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Addio Lugano bella

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Vecchio Mara

pubblicato il 2020-05-19 21:29:21


Addio Lugano bella

 

Il nostro primo, fugace, incontro… fu uno scontro del suo ginocchio destro contro le mie parti basse.

Nei primi anni settanta ero un giovane agente fra tanti altri “celerini” mandati a contenere una manifestazione studentesca che era degenerata. Avevano iniziato, gli universitari, a spaccare vetrine e danneggiare auto in sosta, costringendoci a una carica per disperderli. Quando afferrai per un braccio uno dei manifestanti, due grandi occhi ferini, neri e profondi come la notte, mi fecero correre un brivido, no, non di terrore, ma di qualcosa molto simile all’amore. Un attimo di straniamento che mi costò la ginocchiata nei testicoli che le premise di divincolarsi. Piegato in due dal dolore, la vidi correre via insultandomi e poi disperdersi nel marasma generale.

Li ho cercati, i suoi occhi, dentro altre manifestazioni studentesche, ma non li ho più incrociati. Chissà se ci sarà anche lei in mezzo all’esuberante onda dei manifestanti? Mi chiedevo ogni volta che uscivamo a bordo degli automezzi per andare a contenere un corteo studentesco.

 

Era diventata la mia ossessione, dovevo, volevo, desideravo ardentemente incrociare ancora i suoi occhi di brace. Sei mesi dopo, il trasferimento alla questura di Como parve mettere una pietra tombale sulle mie illusioni.

 

Ero giunto a Como da una settimana, quando approfittai del primo turno di riposo per conoscere la città.

Era una stupenda e incredibilmente mite giornata di fine ottobre: una pennellata di primavera sopra i colori dell’autunno. Passeggiavo rilassato sul lungolago quando la vidi, seduta su una panchina… ricordo la giacca a vento aperta, il seno pesante sotto la maglietta certificava, oltre alle dimensioni importanti, l’assenza del reggiseno; i jeans, le scarpe da tennis bianche e blu completavano l’abbigliamento… e poi, e poi c’era il suo viso ammaliante: le labbra, rosse e turgide, il sorriso eburneo e i capelli corvini, fermi come il lago.

Traguardai il suo sguardo per capire a chi stava sorridendo; c’erano delle anatre che nuotavano vicino a riva e lei, felice come una bambina, sorrideva loro.

Mi avvicinai. Lei continuava a guardare le anatre. «Ciao», esordii per attirare l’attenzione.

«Ci conosciamo?» mi chiese senza troppo entusiasmo, tornando subitamente a guardare le anatre.

«Sei mesi fa, a Milano, durante una manifestazione studentesca hai cercato di castrarmi con una ginocchiata», risposi con una punta d’ironia.

Questa volta mi degnò di uno sguardo un po’ più interessato, meditabondo. «Il celerino! Sei tu?» esclamò poi, ridendo.

E quella risata argentina, finì per conquistarmi definitivamente. «Posso sedermi?» le chiesi indicando la panchina.

«Se non sei qui per arrestarmi, certo che sì!»

«Mi chiamo Gavino», mi presentai mentre mi accomodavo alla sua destra.

«Marta», ricambiò, e iniziammo a dialogare.

Era allegra, collaborativa. E quanto le chiesi se conosceva una trattoria dove pranzare senza dovermi svenare per pagare il conto, mi offrì un’alternativa, forse più economica, sicuramente più eccitante. «Se ti accontenti di un paio di panini e una bibita analcolica, potremmo pranzare insieme, in un posto meraviglioso.»

«A casa tua?» mi scappò detto. Correggendomi all’istante: «Scusa, non so cosa mi sia preso.»

Marta rise. «Non ti preoccupare. Comunque, no: non a casa mia.» E mi spiegò che aveva invitato un amico per un picnic, su in collina, ma che poi avevano litigato di brutto e lo aveva cacciato in malo modo.

Finsi di pensarci su; ma l’occasione era troppo ghiotta per rinunciarvi. «E come ci arriviamo, in collina? Io non sono automunito.»

«Non c’è problema, sono motorizzata!» rispose. E alzandosi dalla panchina mi invitò a seguirla: «Andiamo, l’ho parcheggiata qui accanto».

 

«Con quella?» mi scappò detto, vedendola balzare in sella a una Vespa con una cesta da picnic e un plaid legati sul portapacchi posteriore.

