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La canzone di Marinella

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Vecchio Mara

pubblicato il 2020-05-06 22:28:20


La canzone di Marinella

 

I miei anni migliori, li ho trascorsi girovagando per città e borghi, cantando le gesta di Carlo Magno e i paladini di Francia; ma non avrei mai immaginato che un generale còrso calato in Italia alla testa dell’esercito Francese, ora che sono vecchio e stanco mi avrebbe ispirato una nuova storia degna di esser cantata nelle piazze. Eppure, ora mi ritrovo qui, seduto accanto al camino, a guardare la neve scendere lieve rammentando un dramma d’amore consumato nel volgere di uno spicchio, invero assai breve, di primavera.

 

Avevo trascorso la mattinata seduto sul parapetto del ponte, insieme ad altri compaesani, a guardare ammirato e intimorito sfilare i reggimenti che andavano ad accamparsi dall’altra parte del torrente. Stavo tornandomene a casa quando vidi Marinella percorrere impettita il ponte, seguita da Lorenzo che la stava tormentando con le sue reiterate richieste di matrimonio. Transitandomi davanti Marinella mi salutò, mentre Lorenzo, impegnato com’era a chiederle la mano, nemmeno mi notò.

Marinella proseguì in silenzio fin sull’uscio di casa, lì giunta aprì la porta, entrò e, prima di chiuderla, salutò freddamente Lorenzo; al quale non rimase che girare sui tacchi e tornarsene mogio verso casa.

«Buondì, Bardo», mi salutò incrociandomi sul ponte: non era il mio nome, ma così erano d’uso apostrofarmi i compaesani per la mia propensione a raccontar storie in rima.

«Non mi pare tanto buona per te, codesta giornata», replicai ironico, riferendomi al fatto che Marinella, per l’ennesima volta, aveva respinto le sue lusinghe.

«No, direi proprio di no», fece lui accigliato, arrestando il passo. «Ma prima o poi dovrà cedere… ho la testa dura, io!»

«E cosa te lo fa credere? A me pare che lei l’abbia molto più dura», obiettai.

Lorenzo ci pensò un po’ prima di ribattere. «Guardami, Bardo, faccio così schifo?»

No, non faceva schifo, tutt’altro. «Sei un uomo prestante, di bella presenza, sei proprietario di casa e dell’officina dove eserciti la professione di fabbro e maniscalco. Una donna del borgo disposta a sposarti la troveresti facilmente, se solo non ti ostinassi a inseguire l’unica che non ne vuole sapere di maritarsi», provai a fargli capire. Avevo già in mente qualcuna, più d’una, che mi aveva chiesto di fare da intermediario; così, con non curanza, buttai lì la proposta: «Quanto ti stuferai d’inseguire chimere, ti farò i nomi di un paio di puledre di razza, belle che pronte per figliare».

«Lascia stare», fece lui, muovendo la mano davanti allo sguardo come a scacciare una mosca. «Non m’interessano le altre. Marinella ha quasi trent’anni, non ha mai conosciuto il padre e vive con la madre,» indicò una porta di là dal ponte, «in quella casa manca un uomo che si prenda cura di loro. Sposerò Marinella. Ormai ho deciso!»

«Guarda che bisogna essere in due, a dire “sì” davanti all’altare», gli feci presente.

Lorenzo si strinse nelle spalle. «Lo dirà… al momento giusto, lo dirà!» e, sicuro di ciò che andava affermando, prese su e se ne andò.

Avrei anche potuto aggiungere che no, Marinella non avrebbe mai detto “sì”, né a lui né a nessun altro uomo; troppo grave il trauma subito dalla madre, abbandonata in gravidanza dal quell’avventuriero che se n’era andato a morire chissà dove. Ma non ne valeva la pena, non sarebbe servito: con quello zotico sarebbe stato come sbattere la testa contro il muro.

