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@nime

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2020-05-19 16:26:31


AVVERTENZA: Questo racconto risale al 2009/2010 e, prima di  cominciare a leggerlo, sappiate che è mostrusamente lungo: più di quindicimila parole. D'altra parte, il passare del tempo rischia di renderlo anche mostruosamente anacronistico e quindi non resta altro da fare che pubblicarlo. Del resto, se non qui, dove?   

 

 

@nime
 
Lynn non avrebbe saputo dire quand’era cominciato; poteva dire, però, che era stato parecchio tempo prima e che, in principio, nessuno si era accorto che fosse cominciato qualcosa.
Il problema era che gl’indizi erano impercettibili e, anche adesso, un osservatore superficiale non si sarebbe accorto di nulla.
Oh, sì, molti si erano accorti degli effetti: i clienti che se andavano, lo schedario che, lentamente, si svuotava delle pratiche (e ora le cartellette sospese pendevano desolatamente vuote come bocche da sfamare), il telefono che, dopo aver trillato per mesi recando solo lamentele e contumelie, se ne stava ora muto e rassegnato… e, naturalmente, c’era il conto in banca che, da un pezzo, aveva smesso di arrossire di vergogna per diventare rosso di rabbia (anche se Lynn non avrebbe saputo dire quanto rosso: neppure lei aveva accesso a certi dati; aveva il suo stipendio e, fin tanto che lo avesse avuto, così le doveva bastare).
Se ne era accorto Mark, il praticante di studio che, un giorno, aveva raccolto le sue quattro cianfrusaglie e se n’era andato. Molti altri praticanti avevano fatto fagotto, ai loro tempi, però la scrivania aveva avuto un’aria diversa. In qualche modo, lo striminzito tavolaccio di legno dove i “giovani di studio” (talvolta Wendell li chiamava così) sgobbavano sottoposti ad una delle ultime forme di schiavitù legalizzata esistenti sulla faccia della Terra, sembrava un posto vuoto solo temporaneamente, neanche per il tempo di raffreddarsi.
Quando Mark se n’era andato, invece, la scrivania aveva un’aria desolata e polverosa ed i pochi codici bisunti e le riviste spiegazzate sembravano i ruderi di una città fantasma, di quelle abbandonate dopo l’esaurirsi delle miniere, lasciate al vento, ai topi ed a cose di cui nessuno si sarebbe curato mai.
“Me ne vado, Lynn” Le aveva detto Mark quella mattina e, dietro il cravattone a nodo largo, qualcosa doveva essersi ingorgato, qualcosa che aveva costretto il giovane ad allentare il colletto. “Arrivederci, allora” aveva ribattuto Lynn, sapendo perfettamente che era un addio e che, quindi, nessun “addio” sarebbe stato mai detto. Aveva imparato che, nella vita reale, a differenza che nei romanzi, se uno ti dice “addio” è probabile che sia solo un “arrivederci”. Quando uno se ne va e basta, quello è un addio.
Così Mark aveva infilato la porta ed era scomparso per sempre. Nel silenzio che era seguito, quel tipo di silenzio che sembra vivo e famelico, Lynn aveva percepito qualcosa… ed aveva sentito che, in qualche modo, anche Mark lo aveva avvertito (e, ora come ora, la sua uscita era sembrata più che mai una fuga)… qualcosa di storto. Qualcosa di più della crisi e degli affari che andavano male. Qualcosa (la parola le era venuta alla mente così ed era subitanea e perfetta, come un lampo di tenebra) di malsano.
“C’è una donna, vero?” aveva detto Vivian.
Lynn non aveva mai compreso esattamente quale fosse il rapporto fra il suo capo e Vivian ed era certa che nemmeno Wendell aveva mai voluto comprenderlo: capirlo avrebbe comportato la necessità di affrontarlo.
Vivian era una collega e lavorava per conto proprio in uno studio due isolati più in là. Per qualche tempo, lei e Wendell avevano ipotizzato di unire le due attività professionali. Da qualche parte, in qualcuno dei milioni di mondi possibili, forse quello dei sogni di lui, forse quello dei sogni lei, forse quello dei sogni di tutt’e due, era esistita l’ipotesi di un’unione non solo professionale. Se così era, non era questo il mondo in cui quell’ipotesi era divenuta realtà.
Lynn l’aveva intuito con quel misto di sdegno, comprensione, complicità che le donne assumono quando comprendono che un uomo, più che dai neuroni, si sta facendo guidare dagli ormoni.
Era un’idea sgradevole, spiacevole, ma pur sempre in linea con la visione poco edificante e, probabilmente, realistica, che l’altra metà del cielo ha del sesso sempre meno forte.
Soprattutto era un’idea sopportabile, anzi, a dirla tutta, era un’idea migliore dell’altra. Quella malsana.
Vivian era venuta a ritirare una pratica di cui Wendell avrebbe dovuto occuparsi (dopotutto, si supponeva che tra i due fosse lui l’esperto di diritto societario). Aveva nicchiato, aveva temporeggiato, aveva rimandato, ma, alla fine, si era rassegnata ed era venuta a ritirarla. Quel giorno, quella donna alta e magra, un po’ sgraziata e, tuttavia, in qualche modo buffa, che, in qualche angolo della sua mente, le ricordava un simpatico trampoliere, sembrava, più che ritirare, ritirarsi, come un generale sconfitto che si aggira smarrito sul campo di una battaglia perduta.
Lynn aveva provato un moto di sincera simpatia guardando Vivian che si guardava intorno nello studio silenzioso (Wendell, senza preavviso alcuno, non si era presentato; non che facesse molta differenza rispetto a quando lui era presente).
Quando l’avvocatessa aveva parlato ancora, la sua voce aveva l’eco desolata delle speranze che si smarriscono ma che, forse, mai avrebbero dovuto nascere.
“Buona giornata Lynn e, quando Wendell torna gli dica che… bè gli dica che mi farò viva”.
Lynn non l’aveva più sentita.
Non era bello.
Non era bello per Vivian, qualunque cosa lei avesse progettato o sognato, ma, soprattutto, non era bello per Wendell.
Tuttavia, per quanto disdicevole potessero essere le implicazioni, Lynn si era aggrappata all’idea che ci fosse un’altra donna per Wendell (un’altra? E perché un’altra? Che cosa l’autorizzava a pensare, che cosa autorizzava chiunque a pensare che Vivian Sanderson avesse lanciato una specie di opzione sull’avvocato Wendell Poe?).
Per quanto ridicola improbabile e poco lusinghiera potesse essere, l’idea di un Wendell Poe – Don Giovanni era accettabile. Ci si poteva convivere e, forse, ci si poteva persino abituare.
Così Lynn ci si era attaccata.
Ci si era afferrata per tutta l’estate, mentre lo studio diventava sempre più rovente perché Wendell aveva trascurato di far riparare l’impianto di condizionamento e ci era ancora attaccata in autunno, quando le foglie avevano cominciato ad ingiallire e poi a staccarsi dagli alberi. A volte, nelle ore morte delle tarde mattinate, mentre la porta della stanza di Wendell era chiusa, Lynn poteva immaginare, nel silenzio infeltrito delle ore, di udirne il crepitio sotto le scarpe frettolose dei passanti in strada.
Allora si alzava, tendeva l’orecchio (e… no, non erano le foglie: era il ticchettio discreto di Wendell sulla tastiera, lo scatto cadenzato del mouse, ogni tanto, perfettamente udibile dietro la porta chiusa) e andava alla fotocopiatrice, al fax, sempre più muti, come tavolette di cera dissepolte, scritte millenni prima in qualche lingua morta.
Verso la metà di ottobre, Lynn aveva cominciato a mettere la storia per iscritto. Avrebbe usato un’ambientazione americana, ovviamente, perché, se in una storia c’è un avvocato, ci si aspetta che sia un legal thriller e i legal thriller, si sa, sono americani.
Solo che la storia di Wendell Poe (aveva deciso di chiamarlo Poe perché sapeva che gli piacevano le opere di Poe e perché, probabilmente, Poe avrebbe saputo raccontarla meglio di lei) non aveva nulla a che vedere con John Grisham.
C’era ben poco di avvocatesco in quella storia e, se c’era del thriller, quel brivido non aveva nulla di legale.
La scriveva per distogliere la mente dalla lenta, costante, discreta e tranquilla rovina in cui stava precipitando lo studio in cui aveva lavorato per tre anni.
Soprattutto, la scriveva, man mano che l’illusione dell’”altra donna” perdeva consistenza, perché mettendola nero su bianco, alterando nomi, dati e circostanze, sarebbe diventata, in qualche modo, solo una storia e, si sa, le storie sono inventate, non sono reali e non ti possono far male.
Di solito.
In fondo, anche la faccenda dell’”altra donna” era per così dire irreale.
Perché un’altra donna esisteva, dopotutto, in qualche bizzarro modo.
Si trovava su Meetbook e si chiamava Psyche70.
 
