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Doveva andare tutto bene

"PUNTO E A CAPO" Racconto Fantascienza / Cyberpunk / Steampunk

di Vecchio Mara

pubblicato il 2020-04-19 21:38:03


Doveva andare tutto bene

 

Doveva andare tutto bene, e invece è andato tutto a puttane!

Non si spiega altrimenti il fatto che, insieme a un altro centinaio di soggetti sfuggiti al contagio, armati fino ai denti e con mascherina d’ordinanza, mi trovi incolonnato in questa lunga teoria di fuoristrada e pickup che tra continui stop and go sta attraversando le strade irte di ostacoli di una città allo sbando: pare di rivivere quei mitici esodi ferragostani nel giorno da bollino nero di qualche anno fa, quando l’uomo era ancora padrone del suo destino; se non fosse per le canne dei fucili mitragliatori che spuntano dai finestrini, pronte a far secco il primo infetto che provi ad avvicinarsi a meno di cinque metri dagli automezzi.

Chissà, mi chiedo, dove ci condurrà la strada che attraversa questa città sconosciuta, muta e deserta, frequentata da lupi, cinghiali e altra fauna selvatica?

 

Ecco l’ennesimo stop. C’è la carcassa bruciata di una macchina messa di traverso. Ecco che la squadra di pronto intervento scende dagli automezzi e prende posizione. Puntano i fucili mitragliatori in direzione di finestre e balconi, poi fanno cenno al carro attrezzi di avanzare… a quel balcone c’è ancora appeso un lenzuolo, sbrindellato e ingrigito; saranno minimo due anni che sta lì; la scritta, seppur scolorita si riesce ancora a leggere: “Andrà tutto bene”. Col cazzo che è andato tutto bene!

Ecco, gli uomini del carro attrezzi scendono, agganciano velocemente la carcassa e la trascinano via. Ora la squadra di pronto intervento risale sugli automezzi; l’intera operazione è durata meno di cinque minuti, non male, niente male davvero!

Alé! Si riparte… già, ma per andare dove? A inseguire un’utopia: la nostra Shangri-La.

D'altronde, se non ci fosse stato un sogno da inseguire, anche noi, come milioni, miliardi di altri individui, avremmo atteso chiusi nelle nostre case che la pandemia, dopo aver fatto il suo sporco lavoro, sparisse; o perlomeno che  ci risparmiasse. Col risultato, nella migliore delle ipotesi di morire di fame! Nella peggiore, di finire sbranati da qualche branco di cani randagi piuttosto che da un gruppo di infetti a corto di provviste!

Ma come diavolo ci siamo finiti in questo casino? In questo inferno in Terra?

Oh, li ricordo benissimo come fosse adesso, politici e virologi parlare alla nazione a reti unificate. «Non serve rinchiudersi in casa», dicevano gli uni, temendo il crollo del mitico PIL, ma soprattutto dei consensi presso il loro elettorato, che si premuravano di interrogare un’ora sì e l’altra pure compulsando freneticamente i sondaggi.

«E’ poco più di un’influenza», facevano eco gli altri, almeno all’inizio. Salvo poi ravvedersi e farci cacare addosso ad ogni ora del giorno e della notte in diretta streaming.

 

Finalmente siamo usciti dalla città. Di questi tempi, avanzare a passo d’uomo in mezzo ai palazzi non è per niente igienico. Ora, in aperta campagna, si può andare un po’ più spediti; ed è anche molto più facile, dai cassoni dei pick-up, individuare gli infetti accucciati nell’erba e falciarli con la mitragliatrice prima che abbiano il tempo di tentare l’assalto alla diligenza.

Che malinconia, tutti questi campi incolti. Che tristezza. Mi viene da piangere, se penso che sei anni fa, in questa stagione, osservandoli svegliarsi dal letargo invernale ero lì a pensare cosa seminare… Poi è arrivata lei, a decidere per me, per tutti noi. Maledetta pandemia!

Eppure, con l’estate, sembrava volersene andare. Già, sembrava. Invece era solo una ritirata strategica, per ripresentarsi in forze durante l’inverno… e non andarsene più!

In cinque anni ha distrutto vite, democrazie secolari, dittature, il nostro buon vivere e ci ha ridotto a belve sanguinarie, pronte a sbranare i propri simili per sopravvivere!

Cos’altro c’è ora? Scendo e vado a dare un’occhiata.

 

Oh no, il ponte è crollato, dobbiamo tornare indietro e cercare un’altra strada che vada in su, verso nord. Va beh, giriamo gli automezzi e vediamo di sbrigarci. C’è troppo silenzio, non mi piace.

Probabilmente è solo la tensione: chi vuoi che ci sia in aperta campagna? Quanti uomini vuoi che siano rimasti sulla faccia della Terra? Un miliardo, degli otto che eravamo, a stare parecchio larghi però.

Ricordo le agghiaccianti notizie che, già due anni fa, ci giungevano da ogni angolo di mondo: cadaveri lanciati in strada dai balconi, raccolti dai camion della nettezza urbana e rovesciati negli inceneritori dell’immondizia! Questo perché i forni crematori non ce la facevano più a smaltire la gran mole di lavoro. Non c’erano più bare né sacche di plastica, i cadaveri venivano presi su a grappoli dal ragno e buttati nella fornace insieme alla spazzatura… Dio, che orrore!

