707 OPERE PUBBLICATE   3522 COMMENTI   80 UTENTI REGISTRATI

Utenti attivi:

RICERCA LIBERA E FILTRI DI VISUALIZZAZIONE

Sezioni:    Narrativa   |    Saggistica   |    Poesia   |    Narrativa di gruppo e collaborazioni tra utenti   |    Momenti di gioco e umorismo a premio e turismo culturale.   |   

Ricerca per genere e utente (work in progress)

Priscilla

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Jack Scanner

pubblicato il 2020-05-13 16:58:22


   Avevo mangiato troppo, diamine.

   Ruttai così forte che il suono si sentì fino fuori. Non me ne preoccupai perché tanto abitavo in campagna e non circolava quasi nessuno. E poi i vicini erano distanti almeno cinquanta metri. I coniugi Martial. Già. Avevo avuto a che fare con loro per una banalità ma si erano dimostrati arcigni e avidi. Meglio dimenticare, mi dissi.

   Decisi di andare a fare due passi e magari arrivare fino al cimitero. Era abbastanza lontano per smaltire un po’ di pancia, visto che ultimamente mi ero ingrassato un po’. Era la mancanza di lavoro e non mi stavo muovendo per niente. In senso fisico, si intende. Il lavoro lo stavo cercando e le domande le facevo, solo che non mi rispondeva nessuno.

   Uscii e cominciai a camminare.

   In pochi minuti fui davanti alla casa dei Martial e sperai di non incontrarli. Non avevo voglia di discutere in quel momento. Ero un po’ in affanno e un po’ nervoso anche, senza sapere bene perché. Sono momenti che capitano a  tutti.

   Accelerai il passo e nel giro di qualche minuto fui davanti al cimitero. Un luogo spettrale, pensai. Mi ha sempre messo paura. E c’era da crederci.

   In quell’istante cominciò a piovere ed io imprecai. Non mi ero portato nemmeno l’ombrello e cosa ancora più grave non avevo fatto caso che il cielo era tutto nuvoloso. Poteva succedere anche questo ma, per diamine, ne succedevano troppe ultimamente.

   Nel giro di qualche secondo, scese giù il diluvio.

   Non seppi cosa fare all’inizio. Restai imbambolato al piazzale a prendermi la pioggia fredda come ghiaccio, poi, quando la mia mente si risvegliò, diciamo, da una specie di torpore, mi affrettai ad entrare al vecchio cimitero per trovare riparo. Fuori non c’era nulla sotto cui ripararmi ma dentro, pensai, doveva esserci per forza qualcosa. Magari anche solo una tettoia.

   Corsi, diedi una spinta al cancello mezzo scassato e arrugginito, ed entrai. Un fulmine sparò la sua elettricità nell’aria e mi sembrò che fosse vicinissimo. Mi spaventai e mi parve che mi si drizzassero i pochi capelli che avevo. Non potevo trovare momento peggiore, pensai. Scossi la testa per qualche secondo e feci mente locale su una cosa. Mi chiesi se avessi dimenticato qualche finestra aperta di casa. Mi parve di no ma non ne fui sicuro.

   Mi infilai dentro la prima cappella che trovai. Non so se si chiami esattamente così, ma era una casetta in cui c’erano diverse lapidi. In ogni caso fui al riparo.

   <<Quant’acqua!>> esclamai desolato.

   Quel luogo metteva davvero i brividi e non potei fare a meno di guardarmi attorno, come se dietro di me ci fosse qualche scheletro. Sia a destra sia a sinistra c’erano due lapidi, una sopra all’altra, e, ahimè, una di queste riportava il nome e la foto di Priscilla McCarthy.

   Sbarrai gli occhi. Finora non ho detto nulla di questa ragazza per non rovinare il racconto che sto facendo, ma Priscilla era stata la mia compagna fino a tre mesi prima. Poi lei mi aveva lasciato per non so quale motivo, ed era apparsa strana, molto strana. Adesso è morta, pensai. Avevo ancora gli occhi sbarrati e non potevo credere alla sua fine.

   Intanto la pioggia era diminuita e sinceramente stare lì dentro mi stava creando disagio, così io uscii fuori bagnandomi meno che in precedenza. Diedi uno sguardo al cielo e vidi che stava tornando il sereno e il caldo di metà maggio.

   Mi incamminai per tornare a casa. Non era ancora buio e nel caso si fosse fatto scuro, avrei avuto in ogni caso l’ausilio dei lampioni. Ce n’erano pochi ma illuminavano a sufficienza.