“Io lascerei perdere, se fossi in te” le aveva detto suo marito.
Era stato solo un paio di settimane prima, ma l’estate aveva allungato una mano calda ed umida verso l’autunno, e stringeva.
I bambini dormivano.
“Non è il caso, Dave. Dopotutto, non faccio quasi niente ed a fine mese percepisco regolarmente lo stipendio. Non è il caso di andarsene. E dove, poi? C’è un po’ di crisi in giro, casomai non te ne fossi accorto”.
“Non è questo il punto. Non è solo questo. Il fatto è che non ti fa …. Non ti fa bene, ecco”.
“Oh beh, leggo riviste, lavoro a maglia, faccio qualche telefonata… forse mi annoio un po’, ecco tutto”.
“Non è questo il punto” insistette lui, testardo. Poi, a mo’ di spiegazione “Sono preoccupato per te”.
Già, non era quello il punto.
Il vero punto era che suo marito non era iscritto al club dei fan di Wendell Poe.
Era stato così sin dall’inizio, una reazione epidermica e potente, istintiva, un moto subitaneo e sincero di avversione, di odio forse, quando (era stato un anno prima, all’inizio dell’autunno. I clienti avevano iniziato a lasciare lo studio con la frequenza con cui le foglie cadevano dagli alberi) suo marito era venuto a prenderla per la prima volta (“a sorpresa” aveva detto lui) ed aveva sottoposto Wendell Poe alla famosa stretta di mano di David Brennan.
Doveva essere una questione di testosterone.
Dave allenava una squadra di rugby e, stringendo la mano di quel quarantenne allampanato, calvo e un po’ pingue doveva aver avuto un sentimento di genuino ribrezzo.
Quel topo di biblioteca la cui idea di moto doveva essere “ho parcheggiato l’auto un isolato più in là” era agli antipodi dell’idea di maschio di David – un’idea che lui stesso credeva o quantomeno cercava d’incarnare – doveva comandare la sua donna? (Lynn sapeva che, da qualche parte nel sistema nervoso di suo marito, lei non era sua moglie, ma, più semplicemente, la donna. La sua).
Ciò che David non comprendeva, che nessun David Brennan di questo mondo avrebbe mai potuto comprendere, era che Wendell Poe era una persona gentile.
C’era qualcosa d’incongruo nell’idea di un avvocato gentile, forse persino di grottesco, come uno squalo vegetariano, ma, per ciò stesso, di raro e, quindi, di prezioso.
Lo studio era stato fondato dal nonno di Wendell e l’augusto antenato scrutava ancora i clienti appeso ad un ritratto all’ingresso.
Anche se il quadro risaliva agli anni ’30, Woodrow Poe indossava un abito scuro che era già fuori moda e doveva risalire a trent’anni addietro. Il nonno di Wendell era girato di tre quarti e teneva una mano in tasca, scoprendo il gilet da cui pendeva la catena d’oro di un orologio da tasca. Il volto era rivolto verso la porta e, sopra due baffoni candidi a manubrio, due occhi grigi squadravano l’ospite avvertendolo: “Noi siamo gente seria, qui. Non badiamo a sciocchezze come le mode ed il trascorrere degli anni. E tu, giovanotto, sei abbastanza serio e, soprattutto, abbastanza ricco da poterti permettere noi?”.
Lynn era certa che il pittore avesse consapevolmente conferito al ritratto un sottofondo sgradevole … ed era altrettanto certa che ciò era esattamente quanto il soggetto raffigurato voleva.
Il padre di Wendell, Ambrose, era raffigurato poco più in là, in una foto. Era un ritratto in bianco e nero ed Ambrose Poe aveva quell’aria in qualche modo eternamente giovane ed ottimista che sembravano avere tutti coloro che avevano vissuto nell’era Kennedy.
Poi c’era Wendell.
Lui non si era fatto ritrarre, non ancora, ma l’aria di famiglia era innegabile e conferiva un’idea di continuità, di solidità che avrebbe dovuto rassicurare i clienti (tale era stato senz’altro l’intento dell’arredatore nel disporre i ritratti). In superficie.
A guardarlo a lungo, in certe condizioni, soprattutto al mutare della luce o quando, pensieroso, si metteva accanto ai ritratti, si scorgeva in Wendell qualcosa di nobile, ma anche d’indifeso, di fragile. Forse una linea un po’ più rotonda del mento, una postura lasca delle spalle, un velo pallido degli occhi verdi dietro il quale, a ben guardare, s’intravedeva un grido di cui lo stesso Wendell Poe era incosciente (e che, certo, mai avrebbe ammesso) “Ah, quanto vorrei esser lontano da qui”.
“È il classico tipo che un giorno ammazza la famiglia e di cui si dice: ehi, non me lo sarei mai aspettato, sembrava una persona così tranquilla” stava dicendo David.
Quando Wendell aveva subito la famosa stretta di mano di David Brennan non aveva detto nulla. Forse era una forma del tutto maschile di competizione, forse non voleva mettere in imbarazzo il suo ospite con una smorfia di dolore (come facevano quasi tutti coloro che subivano la stretta), fatto sta che non aveva detto niente e questo a David non era andato giù.
“Non ha una famiglia” rispose Lynn.
“Peggio. Vuol dire che non ha nessun altro da far fuori”.
“Dave, Wendell Poe non è uno psicopatico, credo che stia solo attraversando un momento difficile, credo che…”
“Non sai niente di lui”.
Vero.
Per quanto strano potesse apparire, Lynn non sapeva nulla del suo datore di lavoro. Sapeva che viveva nella casa di famiglia da solo, dopo la morte della madre, sapeva che, da qualche parte, aveva una sorella (anche se mai lei lo aveva chiamato né lui lo aveva cercato). Sapeva che si era laureato con una votazione più che discreta, anche se non eccelsa. Sapeva che, alla morte del padre, avvenuta una decina d’anni prima, ne aveva proseguito l’attività.
E basta.
Lui le si rivolgeva dandole del lei e trattandola sempre con educato distacco. Per un qualche tempo, Lynn aveva pensato che fosse gay. Aveva lavorato in un numero sufficiente di posti per sapere che, presto o tardi, qualunque maschio etero sottoposto ad un contatto femminile prolungato, ci prova ed è del tutto irrilevante che la prescelta sia bella o brutta, giovane o vecchia, nubile od ammogliata con prole. Era sempre quella famosa faccenda del testosterone.
Ben presto, però, Lynn aveva escluso che Wendell Poe appartenesse all’altra sponda. Oh, non che sapesse qualcosa della sua vita privata (e questo era un evento quasi impossibile: in ambienti lavorativi ristretti la vita privata permea quella professionale come per un principio di vasi comunicanti), ma lo aveva sentito e se, in queste faccende, non ci si fida delle sensazioni, non si sa di cos’altro.
Poco tempo dopo, come prova, era venuta fuori la storia di Psyche70 e, all’inizio, era parsa una dimostrazione appagante, sia pure un po’ bizzarra.
Quando Lynn al mattino arrivava in studio, Wendell era già al computer. La lasciava accomodare (uno dei lati più gradevoli di Wendell era che mai, in tutti quei tre anni, Lynn aveva trovata, ad accoglierla, una lista d’incombenze che la fissavano con aria di rimprovero: anche quando gli affari da sbrigare erano molti – ed all’inizio era così – il tempo per dettagliate istruzioni vis a vis c’era sempre) e, qualche minuto dopo, le ordinava di non passargli telefonate, dicendo che non voleva essere disturbato.
In principio, Lynn aveva pensato che Wendell Poe stesse lavorando ad una pratica importante e riservatissima, forse così importante (lo sperava sinceramente) da poter giustificare, un giorno, il suo ritratto accanto a quello di nonno Woodrow.
Qualche minuto dopo, Wendell si alzava, usciva dalla sua stanza, entrava in un’altra e (come se non sapesse che Lynn aveva perfettamente intuito che quella era tutta una pantomima) rientrando, chiudeva la porta.
Era andata avanti così per qualche tempo. Una mattina, entrando, Lynn aveva trovato la porta della stanza di Wendell già chiusa. Da quel momento, era stata quasi sempre chiusa.
Wendell aveva cominciato a telefonare usando l’interno, sistema che prima non adoperava quasi mai, dando istruzioni a Mark o a lei e, sempre più frequentemente, erano incombenze da annullare ed appuntamenti da cancellare.
Lynn aveva cominciato a pensare che quella pratica doveva essere dannatamente grossa e, più o meno contemporaneamente, si era fatto strada in lei un sospetto che, col tempo, si faceva sempre più concreto ed inquietante… e cioè che non ci fosse nessuna pratica.
La scrivania di Wendell era posta proprio di fronte all’ingresso della sua stanza e disposta in modo che chi entrava vedesse il retro dello schermo del computer dietro il quale si scorgeva la testa (la testa calva, avrebbe precisato David) di Wendell Poe.
Ci volevano non più di due secondi per nascondere la pagina sullo schermo e, all’ingresso di Lynn, la mano di Wendell correva direttamente al mouse. Lynn avrebbe scommesso (e, la volta che aveva provato, aveva vinto la scommessa) che, se si fosse affacciata sul monitor avrebbe visto il desktop.
La tarda primavera era stata un inferno.
I clienti telefonavano per avere notizie delle loro pratiche e l’avvocato era occupato. Poi telefonavano per pretendere notizie delle loro pratiche e l’avvocato era ancora occupato. In seguito telefonavano per minacciare che, se non avessero avuto notizie delle loro pratiche, avrebbero preso provvedimenti. E l’avvocato era sempre occupato. Quando telefonavano per riavere le loro pratiche l’avvocato era – inevitabilmente – occupato, ma, la mattina dopo, Lynn trovava le pratiche in questione sulla scrivania, con un biglietto. Poi non telefonavano più… e tuttavia l’avvocato era occupato.
Frattanto, la porta rimaneva sempre chiusa.
I primi ad andarsene erano stati i clienti poco remunerativi e questo, agli occhi di Lynn, aveva riportato Wendell Poe tra i comuni mortali, dato che, in principio, era stata sorpresa del numero tutto sommato abbastanza elevato di pratiche poco lucrose.
In seguito era toccato ai clienti paganti e questo aveva ancora una volta riportato Poe al lungo elenco di datori lavoro bislacchi alle dipendenze dei quali Lynn era stata occupata.
La porta continuava ad essere chiusa ed era stato in quel periodo che Mark se n’era andato.
Infine era toccato ai clienti affezionati… beh, per quanto ci si possa affezionare ad un avvocato.
Verso la metà dell’estate erano arrivate le prime richieste di risarcimento danni per responsabilità professionale.
La porta era chiusa.
Al ritorno delle due settimane di ferie pagate, Lynn aveva contato otto vertenze contro Wendell Poe, nelle quali veniva accusato di negligenza.
A quel punto (c’erano ancora alcune pratiche viventi, per così dire, ma si sa che la giustizia è un volano lento e Lynn era certa che, esaurite quelle, l’attività dello studio si sarebbe fermata del tutto) non c’era più ragione perché la porta rimanesse aperta.
In quel periodo Lynn aveva conosciuto Psyche70 grazie ad un potente lassativo.
Era inodore, incolore ed insapore, come le aveva assicurato il farmacista, e, soprattutto, rapido ed efficace.
Per i casi più ostinati, sarebbero bastate sei gocce. Lynn ne aveva versate quindici nel bicchiere di tè freddo che Wendell prendeva ogni pomeriggio.
Aveva bussato (inutile sorbirsi la scenetta della pagina oscurata), aveva posato il bicchiere sulla scrivania ingombra di carte puramente decorative (ed avvertendo una punta di disprezzo e compassione per Poe che, sinceramente, sperava di poter ingannare qualcuno?) e se n’era andata.
Poi aveva aspettato.
Secondo i suoi calcoli, il lassativo avrebbe fatto effetto dopo un’ora.
Ne erano passate due e Lynn aveva avuto la conferma dei suoi sospetti più neri: Wendell Poe non voleva, anzi, non poteva staccarsi da quel computer.
Aveva aspettato ancora.
All’intestino, però, non si comanda e, dopo due ore e mezzo, Wendell Poe si era precipitato in bagno, presumibilmente con l’intenzione di rimanerci un bel pezzo.
Dopo aver sentito due mandate furiose che sigillavano la porta della toilette, Lynn, silenziosamente, si era diretta verso la stanza del suo capo.
Era arrivato l’autunno o, almeno, questa era la sensazione che, entrando, e malgrado la curiosità divorante, aveva avuto.
La stanza di Wendell era fredda.
Per un breve istante, Lynn aveva ipotizzato che, del tutto fuori tempo, Poe avesse riattivato l’aria condizionata, ma l’illusione era svanita subito.
La stanza era più buia di tutto il resto dello studio. Se avesse voluto una spiegazione razionale (e Dio sapeva quanto la cercasse) Lynn avrebbe sostenuto che vi aleggiava un velo di fumo che rendeva la luce un poco più fosca che altrove… ma Wendell non fumava. Non aveva mai fumato.
Lynn aveva camminato sul tappeto, con cautela.
Wendell non poteva sentirla, ma, in qualche modo, Lynn avvertiva la sensazione di essere osservata... potenza del senso di colpa.
O forse no.
La sensazione veniva da lì, dallo schermo del computer che fronteggiava la sedia vuota di Wendell.
Per qualche secondo, Lynn era stata tentata di voltarsi ed andarsene e qualcosa le diceva che sarebbe stata la cosa più saggia da fare… e non per le conseguenze che si sarebbero verificate se Wendell l’avesse scoperta.
“La curiosità uccise il gatto” si era detta ed aveva aggirato lo schermo.
Il salvaschermo era attivo.
Aveva allungato la mano e… dio mio non era arrivato l’autunno, era arrivato l’inverno. Lynn non si sarebbe sorpresa nel vedere il suo fiato condensarsi.
Aveva toccato il tasto d’invio.
Il computer era acceso su una pagina di Meetbook.
Era una donna bella, sulla trentina o forse sui quaranta molto ben portati. Aveva i capelli neri, lunghi e lisci e la pelle ambrata che le conferiva un’aria molto vagamente egizia. Era ritratta a mezzo busto, con un’inclinazione della testa che ricordava (a questo punto Lynn aveva avuto un altro brivido accorgendosi di avere già da tempo la pelle d’oca in tutto il corpo) la postura di Woodrow Poe nel ritratto all’ingresso. Gli occhi erano azzurri, d’un celeste molto chiaro che poteva essere un trucco fotografico od uno scherzo del computer.
La sua frase di presentazione era i viaggi finiscono sempre con l’incontro degli amanti.
Aveva una lunga lista di amici e Wendell Poe era il primo.
In questo modo Lynn Brennan aveva fatto la conoscenza di Psyche70.
 
“È ora di andare a dormire Lynn” disse David Brennan.
Lynn annuì e si alzò dal divano.
La partita di football era finita.
Lynn chiuse il libro di cui, persa com’era nei suoi ricordi, non aveva letto una sola riga.
Il patto con suo marito (uno dei tanti patti, stipulati tacitamente moto tempo prima) era che lei avrebbe visto con lui le partite di calcio, ma che lui non l’avrebbe obbligata ad apprezzarle.
Dopo il matrimonio, lui era andato anche oltre e non aveva nulla da ridire se lei, mentre lui si sgolava davanti alla TV, lavorava a maglia o leggeva un libro.
Lynn sapeva che, così facendo, David rinunciava (beh, quasi sempre) alla compagnia dei suoi amici i quali, senz’altro, avrebbero partecipato allo spettacolo molto meglio di lei.
Lo faceva perché stare con sua moglie, sebbene silenziosa ed enigmatica (e, Lynn supponeva che lui pensasse, snob) era preferibile.
Lo faceva perché – ed era questo il segreto – si sapevano accettare, anche senza avere la pretesa, anzi, la presunzione, di comprendersi fino in fondo, perché nessuno può capire un altro un essere umano e, di questo, c’è probabilmente da ringraziare l’Onnipotente.
 
“Signorina…”
“Signora”.
“Signora, io credo che presto o tardi quell’uomo – e, a questo punto, Seymour Garfield puntò un dito minaccioso verso la porta chiusa di Wendell Poe – presto o tardi quell’uomo dovrà rispondere”.
Così dicendo si aggiustò il bavero del cappotto (decisamente, era arrivato l’autunno) e se ne andò sbattendo, ovviamente, la porta.
Lynn trasse un lungo sospiro e tornò al suo posto.
Quanto sarebbe durato ancora? Quanto avrebbe potuto resistere… diamine, quanto lei avrebbe potuto resistere?
Meccanicamente, cominciò a mettere ordine nei cassetti. Non che ci fosse una qualche ragione perché fossero in disordine, ma le teneva la mente occupata, come i libri, il lavoro a maglia e…
Avvertì un soffio d’aria fredda e si voltò di scatto.
Wendell era sulla porta e la stava osservando. Da tempo, probabilmente.
Rapidissima, la mano di Lynn corse al mouse. Non che lui, dalla porta della sua stanza, potesse vedere fin lì, ma insomma…
Wendell si staccò dallo stipite ed avanzò verso di lei.
Dio mio pensò Lynn e, per un pezzo, non riuscì a pensare che a questo, come se la sua mente fosse un disco inceppato Dio mio, Dio mio,Dio mio
Aveva un sorriso sghembo, con le labbra simili ad un graffito quasi cancellato che risaltavano appena sul viso esangue.
Camminava a passi lenti, strascicati ed a Lynn vennero in mente le immagini dei carcerati nella prima metà del secolo scorso, i cui piedi erano impastoiati da catene di ferro.
“Volevo ringraziarla” mormorò Wendell Poe.
Nella penombra (una penombra che, Lynn ne era certa, filtrava dalla stanza del suo capo, come una garza oscura e vivente) gli occhi di Poe sembravano sprofondati nelle orbite violacee. Sotto di essi erano appese due borse cariche di malattia e la calvizie luccicava febbrile. La giacca gli pendeva dalle spalle come un telo stropicciato e teso ad asciugare.
“Sa… mi rendo conto di essere stato un po’… assente, ultimamente”
D’improvviso allungò la mano verso di lei e Lynn comprese che, per la prima volta in tre anni (durante i quali il loro contatto fisico si era limitato a qualche stretta di mani) stava per sfiorarle la spalla.
Se mi tocca urlo pensò Lynn, pentendosi, ma non potendo evitarlo.
La mano pallida rimase ferma lì, a mezz’aria, come quella di un naufrago che cerca di aggrapparsi ad una tavola di legno sbattuta dalle onde.
Lynn trattenne il fiato, irrigidendosi e Wendell Poe rimase immobile, l’immagine di un uomo che è disposto ad afferrare qualunque cosa pur di aggrapparsi alla sua sanità mentale.
Sentivano la lancetta dei secondi scattare nella pendola in anticamera.
“Mi scusi” mormorò lui e, in un secondo tornò – no fu risucchiato – all’interno della sua stanza, come da un gorgo d’acqua nera.
Wendell Poe chiuse la porta.
Dio mio Dio mio Dio mio.
Nella testa di Lynn il disco inceppato continuava a girare.
 