 

La mia casa era sita, e lo è ancora, appena fuori dal borgo, poco distante da dove si erano accampati i francesi. Ero seduto sull’uscio a scaldare le mie povere ossa al Sole del meriggio, quando vidi un uomo a cavallo sopraggiungere dall’accampamento al piccolo trotto. «Buona giornata», mi salutò in un italiano un po’ così. Mentre rispondevo al saluto osservai il mantello del cavallo: nero lucido, splendido. Splendido come l’uniforme del cavaliere che lo montava. Era un ussaro, un ufficiale, i colori del dolman e del pelisse, verdi; i pantaloni alla cavallerizza, rossi con finiture giallo e oro, oltre al colbacco con il pennacchio rosso indicavano l’appartenenza al reggimento (il settimo ussari). Scese da cavallo e, poggiando uno stivale sul gradino e il gomito sul ginocchio, sporgendosi in avanti mi chiese se la presenza del reggimento mi infastidisse. Naturalmente risposi di no: era vero, ma se anche non lo fosse stato avrei risposto uguale. E da lì iniziammo a conversare, e andammo avanti per un quarto d’ora abbondante, prima di salutarci.

“Si vede che ha trovato piacevole la mia compagnia”, ebbi a pensare il giorno dopo quando lo vidi tornare; allora trovai giusto invitarlo in casa e offrirgli del vino.

Pierre, così si chiama l’ufficiale degli ussari di nobile lignaggio, con il suo linguaggio forbito sapeva affascinare l’interlocutore e, desunsi, anche le nobildonne con le quali s’intratteneva non potevano restare indifferenti di fronte al suo conversare, supportato dal fascinoso aspetto che produce da sempre sul gentil sesso l’uomo in uniforme.

Quando ci salutammo, Pierre mi domandò se conoscessi un sarto, abile nel rammendo, in grado di far sparire un piccolo sbrego da un paio di pantaloni alla cavallerizza.

Mi sovvenne il nome di Marinella, che aveva imparato l’arte dalla madre. Al che, Pierre mi chiese dove abitasse.

«Non puoi sbagliare,» gli spiegai, «delle case di là dal ponte, è l’unica con la porta dipinta di verde.»

Pierre mi ringraziò, chiedendomi se poteva spendere il mio nome, l’indomani mattina, quando avrebbe portato i calzoni da rammendare a Marinella.

 

Fin qui mi sono limitato a narrare fatti di cui fui testimone in prima persona; ma da ora in avanti mi dovrò affidare a quanto mi riferì Pierre o altri testimoni; usando un po’ d’intuizione, o per meglio dire: fantasia per riempire le parti mancanti e imbastire una storia il più possibile aderente alla realtà.

 

Quando Marinella udì bussare alla porta e dopo aver posato ago e filo andò ad aprire, rimase lì, immobile con gli occhi sgranati, incapace di proferire verbo.

Pierre, che da perfetto gentiluomo si era tolto il colbacco e ora lo teneva appoggiato al fianco sinistro, pensò che trovandosi davanti un ufficiale dell’esercito francese si fosse spaventata; allora si premurò di spendere il mio nome per rassicurarla e, di seguito, spiegarle il motivo della visita.

Spaventata non lo era stata. Sorpresa, sì. Incantata dall’aspetto imponente, dagli occhi verdi, i baffi fulvi e i lunghi capelli intrecciati era rimasta a guardarlo adorante senza capire bene cosa volesse da lei.

«Mi scusi, signore…» fece alla fine.

«Tenente Pierre De la Vendant», la interruppe battendo i tacchi. «Mi chiami pure Pierre, mademoiselle…»

«Marinella… mi chiamo Marinella», rispose dopo un attimo di esitazione. «Si accomodi», aggiunse scostandosi di lato.

«Se permette, prendo i pantaloni e le mostro lo strappo.»

