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VEGAN

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Rubrus

pubblicato il 2020-05-12 12:17:17


Che situazione del cavolo.
Dopo aver fatto per tre volte il giro dell'isolato in cerca di parcheggio, l'auto di Marco aveva iniziato a sobbalzare come un mulo assalito da uno sciame di tafani e si era fermata.
Ovviamente, nel punto più lontano da casa.
Marco girò per l'ennesima volta la chiave dell'accensione. Il motore gli rispose con un rantolo senza speranza avvisandolo che, ormai, si era all'accanimento terapeutico.
Rivolse un nostalgico pensiero a suo nonno – meccanico in grado di capire la natura del problema da un semplice rumorino – poi scarabocchiò un “guasta” sul retro di un volantino pubblicitario (almeno non mi faranno la multa tentò di consolarsi) e lo appiccicò al parabrezza, infine scese.
Chiama un taxi.
Come molti, Marco aveva ogni tanto delle intuizioni o delle sensazioni che la sua parte razionale traduceva in una sorta di bisbiglio mentale. Sperava non fosse segno di pazzia e, col tempo, si era convinto che capitasse a tutti, anche se non aveva mai osato chiederlo a nessuno.
Stavolta, però, non era stato un sussurro. Un grido, piuttosto. Lo soffocò con un risolino nervoso.
Tra lui e casa c'erano solo cinquecento metri di giardini pubblici ben illuminati da lampioni tranne nel mezzo, dove quercioli bisognosi di potatura creavano un'isola di buio. Per questo era andato ad abitare in quella zona. Giardini, case nuove, strade tranquille e la grande area di Boscurbano, a soli altri cinquecento metri sulla sinistra.
Ecco, mica doveva attraversare Boscurbano, rifletté mettendosi in cammino.
Si era fatto suggestionare dalla conversazione di quel pomeriggio con Antonio.
Il Vegan.
Un ecologista estremo che imperversava sui social media, sostenendo che l'uomo non era il vertice della catena alimentare e che, quindi, avrebbero fatto bene a proibire il consumo di carne – oltre che adottare altre misure altrettanto deliranti.
Uno squilibrato monomaniaco come tanti.
Finché, un mattino, avevano rinvenuto in un fosso il cadavere di un ricercatore noto per le sue posizioni in difesa della sperimentazione sugli animali. L'uomo era stato ucciso altrove e lasciato lì perché i topi lo sbranassero. A quel punto qualcuno aveva suggerito il collegamento col Vegan, poi le ipotesi si erano accavallate. A valanga. Le autorità avevano ipotizzato che ci fosse lui dietro alcuni delitti irrisolti. Il direttore di un centro carni. Un pellicciaio. Un chimico che lavorava in una fabbrica di OGM.
«Tu potresti essere il prossimo» aveva scherzato Antonio, un collega di Marco «sei o non sei il direttore di “Io caccio?”».
Le parole dell'amico tornarono in mente a Marco mentre stava per entrare nella zona non illuminata del giardino. Fu tentato di tornare sui propri passi e aggirare l'area verde.
Che situazione del cavolo. Da film dell'orrore.
Ma certe cose succedevano solo nei film, appunto. Di solito in quelli brutti.
Si rimise in cammino, prima lentamente, poi, quando fu sotto gli alberi, più velocemente.
Già ma nessuna vittima di omicidio pensa che toccherà proprio a lui.
Accelerò ancora. Era buio, più di quanto pensasse. Ma presto avrebbe visto i lampioni dalla parte opposta di quella galleria vegetale.
Tic. Tic. Tic.
Cos'era quel rumore? Niente. Solo la sua immaginazione. La sceneggiatura di un filmaccio di genere. Il poveretto pensa che gli accadrà qualcosa di brutto e... tah – dah – indovinate un po', gli accade davvero qualcosa di brutto.
Tic tic tic.
Eh no, cavolo. Non poteva farsi prendere dalla sindrome di Cappuccetto Rosso, proprio lui, il direttore di “Io caccio” - e poco importava che l'avessero trasferito lì da “Classe e collezionismo”, una rivista a capo della quale si trovava decisamente più a suo agio.
Si impose di fermarsi. Ecco, si sarebbe dimostrato uomo, si sarebbe voltato e avrebbe verificato che, alle sue spalle non c'era...
Tic. Tic. Tic.
Artigli.
Artigli un corno. Un gatto al massimo.