La vita informatica di Wendell Poe è simile a quella reale. Pochi contatti, nessun dettaglio sulla vita privata, tranne, ovviamente, Spooky66.
Lynn si fermò un attimo, le dita sospese sulla tastiera. Forse non era una buona idea scrivere sul computer. No, non lo era. Poe avrebbe potuto accedere ai suoi files. Peggio ancora (l’idea, per quanto assurda potesse apparire ad una riflessione più razionale, la ghermì come una mano artigliata) Pyche70 avrebbe potuto accedere ai suoi files.
Cancellò il documento di Word e riprese in mano carta e penna. Si era disabituata a scrivere e, all’inizio, le lettere risultarono gonfie e storte come corridori obesi impegnati in un una gara campestre, poi la vecchia abitudine riapparve e le parole si dispiegarono sulla carta in un andamento ritmico seguendo il corso dei suoi pensieri.
In qualche modo lo avrei potuto percepire. Un uomo così solitario, così schivo, forse per questo è preda, come un ragazzino, di un flirt on line.
Le sovvenne l’immagine di suo figlio Arthur, di dodici anni. I ragazzi di oggi erano dei maghi al computer e, per quanto lei potesse (volesse) considerarsi giovane, era sicura che, sui vagabondaggi informatici dei figli non aveva alcun controllo. Erano semplicemente al di là delle sue capacità di comprensione, secretati da un linguaggio e da un tecnica che, ogni anno, no, ogni dannato giorno che passava, le sfuggivano sempre più.
Stava divagando. Tornò a scrivere.
Ma non è questo il problema. In effetti, sarebbe un suo problema. Potrei lasciar perdere. Potrei prendere il mio stipendio e basta. Lasciarlo nel suo brodo. Ma non sarebbe giusto. Poe è… indifeso. So che David non sarebbe contento se leggesse questo. So che non capirebbe, che fraintenderebbe. A dire il vero, neanche io sono sicura di capire. In qualche modo, Wendell suscita il desiderio di proteggerlo: la madre che è in me viene fuori, magari perché i miei figli stanno crescendo. È ridicolo, no? No. Non c’è niente da ridere e, se rido, è un risata forzata, di quelle che si fanno quando si ha paura.
Alla fine, era arrivata al punto. Ci aveva girato intorno, ma alla fine ci aveva sbattuto contro.
Perché ho paura. Da mesi, ormai. Non ho paura di perdere il posto o che lo studio vada a rotoli. Direi che ci sono rassegnata, ormai, e, quando uno è rassegnato, non ha più paura. Non ho paura di Wendell. David ogni tanto suggerisce che il mio capo sia un pazzo furioso, una mina pronta ad esplodere. Non è così. Non so se Wendell sia pazzo. Non potrei dirlo di nessuno, in effetti, ma so che, se è una mina, non è di quelle che esplodono, ma di quelle che implodono, come i fabbricati che crollano su sé stessi lasciando intatti i palazzi intorno. A questo punto, non credo nemmeno di avere paura per Wendell. Non lo so, alle volte, soprattutto dopo l’altro giorno, quando è uscito dalla sua stanza dopo che Garfield se n’è andato, penso che ormai sia troppo tardi e che dovrei rassegnarmi anche per lui. Ho paura per me. Ecco, l’ho detto. È difficile da spiegare. Quando da ragazza andavamo al campeggio, la sera, attorno al falò, ci raccontavamo storie di fantasmi. Ecco, quello è il posto giusto per raccontarle. Tutto intorno c’è il buio, è vero, ma di fronte hai il fuoco, accanto hai la tua amica del cuore e, insieme, potete anche riderne, mentre arrostite le salsicce. Qui no. Qui non è così. Con questa solitudine, con questo silenzio, con quell’uomo che combina Dio solo sa cosa dietro una porta quasi sempre chiusa … beh, è tutta un’altra storia. Forse è per questo che sto mettendo tutto per iscritto. Se lo metti tutto per iscritto, allora potrebbe essere solo una storia e molte storie sono solo fantasia. Non sono reali. Già. Ma che cosa è reale? È reale il profilo di Wendell Poe su Meetbook? È meno reale dell’uomo dietro quella porta? Oppure è più reale, più vicino all’uomo Wendell Poe, anche se differente dall’avvocato Wendell Poe? E Psyche70 è reale? Ha un nome, ovviamente. Chantal Dennigton. Ma è reale Chantal Dennigton? È qualcosa di più di un insieme di dati, un pugno di bit nella rete? Da qualche parte ho letto che il pensiero altro non sarebbe che un insieme d’impulsi elettrici. Al diavolo, anche l’anima potrebbe essere solo un viluppo di elettroni. Anche i dati in internet sono impulsi elettrici, quindi sono abbastanza reali. Senz’altro, Psyche70 (o Chantal Dennigton ) è abbastanza reale da far impazzire un uomo. E da spaventarmi a morte…
No, così non andava. Non stava mettendo per iscritto l’intera faccenda perché ne uscisse un racconto dell’orrore. Prese il foglio di carta, lo piegò in quattro e lo mise in borsa, rimandando ad un secondo tempo la decisione di buttarlo.
Però c’era stata la faccenda del cane.
Ken Donovan era un frequentatore assiduo dello studio di Poe, un tempo. Lo si sarebbe potuto definire un amico.
Anche Black, un Labrador di quattro anni, avrebbe potuto essere definito un amico di Poe.
Wendell amava i cani.
Ci sono le persone alle quali non piacciono, ma, di solito, queste persone di limitano a dire che ne hanno paura. Quelli a cui piacciono di solito dicono che li amano e quelli che li amano, di solito, non dicono niente, forse per una penuria di aggettivi causata dall’inflazione.
Wendell Poe apparteneva a quest’ultima categoria. Adorava Black, anche se aveva un nome banale, essendo un Labrador di pelo nero, e ne era ricambiato.
Almeno fino ad una settimana prima.
Donovan si era presentato in studio senza appuntamento, forse perché era preoccupato per Poe. Se così era, si era presentato abbastanza tardi, il che poteva lasciare supporre che Donovan non era poi così amico di Poe e, dato che era stato l’unico a presentarsi, se ne poteva anche dedurre che era l’unico amico.
Fosse stato per Black (Lynn ne era certa) sarebbe venuto molto prima.
Solo che Black non era entrato.
La gente vede i Labrador come cuccioloni e sicuramente è vero. Hanno la testa grossa, le orecchie pendule e le zampone larghe. Tutti segnali infantili. Solo che sono cani grossi: un Labrador è in grado di trascinare una persona a nuoto. Quando Ken Donovan si era presentato alla porta dello studio di Poe, Black era deciso a trascinarlo fuori con lo stesso impegno che avrebbe adoperato se il suo padrone stesse annegando. Puntava le zampe, artigliava il pavimento, guaiva, abbaiava, smaniava e ringhiava tanto che (Lynn non ne dubitava) soltanto un passo l’avrebbe trattenuto dal mordere. Donovan era passato dalla sorpresa, alle lusinghe, alle minacce, alla genuina paura nel vedere il suo fedele amico trasformarsi in una belva ringhiante. Alla fine aveva lasciato perdere e, balbettando qualche scusa coperta dai latrati del cane, se n’era andato. Per quanto possibile, Lynn aveva fatto finta di nulla, minimizzando e tornando per qualche tempo, con sollievo, al rassicurante ruolo di segretaria. Donovan aveva promesso di tornare, ma non si era più fatto vivo. Ovviamente, avrebbe potuto tornare senza Black, ma non lo aveva fatto, il che, ancora una volta, implicava che non era poi così amico di Wendell Poe. Oppure che non era solo Black ad essersi spaventato…
Nel corridoio, la pendola segnava il silenzio stregato delle ore.
Un’altra giornata era finita.
 
Iscriversi a Meetbook era semplice ed anche le regole lo erano.
Uno inseriva i propri dati, la propria foto (beh, questa non era obbligatoria ma, aveva notato Lynn, non c’era iscritto che non lo avesse fatto) e, di solito, inseriva anche una breve fase di presentazione.
Dopo di ciò poteva corrispondere (c’era un programma di chat) con qualunque altro iscritto. I messaggi erano di due tipi: pubblici, che comparivano in una casella accessibile a qualunque altro iscritto, e privati, leggibili solo dai rispettivi destinatari.
La casella di Poe (iscritto col nick, poco originale, di WPoe) era praticamente vuota.
Quella di Psyche70, alias Chantal Dennington era piena zeppa.
Ciascun iscritto aveva una lista, più o meno lunga, di “amici” e, in qualche modo, c’era fra gli iscritti una sotterranea gara il cui premio altro non era che la propria popolarità informatica.
Wpoe ne aveva dodici, quasi tutti vecchi compagni di scuola.
Chantal Dennington ne aveva più di centoquaranta. Quasi tutti uomini. Molti di loro non si connettevano più a Meetbook da tempo. Nella casella pubblica di alcuni di loro erano leggibili messaggi di gente che ne chiedeva notizie o che si lamentava di essere trascurata. Le caselle di molti altri erano vuote come palazzi abbandonati.
“Dove siete finiti, ragazzi?” sussurrò Lynn. Non c’era bisogno di bisbigliare, ma, nel silenzio dello studio, la sua voce sarebbe stata perfettamente udibile a chi fosse vicino. Lynn si guardò nervosamente alle spalle. La porta della stanza di Poe era chiusa. Non l’aveva più aperta da quella famosa volta, tre giorni prima, ma la mano della donna era pronta a correre al mouse ed oscurare la pagina.
No, non era necessario. Il legno della porta era spesso. Poe non avrebbe potuto sentire nulla, anche se avesse origliato. Non se ne sarebbe accorto neppure se Lynn fosse uscita. Probabilmente non glie ne sarebbe neanche importato.
Lynn fissò la sua foto sullo schermo: un Wendell Poe più abbronzato e con un sorriso accennato, ma sereno, che nulla aveva a che spartire con la smorfia di qualche giorno prima e che ancora tormentava i sogni della donna.
“Dove siete finiti, ragazzi?” ripetè.
I viaggi finiscono sempre con l’incontro degli amanti.
 
“Troppo lavoro, eh?”
Sara la fissava al di là dell’insalata. Lynn si riscosse.
“Scusa – si schermì – ero distratta”.
“Hai l’aria stanca. I ragazzi? Qualche problema con David?”
“No è… (è il momento di dirlo. Diamine, è il momento di parlarne con qualcuno, o finirai come Poe) è internet”.
“Internet?”
“Sì quel sito… Meetbook… lo conosci. Secondo te c’è modo di sapere veramente chi è un iscritto?”
“Cosa stai cercando di dirmi, Sara?”.
“I ragazzi… insomma… non è un sito vietato, ci si possono iscrivere. Beh, ho il sospetto che si iscriverebbero anche se fosse vietato, almeno Arthur. Diavolo, ho l’impressione che si iscriverebbe soprattutto se fosse vietato”
Sara taceva.
“Insomma, non credi che si potrebbero fare…. Dei brutti incontri, come nella vita reale?”
Sara mise da parte l’insalata. Il bar si stava svuotando.
“David?” chiese.
“Perché pensi a lui?”.
“Non è il primo caso. Ricordi qualche anno fa il successo dei numeri verdi? Non parlo solo delle linee erotiche. Di tutte le linee. Beh, poi si è diffusa internet e gli uomini ci sono cascati ancora. Ci cascano sempre”.
“Non sono solo uomini, loro, sì forse sono prede più facili, ma….”
“… ma non pensi che sia il caso di parlare più apertamente? Stai parlando di te?, stai parlando di David? Stai parlando di Arthur?”
“Poe”
Sara si mise a ridere. Uno squillo argentino che fece voltare il cameriere che gironzolava tra i tavoli. La pausa pranzo stava per finire e lui doveva avere un gran fretta di sparecchiare e mettersi comodo… e magari togliersi anche quelle scarpe strette.
“Sei preoccupata per Wendell Poe? Oddio, potrebbe essere il tipo ideale, da come lo descrivi. Chiuso, compassato, niente vita sociale, in apparenza”
“Beh, suona ridicolo, lo so, ma potrebbe avere, non lo so.. una relazione informatica, una specie di flirt, ma … non saprei… è come se ci fosse qualcosa di peggio”.
“Di peggio? Il tuo capo non ti paga?”
“No, solo che…”
“Fammi capire, il tuo capo si rimbambisce tutto il giorno attaccato ad un computer, immagino che non ti dia granché da fare, ti paga lo stesso e ti lamenti? Lascia che ti dica una cosa: vorrei avere anch’io questa tua preoccupazione, invece se quel cerbero del mio capo non mi vedrà seduta alla scrivania tra tredici minuti esatti, mi farà vedere i sorci verdi” .
Sara raccolse la borsetta e si precipitò fuori senza pagare il conto, segno eloquente che spettava a Lynn. Beh, forse poteva considerarla una specie di compenso per la preziosa consulenza fornita.
“Un po’ caro” mormorò Lynn, ma non era questo il peggio.
Il peggio era che era inutile.
 