Marinella annuì e attese che Pierre si avvicinasse al cavallo che aveva precedentemente legato all’inferriata di una finestra poco distante, prendesse i pantaloni dalla bisaccia e tornasse da lei.

Dopo che si furono messi d’accordo sui tempi di consegna, Marinella lo accompagnò alla porta e qui, per poco non sveniva tra le sue braccia, quando lui si congedò con un perfetto baciamano.

Rimase lì, sulla porta, con sguardo trasognante a guardarlo allontanarsi cavalcando in bello stile il suo nero destriero. Poi tornò dentro e si mise subito al lavoro: voleva stupirlo mostrandogli un rammendo a regola d’arte, l’indomani, quando sarebbe tornato.

Ci aveva messo poco più di due ore per rendere invisibile, anche al tatto, il piccolo sbrego. Ed ora, mollemente accomodata in poltrona, immaginava lo sguardo meravigliato di Pierre quando gli avrebbe mostrato di cosa era stata capace; e mentre immaginava gli sembrava di udire la sua voce complimentarsi con quell’italiano contaminato, così carezzevole da giungere ancor più melodioso alle suo orecchie.

 

«Incroyable! Félicitations!» esordì Pierre stupefatto, osservando i pantaloni. «Mi scusi, Marinella. L’entusiasmo mi ha portato ad esprimermi nella mia lingua. Ma come ha fatto? Non c’è il minimo segno… niente, sembrano nuovi.»

«Con molta pazienza e un po’ di fortuna», si schermì sorridendo.

«Non sminuisca la sua arte», la redarguì bonariamente Pierre mentre faceva cadere sul tavolo tre monete.

«L’accordo era per due», gli rammentò Marinella.

«Il lavoro ne valeva tre, si fidi, Marinella», replicò Pierre.

Marinella alzò le spalle, tirò il cassetto e, trascinandole con il palmo della mano, fece scivolare le monete all’interno. Poi, dopo averlo ringraziato, si alzò, lo accompagnò alla porta e lo salutò.

Pierre si era attardato a sistemare con cura i pantaloni nella bisaccia, aveva appena slegando il cavallo quando vide Marinella uscire con una grossa sacca piegata attorno all’avambraccio. «La posso aiutare?» le chiese.

«La ringrazio, ma vado da tutt’altra parte.»

«Devo supporre che non gradisce la mia compagnia?» fece Pierre, imbrunendosi.

«No… no… non è così», balbettò Marinella. «L’accampamento è dall’altra parte del torrente, io devo andare di qua», indicando la strada che correva parallela al torrente.

«Non si preoccupi», ribatté sorridendo mentre legava nuovamente il cavallo all’inferriata. «Aiutare una donzella è un punto d’onore per un ufficiale francese. Sarei messo ai ferri, se si scoprisse che sono venuto meno al ruolo di cavalier servente. Me la dia», concluse allungando il braccio.

Marinella sospirò. «Se le cose stanno così, non voglio averla sulla coscienza», rispose ironicamente mentre gli metteva la sacca a cavallo dell’avambraccio.

 

Il tragitto era abbastanza breve, duecento metri o poco più, ma la piacevole compagnia convinse Marinella ad allungare il percorso prendendo una via laterale.

«Che ci fa Marinella in compagnia di un ufficiale francese?» domandò il barone Cantori.

Lorenzo, che in quel momento stava finendo di fissare un ferro allo zoccolo anteriore del cavallo del barone, alzò lo sguardo, guardò dall’altro lato della strada, sbuffò e tornò al suo lavoro senza rispondere.

«Vuoi vedere che un francese, riuscirà dove i nostri baldi giovanotti hanno fallito?» commentò ironicamente il barone guardandola conversare amabilmente con Pierre.

«Ho finito!» grugnì Lorenzo appoggiando a terra lo zoccolo appena ferrato.

