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Rubrus

A PROPOSITO DI … TRE POETI E LA SERA (FOSCOLO, LEOPARDI, PASCOLI)

"VIRGOLETTE"

Saggistica

Articolo critico (generico)

pubblicato il 2020-04-30 17:54:35

Vorrei proporre un’analisi “trasversale” di tre poeti italiani partendo da come diversamente essi hanno affrontato il medesimo oggetto poetico.
L’oggetto poetico è la sera, forse uno uno dei temi più ricorrenti nella poesia e nella rappresentazione del quale non si può non menzionare Virgilio che, tra gli antichi cantori della stessa, fu uno dei più validi.
 
Prima di entrare – nei limiti delle mie ridotte capacità – nell’analisi vorrei soffermarmi sull’oggetto stesso, cioè la sera.
Dire provocatoriamente (e il miglior modo di rispondere alle provocazioni è non raccoglierle e stare in silenzio, il che è esattamente l’opposto di quello che il provocatore vuole) che è un soggetto banale, è, appunto, un’affermazione banale, che però può suggerire due implicazioni.
La prima è che vi sono degli oggetti più idonei di altri ad essere raccontati in forma narrativa o poetica. Perchè? Probabilmente perché l’essere umano è fatto così, piaccia o no.
La seconda è che a fare la differenza anche qualitativa tra le opere non è tanto o soltanto la scelta dell’oggetto rappresentato, quanto la capacità di cogliere le implicazioni e gli aspetti di quell’oggetto e il modo in cui l’esito della riflessione (poetica o narrativa) è proposto al fruitore.
Ogni proposta letteraria è, appunto, una proposta, e una proposta non ha senso se non tiene in considerazione colui al quale è rivolta.
 
Ma appunto passo alle poesie.
 
ALLA SERA - Foscolo
 
Forse perché della fatal quïete
Tu sei l’immago a me sì cara, vieni,
O Sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zeffiri sereni,
 
E quando dal nevoso aere inquiete
Tenebre, e lunghe, all’universo meni,
Sempre scendi invocata, e le secrete
Vie del mio cor soavemente tieni.
 
Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
Che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
Questo reo tempo, e van con lui le torme
 
Delle cure, onde meco egli si strugge;
E mentre io guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.
 
Foscolo descrive un momento e, precisamente, un momento di stasi. C’è una parola che ricorre per tutto il sonetto ed è “quiete” che echeggia anche grazie ai dittonghi e agli iati che chiudono i primi versi. Aggiungo anche che Foscolo è estremamente diretto: la poesia non si apre con una metafora, ma con un complemento di paragone inequivocabile. La sera è cara al poeta perché è immagine della morte, intesa nel suo aspetto di riposo, di tranquillità. E, o almeno così mi sembra, se c’è un’ambiguità nella poesia, sta in quel “vieni”, che potrebbe essere tanto un indicativo, quanto un imperativo. Anzi. Io propendo per l’imperativo, come potrebbe suggerire il complemento di vocazione (“o sera”), il successivo “invocata” e la fine della poesia stessa.
Formalmente, la poesia è quanto di più classico ci sia, cioè un sonetto, ma l’armonia, la compostezza tipica del classicismo è data dall’annullamento o almeno dal bilanciamento degli opposti (un po’ come nei movimenti delle sonate). Anzi. Secondo me gli opposti che si fronteggiano sono due. Il primo è la quiete fatale – e lasciamolo un attimo in sospeso – dopodichè troviamo i dolci venti (gli zefiri) estivi da una parte e i venti nevosi dell’inverno dall’altra. Alla fine, troveremo, contrapposta alla quiete iniziale, lo spirito guerriero che ruggisce, un’espressione assai sonora, prima di tutto foneticamente. Il senso è dato quindi dal gioco degli opposti.
Quale sia quel senso è dato dai versi successivi. Esso è sensazione, intuizione, contemplazione, ma è già chiara e completa. Lo spettacolo serale porta il poeta a riflettere sulle vicende umane colte nella loro caducità: tutto passa e le orme che vanno al nulla eterno paiono già anticipare l’infinito leopardiano. Dopo questo sguardo rapido sull’intera vicenda dell’umanità, il poeta torna al tempo “reo” ossia colpevole, spregevole, da condannare, in cui egli stesso vive. Se tutto passa, anche quel tempo – anzi questo tempo – passerà. Anch’esso è destinato a fuggire verso la “fatal quiete”. Questa riflessione diventa consolazione: presto o tardi si smette di soffrire (stiamo parlando dell’autore dello “Ortis”) e questo, per un po’, rasserena lo spirito combattivo, irrequieto – ma non si può trovare parola migliore di “guerriero” - che, come un leone in gabbia, ruggisce indomabile dentro lo stesso Foscolo.
 