Ok, ma adesso tu torni indietro. E quanto al mostrarsi uomo ne parliamo un'altra volta, va bene?.
Si girò.
La sagoma massiccia del cane si stagliava contro il riquadro di luce dalla parte opposta della galleria.
La bestia si fermò. Gli occhi, riflettendo un po' di luminosità venuta da chissà dove, erano rossi, ostili.
Marco si fermò, la gola ridotta alle dimensioni di un spillo e lo scroto che pareva volersi nascondere dietro le tonsille.
Il cane emise un basso ringhio minaccioso, molto più sonoro del motore della sua auto defunta, poi riprese ad avanzare.
Tic. Tic. Tic.
Il rumore scosse Marco che prese a camminare all'indietro. Non correre. Se fosse fuggito, il cane l'avrebbe raggiunto in un secondo.
Procedettero così per metri, impegnati in una specie di tiro alla fune.
Poco a poco, Marco avvertì il suo corpo assorbire lo shock, come abituandosi a uno sbalzo termico.
Dopo quella che gli parve un'eternità, emerse alla luce. Poco dopo, il cane.
Non era un randagio. Il pelo era nero, lucido, curato. Al collo, una spessa striscia di cuoio. Niente guinzaglio.
Un mastino, con un bel po' di sangue di qualche altro bastardo.
Non aveva la rabbia: niente bava o movimenti scomposti, tuttavia, la calma determinazione con cui lo braccava era altrettanto terrificante.
Sei alla luce, ma non hai affatto risolto la situazione.
Lentamente, Marco si asciugò la mano sui pantaloni.
La bestia pareva decisa a tallonarlo, ma niente più. Forse, se fosse stato molto, ma molto fortunato...
Estrasse il cellulare.
Il cane attaccò latrando.
Marco strillò alzando le braccia e proteggendosi il volto.
Il telefonino volò via, proiettato dal movimento scomposto.
L'uomo avvertì un fiotto di urina inzuppargli i pantaloni e capitombolò all'indietro, la carne che già sentiva le zanne della bestia lacerarla. Gli sfuggì un gemito e chiuse gli occhi, poi udì ringhi e rumori di ossa frantu... no, non erano le sue ossa.
Abbassò le braccia e vide il cane avventarsi sul cellulare. La bestia lo calpestò con le zampe, poi lo afferrò con le fauci e prese a sgranocchiarlo come se fosse un biscotto, scuotendo la testa e spargendo i frantumi ovunque, infine posò di nuovo gli occhi su Marco.
L'uomo si alzò, incredulo, mentre il cane lo fissava con feroce, agghiacciante consapevolezza.
È addestrato. Per la salopette di Ezechiele Lupo, è addestrato.
Cautamente, Marco riprese a camminare all'indietro. Il cane non si mosse. La ferocia dell'assalto non sembrava aver scombussolato i suoi piani.
Non posso camminare a ritroso fino a casa, ma non posso neanche non provarci.
Proseguì, stando attento a non finire sull'erba scivolosa.
A un tratto il cane lo superò sulla destra, quindi si accucciò sulle zampe posteriori guardandolo con la lingua penzoloni, come se si divertisse.
Marco si fermò, poi uscì dal viottolo, cercando di seguire un percorso ad arco.
La bestia si alzò e fece la stessa strada, sempre mantenendo la distanza.
Mi sta tagliando la strada.
Marco si bloccò e la bestia pure, come se giocasse alla versione canina del gatto e del topo.
È un cane da caccia. Dovrei caprine un po', visto che dirigo una rivista specializzata. Da punta, per essere precisi. Addestrato per spingere la preda verso...
Il Vegan.
Marco saettò la testa intorno. Il giardino era deserto. Certo, qualcuno avrebbe potuto nascondersi tra gli alberi, ma ci era passato prima e...
Il cane ringhiò in modo meno minaccioso, come se volesse dirgli che non avevano tutta la notte a disposizione.
Marco fece un paio di passi in direzione degli edifici e il cane scattò in avanti, abbaiando un paio di volte.
Non sarebbe arrivato nessuno e, soprattutto nessuno sarebbe arrivato in tempo. Del resto, ormai era chiaro, la belva non era disposta ad attendere a lungo.
Cambiò strada, rivolgendo una preghiera silenziosa a un dio che aveva dimenticato da tempo e che doveva aver cancellato il suo nome dalla rubrica telefonica.
E infatti le cose andarono come aveva temuto.
Il cane riprese a seguirlo, ma in modo meno minaccioso, come se volesse incoraggiarlo.
