793 OPERE PUBBLICATE   4095 COMMENTI   81 UTENTI REGISTRATI

Utenti attivi:

RICERCA LIBERA E FILTRI DI VISUALIZZAZIONE

Sezioni:    Narrativa   |    Saggistica   |    Poesia   |    Narrativa di gruppo e collaborazioni tra utenti   |    Momenti di gioco e umorismo a premio e turismo culturale.   |   

Ricerca per genere e utente (work in progress)

Rubrus

A proposito di "Romagna" di Pascoli

"VIRGOLETTE"

Saggistica

Articolo critico (generico)

pubblicato il 2020-04-04 15:45:04

Vorrei parlare di una poesia menzionando e, eventualmente, analizzando, una poesia che, per qualche motivo, mi ha accompagnato nel corso degli anni, a prescindere dal suo valore poetico. Mi tocca però fare almeno una triplice premessa: a) non ho una grandissima sensibilità poetica, anzi… ne ho pochina. b) non essendo un critico letterario, e non essendo comunque questa una critica, l’analizzo a modo mio. c) il valore della poesia – e, ribadisco, questo è un po’ il fulcro del post – è soggettivo e legato a una storia personale.

Ciò premesso, la poesia in questione è “Romagna” di Pascoli. Sotto, trovate il testo.

Sempre un villaggio, sempre una campagna
mi ride al cuore (o piange), Severino:
il paese ove, andando, ci accompagna
l’azzurra visïon di San Marino:

sempre mi torna al cuore il mio paese
cui regnarono Guidi e Malatesta,
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.

Là nelle stoppie dove singhiozzando
va la tacchina con l’altrui covata,
presso gli stagni lustreggianti, quando
lenta vi guazza l’anatra iridata,

oh! fossi io teco; e perderci nel verde,
e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie,
gettarci l’urlo che lungi si perde
dentro il meridïano ozio dell’aie;

mentre il villano pone dalle spalle
gobbe la ronca e afferra la scodella,
e ’l bue rumina nelle opache stalle
la sua laborïosa lupinella.

Da’ borghi sparsi le campane in tanto
si rincorron coi lor gridi argentini:
chiamano al rezzo, alla quiete, al santo
desco fiorito d’occhi di bambini.

Già m’accoglieva in quelle ore bruciate
sotto ombrello di trine una mimosa,
che fiorìa la mia casa ai dì d’estate
co’ suoi pennacchi di color di rosa;

e s’abbracciava per lo sgretolato
muro un folto rosaio a un gelsomino;
guardava il tutto un pioppo alto e slanciato,
chiassoso a giorni come un biricchino.

Era il mio nido: dove, immobilmente,
io galoppava con Guidon Selvaggio
e con Astolfo; o mi vedea presente
l’imperatore nell’eremitaggio.

E mentre aereo mi poneva in via
con l’ippogrifo pel sognato alone,
o risonava nella stanza mia
muta il dettare di Napoleone;

udia tra i fieni allora allor falciati
de’ grilli il verso che perpetuo trema,
udiva dalle rane dei fossati
un lungo interminabile poema.

E lunghi, e interminati, erano quelli
ch’io meditai, mirabili a sognare:
stormir di frondi, cinguettìo d’uccelli,
risa di donne, strepito di mare.

Ma da quel nido, rondini tardive,
tutti tutti migrammo un giorno nero:
io, la mia patria or è dove si vive:
gli altri son poco lungi; in cimitero.

Così più non verrò per la calura
tra que’ tuoi polverosi biancospini,
ch’io non ritrovi nella mia verzura
6del cuculo ozïoso i piccolini,

Romagna solatìa, dolce paese,
cui regnarono Guidi e Malatesta;
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.


 


 

Ed ecco la storia personale. Pur essendo io nato e cresciuto a Milano, parte della famiglia viene, appunto, dalla Romagna. Conseguentemente, ogni anno, d’estate, passavo un po’ di vacanza dai nonni in un paese dell’interno, sull’Appennino tosco – romagnolo. Posso testimoniare che anche persone quasi illetterate erano in grado di ricordare, a memoria, intere poesie, specie di Pascoli perché l’Italia è anche il paese dei campanili (e, in quanto attaccamento alle radici, penso sia una buona cosa). Gli è che, per me, questa poesia, alle orecchie della mente, ha un suono tutt’altro che perfetto, con una cadenza tutta sua e delle “esce” e delle “szeta” che non esistono in altre parti d’Italia. Questa poesia è dunque per me soggettivamente significativa perchè la Romagna era per me il luogo delle vacanze estive , perchè presenta un susseguirsi di scene campestri e di borghi nel pieno dell’estate e perchè parla di nostalgia per quel mondo perduto nello spazio e nel tempo.