Il barone afferrò le briglie e, mentre controllava con occhio esperto come poggiava lo zoccolo, fece compiere al cavallo qualche passo. «Bel lavoro», si complimentò. «Quanto ti devo?»

«Vada pure, barone, faremo tutto un conto a fine mese», lo congedò sbrigativamente.

Il barone montò in sella, lo salutò e uscì dal cortile.

Rimasto solo Lorenzo chiuse il portone dell’officina, uscì dal cortile, chiuse anche il cancello e si mise a seguirli con circospezione.

 

«Sono arrivata», annunciò Marinella con un sospiro, indicando la porta.

«Peccato», fece Pierre, porgendole la sacca. «Avevo appena iniziato a descriverle Parigi… Dovremmo rivederci ancora, Marinella.»

«Non credo sia il caso», rispose mesta, abbassando il capo.

Pierre stava per ribattere.

«La prego, Pierre, non insista!» lo anticipò con tono fermo.

Pierre annuì. «Come desidera… buona giornata, Marinella», la salutò intristito, e s’incamminò con fare pensoso.

 

Improvvisamente, mentre stava percorrendo lentamente la strada parallela al torrente immerso nei suoi pensieri, si arrestò, esclamando: «Così non è una resa, è una fuga!» Allora girò sui tacchi e tornò sui propri passi. “Sono stato stupido. Avrei dovuto insistere, era palese che lo desiderava anche lei”, pensava marciando deciso verso il suo obiettivo.

 

«E quello?» si domandò vedendo un uomo che strattonava Marinella per un braccio: Lorenzo aveva atteso che uscisse dopo aver consegnato il vestito, ed ora mentre lei camminava con passo svelto cercava di fermarla per discutere.

Con una breve corsetta li raggiunse e, parandosi davanti a Lorenzo, gli chiese conto del suo comportamento.

«Sono affari nostri; miei e di Marinella!» rispose ruvido Lorenzo.

«E’ così?» fece Pierre, rivolgendosi a Marinella.

Marinella avrebbe voluto rispondere di no. Ma poi, temendo di mettere nei guai Lorenzo, provò a mediare. «Mi stava dicendo che aveva delle camicie da rammendare. Io gli ho detto che non avevo tempo; lui si è arrabbiato e ha insistito strattonandomi… ma poi si è scusato e se ne stava andando.»

Pierre volse lo sguardo torvo su Lorenzo; che spaventato confermò.

«Vattene! prima che cambi idea e ti faccia assaggiare il filo della mia lama!» ringhiò Pierre serrando la mano attorno all’elsa della sciabola.

A Lorenzo non rimase che salutare frettolosamente Marinella e allontanarsi di corsa.

«Sarà opportuno che la scorti fino a casa, non vorrei che quell’energumeno la importunasse nuovamente», disse alla fine Pierre.

«Non si preoccupi, Lorenzo non è così; diciamo che oggi si è presentato nella sua veste peggiore: quella di un cliente un pochino arrabbiato», lo rassicurò con una punta d’ironia Marinella.

«Considero il suo non saper mentire, il miglior pregio per una donna», commentò Pierre. Sorrise e, porgendole il braccio, concluse: «Vogliamo andare, mademoiselle?»

 

Era felice, felice e spaventata, Marinella. Sentiva dentro di sé crescere qualcosa di mai provato prima d’allora, e già temeva di vederlo svanire. Seduta con ago e filo tra le mani, guardando in direzione delle colline supplicava la Vergine perché il momento di grazia durasse molto più dei fiori che, con devozione, le offriva. «Ti prego, Vergine Maria, non permettere che, come le rose che colgo per fartene dono, duri un sol giorno, questo sogno ad occhi aperti», mormorò accorata.