Lo stava spingendo verso Boscurbano.
Per arrivarci si doveva attraversare una strada secondaria e percorrere un viottolo in terra battuta lungo non più di cinquanta metri.
Naturalmente, a quell'ora il parco sarebbe stato chiuso: essendone un assiduo frequentatore, Marco sapeva che, alle otto di sera, i cancelli venivano sprangati.
Attraversò la strada. Era deserta, ma non c'era da sperare che la belva gli permettesse di ricevere aiuto da un inaspettato quanto caritatevole passante.
Dopo pochi passi, raggiunse il viottolo.
Si voltò e vide l'animale tallonarlo.
Lanciò uno sguardo ai palazzi alla sua destra. Solo una finestra era accesa. A quella distanza, anche se avesse gridato, nessuno lo avrebbe sentito. Il riquadro luminoso scomparve alle sue spalle.
Davanti a lui si estendeva la vasta, nera sagoma degli alberi di Boscurbano
L'avrebbero trovato lì, magari proprio in quella roggia che gli gorgogliava accanto e... – tah dah – guarda un po', a Marco è capitato qualcosa di brutto.
Vide le punte dell'inferriata che chiudeva l'accesso a Boscurbano, poi le sbarre.
E si accorse che il cancello era aperto.
Ovvio.
Era logico, infatti. Vegan sosteneva che l'uomo non era più il vertice della catena alimentare. Da predatore era diventato preda. Preda del Vegan. Incalzato dal suo cane da caccia e spinto verso il suo terreno di caccia.
Marco si bloccò, ma, stavolta, la bestia non fece altrettanto. Accelerò anzi l'andatura, come se volesse caricarlo.
Il terrore ebbe il sopravvento e Marco corse dentro il parco. Dopo pochi passi, fu all'ombra degli alberi che crescevano a ridosso dell'entrata. Al buio più completo. Inseguito dai latrati della belva.
Corse ancora, poi si accorse che l'intensità dei ringhi scemava. Il cane si era fermato, probabilmente in corrispondenza dell'ingresso. A un tratto, tacque.
E, nel silenzio che seguì, Marco udì lo stridio metallico del cancello che veniva chiuso.
Il Vegan l'aveva appena imprigionato nella sua privata riserva.
Marco si inoltrò nel parco. Sapeva che tornare indietro avrebbe voluto dire cadere nelle mani del suo inseguitore. Ancora qualche metro e fu fuori dall'ombra degli alberi. La luce della luna rischiarava la strada in terra battuta davanti a lui in mezzo a un prato di erba accuratamente rasa, interrotto qua e là da cespugli.
Se quella era una battuta di caccia, però, lui conosceva il terreno. Andava a correre al parco quasi tutte le settimane e sapeva che, dopo aver proseguito per un centinaio di metri, la strada curvava a destra, quindi, dopo essere passata sotto un secondo macchione, più folto di quello all'ingresso, costeggiava la cascina dove stavano gli addetti alla manutenzione del parco.
E, a quanto sapeva, abitava il custode.
Scattò, conscio di essere un bersaglio fin troppo facile sulla ghiaia bianca della strada.
Divorò in pochi istanti la distanza cercando di ignorare tutto tranne le sue gambe che lo proiettavano in avanti e il ritmo del fiato, come se stesse partecipando a una gara. Non appena fu sotto il macchione cominciò a urlare.
L'ombra lo avvolse e percorse gli ultimi metri alla cieca, poi sbucò sullo spiazzo davanti alla cascina. Era sprangata da una vecchia, grande porta in legno alta due, tre metri, e rinforzata da assi disposte ad X come l'ingresso di un castello medievale.
Non si arrestò, ma mutò lo slancio in salto e, sempre urlando, si avventò sulla porta, arrampicandosi e usando le assi incrociate come bizzarri scalini.
La porta rimbombò tuonando.
Marco scivolò, urlò, riprese a salire.
Udì un ronzio simile a quello di un grosso calabrone e un tonfo accompagnato da una vibrazione sonora, come se qualcuno avesse pizzicato una corda di chitarra a pochi millimetri dal suo orecchio.
Poi vide la freccia infissa nella porta.
E, voltatosi, il Vegan.
Era una silhouette nell'esigua luce lunare, più piccola di quanto Marco avesse immaginato. Il tipo di fisico adatto a correre e saltare nella boscaglia più fitta. In mano aveva un arco e sulla spalla si vedeva la sagoma di una faretra.
