinastiche ecc. Tutti e due sono gestiti secondo la struttura della soap, con tantissimi personaggi (Tolkien ha insegnato; a proposito: il mio personaggio preferito è il Mastino, seguito da Bron e Tyrion) presi, abbandonati sul più bello, ripresi ecc. Ovviamente ho semplificato moltissimo, con il rischio, anzi la sicurezza, di aver preso delle cantonate, ma credo che un dato sia importante. Diciamocelo. È bello credere che un hobbit può sconfiggere Sauron, ma tutti sappiamo benissimo che un signore della guerra proprietario di miniere d’oro ha maggiori possibilità di influire sul corso degli eventi e della Storia. Martin quindi ha fatto compiere al genere un ulteriore tratto della parabola: nelle forme del fantastico narra (a mio parere abbastanza scopertamente) il mondo reale. Prova ne sia che i suoi personaggi sono quasi tutti eticamente assai spregiudicati e, al netto delle forzature degli sceneggiatori, le migliori intenzioni portano chi le coltiva agli esiti peggiori, per sé e per gli altri. Ecco, forse azzardando un po’, credo – volendo sintetizzare il discorso in un paradosso – che il segreto di questa storia sia il suo realismo.
Ci dice che, anche se in modo traslato e, ovviamente, molto avvincente, le stesse dinamiche di questo mondo valgono negli altri mondi in cui l’essere umano, unitario e costante nei tratti essenziali della sua identità, è fedele a se stesso.
La ricerca del senso è a mio parere presente, anche se i termini della struttura sono invertiti, nei romanzi fantasy dove il meraviglioso irrompe nel quotidiano. Qui, a differenza degli altri, non siamo noi ad essere trasportati in un contesto fantastico, ma è il mondo fantastico ad essere – scopriamo – tutto intorno a noi. American Gods, di Gaiman, è un buon esempio. Stringi stringi, il tema è sempre quello: perché succedono le cose? Qual è il senso di questo o di quello – o, addirittura, di tutto?
Aggiungo che il fantasy è anche un buon banco di prova per verificare la fondatezza di un’ affermazione di King (il saggio – quello sì che è un saggio – è “Danse Macabre” Ed. Theoria): tutta la letteratura fantastica si basa sul concetto di potere (anche l’horror e la fantascienza); quella mediocre tratta di chi il potere ce l’ha e lo usa, quella di qualità superiore di chi il potere non ce l’ha, ma lo scopre oppure di chi lo perde, oppure di chi paga un prezzo salatissimo per averlo.
Ecco perché, a mio parere giustamente, le storie di sword and sorcery (alla Conan e anche alla Martin: come dicevo nelle Cronache c’è un po’ di tutto) sono di solito qualitativamente inferiori a quelle di epic fantasy (alla Tokien) … a proposito, alla faccia di chi ha in uggia le distinzioni, queste sono categorie descrittive usate dagli appassionati di fantasy e, francamente, sembrano eccessive anche a me – ma forse proprio appassionato di fantasy non sono.
Adesso facciamo il solito giro in libreria… sono tanti i romanzi fantasy, vero? Secondo me sono molti di più di quelli di fantascienza e dell’orrore ed è troppo facile liquidare il fenomeno come infantilismo editoriale e/o del lettore.
Io credo che le ragioni siano almeno due.
La prima è commerciale. Il Fantasy adora le saghe, i cicli interminabili. Il contrario di quel che succede, o dovrebbe succedere con l’horror che si sta “fantasyzzando” – i libri della Hamilton, con vampiri, zombi, stregoni inseriti nella nostra realtà e che convivono con gli umani sono un ottimo esempio (anche qui mi sono fermato ad un libro solo, però).
La seconda è legata da un lato al bisogno di senso ed alla crescente sfiducia nella tecnologia. Come dicevo quando palavo della fantascienza, ormai non capiamo più il progresso, non ce ne fidiamo più, abbiamo trascurato le grandi teorie, le grandi scoperte, le grandi invenzioni e ci siamo rifugiati nelle “apps” per il telefonino… ma non è la stessa cosa, vero?
Vado anche più in là.
Abbiamo ancora bisogno di credere che, dietro l’angolo, ci sia la possibilità di un domani migliore dell’oggi e, cadute molte certezze (scienza, politica, religione ecc.), rimane, magari senza che ce ne accorgiamo, la bacchetta delle fate. Letteralmente e letterariamente.
Chesterton sosteneva che, quando gli uomini smettono di credere in Dio cominciano a credere a qualunque cosa e non escludo che dietro il boom del genere da trent’anni a questa parte possa esserci anche questo fattore. Un fattore magari poco influente, probabilmente minimale, ma non mi sento di escluderlo del tutto.
 