Wendell non c’era.
La porta della sua stanza era chiusa, ma non a chiave. Non era ancora arrivato al punto di chiuderla a chiave e, se questo significava qualcosa, voleva dire che qualcosa del vecchio Wendell Poe era rimasto, quel qualcosa grazie al quale chiudere la porta a chiave sarebbe stato considerato maleducato.
La conseguenza era che tutto ciò che Lynn doveva fare era abbassare la maniglia e spingere.
Facile a dirsi.
Farlo, era molto più difficile, ma Lynn ci riuscì.
La stanza era buia, come del resto era logico a quell’ora, tutto sommato non troppo tarda, di novembre.
Quel buio, però, non aveva nulla a che fare con la logica. In qualche modo, era un buio diverso, quasi la luce avesse paura a varcare quella soglia o ne fosse respinta.
Come sempre, l’unico bagliore era il chiarore azzurrino del computer, simile alla lanterna di una casa stregata in un bosco da incubo.
Faceva freddo. Un freddo terribile. Lynn poteva vedere il suo fiato condensarsi nell’aria.
Lynn si avvicinò allo schermo che pareva attirarla come, ancora una volta, la luce attira le falene per carbonizzarle sul vetro rovente.
Aggirò la scrivania.
Wendell (perché chi altri avrebbe potuto farlo?) aveva lasciato acceso il computer aperto sulla pagina di Meetbook.
Psyche70 la fissava dallo schermo.
I viaggi finiscono sempre con l’incontro degli amanti.
Lynn la osservò e, guardandola dalla postazione da cui la vedeva Wendell, ebbe l’assurda sensazione di vederla in modo diverso, di vederla meglio, come se lei fosse lì presente.
Ne scorgeva la carnagione ambrata, la chioma corvina, la figura languida e flessuosa che s’indovinava dal ritratto a mezzo busto, gli occhi azzurri… no, non erano azzurri.
Lynn si chinò in avanti, mentre la parte razionale del suo cervello le diceva (tentando con ciò, forse, di preservarla dalla follia) che era uno scherzo della vista o un trucco fotografico, o un difetto dello schermo.
Impossibile sbagliarsi.
Quegli occhi erano gialli. Gialli e luminosi come lanterne magiche, con la pupilla simile ad un sottile rombo verticale.
Lynn sbattè le palpebre.
Nello stesso istante, il volto di Psyche70 si proiettò fuori dallo schermo.
Lynn stramazzò a terra rovesciando la sedia di Poe ed il volto la seguì.
Attaccata ad un collo lungo e mobile come le spire d’un serpente, ed altrettanto rapida, la testa di Psyche70 scavalcò il bordo della scrivania e la raggiunse fin là, ad un metro di distanza, contro le gambe della sedia, verso cui Lynn, senza nemmeno rendersene conto, era arretrata.
Psyche70 era a pochi centimetri dal suo viso e la fissava.
Gli occhi erano davvero gialli. Folli, luminosi e omicidi.
Lascia perdere – sibilò – non metterti in mezzo. Non ci provare. I viaggi finiscono sempre con l’incontro degli amanti, perciò non metterti in mezzo.
Solo a questo punto David riuscì a svegliarla.
 
Controllo.
Questa era la parola chiave per comprendere Wendell Poe.
L’ispirazione la colpì così, all’improvviso, come colpiscono sempre tutte le ispirazioni.
Il più famoso Edgar Allan sosteneva che il genio è per il venti per cento ispirazione e per l’ottanta per cento riflessione.
Lynn ignorava se la sua ispirazione fosse geniale, ma senz’altro consentiva di comprendere molto bene buona parte del carattere del suo capo. L’ottanta per cento, diciamo.
La legge è controllo.
A prescindere dai cavilli e dalle scappatoie che, per un avvocato, costituiscono il pane quotidiano, a prescindere dalla moltitudine pressoché infinita di interpretazioni possibili di un medesimo precetto, il cuore dell’idea stessa di legge era il controllo.
Se succede questo, allora deve succedere quest’altro.
Questa era il bisogno o l’utopia nascosta in ogni riga dei volumi (sempre più polverosi, dato che ultimamente le pulizie erano alquanto estemporanee) esposti in sala riunioni.
Per questo Poe aveva fatto l’avvocato. Aveva bisogno di controllo. Controllo della realtà che lo circondava e controllo, soprattutto, di sé stesso e dei demoni che lo tormentavano e, ora, danzavano giulivi celebrando, finalmente, il loro trionfo.
Lynn spinse indietro la sedia e prese a passeggiare in corridoio, come ad inseguire quella subitanea rivelazione.
Quell’uomo lindo, ordinato, metodico, pignolo che aveva conosciuto all’inizio era sempre stato, in realtà, in equilibrio precario, barricato dietro le sue norme, i suoi tic, le sue procedure come un soldato in trincea, impegnato a difendere la propria sanità mentale contro il dilagante caos appena dietro la terra di nessuno.
Non era – o non era solo – la comoda continuazione della professione intrapresa dal nonno e dal padre. Era lo strumento per difendere la propria identità, nella consapevolezza che una devianza, un mutamento, una trasgressione anche minima avrebbe comportato il tracollo.
Lynn si sedette nuovamente alla scrivania.
Si sentiva rinfrancata.
Era una spiegazione razionale, senza dubbio più confortante di quella che, da un po’ di tempo a questa parte, le stava offrendo la parte più primitiva ed illogica del suo cervello, la quale andava bisbigliandole all’orecchio un racconto che assomigliava in modo sgradevole a…
Si ricordò di aver ancora nella borsetta i suoi appunti scritti a mano, quelli che assomigliavano in modo così spiacevole ad un racconto dell’orrore.
Li prese e, dopo qualche secondo di esitazione, li stracciò in frammenti che gettò nel cestino.
Aveva riflettuto su internet e sui social network in particolare, negli ultimi giorni.
Si era anche documentata (in internet, anche se c’era, in questo, una contraddizione intrinseca).
L’osservazione che, in un social network si può mentire abbastanza facilmente senza essere scoperti, era vera, nella maggior parte dei casi, ma superficiale.
Lynn era giunta alla paradossale conclusione che, in altri casi (e quello di Wendell era tra quelli) il segreto dei social network è che, lì, dire la verità era spaventosamente facile.
Un dato che l’aveva colpita era il numero di persone che rimanevano vittima di vere e proprie monomanie. Gente che non viveva più nella vita reale, incapace di staccarsi dalla rete di rapporti virtuali.
Sapere che Wendell non era un caso così isolato l’aveva in qualche modo rinfrancata.
Un altro dato, però, l’aveva colpita. Stupita, ma, a una seconda riflessione, non sorpresa.
La maggior parte di coloro che rimanevano vittime di social network (tra cui Meetbook, ovviamente) erano adulti.
I ragazzi erano meno, in proporzione e non era dovuto al fatto che – Lynn era giunta a questa conclusione – essendo nati nell’era di internet, i giovani trovavano quell’ambiente più naturale e, dunque, potevano meglio difendersi da esso.
La ragione che su internet puoi essere un altro. Persino te stesso.
Sei libero dalla necessità di dover portare a casa lo stipendio, puntare la sveglia, cucinare, dire di sì al capufficio… puoi essere tu, quel “tu” che credevi esistesse solo nei tuoi sogni, magari anche quelli di cui ti vergogni un po’ e che mai confesseresti.
Lì, lontano dalle costrizioni del mondo reale, la tua anima è libera. A comando, come per magia – basta cliccare un tasto e non è poi molto diverso dal dire “abracadabra” – hai se vuoi la possibilità di essere autentico, di ignorare ciò che non ti piace, di cancellarlo con un minimo sforzo di volontà e, dall’altra parte, di diventare ciò che segretamente hai sempre sognato o temuto di essere.
Così, se per caso incontri un’altra anima (e, che diamine, perché non chiamarla anima gemella) c’è forse da stupirsi se non la lasci più andare, costi quel che costi?.
Lynn si stirò sulla poltrona con un debole sorriso.
Ad un certo punto devi solo aver il coraggio di rischiare d’incontrare la persona di carne e sangue… e non solo la sua anima.
Forse solo di questo aveva bisogno Wendell: incontrare non Psyche70, ma Chantal Dennington..
Forse gli mancava solo un piccolo aiuto.
Una mano da un persona che lo capiva.
Era facile, in fondo, quasi altrettanto facile che bussare alla porta dell’avvocato e… beh si poteva cominciare col bussare.
Lynn si alzò di scatto dalla sedia, facendo arrotolare il tappeto, ma non badandoci e, anzi, dirigendosi verso la porta di Poe ed entrando prima (che ti manchi il coraggio) che Poe l’autorizzasse.
Wendell Poe era in piedi di profilo davanti alla finestra e così Lynn ebbe modo di notare che la pancetta che lo affliggeva era scomparsa anche se neppure per un istante la donna ebbe la sensazione che fosse un segno di salute.
Anzi, in qualche oscuro modo, Lynn ebbe la sensazione che l’avvocato non fosse solo dimagrito, della magrezza malsana che è segno di denutrizione. È come se fosse diventato trasparente… lo so che è assurdo, ma sembra quasi che la luce gli passi attraverso. È come… (suggestione, Lynn – si disse – è solo suggestione).
“Desidera qualcosa, Lynn?”.
Poe si voltò verso di lei e quell’assurda impressione di trasparenza svanì del tutto.
“Io mi domandavo (se vuoi parlarne Poe, so che non sono fatti miei, ma non è facile assistere alla rovina di un uomo, fosse anche di un avvocato) se desidera un the, avvocato. Un buon the caldo”.
“Perché no, Lynn?”
Sta combattendo, ecco che cosa sta cercando di fare, sta combattendo contro l’impulso di sedersi al computer.
Lynn deglutì. Era il momento. “Mi domandavo anche (non ti mettere in mezzo. Non provarci. I viaggi finiscono sempre con l’incontro degli amanti)…. “.
Doveva continuare a seguire l’impulso, non aveva la minima idea di cosa dire, ma sapeva che, se non lo avesse detto, avrebbe taciuto per sempre.
“…mi domandavo se può dedicarmi cinque minuti”.
Wendell appoggiò le dita sulla scrivania, tenendole rigide. In qualche modo, era come se si puntellasse.
“Come va in famiglia, Lynn?”
Lynn sobbalzò.
“Bene, cioè, i soliti problemi che ti possono dare due figli e un marito, ma insomma….”.
“Problemi. Già. Eh beh, chi non ne ha? E tuttavia…avere qualcuno è importante, non è così?”.
“Sì avvocato, è importante”.
“Molto bene, Lynn. Quel the?”
 
Wendy cresceva in fretta.
Lynn aiutò sua figlia a mettersi il maglione e quando i capelli biondi della bambina spuntarono fuori dal girocollo sparando in tutte le direzioni, ebbe un moto potente e quasi doloroso d’affetto.
Goditi questi momenti perché non sono eterni. Sono sciocchezze, è vero, e non ci badi, ma un giorno scopri che tua figlia preferisce vestirsi da sola – diamine, che preferisce comprarsi da sola gli abiti – e che questi momenti non ci saranno più. Il ricordo però rimarrà e sarà lì anche quando sarai tu a non saperti più vestire da sola. Lei magari ti vestirà, ti imboccherà e forse ti cambierà persino la padella, ma, da qualche parte, per te ci sarà ancora la bambina bionda coi ricci che sparano in tutte le direzioni.
Guardò la bambina negli occhi verdi.
C’è il mio futuro qui dentro. E anche il mio passato, i miei antenati che parlavano lingue europee. E anche qualcos’altro, qualcosa che è solo di Wendy. Ecco, forse l’eternità è questo. Se è così è senz’altro meglio di un pugno di bit persi nella rete.
Wendy corse via lasciandosi dietro un quasi impercettibile odore di talco.
Arthur stava aspettando la sorellina sulla soglia e tutt’e due non bramavano altro che lanciarsi nel grande mondo là fuori.
Mentre io ne farei volentieri a meno.
“Secondo te perché non si sono mai incontrati?”
David stava aggiustandosi la cravatta con calma.
Da una settimana, insieme, avevano deciso che fosse Arthur ad accompagnare Wendy a scuola. In questo modo, sosteneva David, il figlio avrebbe cominciato ad avere le sue prime responsabilità e questo non poteva fargli che bene. L’effetto collaterale era che avevano un paio di minuti in più per loro, la mattina.
“Scusa?”
“Voglio dire: lui conosce questa tizia in internet… come si chiama quel sito? Meetbook. La faccenda va avanti da quasi un anno, ormai. Perché non si sono mai incontrati, secondo te?”.
“Io non saprei, io…”
“Te lo dico io. Quello è…”
“Non usare certe parole”.
“I bambini sono usciti”
“Non usarle lo stesso”.
David fece spallucce. “Ad ogni modo, lascia che ti sveli un segreto. Non sono relazioni vere e a certe persone va bene così. Sono relazioni controllabili. Non vuoi più averci a che fare? Ti cancelli e addio. Vuoi raccontarle un mucchio di frottole? Per lei è difficile verificare. Il trucco è questo. Sono rapporti virtuali, a tuo uso e consumo e puoi plasmarli a tuo piacimento. Puoi apparire diverso da come sei… beh, anch’io, se fossi Wendell Poe vorrei apparire diverso da come sono. Roba da adolescenti che leggono Playboy al gabinetto con annessi e connessi, per come la vedo io”.
Sempre quella faccenda del testosterone, vero David?
“Io li conosco gli avvocati: sonno tutti carogne e quel Wendell Poe, con le sue arie da gran signore, non è diverso. Forse stavolta ha trovato qualcuna che è più carogna di lui e ci è diventato scemo”.
Suo marito imboccò la porta.
“Non perderci il sonno, Lynn. Non vale la pena”.
Tornò sui suoi passi e le diede un rapido bacio su una guancia.
“Niente più incubi, ok?”
Non metterti in mezzo.
 