Era un compound, un arco da caccia corto, potente e preciso, adatto agli ambienti boscosi.
E, soprattutto, silenzioso e letale.
Il Vegan rimase immobile. Anche così, comunicava una sensazione di agilità, di forza nervosa. Indossava una specie di divisa militare, scarponi e un berretto che gli nascondeva la faccia.
Marco chiamò aiuto.
Il Vegan non si scompose.
Il parco era silenzioso. Di giorno si sentiva il cinguettio degli uccelli, il ronzio degli insetti, i fruscii dei piccoli animali che sfrecciavano nel sottobosco. Di notte, in assenza di disturbatori, i rumori della natura avrebbero dovuto essere più forti. E invece niente. Ma era logico. C'era un predatore in giro.
Marco si lasciò cadere a terra.
Era impossibile che il custode del parco non l'avesse sentito.
A meno che tu non ce l'abbia davanti, il custode.
Lentamente, il Vegan prese un'altra freccia.
Marco chiuse gli occhi.
L'altro scoccò.
Il dardo andò a conficcarsi poco sotto alla prima, più vicina alla sua testa.
Marco cercò di ricordare come fossero state uccise le altre vittime del Vegan, ma non ci riuscì. Aveva dato a quegli articoli poco più di una scorsa: non amava la cronaca nera. Se fossero state trapassate dalle frecce, però, se ne sarebbe ricordato: era un particolare troppo insolito per passare inosservato.
Il Vegan non si muoveva.
Vuole farsi la sua dannata battuta di caccia. Sarà anche uno psicopatico, ma è uno sportivo. Facile che consideri poco leale servirsi di armi da fuoco. E sicuramente si vuole divertire.
Cane da punta, parco trasformato in una riserva di caccia, uso dell'arma bianca. Aveva senz'altro programmato tutto; probabilmente anche il guasto all'auto era opera sua.
Il Vegan prese un'altra freccia. Era tre il numero perfetto. Questa volta non avrebbe sbagliato.
A destra di Marco lo spiazzo si restringeva in un viottolo che conduceva a un altro ingresso, senza dubbio sbarrato. A sinistra il viottolo proseguiva, s'inoltrava nel bosco tagliando in linea retta il parco, poi si biforcava. Da una parte si arrivava ad un terzo ingresso, dall'altra ci si dirigeva verso il centro del parco, dove si trovava un laghetto artificiale con al centro un isolotto.
Il Vegan incoccò la freccia.
Marco scattò.
Si diresse a destra, verso il cuore del parco, nascondendosi all'ombra di una nuova galleria di alberi.
Per arrivare all'altro ingresso, quello sul lato opposto a quello da cui era entrato, c'erano poco più di duecento metri, ma Marco sapeva che cosa sarebbe successo se si fosse diretto là: avrebbe trovato chiuso anche quell'accesso e, tornando indietro, si sarebbe trovato il Vegan, stufo di quella preda così idiota da non concedergli neppure qualche ora di svago decente. Lo avrebbe infilzato senza troppi complimenti.
All'ultimo momento scartò di nuovo a destra, dirigendosi verso il centro del parco e il laghetto.
In quel punto il percorso non era più coperto dalla ghiaia e Marco scivolò sul sottile strato di fanghiglia formato dalla rugiada notturna. Indossava scarpe di cuoio e non era lo stesso che avere le scarpe da corsa che indossava quando usava a fare jogging.
Riuscì a mantenersi in piedi al prezzo di una fitta di dolore alla caviglia sinistra. Pregò che non fosse una slogatura e la sua invocazione fu esaudita. Dopo qualche passo barcollante, riprese a correre.
A pochi metri già vedeva l'oscurità diradarsi, sprazzi di cielo notturno rilucevano sopra lo specchio d'acqua.
E poi?
Si fermò.
Fino a quel momento aveva agito come un coniglio inseguito dal lupo, ma non poteva andare avanti così.
Il cuore gli rimbombava nelle tempie. Non era così fuori forma, ma una corsetta periodica per mantenere la linea non aveva nulla che fare con una fuga per salvarsi la pelle. Non avrebbe potuto reggere per molto, anche ammesso di riuscire a dominare il panico. Sarebbe riuscito a scappare solo finché sarebbe piaciuto al Vegan.
Cercò di percepirne i passi nell'oscurità, ma invano, poi si gettò a capofitto in avanti.