 

Tornando all’accampamento, Pierre si fermò a bere un goccio di rosso a casa mia. E lì mi raccontò entusiasta di essere riuscito, dopo aver insistito a lungo, a strapparle un appuntamento. Poi mi chiese chi fosse e cosa rappresentasse per lei Lorenzo; al che lo rassicurai spiegandogli che era un ottimo maniscalco e che per quanto riguardava il rapporto con Marinella, poteva dormire sonni tranquilli, «… ti posso assicurare che per lei non è neanche un amico nel senso stretto del termine, ma un semplice conoscente», chiosai, facendolo felice.

 

Marinella attendeva Pierre accanto all’edicola votiva in cima alla collina. Quando lo vide risalire il declivio in sella al suo cavallo, il cuore quasi le si arrestò; poi, mentre lo vedeva avvicinarsi iniziò a battere così forte, che per un attimo temette di vederlo fuggire dal petto.

«Sei bellissima, Marinella», esordì senza troppi preamboli Pierre.

«Ti prego», fece lei, fingendo di sistemare i fiori che aveva infilato poc’anzi nel vaso davanti al ritratto della Vergine.

Pierre gettò lo sguardo a valle. «Quello deve essere il Po», disse indicando la sottile striscia d’acqua che s’incuneava nel verde della pianura.

«Quando lo attraverserete?» domandò preoccupata.

«Presto, credo.»

Marinella sospirò. «La guerra ti porterà lontano…» fece una pausa, prese coraggio ed espresse compiutamente il suo pensiero, «lontano da me, volevo dire.»

Pierre le prese la mano. «Oh, ma tornerò… tornerò per te.»

«Ti prego, le illusioni fanno molto più male degli adii», replicò con voce increspata.

Pierre vide una lacrima affacciarsi all’angolo dell’occhio destro di Marinella; allora, delicatamente, posandole una mano sotto al mento le alzò lo sguardo. «Non piangere, mon amour, tornerò e ti porterò via da qui», mormorò con trasporto, prima di posare le labbra su quelle di lei.

Marinella si sentì accendere come una torcia, non aveva mai provato nulla di simile, e il timore la spinse a sottrarsi all’abbraccio dell’amato. Fu questione di un attimo, al successivo assalto, capitolò; e fu una resa senza condizioni, così com’è giusto che sia quando ci si ama.

Stesa nel prato le parve di vedere il cielo caderle addosso, quando Pierre si prese la sua verginità; ma dopo un attimo di lacerante dolore, si strinse forte al suo uomo. E sorrise, Marinella, ora che aveva compreso di poter amare ed essere amata.

 

La sera, guardando con occhi stanchi la luna dalla finestra, rivisse il suo primo attimo d’amore; sospirò e, chiudendo le palpebre, immaginò di averlo alle spalle, di sentire le sue mani sfiorarle i fianchi. Riaprì gli occhi, si volse e s’intristì: la camera era desolatamente vuota. «Domani lo rivedrai», mormorò infilandosi nel letto.

 

Dodici intensi, felici giorni, poi… «Il reggimento è stato allertato, domani ci muoveremo», annunciò immalinconito, gettando lo sguardo nella valle del Po.

Marinella sentì un tuffo al cuore; afferrò i fiori freschi che stava sistemando davanti all’edicola votiva e li lanciò lontano. «Ecco a cosa è servito pregarti ogni giorno!» sbottò con occhi fiammeggianti, rivolgendosi al ritratto della Vergine. «A far sì che la guerra me lo porti via per sempre!» Corse via piangendo e si gettò bocconi nell’erba.

Pierre la raggiunse, la tirò su e stringendola a sé provò a rassicura. «Durerà poco, vedrai, un mese… un mese e sarà tutto finito. Poi tornerò da te e non ti lascerò più… devi farti coraggio, mon amour», diceva accorato mentre le baciava le labbra ed i capelli.

Senza curarsi, com’erano solito fare, di nascondersi dietro l’edicola votiva, fecero l’amore lì, sotto lo sguardo sereno, vigile e comprensivo della Vergine.