Perché? Pensò Lynn perché non sono riuscita a dirgli nulla? Perché penso che in fondo abbia ragione David? Perché in qualche modo Poe ha percepito che stavo per parlargliene e non vuole affrontare l’argomento? O è colpa di Psyche70? Già. Chi sei, Psyche70?
Anche se Wpoe era probabilmente il numero uno, Psyche70 aveva un gran numero di ammiratori.
La sua casella pubblica era piena di messaggini dolci… quel tipo di messaggi che sottintendono una sola cosa (gli uomini, si sa, non sono molto bravi a sottintendere, anche se saperlo danneggerebbe il loro ego). Altri messaggi invece non sottintendevano per niente e… beh era quel tipo di messaggio che fa sempre piacere ricevere, magari nascondendo il riso con una mano e col rischio di apparire, come si diceva una volta, “civetta”.
Tutti, però, palesavano o mal celavano l’invidia verso l’interlocutore privilegiato di Psyche70, ignari di ciò che quel privilegio comportava.
Molti degli ammiratori più ferventi di Psyche70 erano però muti. Era come se, raggiunto un certo grado d’intimità (quale? Impossibile dirlo, potendo controllare solo la casella pubblica), il prediletto sparisse. Nessuno di loro si cancellato, no. Semplicemente, poco a poco, erano svaniti. Le loro caselle pubbliche recavano qualche traccia di gente che li cercava, poi, col tempo, neppure più quella. Dopotutto, erano relazioni virtuali.
Dopo essersi iscritta a Meetbook, Lynn, alias Daisy75, aveva approfondito la ricerca, per quanto possibile.
Psyche70 era iscritta dal 2 maggio del 2003. Dei suoi 140 amici (dato che Lynn aveva già registrato), 97 erano in pratica inattivi. Altri 21 erano “latitanti” da periodi più o meno lunghi.
Possibile che nessuno se ne accorga?
Daisy75 tornò al profilo pubblico di Psyche70. Il nome Psyche significa farfalla, ma anche anima. Dolce, femminile, sexy. Mi piacciono i gatti, i buoni libri, le passeggiate, le cene a lume di candela, le conversazioni intelligenti. Il display indicava che in questo momento Psyche70 era impegnata in chat. Con chi, era ovviamente impossibile dirlo. Impossibile per chiunque tranne che per lei.
Anche Wpoe era impegnato in chat.
Lynn ebbe l’impulso di chiedere a Psyche70 di diventare sua amica, ma lo represse.
Non avrebbe saputo nulla da Psyche70.
“Ma forse potrei sapere qualcosa su Chantal Dennington” bisbigliò.
Uscì da Meetbook ed inserì il nome Chantal Dennington in rete. L’utente medio, quando cerca qualcosa in internet, si ferma di solito alla terza pagina. Qualcuno arriva alla quinta. Lynn arrivò alla ventiduesima senza trovare nulla, o almeno nulla di esatto. Soltanto alla ventunesima trovò qualcosa di simile, su una certa Carla Dennington. Carla Dennington. Chi cambia nome mantiene le sue iniziali. E Chantal è senz’altro un nome più esotico di Carla. Più dolce, femminile e sexy.
Wendell Poe tossì nell’altra stanza.
Niente incubi, ok?
Non metterti in mezzo.
Lynn aprì la pagina web su Carla Dennington.
Il suo nome era il trentaduesimo di una lista.
Era l’elenco dei morti in un incidente aereo.
I viaggi finiscono sempre con l’incontro degli amanti.
Non è detto che sia lei e se esito a guardare oltre è come ammettere che…
Guardò.
Carla Dennington era morta in ospedale a seguito delle ustioni riportate. La data di morte di Carla (Carla Carla Carla Carla, non Chantal) era il 2 maggio 2003.
La connessione saltò.
 
“Allora ricapitoliamo. Stai dicendo che la connessione ad un sito internet, Meetbook per essere precisi, è saltata a causa di un evento sopranaturale. È questo che stai dicendo, no?”
Faceva abbastanza freddo e, soprattutto era buio o, meglio, lo sarebbe stato se le luci del centro, attorno a loro, non fossero state accese, invece brillavano in modo tale che Lynn, ogni tanto, doveva schermarsi gli occhi, per poter guardare meglio le vetrine. La via era affollata. La calca le pressava, le spintonava, e correva via.
Si era appena a metà novembre, ma già stavano accendendosi nei negozi le luminarie per il Natale. Ogni anno il Natale arriva più presto – pensò Lynn – ogni anno mi sembra che tutti corriamo sempre di più, come se avessimo paura di perderlo. Corriamo verso il Natale o verso qualcos’altro… e cosa? Ad ogni modo è difficile credere nella magia, qui, adesso, mentre tutti siamo impegnati a calcolare quanto della gratifica, quest’anno, possiamo permetterci di spendere… sempre che ci sia una gratifica, è ovvio.
Lynn tacque.
“Già” disse Sara. Lynn non aveva risposto, ma l’altra, come al suo solito, aveva dato un senso al silenzio.
“Niente magia, Lynn. Questa è la verità”.
Lynn guardò sorpresa l’amica. Sara aveva dato davvero un senso al suo silenzio. Erano amiche per questo. Tendeva a dimenticarlo, ogni tanto. Sara poteva essere indisponente, a volte, persino supponente, ma, quando si arrivava al cuore delle cose, capiva.
Stava guardando una renna a dondolo e, insieme ad essa, il proprio riflesso nella vetrina. Forse stava guardando altre cose ancora, di quelle che gli occhi non vedono. S’indovinava, oltre il vetro, il suono di Merry Christmas. A sentirlo, pareva allegro, ma, ad ascoltarlo a lungo, troppo a lungo, c’era un che d’inquietante, di ossessivo, come un sottofondo di follia ripetuto nell’eternità.
“È bella, vero? – domandò accennando alla renna – non ci si rende conto di quanto sia bella, all’inizio. Si crede che la magia duri per sempre e invece non è così. Un giorno scopri che la vendono a centoventi dollari in offerta promozionale, ma se non cambi le batterie si esaurisce. Alla fine, ti rimane solo un estratto conto in rosso ed il problema di dove infilare quel ciarpame il giorno che i tuoi figli sono cresciuti. Allora ti volti indietro e dici: ehi, ma dov’è la magia del Natale, era qui fino a un attimo fa... È così per tutto. Conosci una persona e… beh, è la migliore del mondo. Tutti conoscono la persona migliore del mondo, ma tu sola sai che lui è davvero il migliore e custodisci il segreto. Il vostro segreto. È questa la fregatura della rete. Finché rimanete in rete, non dovrai mai scoprire che lui russa, che si dimentica il tubetto del dentifricio aperto, che se la fa con ogni gonnella che incontra… o con ogni paio di pantaloni, a parti invertite. Così scopri che non hai nessuna voglia d’incontrarlo. Temi che se lo incontrerai finirà come con la renna. Perderà il pelo, s’incepperà e non troverai i pezzi di ricambio.”.
Si voltò e la guardò.
“Niente magia Lynn”.
“Non è un quadro molto allegro”.
“No. Non lo è per niente”.
È di sé che sta parlando – pensò Lynn – forse non solo, ma soprattutto di sé. Di El che se ne è andato tanto tempo fa. Di Cameron che è grande, ormai. A lui le renne giocattolo non interessano più. E tuttavia ti sbagli, Sara. La magia esiste. È qualcosa di più di quanto ci piace ingabbiare dietro i ricordi e l’illusione dell’infanzia. Solo che non è tutta magia bianca. Se tu potessi essere là dentro insieme a me capiresti. È un potere, di quel tipo che si deve maneggiare con cura.
“Credi che nevicherà, per Natale?” disse.
 
Daisy75 era pettegola.
Lynn Brennan no, ma lei sì ed a Lynn piaceva pensare che Daisy75 fosse una persona diversa.
Avrebbe potuto chiedersi fino a che punto era diversa e da quale punto, invece, Daisy75 altri non fosse che la vera Lynn Brennan, ma questa era una domanda che preferiva non porsi.
E poi era a fin di bene.
Per il bene di Wendell Poe, ovviamente.
Quando la domanda sulla vera natura del rapporto tra Lynn Brennan e Daisy75 grattava alla porta della sua mente conscia, Lynn si rispondeva che era a fin di bene e sbatteva la porta.
Dall’altra parte, qualcosa continuava ad abbaiare domandando perché mai Daisy75/Lynn Brennan dovessero occuparsi del bene di Wendell Poe, ma, con la porta chiusa, non sentire era più facile.
Comunque, il mondo della rete era pettegolo, questo era il punto.
C’era una gara all’interno di Meetbook, sotterranea, ma non troppo, a chi avesse il più alto numero di amici e questo, all’inizio, era sembrato già abbastanza bizzarro.
Che senso ha una gara del genere e, soprattutto, che razza di amicizie sono quelle che ti trascinano in una gara del genere?
Lynn non sapeva che risposta dare a questa domanda e poi non ne aveva il tempo. Altre questioni urgevano.
Per esempio, se la foto di Psyche70 fosse vera o ritoccata.
AllisonB sosteneva di sì. Affermava che si vedeva benissimo – o almeno lei lo vedeva – che c’era stato un intervento di photoshop e (AllisonB non mancava di sottolinearlo ogni volta che si toccava l’argomento) un ritocco fotografico è senza dubbio meno costoso di un lifting.
Marie83 sosteneva di no. A suo tempo aveva litigato con AllisonB (Lynn non si curò mai di appurarne le ragioni), e faceva notare come la foto di Psyche70 fosse perfettamente compatibile con la foto di una quarantenne in forma – e, a proposito, perché AllisonB era una dei pochi utenti che, nel suo nick, non aveva inserito la data di nascita?
Non che Marie83 fosse un’amica di Pysche70, certo. Se era così dolce femminile e sexy, per esempio, perché non si era fatta ritrarre a mezzo busto? Ad ogni modo non esisteva una lista dei nemici di Psyche70. Non esisteva nessuna lista di nemici, se è per questo. Se fosse stato possibile creare liste di nemici, pensava Lynn, Meetbok sarebbe diventato un posto molto simile a quei paesi dimenticati da Dio ed insanguinati da secoli di guerre civili tra tribù di cui non si riesce nemmeno a pronunciare il nome.
AllisonB, però, esagerava. Esagerare, a quanto pareva, era un suo grande difetto (anche se non il più grande) e quindi nessuno che fosse amico di Marie83 poteva essere amico anche di AllisonB.
Pertanto, se AllisonB e i suoi amici sostenevano che la foto di Psyche70 era ritoccata, esageravano.
E poi, a detta di Candy91 (ma era troppo giovane, faceva notare Leyla68 e chi può dare retta ad una ragazzina?), Psyche70 non era come certe tardone che esibiscono in Meetbook decolletè inguinali.
Roger50 (sì, anche gli uomini intervenivano nel dibattito, ogni tanto) sosteneva che, ai suoi tempi, certe cose non succedevano, ma a questo punto un coro unanime lo zittiva facendogli osservare che lui stesso era un amico di Psyche70 e, come tale, non attendibile.
Lory64, che era rimasta sola da poco e che era amica di Daisy75, la quale aveva provato per lei un moto inspiegabile di simpatia o, forse, di compassione, pregava Roger50 (scherzosamente, ma non troppo) di stare attento.
Gli amici di Psyche70 tendevano a scomparire.
C’era un sacco di gente morta, sul web, aveva scoperto Lynn.
Gente che un giorno si era iscritta a questo o a quel sito (Meetbook era uno dei tanti) e che, anche se era scomparsa dalla vita reale, era rimasta in quella virtuale.
In qualche strano modo era ancora viva, in un modo più tangibile che sotto una lastra di marmo con una luce accesa.
E poi c’erano i morti virtuali.
Samfrodo71 era uno di loro. Era un amico di Lory64 e, a sentir lei, presto avrebbero dovuto incontrarsi nella vita reale. Era lì che volevi ti fosse amico, Lory? O forse più che amico? O forse non importava, importava che fosse reale? più reale di quell’uomo che un giorno ti ha piantata in asso e di cui non parli mai? Avrebbe voluto chiederle Lynn, ma Daisy75 non aveva osato.
Poi Samfrodo71 aveva conosciuto Psyche70. Era stato per sfida, all’inizio. Rambo69 (che si era fatto ritrarre a torso nudo mentre mostrava i muscoli) aveva molte amiche. C’erano anche le “nemiche” è ovvio, ma le “amiche” (che erano una lista in costante aggiornamento, fluttuante e in qualche modo costante come le onde sulla battigia) sostenevano che le altre non avevano capito niente di Rambo69, anche se Rambo69 sapeva essere molto esplicito. Loro sì, loro lo avevano capito. O almeno così credevano. Fino a quando Rambo69 era entrato nella lista di Psyche70 ed era scomparso, lasciando molti cuori infranti e non solo.
Samfrodo71 era amico di Rambo69. Probabilmente lo considerava una specie di fratello scavezzacollo, di quelli che corrono la cavallina anche quando è passata l’età ed a cui si lasciano le briglie lente con forse qualche compatimento, ma anche, e abbastanza consapevolmente, con una punta d’invidia.
Samfrodo71 aveva chiesto all’ultima amica del fratellone scapestrato e lei, sì forse sapeva qualcosa, forse poteva dire qualcosa, ma non sapeva se fidarsi di lui… e Samfrodo71, che era uomo con la testa sulle spalle e, per di più, senza grilli dentro, aveva fatto il suo dovere da brava persona assennata. Psyche70 si poteva fidare di lui. Poteva prenderlo come amico.
E lui era scomparso.
Lory64 era rimasta sola, come nella vita reale, come l’altra volta e, se qualcuno crede che così possa fare meno male, beh, si sbaglia di grosso.
Poi c’era Peter77.
Lui era scomparso nella vita reale.
Forse un giorno era uscito a prendere le sigarette e non era più tornato.
Era sua moglie Sharon a cercarlo lì, su Meetbook dove, negli ultimi tempi, passava così tanto tempo.
Meetbook era un posto come un altro, in fondo e, se la polizia aveva rinunciato a cercare Peter non per questo Sharon doveva smettere. Lo avrebbe cercato ovunque. Avrebbe chiesto a chiunque. Anche a Psyche70 che, nel sito, sembrava essere stata una sua amica speciale.
Tuttavia, Psyche70, anche se aveva passato così tanto tempo con lui, non pareva dire granché.
Alla fine, anche Sharon era diventata inattiva.
C’era SeanSean.
Lui era vedovo.
Psyche70, a quanto pareva, aveva fatto molto per lui.
Lui non aveva cessato di ringraziarla, fino a quando non era sparito.
Il suo ultimo messaggio era stato un contatto diretto a lei.
C’era Spillane84.
Lui Psyche70 l’aveva proprio cercata e doveva essere stato deluso da quello che aveva trovato perché, con una rapidità sorprendente, era sparito.
C’era Red.
A lui piacevano i cani, a Psyche70 i gatti, chissà se potevano andare d’accordo.
A giudicare dal numero di contatti nella casella pubblica, doveva essere così.
Alla fine Red era rimasto inattivo, lasciando il ricordo, nei pochi che l’avevano conosciuto, di una persona mite e gentile, che aveva destato qualche rimpianto, anche se non troppo acuto.
C’era JJJ96 – e, per la miseria, lui era minorenne – e dopo frequenti contatti nella casella pubblica di Psyche70 (e in quella privata? – si domandava Lynn – in quella privata?) non si connetteva più da tempo.
Anche se si sa che gli adolescenti vivono davanti al computer, c’era da sperare che l’ancora brufoloso JJJ96 si fosse tuffato nella vita reale, benché potesse essere molto pericolosa.
Come quella virtuale.
 