La sua risposta mentre scalciava sul pedale della messa in moto mi fece sorridere. «Ti aspettavi la pantera della polizia?»

Seduto alle sue spalle, avvinghiato ai suoi fianchi, schiaffeggiato dai suoi capelli che turbinavano nel vento, aspirando il gradevole odore della sua pelle... ci sarei rimasto tutta la vita sul sellino posteriore di quella Vespa.

Appena fuori città svoltò in una strada che s’inerpicava sui monti che facevano da corona al lago. La sede stradale si fece sempre più ripida e stretta e quando terminò l’asfalto, un lungo tratto sterrato ci condusse dentro un ampio spiazzo prativo, con splendida vista sul lago e la vegetazione che ricopriva il declivio dei monti che lo circondavano.

“La montagna vestita dei colori dell’autunno, è uno spettacolo commovente”, pensai volgendo lo sguardo all’intorno.

Nel frattempo lei aveva steso il plaid sull’erba e si era accomodata sopra incrociando le gambe. «Vieni a mangiare qualcosa, Gavino», mi invitò, aprendo la cesta da picnic.

 

«Come ti è saltato in mente di fare il poliziotto?» mi chiese a un certo punto.

Ora che me lo stava chiedendo, realizzai che fu una scelta dettata più dal bisogno che dalla ragione. «Probabilmente perché dalle mie parti, in Sardegna, se non proprio l’unico era il modo più facile e veloce per trovare un lavoro.»

«Risposta banale!» commentò acida. «Mi deludi. Non lo riesco proprio a concepire un ragazzo che butta via i sogni per un posto sicuro; da “celerino”, per giunta!»

«Beh, magari se fossi nata e cresciuta dalle mie parti, lo capiresti», ribattei a tono, facendola inalberare.

«Ma cosa credi tu! Che la mia vita sia stata una passeggiata?!»

«Non ho detto questo. Forse mi sono espresso male…»

«Ti sei espresso benissimo, poliziotto!» m’interruppe balzando in piedi. Indicò con il braccio teso un sentiero che s’inerpicava fin sulla cima del monte. «Lo vedi quello?!»

Ammutolito dal furore con cui si esprimeva, mi limitai ad annuire.

«Era un sentiero usato dagli “spalloni” per contrabbandare le sigarette; e ancor prima dai partigiani. Mio padre era un partigiano, ha combattuto su questi monti contro i nazifascisti. Comunista fino al midollo, se l’era immaginata diversa l’Italia del dopoguerra… Troppo estremista anche per i suoi compagni. Compagni molto più malleabili politicamente, che furono ripagati alla grande: con uno scranno in parlamento piuttosto che un ruolo di prestigio nel sindacato o in qualche ente parastatale. Lui, comunista duro e puro che, non mi vergogno a dirlo, sognava d’importare la repubblica dei Soviet; fu emarginato dai suoi compagni di lotta: idee troppo estremiste, irrealizzabili, sentenziarono quelli che avevano conquistato il loro posto al Sole. Lui, mio padre, faticava anche a trovare un lavoro; era diventato una nuova specie di appestato, capace d’infettare con le sue idee rivoluzionarie l’ambiente lavorativo. A quel punto, per dar da mangiare alla sua famiglia, non gli rimase che sfruttare la conoscenza dei sentieri montani usati per spostarsi senza farsi beccare durante la guerra.» Sospirò, tornò a sedersi accanto a me e, puntando gli occhi dentro i miei, concluse commossa. «Ebbene sì, abbandonato ogni nobile ideale, mio padre si diede al contrabbando!» Deglutì per contenere la commozione. «Lo trovarono un gelido mattino, riverso nella neve poco più su, con ancora la bricolla in spalla: un infarto fulminante aveva messo una pietra tombale sul non troppo edificante lavoro di contrabbandiere, e alla sua vita…» si alzò in piedi e proseguì con lo sguardo rivolto alla montagna, presumibilmente in direzione del punto dove fu trovato suo padre, «oh, li dovevi sentire al funerale, come si sperticavano nelle lodi del partigiano comunista, i compagni che lo avevano trattato da reietto… Io ero una bambina, non sapevo ancora nulla; me l’ho raccontò mia madre alcuni anni dopo, quando le dissi che volevo prendere la tessera del partito comunista per onorare mio padre.» Trasse un profondo respiro. «Ringrazio quella santa donna, che non mi ha permesso di compiere il più grande errore della mia vita.»