 

Quasi nessuno si era curato di chiedersi perché l’ufficiale francese ogni giorno prendesse la strada che portava in collina; e chi se lo era chiesto aveva dedotto che i francesi lo avevano mandato lassù di vedetta: per controllare eventuali movimenti di truppe nella pianura.

Marinella non avrebbe dato adito a critiche o pettegolezzi, dato che era solita salire fino all’edicola votiva per rinnovare i fiori davanti al ritratto della Vergine.

Dunque, nessuno avrebbe potuto sospettare… se la strada per giungere lassù non fosse passata davanti al cortile dell’officina del fabbro.

Così, dopo aver visto una, due e poi tre volte transitare prima Marinella e dopo Pierre davanti al suo cancello, Lorenzo cominciò a rimuginare sul perché quei due passassero lì davanti così spesso, troppo spesso per i suoi gusti. Allora, quell’ultima volta decise di vederci chiaro; e dopo aver lasciato un po’ di vantaggio a Pierre, chiuse l’officina e lo seguì.

Per raggiungere l’edicola votiva si doveva attraversare un castagneto; Lorenzo raggiunse il limitare del bosco, si arrampicò su un castagno e da lì ringhiando epiteti all’indirizzo or dell’uno poi dell’altra, assistette all’ultimo atto d’amore tra Pierre e Marinella.

 

All’alba del sei maggio, il reggimento smontò l’accampamento. Prima di partire per la guerra, Pierre passò a salutarmi; dicendomi di prendermi cura di Marinella, di confortarla e rassicurarla a nome suo. E così feci.

Non so se dipendesse dalle parole di conforto, o dal fatto che una donna innamorata riesce a percepire la vicinanza dell’amato in ogni istante e in qualsiasi situazione; fatto sta che Marinella mi sembrava ogni giorno sempre più convinta e sicura di riabbracciarlo molto presto, il suo Pierre.

 

Era trascorso più di un mese, tutto mi sarei aspettato quel pomeriggio assolato, tranne che vedere Pierre alla guida di un calesse! Stavo per domandargli dove avesse lasciato il suo cavallo nero come la notte; ma quando scese dal calesse, vedendolo avanzare con passo claudicante appoggiandosi a un bastone, compresi che era stato ferito a una gamba e, dunque, era impossibilitato a cavalcare. Questo desunsi, ma mi sbagliavo.

Dopo avermi salutato mi disse che l’indomani sarebbe tornato in Francia con un gruppo di feriti, e che per questo motivo era venuto in calesse: per portare via Marinella, l’avrebbe sposata, fatta felice; mi garantì accorato. Poi s’intristì e, dubitando che Marinella avesse alla fine scelto di sposare un compaesano, mi spiegò che era stato a casa sua, che aveva bussato, battuto forte i pugni contro la porta ma che nessuno era venuto ad aprirgli. Aveva anche provato a chiedere informazioni a una vecchia che passava di lì, ma questa aveva abbassato il capo e bofonchiando qualcosa in un dialetto per lui incomprensibile aveva allungato il passo.

Toccò a me, l’ingrato compito di metterlo al corrente dell’accaduto.

 

Erano trascorsi otto giorni da quando il reggimento di Pierre aveva varcato il Po; Marinella era serena, sprizzava felicità in ogni dove, su quel maledetto ponte, mentre conversava con una vicina.

Tutto l’opposto di Lorenzo, che era diventato intrattabile e si era messo a bere smodatamente. Quando beveva diventava irascibile, cercava la lite ad ogni costo, ogni scusa era buona per attaccare briga: un presunto torto veniva regolato a suon di botte. Quel giorno si erano messi in tre a pestarlo prima di buttarlo fuori dalla locanda ubriaco fradicio. Barcollando si avviò verso casa maledicendo tutti.