Quando, la mattina dopo, Lynn arrivò in studio, Poe era in corridoio, seduto su una delle poltrone ed intento a leggere il giornale.
C’erano dei lavori in corso e mancava la corrente. Essendo ancora buio, la stanza più luminosa era la saletta d’attesa, munita d’una finestra con lunetta in stile liberty, ricordo dei bei tempi andati.
Il computer non funziona, ecco perché è qui.
Poe si alzò in piedi, con un lieve fruscio cartaceo e, di nuovo, Lynn ebbe quell’assurda sensazione di trasparenza, anche se meno accentuata rispetto alla volta precedente.
La luce colpiva l’avvocato di spalle. I capelli – quei pochi che c’erano – erano stati lasciati intonsi da mesi ed ora crescevano disordinatamente intorno al capo, dando la curiosa sensazione di un’aura evanescente.
è successo ancora, sa?” Lynn si rese conto che, oltre ad alzarsi, Wendell l’aveva anche salutata.
“Prego?” chiese.
“Il 7 ottobre, l’anniversario della morte, come ogni anno. Uno sconosciuto si è recato sulla tomba di Edgar Allan Poe e vi ha lasciato un bicchiere di cognac e una rosa”.
“Ma…”
“Centocinquant’anni. Succede ogni anno da centocinquant’anni a questa parte. Nessuno sa chi sia e, a dire il vero, spero che nessuno lo sappia mai”. Piegò accuratamente il giornale, lisciando la piega con le dita.
“Sul bicchiere di cognac ho qualche perplessità – proseguì l’avvocato – Poe era dipsomane, anche se la voce popolare lo considera un semplice alcolizzato”.
Se sapessi che tra me e me ti chiamo Poe – pensò Lynn. “E la rosa?”
“Una rosa rossa. Una singola rosa rossa, come quelle che si regalano gli amanti. Senza dubbio, una scelta più azzeccata”.
Sorrise.
Ha un sorriso che mi mette i brividi, ma che fa anche tristezza. Mi ricorda un animale condotto al macello… se gli animali potessero sorridere.
“In qualche modo, deve essergli di conforto, laggiù, nel … beh, in quel posto che lui saprebbe descrivere meglio di me”.
Con un ronzio, la luce tornò all’improvviso.
Wendell Poe ammiccò come un gufo trascinato alla luce del sole.
“Ah – balbettò – ora io … devo ….”.
“Certo avvocato”.
 
La sala riunioni dello studio era in penombra.
Era sempre in penombra, in quell’inverno uggioso in cui il sole pareva zoppicare in cielo, inciampando in continuazione tra una nuvolaglia oppressiva e grigiastra.
Non nevicava.
Era sempre più rara la neve, ormai.
Il Natale era bianco solo negli spot televisivi e, in qualche posto freddo e buio del suo cuore, Lynn si domandava se, un giorno o l’altro, la neve sarebbe scomparsa del tutto ed i suoi figli, ormai grandi, sarebbero stati incerti se era stata davvero un fenomeno naturale o piuttosto un curioso effetto speciale, usato per vendere regali in un certo periodo dell’anno.
Lynn passò le dita sul tavolo, opaco per l’ammucchiarsi di strati di polvere sempre più spessi. Le sue mani, scivolando sul legno scuro, lasciarono un glifo curvilineo, come un messaggio indecifrabile.
Alzò lo sguardo.
Libri di diritto, accatastati nella grande libreria di mogano, riposavano fermi da tempo mentre, là fuori, il mutevole mondo della giurisprudenza li aveva già dimenticati.
Una pila di riviste risalenti a mesi prima (era cominciato coi solleciti inevasi di rinnovo abbonamento? Era stato quello il primo segnale? ) esibiva colori smorti come affreschi dissepolti.
Accanto, un grosso libro in cuoio bruno, dalle pagine bordate d’oro, torreggiava con aria di rimprovero, come una stele scura.
Un’edizione di lusso dei racconti di Edgar Allan Poe.
Lynn si rese conto che era uno dei pochi segni della presenza di Wendell. La sala riunioni era opera di suo nonno, di suo padre e di un arredatore che, nei primi anni duemila, aveva cercato di fondere i gusti in materia di arredamento di tre uomini di diversi. Era il prodotto della mente di un avvocato.
Quel libro, invece, era la traccia di una mente di un uomo.
Senza rendersene ben conto (tutto, pur di rompere il silenzio, di non sentire solo il suono dei suoi passi sul parquet, così simile all’eco di chi cammina in una tomba) Lynn lo aprì a caso.
Fugacemente, si rese conto che non era impolverato.
L’ha sfogliato – pensò – è l’unico libro che ha sfogliato in questi mesi. Forse quando non c’ero – chi può dire quanto si trattiene qui dentro dopo che io me ne vado a casa? Chi può dire che anche lui ne torna a casa, dopotutto? Fatto sta che l’ha preso in mano e l’ha aperto. I libri di diritto, il lavoro, ha lasciato perdere tutto… ma questo no. Questo brandello dell’uomo Wendell no. Non ancora.
Lo aprì a caso e lesse qualche riga.
Una citazione di Joseph Glanvill.
Poe amava le citazioni. Tutti e due i Poe le amavano.
Là dentro c’è una volontà che non muore. L’uomo non cede agli angeli né completamente alla morte se non per la debolezza della sua povera volontà.
Il racconto era “Ligeia”. Lynn ricordava di averlo letto. Le pareva che parlasse di una moglie che tornava dal mondo dei morti e che si reincarnava nella seconda moglie del marito.
Si voltò di scatto, verso il muro alle sue spalle.
Dietro quel muro, di certo, Poe – il suo Poe – stava attaccato ad un computer, incapace di staccarsene.
“Là dentro c’è una volontà che non muore” mormorò.
Non aveva più molta voglia di andare avanti.
 
C’era stato un periodo in cui la gente esitava a mettere sul computer appuntamenti, incombenze, incontri etc. e si affidava ancora alle agende.
Per Wendell Poe il 2003 apparteneva ancora all’era della parola scritta.
Le agende di quell’anno erano ordinatamente impilate in uno scaffale polveroso del ripostiglio ed andavano ricoprendosi di polvere in attesa di diventare un reperto. Per il momento, erano solo vecchie.
Lynn si protese verso lo scaffale, sollevandosi sulla punta dei piedi.
Allungò la mano e, quando sfiorò le copertine in pelle, si sollevò una nuvola di polvere che la fece starnutire per un buon mezzo minuto.
Alla fine, prese in mano l’agenda. Aprile.
Imprecò.
Non ci si vedeva bene: avrebbe dovuto prendere una sedia e guardare meglio.
Dirigendosi verso la sua stanza, uscì dal ripostiglio.
E s’imbattè in Wendell Poe.
“Cercava qualcosa, Lynn?”
Non esce mai dalla sua stanza, non…
“Io, io…” aveva ancora in mano l’agenda di aprile.
L’avvocato allungò la mano.
“Aprile 2003” disse, sfilando l’agenda dalle mani di Lynn.
La sfogliò lentamente, con dolcezza, sollevando un altro po’ di polvere.
Un biglietto aereo, disturbato, uscì dalle pagine e svolazzò dolcemente a terra, sfarfallando.
Era in una delle ultime pagine, verso la fine del mese. Sì, avrebbe potuto trovarsi intorno al 30 aprile. Così vicino al primo maggio.
“È passato tanto tempo” mormorò Poe, poi con un gesto fluido, si chinò, raccolse il biglietto e lo inserì nelle ultime pagine dell’agenda.
La sollevò in aria e, con un movimento secco, la sbattè sul palmo dell’altra mano, con un schiocco. Lynn sobbalzò come se lui l’avesse schiaffeggiata.
“Non sempre è bene pensare al passato” disse. “Alle volte, le occasioni perdute tornano e te ne chiedono ragione”.
Lynn si scostò per lasciarlo passare e lui la sfiorò come un soffio di aria gelida.
Era un biglietto aereo.
I viaggi finiscono sempre con l’incontro degli amanti.
 
David ha ragione. Non so nulla di lui.
La faccenda della segretaria attratta dell’avvocato è una storia buona per i romanzetti rosa, magari tendenti al rosso, però ci può essere un fondo di verità. C’è sempre un fatto vero in fondo a tutte le storie inventate.
E il fatto, in questo caso, è che io non so nulla di Wendell Poe.
È la persona più riservata che io abbia mai conosciuto.
Un segreto celato dietro una porta chiusa.
Tanto per cambiare, pioveva.
Se mai era caduta della neve, da qualche parte, si stava sciogliendo.
Tanto per cambiare, Lynn guardava davanti a sé il monitor acceso, nel silenzio (seplocrale) dello studio.
Tanto per cambiare Meetbook friggeva di bisbigli informatici e risuonava di urla elettroniche.
Gli utenti vivevano la loro vita virtuale, così simile a quella reale da cui, un giorno, avevano cercato di sfuggire.
E tanto per cambiare la porta dell’avvocato era chiusa.
Non so nulla di lui.
D’impulso, Lynn uscì da Meetbook e, semplicemente, digitò il nome di Wendell Poe (il vero nome, non lo pseudonimo che usava tra sé e sé e col quale il suo capo era noto nella rete) su un motore di ricerca.
Gli apparve, ovviamente, il sito dell’Ordine Avvocati, con le informazioni basilari sullo studio nel quale lavorava – le stesse informazioni, si rese conto, che aveva ottenuto anni prima, quando era entrata nello studio e le stesse informazioni che, in pratica (se ne rese conto con un brivido che preferì ignorare) ora possedeva.
Si aspettava una ricerca affannosa e già, dopo essersi domandata perché mai non avesse cercato prima informazioni sul suo capo al di fuori dei social network, stava rispondendosi che era perché era come cercare il proverbiale ago in un pagliaio immenso.
Invece la ricerca fu breve, straordinariamente breve.
Era l’articolo di un giornale di partito, all’epoca (2003) impegnato in un’aspra battaglia mediatica contro il sindaco, uno scontro di cui ora, benché all’epoca avesse occupato buona parte della cronaca e della politica, Lynn conservava solo un debole ricordo.
Poe lavorava per lo staff del sindaco. Non proprio per il primo cittadino (lo studio di Poe era sempre stato sul punto di compiere il salto verso l’essere un grande studio e, certo, il padre di Wendell si aspettava che fosse il figlio a compiere quel balzo, ma il passaggio non era mai avvenuto), ma un membro della giunta, abbastanza influente da essere implicato in un giro di tangenti ed abbastanza potente da uscirne pulito.
Poe, stando a quanto era possibile ricostruire dall’articolo, non si era occupato dell’accusa di corruzione, quanto piuttosto degli aspetti societari connessi al giro d’imprese che gravitavano attorno all’entourage non ufficiale del sindaco e che rischiavano di essere travolte dall’inchiesta.
Non era però l’inchiesta ad interessare Lynn.
Era la foto.
Un Poe di qualche anno più giovane e sicuramente più in forma era ripreso di spalle mentre usciva da un ristorante a tarda ora.
Aveva il viso girato di tre quarti e, anche se la foto era granulosa, lo sguardo era di chi, senza dubbio alcuno, si stava guardando alle spalle.
Sorrideva.
L’immagine era troppo sfuocata perché si potesse dire che tipo di sorriso sfoggiasse, ma Lynn aveva la sensazione (e, oh, al diavolo, l’intuito femminile servirà pure a qualcosa, no?) che non fosse quel tipo di sorriso amaro cui si era negli ultimi tempi abituata.
Era il sorriso di una persona felice e Lynn si rese conto che lo aveva riconosciuto subito perché è raro quel tipo di sorriso.
Non era solo.
Accanto a lui, ripresa di spalle e seminascosta da una siepe c’era una donna.
Indossava un vestito nero senza maniche e sul braccio sinistro portava un impermeabile chiaro, rivelatosi troppo caldo per la serata di primavera.
Aveva i capelli neri lisci, ma le donne cambiano acconciatura abbastanza spesso, no? e… sì, avrebbe potuto benissimo essere Psyche70. O mille altre come lei.
Era impossibile distinguerne il viso, totalmente in ombra, così come era impossibile distinguere l’incarnato del braccio destro appoggiato sulla spalla di Wendell Poe.
Anche il braccio di Wendell era appoggiato su di lei e le cingeva il fianco, all’altezza della vita.
Una donna non si fa cingere la vita da un uomo se non c’è qualcosa di più di una semplice conoscenza.
Lynn lesse, per la seconda volta, il titolo dell’articolo: “Farfalla silenziosa” nella rete?
Secondo l’autore, la donna ritratta nella foto era, stando a fonti ben informate, un personaggio importante nell’inchiesta ed era convenzionalmente indicata, per proteggerne l’anonimato, col nome “Farfalla silenziosa”.
Secondo alcuni, le sue rivelazioni avrebbero potuto far saltare l’intera giunta e non solo.
Ma, secondo il giornale, c’era il rischio che “Farfalla silenziosa” tacesse per sempre.
“… se così fosse – si domandava l’articolo (e Lynn riscoprì come odiava quello stile scandalistico) – se la donna ritratta in questa foto è davvero “Farfalla silenziosa”, sa chi è l’uomo che le sta cingendo così teneramente la vita? L’uomo cui sta con tanta confidenza appoggiandosi? (be’ allora è qualcosa di più del semplice intuito femminile). Probabilmente no. Sono in pochi a saperlo. L’uomo in questione è Wendell … un anonimo avvocato erede di una dignitosa – ma nulla più – dinastia di legali. Improvvisamente questo poco noto professionista è stato incaricato di predisporre un piano di salvataggio per le aziende legate al sindaco e che l’inchiesta “Pulizia Totale” rischia di far fallire. Un salto non da poco, per il nostro Wendell. Perché? Da quando questo oscuro avvocato è diventato così bravo? Salvare le aziende, dice il nostro sindaco, è salvare posti di lavoro, salvare noi e nostri figli. Perché affidare un simile incarico ad un signor nessuno? Forse perché è sempre rimasto al di fuori del giro e nessuno sa nulla di lui. Forse perché ci si può fidare di lui. Forse perché “Farfalla silenziosa” non può aver paura di Wendell … certo è che questo “tecnico” balzato agli onori di un incarico che mai avrebbe sognato è molto manovrabile e forse anche molto sprovveduto … o molto spregiudicato. Perché, senza dubbio, al nostro sindaco conviene che Farfalla Silenziosa renda dichiarazioni che lo allontanino dall’inchiesta, così come non guasta una lliason tra il suo nuovo uomo di fiducia e questa donna misteriosa. E, ancora di più, al sindaco conviene che Farfalla Silenziosa taccia per sempre. Ma forse sono solo illazioni. Forse la donna abbracciata all’avvocato non è Farfalla Silenziosa. Forse si tratta solo di una coppia di amanti all’uscita da un ristorante”.
Lynn smise di leggere.
Ricordava ora perfettamente come era finita l’inchiesta.
“Farfalla Silenziosa” non aveva mai testimoniato.
Secondo alcuni, era scomparsa durante un trasferimento organizzato per proteggerla. Sempre secondo gli stessi, la donna era a bordo, in incognito, su un aereo precipitato in mare nell’aprile 2003.
Un importante studio legale aveva salvato, con soldi pubblici, le aziende legate al sindaco.
E ricordava anche altre cose.
Per esempio, che “psiche” significa sia “farfalla” che “anima”.
 