LA SERA DEL DI’ DI FESTA - Leopardi
 
Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già, ch’io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov’è il suono
Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
De’ nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
Che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s’udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core.
 
Passando a Leopardi, che già si era menzionato, a me pare evidente che la principale differenza tra Foscolo e il poeta di Recanati è che il primo illustra una sensazione e un’intuizione, il secondo un ragionamento. La forma è infatti libera, in endecasillabi, ma senza rima. Il concetto è quindi più importante delle forme
All’inizio, troviamo sempre il quadro idilliaco notturno: la luna, la sera ecc.
Poi però Leopardi passa subito nel privato e ci parla de “la donna mia”. Impossibile non pensare a Dante, Petrarca eccetera, ma, a mio parere, è abbastanza evidente che la donna in questione non è la donna degli stilnovisti e dei poeti più grandi che li hanno seguiti, anzi, pare non aver alcun attributo o caratteristica particolare se non quello di essere amata dal poeta (e, anticipo, in fondo neppure sappiamo se lei ne sia consapevole). La donna mia esiste in quanto oggetto di sentimento, più che persona, e il rapporto che Leopardi ha con lei è quello della non comunicazione. Lei se ne dorme tranquilla e beata, dopo la festa, ignara dello sconquasso che ha provocato o provoca nell’animo del poeta. Anzi. Non sappiamo chi sia “la donna mia” e, se ci atteniamo al testo letterale, neppure sappiamo se il poeta le abbia espresso i propri sentimenti o almeno ci abbia provato. “Tu dormi”, due volte ripetuto, ai miei orecchi suona come un’accusa. Tu dormi… non solo beata te, ma anche maledetta te, perché io, per colpa tua, son qui che mi tormento.
Leopardi passa poi ad osservare il cielo notturno, ma – e qui siamo dalla parte opposta rispetto a Foscolo – la quiete della sera non gli dà alcun conforto. Anzi, al contrario. Tutto l’universo pare in pace, ma lui, il poeta stesso, no. La calma del paesaggio accresce quindi la sua sofferenza, anziché lenirla. Poco dopo, infatti, Leopardi lancia una accusa alla natura onnipossente. Le attribuisce una volontà e senza mezzi termini le grida di averlo messo al mondo – solo lui – col preciso scopo di farlo soffrire. Immediatamente dopo, infatti, rivolge ancora il pensiero alla “donna mia” e, ancora una volta, attraverso di lei, che continua placida a dormire, ci parla di sé. La donna ama ed è amata come se nulla fosse, per lei è talmente naturale che nemmeno ne è consapevole. Lui, Leopardi, invece, è solo. E solo lui, come abbiamo appena visto, è solo. A questo lo ha condannato la natura. La sofferenza del poeta quindi non è più unicamente essere o non essere corrisposto da una persona specifica (che a questo punto diventa relativamente poco importante), ma essere, direi ontologicamente, solo.