«Non ti sarai iscritta al partito, ma a quanto pare sei rimasta comunista dentro», obiettai.

Marta scrollò vigorosamente il capo. «Anarchica, non comunista! Il comunismo è stato, e lo è ancora, una grande illusione per milioni di persone!»

«Mah, anarchici, comunisti; per quanto mi riguarda, non fa sta gran differenza: dentro i cortei sfasciano e urlano tutti gli stessi slogan», osservai perplesso.

«Il corteo è rabbia, rabbia e paura, un mix micidiale», ribatté scalciando l’erba del prato. «Ma anche voi “celerini” non è che ci andate leggeri, eh? Se c’è da manganellare qualche studente che vi capita a tiro, non è che le state a contare.» Mi fissò in attesa di una replica; che non ci fu. Cosa avrei potuto ribattere? In quegli attimi di rabbia e paura, mica stai a pesarle le botte che dai e che prendi!   

Marta comprese il mio disagio e cambiò argomento: «E tuo padre, da che parte stava durante la guerra? E dopo?»

«Stava dov’è sempre stato, sulla spiaggia a tirar su le reti e bestemmiare il suo dolore per un figlio perso in Russia… No, non ce l’aveva con i rossi, ma con quel testone di granito e il suo socio baffetto d’acciaio, che avevano partorito la brillante idea di organizzare la scampagnata russa!» risposi con voce vibrante di rabbia e commozione, usando l’amara ironia che mio padre, dopo essersi ubriacato per dimenticare, senza peraltro riuscirci, era solito elargire ai pescatori che si ritrovavano nella taverna del porto.

Fu a quel punto che Marta fece qualcosa di sorprendente. Si strinse forte a me e, appoggiando la testa sulla mia spalla, mormorò: «Tu, hai perso un fratello; io, il padre. La guerra ha infierito duramente sulle nostre come su altre famiglie. Abbiamo tutti il dovere di non dimenticare, ma allo stesso tempo di guardare al futuro; iniziando dal presente, da ora…» fece una pausa, staccò la testa dalla mia spalla, mi guardò e sussurrò con trasporto: «E qui, adesso, è il momento di gettarci alle spalle ricordi e problemi… e dedicarci a qualcosa di più piacevole, gratificante. Baciami», trasse un lungo sospiro, chiuse gli occhi e rimase in attesa. Tentennai un attimo, e poi… poi fu un momento d’amore indimenticabile.

 

«Addio, Lugano bella…» cantava stesa sul plaid con gli occhi persi in un cielo terso, tenendomi per mano dopo l’amore. «Canta con me», mi esortava. Ed io, steso accanto a lei, guardandola con occhi persi cantavo di un posto che non avevo visto mai: «Addio, Lugano bella, o dolce terra pia, scacciati senza colpa gli anarchici van via…»

Sorridendo cantava con l’enfasi, la forza di chi lo sentiva e lo faceva proprio quel canto di lotta. Era felice e, nonostante non comprendessi il motivo di tanto entusiasmo, lo ero anch’io… perché l’amavo.

Mentre indossava la maglietta, mi sovvenne di chiederle perché, nonostante le dimensioni importanti, non indossasse il reggiseno, lei mi spiegò che le procurava un prurito insopportabile. «Fortunati voi uomini che non avete tutto questo popò di roba da sistemare dentro la camicia», ironizzò soppesando i seni con le mani.

«Fortunati noi uomini che possiamo godere, anche da grandicelli, del piacere di attaccarci a queste meraviglie», ribattei, e subito dopo iniziai a titillarle i capezzoli con la lingua.

Ridendo si tirò indietro. «Smettila, dai. Dobbiamo andare, si è fatto tardi», protestò tirandoci sopra la maglietta.

 

Il giorno dopo mi toccava il turno di notte in questura, e al mattino, invece che andarmene a dormire, dopo essermi cambiato corsi sul lungolago dove mi attendeva con la Vespa, il cesto da picnic e il plaid per condurmi in mezzo ai monti che erano stati, da prima muti testimoni dell’eroismo dei partigiani, poi del faticoso e circospetto cammino dei contrabbandieri, ed ora dei nostri giorni d’amore.

Non ero mai stato così felice, e non lo sarei mai più stato, come quei tre, brevi e intensi giorni.