Sul tram che la riportava a casa Lynn guardava il proprio riflesso nel vetro di fronte, mentre la luce gialla della vecchia lampadina si spandeva nella carrozza.
Carla Dennington è morta in un incidente aereo, ma non subito. È deceduta dopo, in ospedale. L’incidente era avvenuto qualche giorno prima, in aprile, e lei era tra i sopravvissuti.
Anche Wendell avrebbe dovuto prendere un aereo in aprile. Non sono riuscita a leggere il giorno esatto, ma il mese era aprile. Wendell avrebbe dovuto prendere l’aereo, ma non l’ha fatto. Però ha tenuto il biglietto.
Era lo stesso aereo su cui avrebbe dovuto salire Carla Dennigton?
Non hai niente che lo provi.
Non sai molto di legge, ma sai senz’altro che quel biglietto aereo non è una prova.
Senz’altro non prova che Carla Denningotn, Chantal Dennington e Psyche70 siano la stessa persona
Il tram sferragliò affrontando una curva e le luci traballarono impercettibilmente.
Avrebbero dovuto salire insieme su quell’aereo? Avrebbero dovuto compiere un viaggio insieme, di quelli che finiscono con l’incontro degli amanti?.
Le porte del tram si aprirono con uno sbuffo.
Grumi di passeggeri infreddoliti si spintonarono all’uscita.
Lynn si alzò e si avvicinò alla porta. La fermata successiva era la sua.
È possibile che si siano serviti di lui? Che il povero, magari ingenuo Wendell Poe sia stato usato come esca?
È possibile che fosse una trappola? Oppure che, a un certo punto, le cose tra i due siano andate diversamente e la loro relazione abbia preso una piega imprevista?
O forse fu lui a farle prendere quell’aereo?
Fu lui a prendere i biglietti, a farla salire ed a vederla partire per un viaggio che sapeva essere senza ritorno? E lo fece sapendolo?.
La porta si richiuse e i passeggeri si accalcarono verso di essa.
Lynn fu premuta contro il vetro.
Ben presto, il suo fiato fece appannare le ante.
Stai vaneggiando.
Il tram ripartì.
Il fatto è che non sai niente di lui.
Niente tranne il fatto che ti ha dato un regolare stipendio. Per ora.
Il tram iniziò nuovamente a rallentare.
Puoi immaginarti benissimo che il tuo capo e Psyche70 fossero amanti. Che dovessero esserlo perché così era stabilito sin dall’inizio secondo i piani di qualcun altro. Puoi immaginarti che lui sia stato usato oppure che sia stato un complice. Oppure puoi immaginari che i piani fossero diversi e che la loro relazione, secondo quei piani, non avrebbe mai dovuto nascere.
Le porte si aprirono.
Oppure puoi immaginarti la realtà: che non si conoscessero affatto e che lui ti pagherà lo stipendio, alla fine di questo mese. Che – e questa è la cosa più importante – Carla Dennington e Chantal Dennington e Psyche70 non abbiano alcun legame tra loro. E che non ti conviene metterti in mezzo.
“Allora signora, si decide?” disse una voce dietro di lei.
“Sì – rispose Lynn – mi decido”.
 
“Mamma c’è un messaggio per te nella mia casella di posta”
Il richiamo di Arthur la distolse dalle sue riflessioni.
Passa troppo tempo al computer si rese conto di colpo Lynn.
Non c’era niente da fare. Aveva un bel dire che lamentarsi era segno del suo non essere più al passo coi tempi, che non doveva recitare il ruolo della madre apprensiva che, anche se (e questo non aveva alcuna difficoltà ad ammetterlo) la vita virtuale poteva essere pericolosa quasi (quasi?) quanto quella reale, Pete, il fratello minore di David, che di computer ne capiva, aveva riempito il loro di password e protezioni. Tutto inutile. Niente e nessuno l’avrebbe convinta che Arthur avrebbe dovuto trascorrere meno tempo davanti al monitor. Si diresse verso il figlio, guardandolo da sopra la spalla ed arruffandogli la testa, poi si sporse verso lo schermo e strillò.
Arthur sobbalzò e si volse verso sua madre che, inorridita, arretrava verso la parte opposta della stanza, coprendosi una mano con la bocca e con gli occhi enormi e sgranati, quasi avesse visto un ratto, un serpente o qualcosa di infinitamente peggio.
“Mamma, cosa c’è, stai bene?” chiese Arthur con quell’ansia atterrita che hanno i figli quando scoprono che i loro genitori sono vulnerabili.
Lynn non rispose, incapace di staccare gli occhi dallo schermo.
Il messaggio di posta elettronica, ancora da aprire, era inequivocabilmente diretto a lei.
Il mittente era Psyche70.
“Mamma, stai bene?” domandò di nuovo Arthur, avvicinandosi a lei, ma senza toccarla, quasi avesse timore di stabilire un contatto troppo diretto con l’individuo nel quale sua madre si era temporaneamente trasformata.
La voce di Arthur, stavolta, ebbe il potere di scuoterla.
Lynn si staccò dal muro, avvertendo allo stesso tempo il sangue che tornava ad affluirle nelle guance.
“Sì, non è nulla – balbettò – solo… vammi a prendere un bicchier d’acqua”.
Arthur ubbidì di corsa, quasi dovesse cercare un rimedio verso un incantesimo.
Barcollando, Lynn si diresse verso la sedia del figlio e guardò meglio lo schermo.
Non era stata un’allucinazione. Il messaggio era là, inequivocabilmente, ed attendeva di essere aperto.
L’oggetto era semplicemente “viaggi”.
Mi ha trovata – pensò febbrilmente Lynn – non so come, anzi, presumo che non abbia faticato neppure troppo, ma mi ha trovata. Anzi no, peggio. Ha trovato tutti noi.
Allungò la mano verso la tastiera.
Come va in famiglia, Lynn? avere qualcuno è importante, non è così?.
Appoggiò il dito sul tasto “delete”.
Non metterti in mezzo.
Arthur stava tornando.
I viaggi finiscono sempre con l’incontro degli amanti.
Lynn cancellò il messaggio.
Arthur rientrò in stanza porgendole il bicchiere d’acqua in silenzio.
Lynn lo prese e sorrise.
“Tutto bene, tesoro” disse, arruffandogli i capelli. “Tutto bene. Era solo… pubblicità”.
 
Quando arrivò, quella mattina, Poe non c’era.
Era da molto tempo che, arrivando sul posto di lavoro, Lynn trovava il principale già seduto alla propria scrivania, invece, quella mattina, la porta della stanza di Wendell era aperta e, dalla finestra, la luce entrava impietosa.
Era una di quelle giornate invernali in cui il sole sembra tagliare l’aria. Non riscalda e non addolcisce, ma sembra sferzare le cose con un bagliore metallico. Se si esce, si devono indossare gli occhiali da sole e, quando ci si ritrova tra le mura di casa, si tira un impercettibile sospiro di sollievo, quasi lieti di essere al riparo da quella luminosità troppo netta ed impietosa.
La stanza di Poe, in quel bagliore crudele, aveva, in qualche modo, un che di osceno, di spudorato, come se qualcosa che avrebbe dovuto restare discreto fosse stato invece esposto al pubblico senza ritegno.
Lynn trattenne il fiato, mentre i tacchi risuonavano duri sul pavimento, poi si avvicinò alla scrivania.
Su di essa, in bella vista, c’era una lista di incombenze, scritta nella grafia ordinata e regolare e fortemente inclinata (il che le conferiva un che di desueto, di lezioso, quasi) del suo datore di lavoro.
Non l’hai scritta al computer, vero? Perché?
Erano regali.
Una lunga lista di regali da comprare e spedire, di bigliettini di auguri da compilare. Una pila di cartoline era bell’e pronta per la spedizione, racchiusa dentro discrete buste bianche, col timbro di studio, ed impilata sull’angolo destro della scrivania. Solo in due o tre casi Poe aveva usato la carta personalizzata e compilato personalmente l’indirizzo. Lynn notò che Donovan era uno di quei destinatari. Poe precisava anche che, se necessario, Lynn poteva uscire e recarsi nei negozi di persona, purché tornasse per le cinque. Allo scopo, un pacchetto di contanti la attendeva discretamente racchiuso da una graffetta.
Non usa più la carta di credito. Non la usa più perché… oh, andiamo, lo sai benissimo perché.
Non aveva neppure scritto quando sarebbe tornato, né aveva lasciato istruzioni per il caso che qualcuno lo cercasse.
Non conta più ormai.
Lynn si sedette alla scrivania e cominciò il lavoro che, sapeva, le avrebbe portato via l’intera mattinata, anche perché, malgrado le desse fastidio ammetterlo, le lunghe settimane di inattività l’avevano arrugginita.
Meglio così.
Sì, decisamente meglio. Avrebbe avuto un alibi per rimandare. Sarebbe uscita nel primo pomeriggio e tornata poco prima delle cinque, in tempo utile per consegnare la lettera di dimissioni ed andarsene senza dover attendere le lunghe ore che la separavano dalla fine dell’orario di lavoro.
Non era solo per questo, però.
Mentre le ore proseguivano ed il suono della sua voce, il trillo del telefono riempivano ancora lo spazio cavo tra le mura dello studio, l’attività (troppo frenetica) le impediva di avvertire, fino in fondo, l’atmosfera che regnava sui libri impolverati, i mobili opachi, il computer spento ma, in qualche modo, vigile come una belva sonnacchiosa.
L’atmosfera di una veglia funebre.
A questo servono le cerimonie.
Lynn lo comprese con chiarezza in quel momento, come mai le era accaduto, neppure quando, due anni prima, suo padre era mancato e c’era stato tutto quello scambiarsi di strette di mano, e condoglianze, e baci fugaci su guance umide, vesti nere troppo fascianti e passi impacciati dentro scarpe rigide messe poche volte ed il coro che cantava “Danny Boy”.
Le cerimonie servono per ricordare, ma non solo. Servono per i vivi, più che per i morti, ma non solo. Servono soprattutto per riempire il vuoto, perché, senza quel frenetico quanto inutile affannarsi (come tutti, seppure non del tutto consciamente, sapevano), la cava ombra che si allarga dopo l’assenza rischia di soffocare chi rimane.
Il sole girò è le ombre si allungarono come tende nere dalla stanza di Wendell.
Sara, verso mezzogiorno, chiamò per sapere se poteva incontrare Lynn a pranzo e lei si rifiutò dicendo che aveva da fare e lasciando l’amica senza parole. Prima che potesse trovarle, riattaccò. Uscì e girò fra i negozi, le luci, la neve finta e le strenne che facevano l’impossibile per fugare l’ombra.
Quell’ombra.
Quando tornò in studio, Wendell non era ancora tornato.
Erano le cinque.
Forse non tornerà, o non tornerà in tempo. Potresti lasciargli la lettera sulla scrivania. Sarebbe più semplice. Lui ti telefonerà e, per telefono, sarà tutto più facile. O forse non ti telefonerà affatto.
Lynn prese la lettera di dimissioni ed attraversò il corridoio.
Era a mezza strada quando la porta dello studio si aprì
Lynn rimase impietrita mentre Wendell entrava.
“Temevo di non arrivare in tempo” disse.
Si è fatto bello – pensò Lynn – come per un matrimonio.
La similitudine, per quanto assurda, la colpì con evidenza, cacciando ogni altra impressione.
Wendell avanzò verso di lei.
Si era fatto tagliare i capelli ed indossava il suo vestito migliore.
Era un po’ ingrigito, sulle tempie, ma il taglio accurato era stato scelto per dargli quel fascino argenteo che, raramente, abbellisce. Il parrucchiere ci era quasi riuscito.
Quando giunse sotto la luce, Lynn si accorse che era appena abbronzato.
Si è fatto la lampada. Dio del cielo, Poe si è fatto la lampada.
Guardandolo attentamente si capiva che, sotto quella patina vagamente arrossata, stagnavano ancora settimane di pallore grigiastro, ma il risultato era più che egregio.
Il completo grigio scuro non stonava con la carnagione e, in qualche curioso modo, riusciva a mascherare le spalle ingobbite.
No, era ingiusta.
A modo suo, il suo capo avrebbe potuto anche sembrare un bell’uomo, non certo da rivista di moda, ma di quelli che colpiscono alla seconda occhiata, la più duratura e, forse, la più importante.
Sorrideva e, quando si avvicinò ancora, Lynn avvertì un discreto ma intenso profumo.
Poe fissò i suoi occhi verdi in quelli di Lynn e lei notò che, entrando, l’avvocato non aveva neppure guardato i ritratti del nonno e del padre, appesi alle pareti.
“Evelyn” disse.
Era Evelyn, per lui. Per suo marito, per i suoi figli e, ormai, anche per se stessa, era solo Lynn, ma per Wendell Poe lei era Evelyn. Era un nome che preferiva, segretamente, e che un tempo, aveva insistito perché anche agli altri lo usassero. Quel tempo, però era passato come… be’, come tante altre cose. Tuttavia, anche se Poe non poteva sapere che, nei suoi sogni di ragazza, lei non era mai Lynn, ma Evelyn, il suo capo la chiamava Evelyn.
Era questa una delle ragioni per cui era ingiusto.. era così difficile dare quella lettera di dimissioni ad un uomo che la chiamava Evelyn.
Poe mise una mano nella tasca della giacca ed estrasse una busta bianca, di quelle intestate.
“Qui c’è il nome di un mio buon amico, l’avvocato Ryerson… per quanto si possa essere amici tra avvocati… ecco… io…”
Glie la allungò. Deglutì.
“Sì, insomma, potrebbe servire nel caso lei….” Esitò ancora.
Suo nonno lo guardava corrucciato dal ritratto alle sue spalle.
Lynn la prese. “Ne riparleremo” rispose.
Poe annuì, lentamente. “Certo” disse, poi, con una grazia insospettata, quasi giocosa, fece un passo indietro allargando le braccia “come mi trova?” chiese.
Fece un giro su se stesso e si mise di nuovo di fronte a Lynn. Il suo sorriso era esile come una primula.
“Egregiamente” rispose lei. “Hai un appuntamento?” chiese dandogli, per la prima ed unica volta, del tu.
Lui annuì, un po’ imbarazzato.
No, non è solo imbarazzo. Lui sa, come sai tu. E come sa Psyche70.
“Lo confesso” ammise.
“Andrà bene”.
Le tese la mano.
“Arrivederci Evelyn”.
Lei glie la strinse. Non più a lungo del solito, né più forte. Non era il caso.
Nella vita reale, a differenza che nei romanzi, non si dice mai addio.
“Arrivederci”.
 