“Eccola lì, l’origine di tutti i miei guai, la mia rovina”, deve aver pensato mentre le si avvicinava. Brancandola alle spalle la sollevò come un fuscello; lei e l’altra donna urlavano stridule il loro terrore. «Crepa puttana!» ringhiò lanciandola dal parapetto. Un volo nelle acque scure che correvano a valle con un rombo sordo (tuoni, fulmini e acqua a dirotto tutta la notte, pareva volesse venir giù anche il cielo, avevano gonfiato il torrente all’inverosimile).

Quando la vide annaspare prima di sparire tra i flutti, Lorenzo singhiozzò disperato: «Cosa ho fatto! Marinella! Dove sei Marinella!» Vide emergere la testa e subitamente sparire, poi un braccio in un ultimo disperato tentativo di sottrarsi a quell’inferno liquido. «Resisti, vengo a salvarti!» gridò, e balzando sul parapetto si tuffò.

Due giorni dopo un pescatore ripescò il cadavere di un uomo nel Po, nei pressi della foce del torrente immissario del grande fiume. Il corpo di Marinella, invece, non fu mai ritrovato: per la gente del borgo la Vergine aveva premiato la sua devozione portandola lassù, sopra una stella. Ma non era ancora finita: il dramma vide la sua conclusione tre giorni dopo, quando sua madre morì di crepacuore.

 

Pierre mi aveva ascoltato in silenzio, senza quasi respirare. Rimase lì, immobile per un lungo attimo, ritto nella sua splendida uniforme con lo sguardo perso nel vuoto. Poi… non avrei mai immaginato di dover vedere un ussaro, un cavaliere aduso a guardare la morte in faccia, piangere come un bambino… no, non come un bambino: come un semplice uomo innamorato della sua donna.

Lo vidi andar via piegato in due sul calesse: il dolore per la funesta notizia gli aveva buttato addosso cinquant’anni nel volgere di un attimo.

Prima di lasciare definitivamente il borgo volle fermarsi sul luogo della tragedia.

Arrestò il calesse al centro del ponte, scese stringendo nella mano il mazzo di rose rosse che avrebbe voluto porgere a Marinella chiedendo la sua mano e, lanciandole nel torrente, esclamò con voce scossa: «Au revoir, mon amour!»

 

Bussano alla porta, deve essere Fabrizio, il ragazzo che mi ha chiesto d’insegnargli l’arte del cantastorie. Insegnargli è una parola grossa: quel ragazzo è un poeta, un genio, è già pronto per suonare e cantare nelle piazze; gli mancava solo la storia adatta da mettere in musica, e quella di Marinella, l’ha giudicata perfetta. Mi ha detto che ha già preparato i quadri, i cartelloni, le scene da esporre nelle piazze. Oggi porterà la chitarra, ha detto che vuol farmi ascoltare il testo tratto da questa storia; lui dice che è commovente, che avrà successo… vedremo, o per meglio dire: ascolteremo se ha saputo usare parole degne di una grande e tragica storia d’amore. Per ora mi ha preannunciato il titolo: La canzone di Marinella. Come inizio mi pare ottimo.

 

                                                          FINE

 

 

 

 

                                      

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Scie lanciate verso l'infinito Narrativa

Il pianeta dei giganti Narrativa

L'uomo caduto dal futuro Narrativa

Crocevia per l'inferno Narrativa

Cento anni da pecorone Poesia

L'isola felice Narrativa

Le marocchinate Narrativa

Alba Poesia

Il Golem della foresta Narrativa

L'albino (ricetta di Monidol) Narrativa

Chiedi alle pietre Poesia

Trincee Narrativa

Attimo condiviso Narrativa

Narrami, o amica Poesia

Stupratore occasionale Narrativa

Il ritorno dell'anticristo Narrativa

Guida autonoma Narrativa

Il seme dell'incubo Narrativa

L'estate dei fuochi Narrativa

Il paese dei mostri Narrativa

Musulmania Narrativa

La rimpatriata (PROGETTO STARDUST) Narrativa

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