Solo che, invece di prendere la strada che costeggiava il laghetto, tirò dritto lanciandosi in mezzo alle canne che crescevano lungo la riva.
L'acqua risuonò come se si fosse sollevata un'onda di tsunami e un paio di anatre si alzò starnazzando con un baccano d'inferno. Se la sua intenzione era nascondersi, tanto valeva farlo sotto un'insegna luminosa.
Si chiese se fosse il caso di mettersi a nuotare per raggiungere l'isolotto, ma non fece in tempo a esaminare l'idea che udì i tonfi attutiti dei passi del Vegan.
Represse l'impulso di sbirciare attraversare le canne che si erano richiuse su di lui, proteggendolo.
Non fare l'idiota. Questa non è una palude o una savana. È solo un macchione di canne poco più grande di un bagno di servizio. Pochi metri quadri. E poi, credi di non avere lasciato tracce tra la vegetazione? Chissà quante ne avrai rotte, o piegate.
Rifletté di nuovo se provare a nuotare verso l'isolotto, ma lasciò perdere. Nell'acqua, al chiaro di luna, la sua sagoma sarebbe stata nettissima. Sarebbe stato come una pesca sportiva alla trota.
Udì un sibilo, poi il tonfo di un sasso nell'acqua e, ancora, ebbe l'impressione che il Vegan sbagliasse i tiri apposta.
Certo, una sassata poteva non essere mortale, ma, non appena si fosse stufato di giocare a nascondino, il Vegan sarebbe passato alle frecce. O magari sarebbe venuto a prenderlo di persona.
Altro sasso. Più vicino.
Senz'altro lo aveva individuato. Capace che fosse in grado di acciuffarlo senza neanche bagnarsi gli stivali.
Muoviti, prima che perda la pazienza.
Raccogliendo le forze, Marco schizzò fuori, riprendendo lo sterrato che bordeggiava il laghetto.
Il Vegan era dietro di lui, più lontano di quanto si aspettasse.
In piena luce, poteva vederlo meglio. Indossava una specie di mimetica e scarponi. Un berretto da cui spuntavano ciocche ribelli gli nascondeva il viso.
Il Vegan girò la testa puntando Marco come un serpente che ipnotizza un uccello.
Marco riprese a correre, le gambe impacciate dai pantaloni fradici. Tuttavia, la sosta aveva ridotto il livello di adrenalina e ora riusciva a coordinare meglio i movimenti.
Conscio che, se avesse voluto trafiggerlo, il Vegan lo avrebbe già fatto, Marco cercò di ricostruire una mappa mentale del parco.
Era entrato dal lato est, dove si trovavano due ingressi.
A ovest ce n'erano altri due, ugualmente protetti da cancellate, mentre a sud, alle sue spalle, nulla.
A nord, invece...
Si voltò ancora.
Il Vegan aveva preso a inseguirlo, l'arco a tracolla. Aveva un'andatura elastica, cadenzata. Si capiva che avrebbe potuto andare avanti così per ore. Ma Marco no.
Certo, lo stava spingendo verso nord e quindi era più che probabile che anche quella via d'uscita fosse sbarrata. Era evidente che il Vegan stava giocando con lui come una palla da biliardo, spingendolo contro i confini del parco, finché non fosse arrivato il momento di mandarlo in buca. Per sempre.
Tuttavia...
A quanto Marco ricordava, l'ingresso nord di Boscurbano era sbarrato da una rete e una semplice porta in legno chiusa da un lucchetto, facile da abbattere.
Nei film l'eroe dava una spallata o un calcio e la porta cedeva. Marco era certo che nella realtà non fosse così. Se ci avesse provato sarebbe finito con una spalla rotta e piena di schegge, ma forse avrebbe potuto scavalcare la porta prima di essere alla portata delle frecce del Vegan.
Raddoppiò gli sforzi e, in breve, si lasciò alle spalle lo specchio d'acqua.
Pochi metri ancora e sarebbe stato di nuovo sotto gli alberi.
Era certo che il Vegan avesse previsto la sua mossa, ma era anche sicuro di non averne altre. Tutto stava a correre come mai non aveva corso in vita sua.
E Marco corse.
Buio.
Un altro sibilo sopra la sua testa.
Un'altra freccia, ma stavolta non sta giocando. Sta tirando.
La volta degli alberi si abbassò e il vialetto si restrinse fino a sembrare un sentiero.
Altro ronzio, poi l'urto sordo della freccia contro un tronco.