Arriva quindi il momento della disperazione e mentre Foscolo ruggiva (o ruggiva qualcosa dentro di lui), Leopardi si getta a terra e geme.
Dopo questo istante un po’ melodrammatico, arriva, per contrappunto, un elemento che rompe il ritmo. È solo il fischio di un artigiano, ma è sufficiente a strappare il poeta dal sentimento e portarlo al ragionamento.
Come nella poesia di Foscolo, in quella di Leopardi il pensiero va alla storia umana: tutto passa.
Il poeta di Recanati si diffonde più di Foscolo sulla transitorietà dell’esistenza, e, sebbene a volo d’uccello, ci dice che cosa, passa: gli antenati, la grande storia, le glorie passate. Mentre però Foscolo trae da questa idea una consolazione, Leopardi ne trae una serie di domande: dove è andato tutto quanto? Perché le cose vanno come vanno? La risposta non c’è. Non dentro questa poesia, almeno. O meglio. C’è un rovesciamento della poetica dantesca sull’ignavia. Sappiamo che Dante spregiava talmente coloro che non si sono impegnati nella vita da considerarli indegni perfino dell’Inferno. Anzi, Persino di essere menzionati. “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. Qui, invece, Leopardi dice: non “si ha più alcuna memoria di loro” riferendosi ai fasti del passato, ai grandi eventi della storia. Non fa alcuna differenza tra ignavi e protagonisti delle vicende umane. Tutto passa, tutto è silenzio.
Dopo questa constatazione è evidente che non ha senso cercare alcunchè nello spettacolo della sera, che infatti abbiamo lasciato definitivamente alcuni versi fa.
Il poeta infatti – anche se probabilmente in chiave metaforica – torna a riflettere su se stesso. È da notare a questo proposito che ogni accenno alla “donna mia” è scomparso. Oggetto della rappresentazione poetica e della riflessione è il poeta bambino. Leopardi, mostrando se stesso fanciullo, ci mostra un bambino che, a ben guardare, non “sente” in modo radicalmente diverso dall’individuo più maturo. Quel bambino aspettava il dì di festa, come quello appena passato, ma, appena trascorso, quando, proprio come ora, si udiva qualche passante tardivo, si struggeva al pensiero della festa appena conclusa (che forse non l’aveva appagato). Leopardi ci dice, da bambino, provava, anche se in modo meno meditato che da adulto, le stesse sensazioni che prova ora. Non nega che vi sia un’apparenza di serenità, come quella che si trae dal paesaggio serale, né nega che, per altri (che dopo, beati loro, dormono o vanno a dormire) vi possa essere stata una festa – ma per lui, il poeta, no – ma poi non c’è che il povero ostello, il giorno ordinario e, alla fine, la morte e l’oblio. Il che giustifica appieno il senso di soffocamento che chiude la poesia.
 