 

Già, tre giorni soltanto durò il sogno ad occhi aperti.

«La ricreazione è finita! Domani si torna a Milano, l’università reclama la mia presenza», annunciò intristita mentre legava la cesta da picnic al portapacchi.

Mi avvicinai, la cinsi alle spalle, infilai le mani sotto la maglietta e accarezzandole il prosperoso seno, arrivai a stuzzicarle i capezzoli. Non servirono parole, lei si volse, mi baciò, ci baciammo… e tanto bastò a dare il “la” ad un ultimo, indimenticabile momento d’amore.

 

Seduto dietro di lei con la testa appoggiata alla sua spalla, guardando immalinconito la strada correre di lato realizzavo che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei percorsa insieme a Marta.

«Eccoci arrivati!» annunciò, fermando la Vespa dietro la panchina del nostro primo incontro.

Scesi e le chiesi: «Come restiamo?»

Marta finse di non capire.

Allora ripresi: «Lasciami un numero di telefono, un recapito per poterti rintracciare».

«Rintracciarmi?» fece inorridita. «Parli come un poliziotto!».

«Sono un poliziotto», le feci presente con un tono leggermente alterato. Il suo atteggiamento accompagnato dal rumore del motore al minimo mi innervosiva. «Spegni il motore!» ordinai con un tono sin troppo professionale.

Il che contribuì a rendere ancor più elettrica l’atmosfera. «Vuole multarmi per rumori molesti? Poliziotto!» ringhiò.

Gli animi si stavano esacerbando. Allora, abbassando il tono le chiesi: «Si può sapere cosa ti è preso? Che fine ha fatto la ragazza con la quale ho fatto l’amore poco fa?»

Marta abbassò lo sguardo. Spense il motore. «Cerca di capire, Gavino,» esordì con un filo di voce, «domani tornerò a Milano, incontrerò altri amici… altri compagni. Sono stati tre giorni stupendi, siamo stati bene insieme. Ma i rapporti lunghi non fanno per me. Mi spiace.»

«Dunque, fra noi è finita ancor prima di cominciare?» le chiesi incredulo. «Perché? Per la mia professione, o cosa?»

«Beh, converrai che un’anarchica che si accompagna a un “celerino”, armonicamente stona un bel po’», rispose in tono ironico. Poi si fece seria. «Ma no, non è questo… te l’ho detto; sono così: lunatica, incostante, infedele… scegli tu l’aggettivo che più ti aggrada e chiudiamola qui!»

«E’ no che non la chiudo qui! Non puoi liquidarmi così!» sbottai.

Marta sbuffò, mise il piede destro sul pedale della messa in moto e mentre lo scalciava replicò a tono: «E invece sì! E’ finita, fattene una ragione e lasciami perdere!» E prima che avessi il tempo di replicare inserì la prima, diede gas, lasciò la frizione e la Vespa scattò in avanti. «Addio, poliziotto!» la udii esclamare mentre si allontanava.

 

Oggi fanno quindici anni esatti da quando la vidi uscire dalla nostra breve storia a cavallo di una scoppiettante Vespa. Nel frattempo ho avuto tempo di riflettere e di farmene una ragione; grazie anche a Michela, che conobbi tre anni dopo e sposai l’anno successivo. Ora ho lei e due figli a cui dedicare il mio tempo, i miei pensieri, il mio amore. Eppure ogni volta che la mia squadra deve confrontarsi con un corteo di manifestanti, mi viene naturale chiedermi se ci sarà anche lei a urlare slogan in prima fila. E mentre scruto tra la folla, la rivedo assestarmi una dolorosissima ginocchiata; e allora la mente vola a ritroso, a quando, dopo l’amore, mi esortava a cantare con lei: Addio Lugano bella; e poi al primo incontro sulla panchina in riva al lago.

Oh Marta, Marta, vorrei tanto scordarti, ma una moglie troppo dolce non può cancellare i tuoi occhi ferini. Quale sarà il tuo aspetto? Avrai trovato il tuo equilibrio? Domande che mi sorgono spontanee, immaginando di vederti apparire tra la folla con le scarpe da tennis bianche e blu, i seni pesanti e le labbra rosse… e la giacca a vento. Oh, Marta, io ti ricorderò sempre così, col tuo sorriso e i tuoi capelli, fermi come il lago.

 

                                                       FINE   

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