Marco accelerò, preparandosi a mutare lo slancio da orizzontale in verticale, pronto al balzo.
Intravide l'uscita.
E il cane.
Era dietro la rete, la lingua penzoloni, come se i ruoli si fossero invertiti e fosse l'animale che osservava l'uomo dentro una gabbia.
Si vide perduto. Si sarebbe gettato a terra e si sarebbe offerto al Vegan come un agnello sacrificale, pregandolo di fare in fretta.
No.
Qualcosa dentro di lui scattò. Qualcosa che non aveva nulla a che fare con la sua natura di uomo moderno, inurbato e civilizzato. In effetti, non aveva a che fare affatto con l'umanità. Era puro, animalesco istinto di sopravvivenza.
Alla sua destra, c'era un fosso, asciutto, profondo un metro e largo due, che drenava le acque del laghetto fuori dal parco quando le piogge rischiavano di far tracimare l'invaso. Arbusti e sterpaglia crescevano fitti lungo gli argini, le radici che attingevano alla cospicua, anche se incostante, riserva d'acqua. Marco vi si gettò dentro e iniziò a correre sul letto fangoso.
Stava tornando verso il suo inseguitore, ma, nel folto, la possibilità che questi riuscisse a centrarlo con l'arco era esigua.
E c'era dell'altro. Un particolare che gli era venuto in mente come se il cervello, tornando alla modalità “sopravvivenza”, avesse riattivato capacità di memoria e osservazione prima sopite.
Proseguendo, avrebbe raggiunto un altro ingresso, non lontano da quello da cui era entrato.
Era l'unico carrabile e, quell'inverno, un furgone ci era andato a sbattere contro. Non aveva abbattuto il cancello, ma la recinzione a lato era stata piegata e deformata.
Era possibile, essendo passati sei mesi, che fossero andati ad aggiustarla, ma, considerata l'efficienza della pubblica amministrazione, era più probabile che tutto fosse rimasto com'era, con la rete lasca e sbilenca, malamente connessa allo stipite. Abbastanza scardinata perché un uomo (un uomo disperato) potesse svellerla.
Marco continuò a correre, cercando di ricordare se, l'ultima volta che ci era passato, aveva visto lavori di riparazione accanto all'ingresso. No, gli pareva di no.
Il fosso piegò verso sinistra e Marco ne seguì il percorso. Non sentiva più il Vegan, ma, avvicinandosi al perimetro del parco, udì lo scalpiccio del cane. Evidentemente l'animale lo teneva d'occhio, correndogli a fianco. Appena oltre i confini del parco c'era una strada in terra battuta che costeggiava il perimetro di Boscurbano, separandolo da un canale scolmatore dove confluivano le acque in eccesso drenate dal fosso che Marco stava usando come pista. La bestia latrò, come a confermare la propria presenza. Logico. Era un cane da caccia ben addestrato: sapeva come aiutare il suo padrone.
L'oscurità diminuì un poco. In prossimità dell'ingresso la vegetazione era meno fitta.
Fra poco il fosso sarebbe scomparso dentro una canalizzazione in cemento, per scorrere sotto il viottolo perimetrale, e, infine, gettarsi nel canale.
Arrampicandosi lungo le sponde, scivolando e arrampicandosi di nuovo, Marco uscì allo scoperto.
Aveva raggiunto il cancello.
Come si aspettava, il cane lo aveva preceduto, sedendosi e assumendo la solita, beffarda posizione di guardia. Sempre come si aspettava, il cancello era chiuso.
Ma, come sperava, il guasto nella recinzione c'era ancora.
Anzi, se possibile era più largo di quanto ricordasse. Il camion aveva semistaccato la rete dai giunti e il reticolato metallico era ripiegato su se stesso come un tappeto avvolto male. Uno dei paletti di sostegno era stato spezzato a metà e divelto. La parte inferiore, completamente staccata dalla rete, sporgeva piegata dal terreno come un dente in procinto di cadere da una gengiva guasta.
Fece un passo in avanti. Il ringhio del cane si fece più minaccioso.
Marco afferrò il paletto divelto.
Il cane si mise in piedi.
È solo un animale si disse Marco. Fino a poco prima aveva agito come un cittadino inerme di fronte alla natura selvaggia che secoli di civilizzazione erano riusciti a far dimenticare, riducendola a roba per riviste patinate, ma ora, messo davanti all'alternativa fra la lotta e la morte, era tutto diverso. Un cane è un animale e anche un essere umano lo è.