   Camminai per quattro o cinque metri e sentii dei rumori alle mie spalle. Furono rumori di qualcuno che stava camminando sul brecciolino come me e la cosa mi risultò molto strana perché il cimitero era chiuso a quell’ora. Temetti per qualche secondo che fosse qualcuno di guardia e che volesse multarmi. Già non avevo tanti soldi ed una multa sarebbe stato il ko finale.

   Mi girai subito e vidi Priscilla ad un metro da me.

   Urlai forte e, arretrando, inciampai sui miei piedi e caddi all’indietro. <<Tu… Non è possibile, sei morta…>>

   Aveva il volto pallido e mandava una puzza pungente di pesce marcio. Mi rialzai vedendo che era innocua e rimasi in piedi ad osservarla.

   <<Mi sono suicidata, Steve. Dopo che ti ho lasciato, ho frequentato un certo Norman Case che mi ha indotto al suicidio. E’ colpa sua se sono così adesso. Devi aiutarmi ad ammazzarlo.>>

   Stavo sentendo bene? Certo, amico mio, sei in piena coscienza. Priscilla è tornata in vita assetata di vendetta. Tutto mi sembrava confuso come una giostra di colori immischiati che andava a folle velocità.

   <<Devi ucciderlo tu. Ricorda, Norman Case.>>

   Mi guardò ancora poi si girò e camminò verso la cappella in cui ero stato fino a poco prima. Quando non la vidi più, mi misi a correre verso casa e andai subito a dormire. Era stato un incubo reale che mi aveva scosso con veemenza. Non dormii subito ma ci impiegai un po’ di tempo. Avevo tremori dappertutto per quelle due notizie, e cioè che Priscilla era morta e si era suicidata.

   E poi che era resuscitata.

   Le volevo ancora bene. Decisi la mattina dopo di cercare Norman Case e tramite internet venni a sapere dove abitasse. Ormai avevo il cuore in tumulto tutti i giorni e non riuscivo a togliermi dalla mente quella puzza di cadavere in decomposizione. Avevo anche un dubbio. Priscilla probabilmente mi avrebbe perseguitato finché non avrebbe raggiunto il suo scopo tramite me, vale a dire uccidere Norman.

   <<E io non voglio morire>>, dissi davanti al computer.

   Guardai fuori dalla finestra e vidi che c’era il sole. Feci un’espressione soddisfatta sebbene non mi sentissi tranquillo.

   Attraverso una serie di appostamenti che feci quella mattina davanti l’abitazione di Norman, riuscii a vederlo. Era una belva, diciamo. Era alto almeno due metri, con i capelli rasati e una mascella pronunciata fortemente. Deglutii dentro la macchina ed ebbi paura. Cercai di non farmi notare e sprofondai il più possibile nel sedile. Avevo indossato anche gli occhiali da sole per stare più sicuro.

   La seconda volta che uscì fuori, Norman salì in macchina svelto e partì. <<Adesso ti seguo e poi ti uccido>>, mormorai. Ero in uno stato di abbandono terribile e mi sentivo trascurato. Tremavo da capo a piedi e non sapevo in che modo ucciderlo. Guardai il volante della mia Ford e mi venne in mente che dovevo investirlo. Sì, era la cosa migliore e più facile, ma dovevo farlo quando nessuno mi avrebbe visto. Non volevo essere linciato dalla gente. Quel Norman Case doveva essere un tipo con molti amici importanti.

   Seguii Norman fino al parco, dove lui si fermò. Mi fermai anch’io ma più avanti di lui, per essere sicuro che scendesse lì. Dunque hai un appuntamento, pensai. Mi si stavano facendo sotto le forze. Non sapevo da dove venissero ma ricominciai a sentire fiducia in me e coraggio. Era come una carica positiva che mi trasmetteva benessere. E poi dovevo farlo per Priscilla.

   Tornai a casa. Guidai tranquillo e solo poche volte diedi un’occhiata allo specchietto retrovisore per vedere se il suv di Norman mi stesse seguendo. La situazione era sotto controllo.

   Entrai in casa e sentii di nuovo quella puzza di pesce andato a male, poi, con mio grande orrore, vidi Priscilla sbucare dalla cucina. Era in putrefazione ed emanava quel cattivo odore. I suoi occhi erano neri, completamente neri, e mi fissavano con malignità.

   <<Priscilla>>, esordii alzando le mani. <<So come ucciderlo perché so dove abita. Ho pensato di investirlo ma è troppo rischioso. Vado a casa sua e lo ammazzo. Ci vado stasera se vuoi.>>

   Lei annuì e rientrò in cucina. Avevo paura che prendesse un coltello e mi uccidesse, e la seguii. Entrai in cucina e non vidi nessuno. <<E’ scomparsa>>, bisbigliai incredulo.

 

   Era notte.