 
**
 
Be', la chiacchierata è finita.
Vorrei “rubare” però il congedo ad uno dei miei scrittori preferiti, Stephen King e, più specificamente, da quello che, tra i suoi libri, è forse il mio preferito: “It”.
Parto dal presupposto che non sappiamo molto di quello che abbiamo intorno e neppure di quello che abbiamo dentro.
A parer mio – scusate se parlo di me, ho cercato di evitarlo, ma “Parliamo tanto di me” potrebbe essere anche lo slogan del blogger – sappiamo tutt’al più di non sapere.
Spesso ci vuole, per dire che qualcosa non esiste, la stessa dose di fede che serve per dire che qualcosa esiste.
Parlare di fede, in tutte le sue accezioni, è però eccessivo, soprattutto per una chiacchierata come questa, che limita il proprio oggetto alla narrativa fantastica.
Non mi sento di escludere che la vasta area dell’ignoto possa contenere Qualcosa. Senz’altro mi piace crederlo.
Non possiamo parlarne e forse, razionalmente, non dovremmo, dato che non sappiamo granché.
Ciò nondimeno osiamo raccontarne, senza rimanere bloccati nelle nostre piccolezze e miserie quotidiane. Ci scriviamo sopra, come se non bastasse, poesie, racconti e romanzi.
Credo che sia una forma di magia, molto più potente di qualunque paletto di frassino, di qualunque motore ad annichilazione, di qualunque bacchetta delle fate.
E, come dice Stephen King, il romanzesco è la verità dentro la bugia.

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Mauro Banfi il Moscone il 2020-05-22 21:08:05
Uno scritto ampio e profondo come un tempio greco-latino: accogliente ma dotato di una segreta cella segreta dove pulsa un misterioso Dio ignoto, quello della narrativa fantastica... In questi due decenni di letteratura fantastica tra classici e web, non so bene quali risultati ho raggiunto - ma che m'importa di me? - in questa arte; so solo che mi diverto e imparo ancora tantissimo e come da ragazzo sento il bisogno di ringraziare chi m'insegna ogni giorno qualcosa. Sono sempre tanto dilettante, perchè provo diletto per i tentativi che faccio ma sopratutto per la mia speciale capacità di portare rispetto e venerazione per chi aiuta la mia conoscenza e orienta il mio sguardo creativo verso una direzione piuttosto che in un'altra. Ci sono due signori che mi hanno sempre molto ispirato in questo senso, in questi anni: Michele Mari e Rubrus. Da loro ho imparato - al di là dei miei più o meno riusciti risultati, ma seguite il mio ragionamento, per cortesia, e non guardate a quelli - che per parlare del mondo non bisogna preoccuparsi del mondo. Se dici: adesso parlo del mondo e pontifico, e "pippono"a tutto spiano, parti male, e diventi un politico o un piazzista di roba varia, ma non sarai mai un artigiano, un artista. Questa faccenda dell'essere uno scrittore che manda messaggi politici o sociali qua in Italia poi è stata una vera maledizione, e grazie sempre a Roberto Calasso e alla Adelphi di esistere, per essere riusciti a rompere l'egemonie delle nostre "chiese editoriali" politiche, di sinistra, centro e di destra. Leggendo le opere di queste due grandi ho imparato che più si è ombelicali, psichici e autoriferiti alla tradizione della narrativa fantastica - e non al proprio Ego-, più si è metabolizzato e inglobato il mondo "reale", più attraverso il tuo ombelico creativo lo riespelli e ne dai una versione in apparenza fantastica, magari, ma in verità interessante. Altrimenti sei uno scrittore-giornalista, uno scrittore-moralista o uno scrittore-saggista, come quei commedianti che infestano i talk show italioti, con le loro verità assolute che relativizzano ancora di più il grande casino in cui viviamo. Per l'ottica della narrativa weird: un pipponaro, per l'appunto. Invece ho imparato che tra la realtà e la leggenda, non può esserci esitazione. Meglio la leggenda privata e personale, ma in quanto nutrita di una tradizione secolare, estremamente intrigante, sanguigna, efficace, narrativamente fantastica, insomma. Tornerò ancora su questo articolo, che ha decine di possibili interventi critici. La prima lettura però si chiude con un ringraziamento: Sì, Rubrus e Mari, è proprio così, non bisogna narrare il mondo preoccupandosi del mondo e se si riesce a farlo, perlomeno si è cominciata bene l'opera. Grazie

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Mauro Banfi il Moscone il 2020-05-23 11:21:31
Nella conversazione ha un grande spessore anche il tema della preponderanza del fantasy sugli altri generi, suggestione su cui rifletto da decenni. Personalmente la vedo così: la civiltà post-moderna ha liquidato tutte le verità assolute e al posto di Dio o degli Dei ha messo l'Ego e la sua inflazione di potenza. Studiando Giorgio Colli e i molti pensatori dell'era "dopo Nietzsche" ci si rende conto di come le masse iperconsumiste postmoderne hanno vissuto questo mutamento antropologico con quasi totale incoscienza ed eccessiva spensieratezza. Avete mai provato a chiedere a quelli che fanno gli happy hour sui navigli, in piena pandemia, se conoscono le differenze tra nichilismo passivo, attivo ed estatico, rinvenute da Nietzsche? Torniamo all'egemonia del fantasy, che è meglio... Dopo questo mutamento antropologico la nostra società è diventata senz'altro nichilista - in questa sua cronica inflazione dell'Ego -, e fino ad ora sempre indecisa tra il carattere attivo o passivo del proprio nichilismo (anche se quasi nessuno conosce la differenza tra i due modi del nichilismo). La pandemia sembra aver accellerato il carattere abulico e reattivo di questo nichilismo. La passività di questo nichilismo è evidente nel potere salvifico - irrazionale e spesso acritico - che nutriamo nella scienza. In questa terribile prova sto vedendo l'umanità riporre le stesse aspettative nella scienza che un tempo riponeva in Dio: l'assenza di paura e dolore, la felicità, il sapere, la vittoria sulla morte. Qua nella mia provincia abbiamo assistito, per esempio, al terribile fenomeno degli sceriffi da balcone; pronti alla delazione e anche alle vie di fatto per punire temibili criminali come i "runner" che sparivano nel bosco o i ciclisti che andavano sull'argine del Po, dove da secoli non c'è anima viva, se non i ratti e un nostro serpente locale chiamato milò. In nome della scienza, abbiamo letto inorriditi nelle cronache di delazioni, denunce e pestaggi al limite del linciaggio per i nuovi untori del fitness fisico. Tutto a questo mondo è diventato criticabile, si sa, tranne lo spirito salvifico della scienza. Il culto del fantasy è per me una grande risposta umana a questo nuovo oscurantista, irrazionale, culto idolatrico della scienza. L'altra sera ho assistito, con un misto di orrore e sbigottimento, a un giornalista che chiedeva all'ennesimo epidemiologo in auge, quali libri suggeriva di leggere nel tempo libero. No! Questo è troppo! Il virologo che è diventato il nuovo prevosto del villaggio multimediale! Questo è troppo...e sono corso a vedermi "Il ritorno del Re". Di questo passo, tra non molto, gli epidemiologi ci consiglieranno, come Liala, quali frasi amorose ed erotiche rivolgere ai nostri partner? Fermate la pandemia, voglio scendere!

Rubrus il 2020-05-23 15:31:37
Mah... sai... secondo me tra un runner e un frequentatore di happy hour non c'è nessuna differenza di intenzione: entrambi non possono vivere senza la propria passione; la differenza sta, evidentemente, nelle conseguenze prodotte dalla propria passione. Un runner, se solitario, non fa male a nessuno, o è estremamente improbabile, un gruppo di sbevazzatori magari sì. Ma tutti e due sono accomunati dal pensare, prima di tutto, a se stessi. Il che conferma quanto dicevo a proposito della spinta all'iperconsumo. Forse gli sbevazzatori sono solo meno ipocriti. Quanto ai virologi, premesso che siamo tutti un po' pavoni, facciamo due gruppi: uno prova a fermare l'epidemia col saluto al sole, l'altro con le medicine. Vediamo poi chi se la cava meglio,. Ma i primi non ricorrano al servizio sanitario.