Marco tirò, strappando il paletto dal terreno. Un pezzo di cemento era rimasto attaccato a un'estremità, come una mazza rudimentale. Punte aguzze e minacciose sporgevano dall'altra parte, deformata dall'urto del camion.
Fece un altro passo avanti.
Il cane ringhiò più forte, snudando le zanne.
È addestrato. Il condizionamento lo ha indotto a non assalire la preda, se non è necessario, ma a tenerla ferma in attesa del padrone.
Urlando, Marco attaccò.
Afferrò la rete strappandola definitivamente, si lanciò dentro il varco e uscì da Boscurbano.
La bestia latrò furiosamente, uno, due, tre volte, guardando quella strana preda che non voleva saperne di scappare, poi l'istinto ebbe il sopravvento e attaccò a propria volta, spiccando un balzo.
Se ci fosse stato qualcuno a osservarlo, avrebbe definito il colpo di Marco “potente e preciso”. Se fosse stato malizioso avrebbe detto “fortunato”.
Fatto sta che l'improvvisata mazza colpì il cane a metà del salto, centrandolo sul naso.
Il ruggito dell'animale si trasformò in un latrato di dolore. Un paio di denti volarono via, minuscoli proiettili d'avorio che lasciavano una scia di sangue e bava. L'animale, sbilanciato, piombò su Marco di sghimbescio, le zampe che annaspavano alla cieca, poi cadde a terra, trascinando l'uomo con sé, ma senza ferirlo.
Marco riuscì a controllare la caduta e fu di nuovo in piedi, ruotando su se stesso di centottanta gradi, l'improvvisata mazza levata e pronta a colpire di nuovo.
E si trovò di fronte il Vegan.
Era sbucato dal folto senza un rumore, come se il bosco avesse assunto forma umana, e ora stava a tre metri da Marco.
Teneva l'arco nella destra, la faretra che spuntava da dietro la spalla. Un rigonfiamento all'altezza dell'anca destra indicava la presenza di un pugnale. Sul petto luccicava un piccolo oggetto metallico.
Un fischietto a ultrasuoni pensò Marco. Poi notò che il Vegan non guardava lui, ma l'animale steso a terra che si lamentava debolmente.
La visiera del berretto si mosse puntando Marco come un mirino.
Il Vegan lasciò cadere l'arco, poi, con un solo, agile movimento della spalla, si liberò della faretra. Infine estrasse il coltello. La lama luccicò. Scommetto che è un Bowie, uno dei modelli più costosi disse la mente di Marco. E subito dopo: quel cane è il suo unico compagno. È un uomo che ha rinnegato l'umanità. Il suo unico amico è quell'animale.
Il cane guaì più forte. Si stava riprendendo.
Il Vegan si fece avanti, come se volesse soccorrerlo.
Forse, se Marco glie l'avesse lasciato fare... ti scuoierà lo stesso. E ormai dovresti aver capito che è meglio darmi retta.
Marco si spostò, ponendosi fra il cane e il Vegan.
L'altro brandì il coltello. Un movimento esperto, misurato. Se, per soccorrere il suo compagno, il Vegan doveva passare sopra il cadavere di Marco, la sola domanda era “quante volte?”.
Marco strinse la sua arma. Stavolta non avrebbe potuto contare su un colpo “potente e preciso”. E nemmeno fortunato.
Alle sue spalle, il cane si mise in piedi.
E Marco, girandosi, lo colpì con calcio mettendoci tutta la forza che gli rimaneva.
Era una bestia pesante e massiccia e, benché il suo equilibrio fosse precario, il colpo non la spinse molto lontano. Un metro, un metro e mezzo al massimo.
Quanto bastava, comunque, per farla cadere nel canale.
Il cane lanciò un nuovo, lungo, penoso guaito e precipitò nell'acqua, le zampe che cercavano inutilmente la presa sul cemento dell'argine.
Il Vegan lanciò un urlo non meno animalesco di quello del suo compagno e, allo stesso tempo, si buttò in avanti, dimentico di ogni astuzia da cacciatore.
Anziché fermarlo, Marco né assecondò il movimento, spingendolo dentro il canale.
Il Vegan rimase in bilico per un secondo sull’orlo, mulinando le braccia.
Il coltello volò via.
Piroettando, il Vegan cadde.
La sua mano si torse quanto bastava per afferrare un arbusto e, con un tonfo, il Vegan sbatacchiò contro l'argine,.