La luce dell’ascensore era fredda.
È stato meglio così.
No. Non così. Non è stato meglio. Poe meritava qualcosa di più. Qualcosa di reale.
È là con Psyche70, adesso.
Vai a quel paese.
Lynn premette il pulsante di risalita.
Non metterti in mezzo.
Ho le chiavi di studio. Ho ancora le dannate chiavi di studio, in borsa, quindi vai a quel paese.
La porta dell’ascensore si aprì e Lynn, attraversato il pianerottolo (attraversatolo di corsa, ma c’era bisogno di dirlo?) inserì le chiavi nella serratura.
Spinse.
“Vai a quel paese” mormorò.
Entrò.
Il corridoio era deserto.
Dalla porta socchiusa della stanza di Poe usciva la luce azzurrina dello schermo del computer.
Reggendo le chiavi, Lynn attraversò il corridoio.
Forse ha con sé una pistola. O forse s’è impiccato, che ne dici, eh? Trovarlo penzolante appeso a qualche trave e…
La stanza era deserta.
Non era né più fredda, né tenebrosa delle altre stanze, come se non lo fosse mai stata e, se mai Lynn aveva percepito o creduto di percepire qualcosa di maligno, in essa, se n’era andato per sempre.
Era una semplice stanza d’avvocato nella quale il titolare aveva lasciato acceso il computer.
Lynn si avvicinò.
Uno dei compiti di una brava segretaria è spegnere le luci e le apparecchiature, in modo da evitare danni e sprechi.
Per un breve, raggelante attimo, prima di raggiungere la poltrona, Lynn ebbe la fuggevole visione di Wendell Poe rantolante per terra, sotto la scrivania, ma il pavimento era vuoto.
Non ha potuto andarsene, vedi? La finestra è chiusa, la porta dello studio era chiusa e non si è sentito nessuno scendere le scale.
Il computer era acceso sulla pagina di Meetbook che recava il profilo di Wpoe.
La luce dello schermo illuminava il ripiano della scrivania.
Sulla tastiera era appoggiata una rosa rossa.
Quanto al cognac, niente.
Non era il caso.
I viaggi finiscono sempre con l’incontro degli amanti.
Lynn sussurrò appena.
“Buon viaggio, Wendell” disse.
 

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Eli Arrow il 2020-05-19 21:35:54

Effettivamente è lunghetto, qualche sforbiciatina magari si potrebbe anche darla, ma mi ha intrigato, nonostante l'abbia trovato un po' prolisso (ma, anche questo, ha i suoi estimatori).

Sempre intrigante l'oscillare fra il soprannaturale e ciò che è possibile (ma non necessariamente plausibile).

Apprezzato :)

e grazie delle indicazioni, nei prox giorni proverò a mettere qualche immagine, ciao.

Rubrus il 2020-05-20 18:04:34
Grazie innanzi tutto di esserti sciroppata la pappardella. In realtà, solitamente, su testi relativamente brevi non ho grossi problemi a tagliare, ma su quelli più lunghi sono più indeciso - non che mi affezioni troppo a quello che scrivo, solo che ho a volte l'impressione di avere l'imbarazzo della scelta.
Qui avrei tagliato, o taglierei, a parte alcune proposizioni qua e là, le scene in cui descrivo le dinamiche (totalmente inventate) del sito perchè ormai fuori tempo, fuori sincrono, rispetto al mondo dei social etc. e perchè dopotutto non dicono nulla di particolare. Dieci anni fa era un po' diverso perchè quel mondo era meno invadente. Però, proprio perchè è un racconto di anni fa, non so se in questo modo verrebbe fuori un racconto a mezzo e mezzo, nè carne nè pesce. E poi magari c'è da tagliare altro ancora... ma non saprei cosa.
Si accettano suggerimenti.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Mauro Banfi il Moscone il 2020-06-03 18:47:52
E allora, in tre comode puntate mi sono letto @anime, e come sempre tutto il tempo che si perde per Rubrus non è mai perso, ci sono tante cose positive e nutrienti che ti tornano indietro e ti ricambiano della fatica della lettura. Comincio dicendo una banalità: questo è un racconto da leggere più che da commentare e non voglio dilungarmi in saggismi e spoilerismi vari. Detto questo l'asse portante del racconto è questa bellissima idea originalissima - non l'ho mai vista in nessuna forma di fiction - della segretaria detective: come sempre, tra le righe, il detective Rubrus noir s'aggira con le sue indagini. E' importante, tra l'altro, questo racconto, perchè arriva in un momento in cui l'era informatica ha toccato il suo apogeo con l'ausilio di un terribile alleato: la pandemia. Con sgomento ho assistito alla resa, davvero un pò tristanzuola, degli insegnanti italiani alla didattica a distanza, con gli alunni che sono diventati maestri di trucchi web e di software per le videoconferenze , e i docenti i loro confusi allievi e tentennanti apprendisti - consultati e adorati acriticamente come i nuovi virologi del silicio. Ovunque si sente squillare le nuove fanfare del fanatismo social: Internet ci ha salvato durante il COvid-19! O tempora o mores! Viviamo in un nuovo tempo antistorico dove i fanatismi si stanno propagando a macchia d'olio. La scuola dovrebbe insegnare il pensiero critico, il chiaroscuro consapevole d'ogni fenomeno, e non questa nuova idolatria della tastiera e della webcam. Questa mancanza di critica verso il web è forse l'effetto collaterale più devastante della pandemia, questa discesa nell'abisso culturale della scuola social che tutti promuove e tutti eleva al prestigio del somarismo smanettone. Avessi sentito uno dire: leggiamo qualche libro, recitiamo del teatro nel parco, stando a distanza? Torniamo al racconto, perchè queste sono considerazioni mie, della mia anima di lettore - per stare in tema - e l'intreccio del magnifico racconto parla di altri temi. E allora, proprio nel massimo punto del suo apogeo, rivolgo, suggestionato da questo web tale la mia critica, e proprio non mi presto a genuflettermi a questa nuova "silicon age". E rivolgo questa domanda non solo a tutti, ma in particolar modo agli insegnati, lavoratori della cultura che mi stanno particolarmente a cuore. Una vita fatta solo di social web è sopportabile? Chi si distacca dalla vita "reale" sfugge a ogni contato -oggi diciamo a ogni contagio - sfugge anche - attraverso il velo e la maschera del nickname - all'esser pensato, conosciuto, vissuto, emozionato, ma tutto ciò non comporta il rischio di annientamento della vera vitalità psicofisica di ognuno di noi? Chi si distacca dalla vita con la maschera social "didattica a distanza", però, getta uno sguardo attorno a sè, spia l'orizzonte, spera nell'orrore dell'isolamento totale in cui è stato immerso di scorgere un suo simile che l'ascolti e gli sorrida e gli dica: "sì, hai ampi margini di miglioramento però, và pure e fai lo stesso, segui la tua strada". In questa ambiguità di solitudine forzata e straziante tensione all'amicizia ho visto passare ombre di sofferenze negli sguardi delle ragazze e dei ragazzi che hanno subito questo orrore di pandemia. Ho visto che la proiettavano nei miei occhi negli angoli bui delle strade dove si nascondevano, braccati dal coronavirus. Mentre smanettano e hacheraggiano quei ragazzi ti urlano nel silenzio della loro anima la loro ultima grande speranza, mai spenta, l'attesa degli amici, quando arrivate, quando arriverete per giocare? Ma come si può pensare di riempire questo terribile buco nell'anima con i bollini colorati e i demenziali" siete un pò sfocati, non prende bene la linea, non c'è adsl, non vi preoccupare tanto vi promuoviamo tutti" e tutte le cazzate infinite di zoom, meet e skype e altri software del nulla? Torniamo ancora al racconto - si è capito il mio gioco di commentare l'attuale con l'inattuale dell'arte narrativa rubrusiana? - La pietas, il minimalismo etico di Lynn e del detective Rubrus anche questa volta mi hanno profondamente commosso, come sempre, e il mio tempo di lettura ripagato - anzi mi vergogno profondamente di non corrispondere qualcosa come controvalore aureo per aver letto un minicapolavoro, ma forse sono l'ultimo uomo della terra a provare questo sentimento -. Per questo fantastico medium, Internet, tutto deve essere gratis e senza anima. Wendell stava aspettando un'amica e purtroppo Lynn è arrivata troppo tardi. Per Wpoe gli amici non sono arrivati e muore isolato da tutto e da tutti e dalla sua stessa anima? C'è orrore più grande? Per quante ragazze e ragazzi sarà lo stesso? Per quanti di noi succederà come nel racconto? PS E' struggente nel racconto quella memoria di Lynn in cui parla delle differenza dei racconti ascoltati in vacanza attorno al falò e la squallida comunicazione web con frasette inconcludenti stile social...un grande inno al nostro P.I.A.F, grande Rubry, antidoto al nichilismo compiuto del "social a distanza". Finchè provo emozioni di lettura così, non indietreggio di un passo...abbi gioia

Rubrus il 2020-06-04 09:09:42

Sulla didattica a distanza, per quel che ho potuto constatare io, ma non è un campione statisticamente significativo, mi pare che la maggior parte del corpo docenti la consideri un supporto, ma non un’alternativa, e spesso solo un supporto temporaneo, a quella in presenza.



Quanto al racconto, è uno dei pochissimi in cui la parte sentimentale (che è presente in molti miei più racconti di quanto possa sembrare) non è secondaria rispetto a quella weird / noir, ma i rapporti sono invertiti. È un racconto valido? Da lavorarci ce n’é, specie di tagli, ci ho provato e si vede anche graficamente (in parte di esso le virgolette sono caporali, in altra parte sospese, per esempio), ma dopo un po’ di tentativi non sono riuscito a capire esattamente dove intervenire e come e così ho lasciato perdere. Eppure, da buttare non mi sembrava, e alla fine ho deciso di pubblicarlo lo stesso. L’idea di adottare il punto di vista di un personaggio solitamente secondario, cioè la segretaria, deriva dall’esigenza di mettere come oggetto dell’indagine l’altro personaggio, lasciando tuttavia un margine di inconoscibilità che, ne sono convinto, si fa sempre più ampio quanto più cerchiamo di approfondire un animo umano (e che, narrativamente, si esprime con tutti quegli interrogativi irrisolti sul “come è andata veramente”). Una scelta stilistica, insomma, opposta a quella del racconto sul vegan, totalmente oggettivo e appuntato sull’esteriore e che lascia al lettore lo scavo, se vuole farlo, delle dinamiche sociali e psicologiche. Bah… sul sentimentale provo a tornarci nel prossimo racconto.



 


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Mauro Banfi il Moscone il 2020-06-04 11:52:18
Sinceramente scrivendo, io non taglierei neanche una frase; certo si può sempre dare un'altra bella strizzata all'ortografia e magari rendere più grafici con gli a capo certi paragrafi...insomma, tutte cose della superficie, importanti ci mancherebbe, ma diciamo della corteccia dell'albero. Ma c'è un gioco di rapporti tale, tra Wendell e la sua psiche e le sue cerchie esterne, tra Lynn e Wendell - e il suo mondo reale e virtuale - e la sua famiglia, le amiche, le cerchie esterne ecc, dove l'amputazione di una sola parte rende il tutto meno intelleggibile. Quando il focus di un racconto si è esaurito è tempo di potare, ma se, come in questo caso, il focus è bello vivo biosogna buttare dentro legna da ardere: io addirittura lo amplierei intoriducendo alrti rapporti, come una resa di conti tra il marito di Lynn e Wendell, e così via... Perchè Wendell si chiude fuori dal mondo solo per gridare, venite amici...acceso questo fuoco narrativo si apre la strada al romanzo. Il problema non è tanto la didattica a distanza quando la presunta necessarietà obbligata del Web. Non lo senti nei mass media il trionfalismo imperante della civiltà - per me non cultura - social? E' diventata un'altra forma di fanatismo insopportabile. Ciao.

Rubrus il 2020-06-04 12:02:37
Oh altrochè se lo sento, il peana dei volenterosi schiavi del web... tutti ansiosi di salire sul palco dove l'orchestrina del Titanic strimpella l'ultimo ballo.

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