Mauro Banfi il Moscone il 2020-05-23 20:45:11
Albert Einstein diceva che “la scienza senza la religione è zoppa, la religione senza la scienza è cieca”; con “religione” alludeva solo alla fiducia, alla fede di ogni persona - quella che tu chiami magia - “circa il significato e la grandezza di quegli obiettivi e di quei fini che trascendono la singola persona”.
Completando il ragionamento di Einstein:
"La scienza può essere creata soltanto da chi sia totalmente vocato alla verità e alla comprensione. Questa fonte emotiva, tuttavia, scaturisce dalla sfera della religione. Ad essa appartiene anche la fede nelle possibilità che le regole valide per il mondo esterno sono razionali, cioè comprensibili per la ragione. Non riesco a concepire un vero scienziato che difetti di tale fede profonda. Possiamo esprimere la situazione con un'immagine: la scienza senza la religione è zoppa, la religione senza la scienza è cieca."
E allora, perchè è deleterio che la scienza diventi il nuovo culto dell'umanità?
Perchè ovviamente c'è scienza e scienza: la scienza che è solo tecnica cieca e che è ottimo servo e pessimo padrone, e la Scienza che vede orizzonti più ampi per l'umanità e che non deve essere servitrice di nessun gretto fine materiale.
L'essere umano ha bisogno sia di Galli come di Gandalf, e che lavorino insieme al bene di tutti.
Non confondiamo lo Stato con la scienza e la scienza con la fede.
Come diceva Platone:
"Le brave persone non hanno bisogno di leggi che dicano loro di agire responsabilmente, mentre le cattive persone troveranno sempre e comunque un modo per aggirare le leggi."
E allora, ognuno deve fare bene il suo mestiere.
Uno Stato veramente forte saprà distinguere e punire con fermezza gli irresponsabili e tutelare i cittadini responsabili.
Una scienza veramente umile - come prevede il suo metodo conoscitivo - si porrà al servizio di una visione più ampia e olistica dell'umanità e del Cosmo.
E una fede veramente consapevole e non fanatica saprà sempre restare in dialogo con i limiti e le leggi della ragione e dell'equilibrio.
Tutto questo per dire, in sintesi, che è questo insieme di valori che cercano i lettori di Tolkien, per esempio.

Rubrus il 2020-05-24 14:32:58
Mah... Platone narrò la morte di Socrate che preferì subire una legge ingiusta pur di non ribellarsi alla Legge. Se così è, me pare ci sia un bel po' di confusione non solo sotto il cielo, ma pure nell'Iperuranio. Quanto alla scienza padrona, sono tranquillissimo. Non abbiamo dato retta e non stiamo dando retta agli scienziati che ci avevano messo in guardia dalle pandemie (e ci stanno mettendo in guardia da altre cose), quindi siamo ben lontani dal farne la nostra padrona.

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Eli Arrow il 2020-06-01 19:39:00

Direi che c'è poco da aggiungere, la classificazione che fai è particolareggiata e mi trovi d'accordo. Sarebbero da includere, secondo me, le contaminazioni dei generi, ma davvero come postilla.

Grazie :)

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Eli Arrow il 2020-06-02 15:53:56

Ti ho mandato un messaggio privato qui sul sito ma non so se arrivano.

Ti è arrivato?

Rubrus il 2020-06-02 21:53:16

Ehmm no, in effetti non so se la messaggistica funzioni ancora.... la mia mail però è sempre quella data al momento dell\'iscrizione.



Quanto alla combinaizone tra i generi penso che essa possa avvenire in due modi: il primo si concentra sugli aspetti esteriori: è appariscente, spesso è anche facile da riconoscere: per esempio Star Wars, sin dagli esordi e dal "tanto tempo fa in una galassia lontana lontana" mescola le forme del fantasy e della favola con quelle della fantascienza. Il secondo modo invece guarda più ai contenuti, alla storia. Per esempio "Il pianeta proibito" altro non è che la storia de "La tempesta di Shakeperare", ma anche Jo Nesbo nel suo "Macbeth" ha più recentemente saccheggiato il Bardo e trasformato la tragedia scozzese in una vicenda poliziesca. Si possono fare moltissimi esempi, ma mi soffermo un attimo su questo. Dimostra che quando una storia è buona cioè dice qualcosa di valido sull'oggetto del racconto, le forme diventano meno importanti. Il romanzo di NEsbo è interessante non tanto o non soltanto (quello, è molto divertente) per come trasforma i personaggi della tragedia in figure legate alle forze dell'ordine, ma perchè scandaglia temi del sedicesimo / diciassettesimo secolo e li tira fuori dalla propria epoca per mostrarceli come sono oggi o come potrebbero essere. I due aspetti, forma e contenuto, nel mix di generi, funzionano tanto meglio - a mio parere - quanto più la storia è buona a prescindere dal mix di generi. Se il buono sta solo nel mix, rischiamo di rimanere nel manierismo.            


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