La gente non ce la faceva più. Ci furono suicidi di massa. Io stesso sono stato sul punto di lanciarmi dalla rupe senza parapendio. Volare lassù, nel silenzio, tra gli uccelli, mi donava un senso di pace. Lassù le manie suicide non avevano ragion d’essere: forse perché da lassù non si riusciva a percepire lo scempio che si stava compiendo quaggiù; ma, purtroppo, lassù non si poteva restare per sempre; e una volta a terra, eccola lì, l’angoscia che torna a tormentarti.

Credo che di lì a breve, l’avrei fatto: sarei salito sulla rupe senza parapendio e… ciao ciao, mondo di merda!

Sì, l’avrei fatto, se non fosse stato per Sem.

 

Sem si palesò alla guida del fuoristrada che apriva la lunga teoria di automezzi circa un anno fa. Io e un’altra ventina tra uomini, donne e bambini ci eravamo barricati nella mia fattoria per difenderci dal contagio. In poco più di quattro anni, il mondo come lo conoscevamo era andato in malora; ora l’anarchia regnava sovrana, era un tutti contro tutti: un precipitare a rotta di collo dentro un nuovo medioevo.

I collegamenti internet e radiotelevisivi erano saltati, i giornali non uscivano più. In assenza di notizie certe, ebbe buon gioco, il carismatico Sem, a convincerci. Lui era il salvatore che ci avrebbe condotto in un fantomatico luogo dove si stava riunendo la parte sana della popolazione mondiale. Un luogo dove i sopravvissuti sarebbero vissuti in pace, nutrendosi dei frutti abbondantemente elargiti da nostra madre Terra… il luogo dell’utopia, forse. Ma un sogno da inseguire è sempre meglio di niente. Stare fermi significava la fine certa; muoversi, ritardarla.

“Finché c’è vita, c’è speranza”, pensai, pensammo; e seguimmo l’uomo che, perlomeno a parole, sapeva come rendere credibile l’impossibile.

In un anno, depredando armi in pugno le città infette per procurarci viveri e carburante per far muovere gli automezzi, abbiamo attraversato mezza Europa. Fin dove dovremo arrivare, non ci è dato sapere. «A nord est, lassù, nelle terre ubertose risparmiate dalla pestilenza, ci stanno aspettando. Milioni di uomini e donne hanno ormai raggiunto il luogo dell’adunanza dell’umanità purificata», risponde stentoreo Sem a chi gli chiede dove dobbiamo arrivare.

Una sciocchezza, di più, una follia l’avremmo giudicata un tempo neanche troppo lontano. E’ la disperazione che tutto annulla, che ci spinge a credere ancora nelle favole… speriamo a lieto fine.

 

A volte mi sorge il dubbio che il santone si crede una specie Mosè alle prese con l’esodo; ma lui, a differenza dell’originale, non ce l’ha mica un Dio che gli indichi la strada; e se quello nonostante tutto ha vagato a vuoto per quarant’anni nel deserto; questo qui… mi sa che la Terra promessa c’è l’ha solo nella sua testa bacata!

Dove sarà, se mai ci sarà, il mitico luogo dell’adunanza?

Sto scoprendo che non mi garba mica farmi prendere per il culo. Un giorno o l’altro lo prendo da parte, il santone, e me lo faccio dire, con le buone o con le cattive. Poi, se la risposta non è quella desiderata, lo prendo per la collottola e lo trascino fin su la prima rupe che mi capita a tiro, e gli faccio provare l’ebbrezza del volo in coppia… sì, ma senza parapendio però!

Doveva andare tutto bene… e invece sto ancora andando.

 

                                                                  FINE   

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Rubrus il 2020-04-20 14:31:21

Eh... ovviamente si pensa che sia una distopia, ma quando vedi gente inneggiare alla riapertura in nome del "tanto non può succedere" - che è esattamente la ragione per cui siamo arrivati al momento attuale - e poi trova i motivi per cui "tanto non può succedere" perchè "il problema è ben altro" e "chissà che cosa c'è dietro" dato che "i dati sono tutti sballati e le misure adottate fuori bersaglio" (e non è difficile trovare questi argomenti, basta girare per i media in cerca di quello che ti piace di più) cominci a sperare che sia un'utopia. PS: Io comunque uno che parla di "ubertoso" non lo seguirei mai. Più aulica è la  parola, più grossa la balla.

Vecchio Mara il 2020-04-20 21:01:43
Bisogna andarci coi piedi di piombo, altro che aprire tutto, qui ogni giorno muore gente a grappoli, a mio parere, meglio sbagliare aprendo un paio di settimane dopo, che qualche giorno prima. Per quanto riguarda "ubertoso", di fronte alla prospettiva di essere sbranati dai propri simili, credo che saremmo pronti a seguire anche il demonio in persona fin dentro l'inferno... che poi, anche il protagonista del racconto, l'ha mica bevuta fino in fondo la prosa aulica del santone, infatti, alla fine, annusando odore di fregatura lo vuole tirare da parte per farci un discorsetto. Ti ringrazio. Ciao Rubrus.

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