 
LA MIA SERA – Pascoli
 
Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c'è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!
 
Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell'aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell'umida sera.
 
È, quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d'oro.
 
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell'ultima sera.
 
Che voli di rondini intorno!
che gridi nell'aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l'ebbero intera.
Nè io... e che voli, che gridi,
mia limpida sera!
 
Don... Don... E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra...
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch'io torni com'era...
sentivo mia madre... poi nulla...
sul far della sera.
 
Parlando di ricordi infantili non si può non menzionare Pascoli. La poesia pascoliana è, sin dal titolo, intimista. Non è “la” sera né una sera specifica, quella del giorno di festa, ma la “mia” sera, quella del poeta. Formalmente, sembra che si sia tornati indietro. La forma è quella rigidi, con rime, strofe, metrica, ma con innovazioni tipicamente pascoliane, come le onomatopee. Quasi tutta la poesia è descrittiva. Pascoli sembra ripercorrere le orme di Foscolo: al trambusto del giorno (i lampi, gli scoppi, le grida) segue la pace serale. C’è anche un elemento biografico non astratto, ma concreto. Come Foscolo, il giovane Pascoli ebbe qualche problema con le autorità (ma molto meno serio) e, come Leopardi, c’è una certa dose di autocommiserazione, con la differenza che Pascoli non si getta per terra o freme, ma si limita a ricordare le ristrettezze (la parte di cibo non avuta) e le turbolenze degli anni giovanili. È però un accenno, ben contenuto all’interno della cornice agreste. Come Foscolo, come Leopardi, Pascoli si confronta con la natura, ma non come fonte immediata di consolazione (Foscolo) o di tormento (Leopardi), bensì come affinità. Paragona infatti se stesso agli uccelli (la famiglia come “nido”, la rondine e gli uccelli come i familiari – vedasi “X agosto” - sono ricorrenti in Pascoli). Come gli altri due poeti, Pascoli formula poi una riflessione, ma, a differenza degli altri due, è una riflessione più nascosta, e, se non metafisica, metaforica. Ci arriva per gradi, tra uno schizzo poetico e l’altro: prima la nube nera che di sera è la più rosa, poi l’invocazione o l’esortazione a riposare. Che si tratti però di non solo pura descrizione emerge da un elemento solo: “voci di tenebra azzurra”. La tenebra, per definizione, non è azzurra, e soprattutto non ha voce, meno che mai in grado di dire “dormi”. Come nei poeti precedenti, Pascoli usa la sera come “imago”, ma a me pare che l’immagine sia l’immagine sia quella della morte (o forse del sonno: Pascoli è spesso ambiguo) del poeta stesso. Questa morte, o comunque questo oblio, è come per Foscolo, lenitivo, e come per Leopardi, ma in modo più emotivo eppure realistico (i moribondi spesso invocano i genitori) un ritorno all’infanzia. Pascoli, sul fare della “sua” sera, sente forse le voci che sentiva da bambino nella culla, su tutte quella della madre. La tenebra azzurra, il trascendente, l’Oltre intuito o percepito, ma non ragionato (Leopardi) né detto senza esitazioni (Foscolo) è quindi prima di tutto un ritorno a un’unità familiare e con la natura stessa.

 

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Roberta il 2020-05-01 19:33:27

Intanto ti dico che quando ho visto il titolo volevo mettere tre cuoricini, ma non mi sembrava il contesto adatto. Solo che non sapevo quando avrei trovato il tempo per scrivere un commento decente e volevo però manifestare subito la mia stima per aver scelto queste tre poesie straordinarie ma molto diverse l’una dall’altra. Il confronto non era facile e ho letto con molto interesse.

Per Foscolo la sera è la pace. Lo è sempre, in estate e in inverno. Si parla della sera in generale, un momento-simbolo, una piccola morte che conclude ogni giorno dolcemente (soavemente). Effetto consolatorio, oblio, come per monsignor Della Casa il Sonno: “Oh sonno […] oblio dolce dei mali / onde la vita è aspra e noiosa.” Eppure della poesia ci resta il suono dello spirto guerrier, caro Ugo Foscolo, nato il 6 febbraio, eroe romantico, solo a combattere contro il reo tempo in cui gli toccò vivere.

La sera del dì di festa di Leopardi: i primi quattro versi sono splendidi, tra i più belli mai scritti. La poesia si può suddividere in quattro parti: descrizione (stasi, contemplazione); narrazione (evento che sconvolge l’equilibrio); ragionamento (dal particolare all’universale); conclusione (sintesi tra particolare e universale, conferma della tesi).

Subito dopo la meravigliosa descrizione dell’incipit, la Bellezza della sera è irrimediabilmente rovinata dal ricordo di qualcosa che è andato male, che fa male, che ricorda che così è e sempre sarà. Poi succede qualcosa, come il vento nell’Infinito: il canto che si perde nella notte innesca il ragionamento e si apre il grande universo filosofico di Leopardi: tutto si spegne nel nulla come la voce dell’artigiano nella notte, tutto passa, e quasi orma non lascia. “E fieramente mi si stringe il core”, dice Leopardi. Qui l’avverbio ha una potenza straordinaria. In quel “fieramente” c’è già tutto l’orgoglio positivo, la forza di saper sopravvivere sapendo che “tutto è nulla”. E ci viene la pelle d’oca. È già il Leopardi della Ginestra, il fiore del deserto, che “fieramente”, potremmo dire, resiste, sola, con la sua bellezza, il suo giallo e il suo profumo, in mezzo alla lava indurita. A questo punto, come dici, della “donna sua” non c’è più traccia. Lui non strepita più, il suo pensiero abbandona i drammi individuali e si espande nell’eterno dei secoli antichi. Paradossalmente, mentre ci dice che “più di lor non si ragiona” ce li fa sfilare tutti davanti agli occhi, come in una specie di giudizio universale laico, anzi classico, l’Ade in cui Enea incontra l’ombra di Anchise. E chissà se mentre scriveva Leopardi avrà intuito che anche lui non sarebbe affatto sprofondato nel nulla (così mi ha detto una mia studentessa una volta: “ma prof, non è vero che non resta nulla, noi stiamo ancora parlando di lui”). La poesia si conclude con un omaggio alla poetica dell’indefinito e del vago teorizzata nello Zibaldone: un canto che si allontana e a poco a poco si spegne, è un’immagine poeticissima. Non c’è consolazione, c’è filosofia. Domanda di senso, apertura, infinito.

La sera di Pascoli assomiglia a quella di Foscolo, solo che è una in particolare, ma ha un significato simbolico molto simile. Foscolo però non parlerebbe mai di nuvole rosa: piuttosto ricorre al neoclassico “zefiri sereni”, in contrasto (come giustamente fai notare Alla sera è una poesia di contrasti) con il romanticissimo spirito guerrier. Ma d’altra parte il decadentismo era ancora lontano ai tempi di Foscolo. E comunque, qui la sera porta conforto non perché fa dimenticare, ma perché fa ricordare. Che cosa? I canti di culla, il nido prima della tragedia, il paradiso perduto. La bellissima immagine delle “voci di tenebra azzurra” è un ossimoro, la tenebra non ha colore. Ma dei due termini qual è che ci rimane in mente? Secondo me è l’aggettivo. È in posizione forte a fine strofa, forma una rima ipermetra con “sussurrano”, è in assonanza con “culla” (e sicuramente l’azzurro ha a che fare con un ricordo della madre o di una culla forse con una coperta di quel colore) e anche con “nulla”. L’azzurro è anche il colore del cielo e la tenebra azzurra potrebbe essere proprio il colore del cielo alla fine del giorno, al crepuscolo, quando appaiono le prime stelle. Io me l’immagino fuori dalla porta di casa, in mezzo al verde, solo. Un’immagine tenerissima che ci fa pensare a Pascoli come a un bambino che non è mai cresciuto, è rimasto lì, fermo, al tempo in cui ascoltava i canti della madre: del resto lo dice chiaramente, che vuole tornare com’era: Mi sembrano canti di culla, /che fanno ch'io torni com'era.../sentivo mia madre... poi nulla.../sul far della sera.

Poi nulla… Mentre Foscolo pensa alla pace eterna come fine di tutto e Leopardi all’eterno infinito, Pascoli desidera regredire, rientrare nel grembo materno, tornare nel nido in cui è nato, annullarsi. 

Tre poesie bellissime.

PS: comunque Pascoli è stato arrestato da giovane, non so quanto tempo ci sia stato, ma è finito in galera anche lui!


 

Rubrus il 2020-05-03 19:15:33
Grazie. Penso che la tua studentessa avesse ragione. Credo che Leopardi sapesse quanto valeva, mentre scriveva. Modestia sì, ma non falsa.
E' vero, Pascoli fu arrestato da giovane per simpatie socialiste manifestate in alcuni comizi. A trarlo dagli impicci fu Carducci che testimoniò che il poeta romagnolo era "innocuo".

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