   Avevo parcheggiato lungo il marciapiede prima della casa di Norman Case. Sembrava tutto tranquillo. I lampioni illuminavano la strada debolmente e ogni tanto passava qualche macchina. Il mio timore era che se restavo troppo tempo lì dentro davo nell’occhio, e soprattutto avevo paura che passasse una pattuglia della polizia. Avevo con me la pistola, cavoli, e mi potevano anche arrestare senza giustificato motivo. Cerca di sbrigarti, mi dissi.

   Sapevo che Norman era a casa perché c’era la sua macchina lì fuori. Lo avevo anche visto uscire fuori per portare l’immondizia ai bidoni. Questo è il momento adatto, mi ripetei un paio di volte a mente. Avevo paura ma era normale. Era una paura simile a quella che avevo quando vedevo Priscilla con gli occhi del tutto neri, senza cornea. Se io non uccidevo Norman, lei uccideva me, ne ero certo. Era come una ruota pazza che gira a caso.

   Scesi dalla macchina e andai alla casa di Norman. Attraversai la strada senza problemi e mi ritrovai alla porta di casa. Avevo la pistola dietro la schiena e mi guardai intorno per vedere se ci fosse qualcuno. Avevo lasciato anche la macchina aperta, senza chiudere a chiave. Lo faccio per te, Priscilla, mi dissi, e anche per me.

   Soprattutto per me. Per liberarmi di tutti.

   Suonai il campanello.

   Tirai fuori la pistola e attesi. Avevo l’arma davanti alla pancia e stavo sudando. Sentii dei passi lenti. La porta si aprì e apparve Norman. Era una montagna e guardò subito la pistola, ma io fui più veloce di lui. Gli sparai due volte e lui cadde per terra. Poi spinsi il corpo più dentro e gli sparai una terza volta, per sicurezza. Chiusi immediatamente la porta e tornai in macchina.

   Ripartii senza pensare a nulla.

   Avevo già pensato troppo.

 

   Rientrai in casa distrutto.

   Chiusi la porta dietro di me e posai le chiavi di casa e della macchina sul mobiletto all’ingresso.

   Ero stanco e mi tremavano le gambe e restai fermo appena oltre la porta. La pistola era dietro la schiena. Ora non ti serve più, amico. Rimettila a posto, anzi, gettala da qualche parte, magari non ora. Già, era la cosa migliore da fare. La mia mente era debole quanto il corpo. Non riuscivo a pensare bene, come avrei voluto, ma di una cosa ero certo: ora dovevo affrontare Priscilla.

   Andai in cucina molto lento ma non vidi nessuno. <<Non c’è nemmeno puzza di pesce.>>

   Erano le quattro del mattino quasi, mancavano cinque minuti, e andai a letto. Mi sdraiai senza spogliarmi. Guardando il soffitto pensai ad una cosa. Forse Priscilla aveva saputo tutto in qualche modo, e se ne era tornata al vecchio cimitero. Senza nemmeno ringraziarmi.

   Feci una risatina strana perché in fondo ero contento.

   Adesso volevo solo dormire, poi, la mattina, forse sarei andato a vedere la sua lapide.

   Forse.

 

SEGNALA ALL'AUTORE IL TUO APPREZZAMENTO PER QUESTA PUBBLICAZIONE

SEGUI QUESTO AUTORE PER ESSERE AGGIORNATO SULLE SUE NUOVE PUBBLICAZIONI

L'AUTORE Jack Scanner

Utente registrato dal 2018-03-31

ALTRE OPERE DI QUESTO AUTORE

I topi Narrativa

Il gatto morto Narrativa

Porte Narrativa

Luna Park Narrativa

Priscilla Narrativa

L'amante Narrativa

I soldi Narrativa

La gravidanza Narrativa

L'uomo dei panini Narrativa

La sepoltura Narrativa

La telefonata Narrativa

Il debito Narrativa

Il nonno Narrativa

DIVIETO DI RIPRODUZIONE

E' assolutamente vietato copiare, appropriarsi, ridistribuire, riprodurre qualsiasi frase, contento o immagine presente su di questo sito perché frutto del lavoro e dell´intelletto dell´autore stesso.
É vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
É vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall´autore.

Rubrus il 2020-05-15 12:30:20
A me è piaciuto. La trama è semplice - senza andare troppo lontano, è quasi ancestrale: lo spirito che chiede vendetta - e direi che in fondo è inutile cercare arzigogoli se la storia funziona da millenni. Stilisticamente, stavolta il personaggio si prende - o meglio, se lo prende il lettore attraverso di esso - il tempo che serve per vedere, sentire e toccare quello che succede, entrando in profondità, ma senza sdilinquirsi nè senza essere melodrammatico e lasciando parlare i fatti e le sensazioni senza affogarle nei paroloni.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO