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Rubrus

A proposito di Odisseo e del coronavirus

"VIRGOLETTE"

Saggistica

Articolo critico (generico)

pubblicato il 2020-04-08 16:48:09

Vorrei parlare di una figura che sta alle radici del pensiero occidentale e che l’ha attraversato tutto arrivando fino ai giorni nostri. Mi riferisco al Polymethis Odysseous, letteralmente “Il molto dolente dal multiforme ingegno”.
Quale sia, almeno a grandi linee, la storia di Odisseo, Ulisse per i Latini, credo che la sappiamo tutti e quindi non accetto il contraddittorio su accuse di SPOILER. Al massimo, sarà un’occasione per rinfrescare la memoria.
Dato che, nei millenni, alla figura di Ulisse si sono accostati un po’ tutti, da Omero (o chi per esso), a Dante a Joyce, preciso che mi riferirò al personaggio così come delineato dalla mitologia e dall’epica classica.
Dopo aver cercato di sfuggire alla chiamata alle armi contro Troia, essere stato scoperto, aver combattuto dieci anni, durante i quali si distingue per azioni di quella che oggi chiameremmo intelligence o operazioni commando (il furto del Palladio, la statua sacra di Atena), Ulisse, grazie all’arcinoto espediente del cavallo (anche se alcuni studi recenti sui testi originali ipotizzano che si trattasse di una nave, il che è anche più probabile), espugna Ilio. Sulla via del ritorno, una tempesta lo fa naufragare sulle rive dell’isola dei Ciclopi. S’imbatte in Polifemo, lo acceca e si attira addosso le ire del dio Poseidone, padre del gigante, il quale accoglie le richieste del figlio e rende il ritorno in patria di Odisseo assai problematico. Dopo le vicissitudini narrate nell’Odissea (Circe, le Sirene, Scilla e Cariddi,i Lestrigoni, i Lotofagi, Eolo, le vacche sacre al dio Sole, Calipso, la discesa nell’Ade, il naufragio sull’isola dei Feaci, tanto per andare in ordine sparso), Ulisse torna ad Itaca, riconquista il trono e si ricongiunge alla moglie Penelope e al padre Laerte. Secondo la tradizione riferita, ma non narrata nel poema omerico, riprenderà il suo viaggio fino a incontrare un popolo che non conosce il mare. Qui, come prescritto da Tiresia durante il viaggio agl’Inferi, Ulisse offrirà un sacrificio a Poseidone, riappacificandosi col dio. Secondo una ulteriore tradizione verrà ucciso per errore dal figlio, che non lo avrà riconosciuto.
Odisseo è, a mio parere, alle radici del pensiero occidentale perché tutta la sua storia è la storia di una dialettica, un dialogo, un confronto, o uno scontro, col divino, al quale l’eroe oppone la methys, la mente, l’ingegno, nella sua duplice veste di scienza, o intelligenza, o astuzia, e tecnologia (il cavallo, ma anche la cera nelle orecchie). Già all’inizio della nostra storia, quindi, l’eroe, o l’uomo, si confronta con gli dei e l’arma con cui combatte è la più umana delle caratteristiche: l’intelletto, la ragione. Sarà bene ricordare che
a) gli dei greci non sono affatto onnipotenti: a parte essere tanti e molto “umani” sono soggetti a una forza impersonale, il Fato
b) la distinzione tra umano e divino, in questi tempi antichi, è assai più incerta che nei secoli che verranno. Se l’uomo ha un’idea in testa pensa che ce l’abbiano messa gli dei. Mettendola giù un po’ dura, gli antichi non erano mai sicuri se, a pensare, erano loro stessi oppure le divinità che bisbigliavano loro nelle orecchie. Anzi. Lo stesso pensiero, nelle sue varie forme, è, a seconda dei casi, una o più divinità, prima su tutte Atena, dea della ragione (tra le altre cose, poiché era anche dea della guerra, contrapposta ad Ares – praticamente un dio/berseker che in Omero fa sempre delle figuracce epocali – e dea dell’addomesticamento della natura, avendo “inventato” la coltivazione dell’ulivo). È Atena, che nell’Iliade, frena Achille tirandolo per i capelli impedendogli di accoppare Agamennone, non è lo stesso Achille che pensa che, magari, non giova alla causa bellica ammazzare il capo dei capi della spedizione).
 
Nella storia di Odisseo, però, inizia un processo che va avanti ancor oggi. Gli dei, solitamente Atena, qualche volta Ermes, si limitano a dare all’eroe un “aiutino”, non intervengono in prima persona (nell’Iliade, invece, pur rimanendo invisibili, a volte partecipavano direttamente alla battaglia). Per esempio, è Atena che dà dei consigli a Ulisse o che, quando arriva a Itaca, ne altera l’aspetto, o… vabbè, rileggetevi il poema. Sta di fatto che, sebbene il tutto venga spiegato come una limitazione al potere divino per cui esiste una gerarchia tra le divinità, ciascuna con la sua sfera di giurisdizione e competenza, l’intervento diretto soprannaturale, nella vicenda di Ulisse, è piuttosto contenuto. Ad agire, fallendo e riprovando e vincendo e poi fallendo ancora e così via, è l’uomo. Gran parte delle disavventure di Odisseo obbedisce a questo schema: l’eroe offende gli dei (ammazza il Ciclope, apre l’otre dei venti, si mangia le vacche sacre ecc), gli dei lo puniscono, mantenendolo in mezzo al caos e al disordine (si noti che quasi tutti gli avversari di Ulisse hanno natura magico – bestiale; a cominciare da Poseidone: sono personificazioni delle forze naturali) e frustrando il suo ritorno all’ordine civilizzato (il regno di Itaca, col suo legittimo re, cioè Odisseo stesso). L’eroe supera la prova, magari con l’aiuto della dea della sapienza (ma abbiamo visto sopra che la distinzione tra idee e ispirazioni divine non era così precisa) e qualche trucco magico o materiale, e il tutto si ripete.
Mi soffermo un attimo su questo concetto per evidenziare che questa non è la storia di tremila anni fa: è la nostra storia. Pensiamo di aver debellato virus e malattie (tanto che spuntano fuori creature come i no vax), poi arriva il coronavirus che ci ricorda che non è affatto così; dobbiamo allora ricorrere alla scienza e alla tecnologia e speriamo che ci traggano d’impiccio. Fossimo stati ancora politeisti, i sacrifici a Minerva o Atena che dir si voglia si sprecherebbero. E poi, naturalmente, tutto riprenderà.
Ma torniamo a Odisseo. Quando il suo lungo ciclo di vicissitudini subisce una svolta? Sopra ho esposto per sommi capi la storia di Ulisse in ordine cronologico, ma Omero (non sto neanche a sfiorare la questione omerica) la dispone in modo diverso. Come sappiamo, la storia di Odisseo comincia a metà. E, precisamente, nel momento in cui, alla reggia di Alcinoo, Ulisse, naufrago, sente raccontare la storia della guerra di Troia, cioè la propria storia. A questo punto si commuove, svela la propria identità, narra quel che ha passato sinora. Solo dopo potrà tornare ad Itaca e ci sarà il ritorno all’ordine civile, familiare, religioso.
Mi soffermo su tre possibili implicazioni di questa scelta narrativa.
a) l’uomo esiste e si riconosce nel momento in cui la sua storia viene raccontata (Amleto, qualche millennio dopo, dirà lo stesso). È solo nel momento in cui Odisseo sente la sua propria vita che si rivela a se stesso, al lettore e ai presenti … ma perché mai? Insomma, la storia la conosce benissimo: l’ha vissuta lui! Perché...
b) l’uomo non è in grado di autodefinirsi: si definisce solo all’interno di una rete di relazioni (e, aggiungo, di relazioni umane: non ci sono dei alla reggia di Alcinoo). Solo in quel momento intuisce chi è stato, chi è, e pone le basi per quel che farà, a innescare il processo è...
c) la consapevolezza del dolore. Odisseo è, nel nome, l’uomo dai molti dolori (il nome è un presagio, dicevano gli antichi). Questa consapevolezza genera compassione e Odisseo si manifesta, a sé, agli altri e al lettore, perché piange. I morti ammazzati di Troia, come i suoi compagni, sono polvere da un pezzo...ma solo (e solo quando) sentendo la loro storia, che è la sua storia, e ri - soffrendo pienamente con loro, provando, direi latinamente, pietas, com-passione (soffrire con) che inizia la liberazione dallo schema sacrilegio, sfida, vittoria, sacrilegio, sfida, vittoria, ecc. A ulteriore supporto .- non voglio dire “prova” - vorrei riportare un episodio del poema omerico. Come accennavo sopra, dopo questa catarsi, Ulisse torna ad Itaca. Qui Atena gli fa assumere l’aspetto di un vecchio, così nessuno lo riconosce. Ma l’intervento divino fallisce parzialmente. Ci sono due figure che Atena non riesce ad ingannare. Sono Euriclea, la nutrice di Odisseo, e il suo cane Argo. Tutti e due riconoscono Odisseo: con loro l’intervento divino non funziona. Anzi, il cane Argo, dopo averlo atteso per vent’anni, avendo riconosciuto Ulisse, muore, per così dire, appagato. Azzardando un po’, ma forse nemmeno tantissimo, è come se il poema omerico ci dicesse che il divino potere dell’intelligenza batte gli dei e la natura, ma è battuto, a sua volta, dall’amore senza riserve quale quello di una madre (di fatto, come appunto una nutrice) o di un animale.
 
Tornato ad Itaca, Odisseo ristabilisce:
1. l’ordine politico, cioè si riprende il trono. Sulla restaurazione micenea, ossia sul ritorno dei re dopo che la guerra di Troia aveva indebolito il potere monarchico in favore di quello oligarchico sono state scritte diverse pagine, e chi vuole può documentarsi.
2. l’ordine familiare. In primo luogo si ricongiunge a Penelope e si noti che la prova di questa unione è che, al centro di essa, si trova un ulivo posto all’interno della parte più intima della casa e intorno al quale la casa stessa è costruita. Evidenzio, ancora una volta, che l’ulivo è sacro ad Atena, come a dire che è nell’unione tra ragione e passione che si regge la casa. In secondo luogo Odisseo si fa riconoscere da Laerte, il padre. Come a dire, e direi anche apertamente, che questa figura alle radici della civiltà occidentale non è completa se essa stessa non riconosce le proprie radici, le quali affondano in un ex re- contadino che, pur mantenendo alcuni segni del proprio potere, vive tra i campi e che deve essere reintrodotto nell’ordine civile, pur mantenendo un suo autonomo ruolo.
3 l’ordine religioso. Una parte è stata ristabilita riconoscendo la sacralità del vincolo matrimoniale, come accennavo parlando dell’ulivo nella camera da letto dell’eroe. Se però usciamo dall’Odissea, troviamo una tradizione secondo la quale, come imposto da Tiresia, Ulisse, per placare Poseidone deve riprendere il viaggio portandosi un remo in spalla. Giunto assai lontano dal mare, fino ad arrivare in terre dove persino il sale è sconosciuto, incontra un tale che gli chiede se quel remo è un attrezzo agricolo (un ventilabro). A questo punto Odisseo può offrire un sacrificio a Poseidone e la frattura con gli dei si placa. Il rapporto con la divinità cessa completamente quindi di essere conflittuale solo quando è compiuta un’opera che è, insieme, missionaria (da quelle parti non conoscono il dio del mare) e di sottomissione (il sacrificio). A questo punto, secondo una tradizione, Odisseo può morire vecchio e sereno (secondo alcuni ucciso per sbaglio dal figlio Telegono che, vedendolo tornare, non lo riconosce).
È appena il caso di ricordare che, per i Greci antichi, il mondo era eterno e la storia di Odisseo era quindi “circolare” - la storia di un ritorno, letteralmente: anzi, la tradizione afferma che, oltre all’Odissea, esistevano tanti poemi, detti Nostoi, che narravano il ritorno a casa dei vari eroi achei da Troia.
Il “Folle volo” è quello dell’Ulisse dantesco, cristiano, che quindi si colloca in una concezione lineare del tempo che prevede una sola divinità e una distinzione ben precisa e univoca tra Aldilà e Aldiqua…. Ma mi sa che ho parlato anche troppo.
Piuttosto, non riesco a trattenermi dal pensare che, tempo fa, l’Europa si rifiutò di dire che le proprie radici erano il pensiero classico, quello giudaico – cristiano, quello illuminista. E adesso, che forse l’Europa svanirà, stiamo rendendoci conto di quello che vuol dire non avere radici.

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Mauro Banfi il Moscone il 2020-04-08 19:58:04
Bè, già Omero è musica per le mie orecchie e gioia per i miei occhi di lettore, poi saggiato da Rubrus prende una vivacità intellettuale ancora più lucida e vivida. Condivido tutti i profondi ragionamenti e contribuisco con una riflessione su quello che è, a mio avviso, l'episodio cruciale dell'Odissesa da un punto di vista teologico e psicologico - nel senso greco -, tentando un'ipotesi di attualizzazione con l'attuale emergenza, nella direzione da te prospettata dello sradicamento. Quando Tiresia, nell'Ade - ed è fondamentale la Nekya di Ulisse nell'Ade, discesa agli inferi strattamente collegata all'episodio delle vacche del Sole, per il suo ritorno al letto nuziale di Itaca, ricavato nel sacro ulivo - vaticina il futuro ad Ulisse, gli dice che, in Trinachia, lui e i compagni troveranno al pascolo le mandrie del Sole. Se le lasceranno illese e non le macelleranno, torneranno a Itaca: ma se lui e i suoi compagni li uccideranno, "... allora prevedo rovina per te, per le navi e i compagni: e tu, seppure ne scampi, tardi ritorni e male, perduti tutti i compagni, sopra una nave straniera." L’episodio delle vacche del Sole ha un grandissimo rilievo teologico e psicologico, ripeto: riguarda il comportamento del destino, la colpa o l’innocenza degli uomini, la punizione da parte degli dèi. Mai, come ora, Ulisse si è confrontato col sacro; e, per questo, l’episodio occupa una parte così grande nel prologo dell’Odissea. Il destino offre ai compagni di Ulisse una doppia possibilità: potranno rispettare o uccidere le vacche del Sole, tornare a Itaca o perdersi in una tempesta marina. Vengono ammoniti tre volte: da Tiresia, da Circe e dagli Dei (il Sole) eppure scelgono consapevolmente di compiere uno scellerato atto di ybris, e massacrano le mandrie, violando i sacri riti del sacrificio e quello che è peggio, dell'ospitalità, violazione che nell'Odissea viene sempre punita in modo inesorabile e implacabile. Ulisse è devoto agli dèi tutti e in particolare figlio di Athena e di Ermes: ubbidisce al destino e ai consigli di Circe; eppure viene coinvolto dal sacrilegio degli empi e, per quanto scamperà alla morte, dovrà subire altre terribili sofferenze. Questo è tremendamente attuale: anche noi resposnsabili siamo coinvolti nei comportamenti scellerati degli stolti. Heidegger ben sintetizzava in un'intervista che lo sradicamento dell'uomo è avvenuto in modo irreparabile perchè "TUTTO FUNZIONA" tecnicamente. La condizione climatica della terra è stata seriamente compromessa da questo fanatico e letteralista "TUTTO FUNZIONA" del consumismo globale tecnologico; prima dell'avvento del coronavirus le foreste del Brasile e dell'Australia hanno bruciato per mesi, sarà un caso? Prima dell'avvento del coronavirus la globalizzazione dei mercati era considerata una legge darwiniana di natura, e invece è solo un distruttivo prodotto umano, sarà un caso? La proclamazione del denaro come regolatore simbolico di tutti i valori e il profitto che è diventato più importante della condizione umana, prima dell'avvento del coronavirus, era il nuovo Idolo davanti a cui inginocchiarsi, sarà un caso? E per quanto riguarda lo spillover, il salto della specie, è stato il pipistrello a mordere l'uomo o è l'uomo che ha divorato le carni dei pipistrelli in modo immondo? E a furia di dover far funzionare tutto non funziona più niente, e a furia di essere ultraliberisti siamo diventati prigionieri in repubbliche delle banane. Nel mondo dei greci e dell'Odissea il "Tutto funziona" è follia, l'acceccamento che prende e perde Achille e Polifemo, ybris che viene punita. Quello che conta non è il funzionare, il prostrarsi al mercato e al profitto ma il letto compatto e irremobile di Penelope, «solidamente fissato nel suolo», con le radici profondamente immerse nella terra, immobile, non spostabile e non convertibile, sottratto a qualsiasi mutamento e cambiamento, è il centro della vita e della comunità degli uomini e delle donne raccontate da Omero. Il letto racchiude tutti gli aspetti dell’esistenza di Ulisse: il rapporto religioso con Atena, perché egli l’ha lavorato nell’ulivo: l’identità, l’ostinata irremovibilità del carattere: ricorda il matrimonio con Penelope, la fecondità della moglie, la casa cresciutagli attorno, il suo potere di re; fonda natura e cultura, le radici ancora vive e l’opera delle sue mani artigiane ispirate da Ermes. Per Ulisse il tutto funziona è solo l'ignoranza punita di Polifemo e dei suoi compagni dal Sole: ogni cosa è sacra e ha un Centro e una Casa. Questo conta. Ma per capire questo bisogna scendere, con sacro rito, nell'Ade e ritrovare la propria anima e la propria rotta. Questa società ha smarrito il centro e l'anima, come i compagni di Ulisse in Trinacria. E' condannata, per propria scelta e che gli Dei ci concedano di poter tornare comunque a casa, caro amico, pur tra traversie e anni di lotte e dolori. Il mio pessimismo è greco ma il mio abbi gioia è dettato dall'amicizia, e questa vince il nichilismo.