Il canale era profondo solo due metri e mezzo e la corrente sul fondo (benché il cane non si sentisse più, probabilmente trascinato via) non era molto forte e Marco capì che il piano era fallito.
Anche se, come i cattivi dei film, avesse schiacciato la mano del Vegan aggrappata al ciglio del precipizio, il suo avversario ne sarebbe uscito incolume. Gli sarebbe basato attutire la caduta: certamente sapeva come.
Così Marco capovolse la sbarra e piantò la parte aguzza nella fronte del Vegan.
Si udì uno scrocchio secco come un ramo che si spezza o un vaso che si rompe. Gocce di una sostanza viscosa e calda schizzarono via. Alcune colpirono Marco in faccia, ad un angolo della bocca. Senza accorgersene, le leccò.
Il Vegan mollò la presa, allargando le braccia e, senza dire una parola, precipitò.
Marco udì un urto sordo, insieme a uno sciacquio sonoro.
Un istante dopo il corpo dell’uomo era a pelo d'acqua, oscillante. La corrente giocherellò un po' con lui, come se fosse riluttante a portarlo con sé, poi lo trascinò via.
Marco si sedette sull'argine, guardandolo scomparire.
Si accorse di avere fame.
Di carne.

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Il romanzesco è la verità dentro la bugia

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Mauro Banfi il Moscone il 2020-05-12 18:25:32
Avvincente, tra thriller e action, grande ritmo, suspence. Forse il racconto breve non permette di approfondire la filosofia e la psicologia dei due personaggi, ma in realtà così è tutto più incalzante e quando cominci a leggere, non ti fermi più e ti trovi già alla fine, e questo è il massimo che possiamo chiedere a un racconto. Mi provo impropriamente ad approfondire il tema e la psicologia dei personaggi. Il mostro in azione è il letteralismo. Il letteralismo impedisce il mistero restringendo la multipla ambiguità dei significati dell'anima di una persona entro un’unica definizione. La verità è sempre in forma poetica; non letterale ma simbolica; nascosta o velata; luce nelle tenebre. Sì, misteriosa. Il letteralismo è l'idolatria delle parole; l'alternativa all'idolatria è mistero. E il letteralismo reifica, sa costruire materialmente questi tavoli e queste sedie, gli agi e i consumi. L'alternativa alla reificazione è il misticismo, la poesia, la metafora, il mistero. Il messaggio del racconto dice: non importa se incontriamo sulla nostra strada un fanatico cacciatore o un fondamentalista faunista. Quando incontriamo il letteralismo siamo in pericolo: prepariamoci alla lotta. Ciao Rubrus

Rubrus il 2020-05-13 09:50:29

Il gioco delle parti è stato attribuire un ruolo e caratteristiche negative a un personaggio cui molti associano qualità positive e, viceversa, attribuire il ruolo di vittima e caratteristiche positive a una figura cui molti associano qualità negative. Quindi, il buono (uno con una sensibilità ambientale moderna) diventa il cattivo (uno spietato e sadico cacciatore, figura ancestrale) e il cattivo (uno che si adegua a uno sistema di valori arcaico, quello del cacciatore – anche se, si badi bene, non dico affatto che Marco sia un cacciatore, ma che si adegua a quel sistema per lavoro) buono. Ci sono anche, in ombra, il meccanismo del contrappasso (i ruoli di preda e cacciatore si invertono) e quello della hybris, per cui il voler negare la ferinità dell’essere umano, la nostra insopprimibile natura di consumatori e cacciatori finisce solo per creare consumatori e cacciatori ancor più feroci.


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Eli Arrow il 2020-05-13 15:08:13

Urca il Vegan! Come tutti gli estremisti, non è certo un candido agnello. Bella l'idea di invertire i ruoli (assegnati dall'immaginario collettivo di buona parte dell'attuale società) di buono e cattivo e molto riuscito il racconto dell'azione. Un Cujo senza rabbia che spalleggia un Vegan lucidamente rabbioso, una battuta di caccia proprio ben congegnata.
Una sola perplessità me l'ha sollevata l'immagine dello scroto che si rifugia dietro le tonsille. Moooolto strana come immagine, ma è vero, la creatività non ha limiti (nemmeno fisici, pare, eheheh).

Ciao

Rubrus il 2020-05-14 17:26:02
Eeeeh, quell'immagine lì possono capirla bene solo i maschietti. Al di là delle battute, mi fa piacere che le scene di azione siano venute bene, ciao.

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