Rubrus il 2020-04-09 15:22:09
Mah... come ho già detto, escludo che il nuovo coronavirus sia una vendetta della natura la quale non ha nè identità, nè coscienza, nè volontà. Or ora ho sentito , anzi, che una cura contro il nuovo coronavirus potrebbe venire dalla nicotina. Tanto varrebbe allora sostenere che la natura sta vendicando le multinazionali del tabacco.... Ma venendo al viaggio nell'Ade. Mi ha sempre colpito la visione omerica dell'Ade. E' esattamente il contrario della visione platonica. Non c'è nulla di bello nell'oltretomba omerico e, anzi, non è vero, come in Platone, che noi siamo le ombre del mondo invisibile, semmai è il mondo dopo la morte ad essere una cupa, pallida, vuota imitazione di questo. Il radicale capovolgimento dei valori dell'Iliade ne è la prova lampante. Se nell'Iliade l'Oltretomba era comunque un posto desolato e desolante, ma c'era la scappatoia (per così dire) del valore e della fama che, in qualche, faceva vivere il defunto nel ricordo di chi rimaneva, nell'Odissea Achille dice "preferirei essere un servo nella casa di mio padre, ma essere ancora vivo". E' un capovolgimento di centoottanta gradi. Neppure l'essere stato il più grande dei guerrieri preserva dal lutto della morte. Eppure è di lì che si deve passare perchè la vicenda umana abbia un senso. Odisseo scende nell'Ade, conosce il fato, non gli sfugge (come non gli sfuggono nè Edipo, nè Ippolito, nè tanti eroi della tragedia classica e a differenza degli eroi moderni che invece lo interpretano o ne dubitano), lo vive, in definitiva lo accetta e solo dopo averlo accettato e vissuto può andare avanti. Il suo andare avanti, però, è un moto circolare. Non ci sono "stelle" come nell'oltretomba dantesco. Si scende nell'Ade per tornare a questo mondo. Il ritorno è, sotto più profili, una restaurazione, porta con sè, la sconfitta della bestialità del mondo (i mostri, i popoli selvaggi, lo stesso mare), l'anarchia (un re miceneo aveva in qualche modo connotati divini e vedeva i tentativi di governo oligarchico come sussulti anaichici) e un superamento della conflittualità con gli dei, i quali, a loro volta, rinunciano a ogni attributo titanesco e si comportano, in tutto e per tutto, come dei olimpici, coi quali è possibile un patto. Aggiungo che qualcuno vede le vicende omeriche anche come la rappresentazione dell'affermazione delle stesse divinità olimpiche - maschili in un mondo guidato dai re - sulle divinità preolimpiche, spesso femminili e legate alla fertilità (invece, appunto, Athena è nata dal cervello di Zeus ed è vergine).

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Roberta il 2020-04-09 17:25:01

Riassumendo: Ulisse continua a sbagliare, viene aiutato, risolve, sbaglia di nuovo. Smette solo quando raggiunge la consapevolezza del dolore causato agli altri e piange. Allora avviene la catarsi, terminano le "disavventure" (ossia le conseguenze dei suoi errori) e viene ristabilito l'ordine. Bello quando dici che il disordine in cui si trova Ulisse è il frutto dei torti che ha fatto agli dei (ci si potrebbe fare della psicoanalisi o leggerla come un'allegoria delle relazioni con l'altro ), ma soprattutto quando concludi che l'intelligenza vince, ma ancor di più vincono l'amore incondizionato della nutrice e del cane Argo. Nell'Odissea c'è la storia di tutti noi, presuntuosi e testardi fino a che, grazie a un caso, ci troviamo nella condizione di vedere noi stessi dal punto di vista dell'altro (di qualsiasia natura esso sia). Non sempre succede, a volte succede troppo tardi.

Ottima disamina, come sempre. 

Rubrus il 2020-04-10 15:02:28

Ovviamente molto di questa intepretazione dipende dalla irrisolta questione omerica, tuttavia credo che la semplice, nuda e cruda dispositio dei fatti così come vengono raccontati non la smentisca. Sempre per rimanere dalle parti di Omero o chi per esso, ricordo che Apollo scese dall'Olimpo... sulle spalle portava l'arco e la faretra... risuonavano i dardi sulle sue spalle... scagliò una freccia ... prima colpì i muli e i cani veloci, ma poi lanciò il dardo acuto mirando agli uomini... [omissis] Achille (disse): "Penso che ora davvero dovremo tornarcene indietro... se guerra e peste insieme non piegheranno gli Achei". Il primo libro della letteratura occidentale, l'Iliade, inizia parlando di una pestilenza e, probabilmente, descrive pure un salto di specie. Fate un po' voi... 


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