Formalmente, mi soffermo sulla semplicità abbinata all’uso di termini tecnici, specie naturalsitici, assai precisi e circostanziati: lupinella, anatra iridata ecc. Le strofe sono quartine quindi brevi, facili da tenere a mente, niente “flusso di coscienza” formale anche se, sostanzialmente, tutta la poesia è un flusso di coscienza sulla corrente del ricordo. Una certa rigidezza di forme quindi, come accade nella poesia del passato, ben lungi da bloccare la spontaneità del pensiero, ne favorisce l’espressione. I versi sono infatti endecasillabi, quelli più naturali in lingua italiana, il cui ritmo meglio si percepisce. Il ritmo è la ragione (o una delle ragioni) per cui ricordiamo i versi delle canzoni meglio dei versi di molte poesie moderne e, su come la metrica e la rima, cacciate dalla finestra della poesia, siano rientrate dalla finestra grazie ai testi delle canzoni, lascio la parola a chi ne sa più di me. La rima è alternata: ABAB. Dopo la baciata, la più semplice. Mi riporto a quanto detto sopra e non lo ripeto.

“Romagna” è dedicata a un amico d’infanzia del poeta, Severino Ferrari, menzionato nei primi versi. Non mi è difficile immaginare che il ricordo degli amici d’infanzia abbia influenzato non poco Pascoli... ma non solo lui. Come dice Stephen King in quella spettacolare novella che è “Il corpo” (alias “Stand by me” alias – ancora una volta! - “ricordo di un’estate”) “Non ho più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni, ma, Gesù, chi li ha?”.

Il ricordo fa ridere e piangere e, infatti, come promesso nei primi versi, dolore e felicità si inseguono per tutto il testo. Da subito, il paese natale assume connotati fiabeschi, sfumati ma innegabili. L’azzurra visione di San Marino, con le torri blu per la distanza, come un castello da favola che sovrasta tutto lo scenario è concreta (non è il Castello di Biancaneve, ma un luogo realmente esistente), ma allo stesso tempo onirica. Altrettanto dicasi per “Il Passator Cortese” (al secolo, Stefano Pelloni, sì, come la Carrà), che era un brigante che spadroneggiava per la Romagna nell’Ottocento e che nell’immaginario e nella cultura popolare, ha non pochi contatti con Robin Hood. Poteva infatti contare su una banda numerosa, tanto da poter assaltare le città, come Forlimpopoli (controllate in rete) e cercava di guadagnarsi il favore delle popolazioni distribuendo parte dei profitti delle sue razzie, tanto da far dire che rubava ai ricchi per dare ai poveri (non è vero, ma quando la realtà incontra la leggenda si sa come finisce). Insomma, proprio come il bandito di Sherwood, e come lui “Re della Strada, Re della Foresta” con la non piccola differenza che Robin Hood, come ci viene raccontato, non è mai esistito, mentre Stefano Pelloni sì.

La poesia prosegue poi alternando immagini e figure prese dalla storia “alta” (i Guidi, i Malatesta, più avanti Napoleone e Ariosto) ad altre, più numerose, prese dalla realtà spicciola, quotidiana, e ritratte in una concretezza che ha quasi più dello scientifico, del sociologico che del letterario. Andate a veder che cos’è la lupinella e perché il bue la rumini con fatica e come sia fatta un’anatra iridata, o anche solo come si comporti un tacchino e che suono abbia il suo gloglottio.

In questo contesto compare il poeta e si annuncia con un urlo. Permettetemi di soffermarmi sulla forza liberatoria di quell’urlo trasmessa attraverso l’uso ripetuto di consonanti liquide, come la lettera “L”, di ripetizioni, di dittonghi e iati che ne amplificano la portata creando una sorta di eco: LAnciarci L’URLO che LUngi si perde nel meridIAno ozIO delle AIE. Personalmente ho avvertito e vissuto in maniera intensa quest’urlo selvaggio e liberatorio che risuona nel silenzio estivo, avendolo pure io lanciato (non senza conseguenze) mentre gli altri si godevano il riposino pomeridiano – che i bambini, io per primo, non sopportano.

Il poeta rappresenta però se stesso fanciullo; se vi va andate a leggervi la poetica del fanciullino pascoliano sui libri di letteratura. Per quanto mi riguarda, quanto a libri, ho trovato, declinata con accenti diversi, quella poetica nel “Pinocchio” di Collodi, ne “L’isola del tesoro” di Stevenson, in “Peter Pan” di Barrie, in “It” (e in altre opere) del già menzionato Stephen King. Il succo è la percezione della meraviglia del mondo, della scomparsa o dell’attenuazione della linea tra realtà e fantasia, scomparsa possibile grazie a un cambio di prospettiva che fa “sentire” meglio l’oggetto percepito rimpicciolendo colui che lo percepisce, da adulto o fanciullo. Questa condizione è spesso colta nel suo divenire, da ragazzo, o bambino, ad adulto, o giovane (se non altro perché a scriverne sono gli adulti, non di rado sdoppiata nel rapporto tra padre e figlio o tra maestro – ma anche avversario o mostro – e allievo). Inscindibile da tale consapevolezza e da tale contemplazione è il sentimento della sua scomparsa, sentimento che prende il nome di nostalgia. L’infanzia, e i luoghi, e gli amici, con cui la si è vissuta diventano quindi un luogo “magico” non sempre rassicurante, ma sempre rimpianto e, soprattutto, irrimediabilmente sempre “altrove” nello spazio e nel tempo, perduto per sempre – come vedremo negli ultimi versi.

Personalmente, ma come credo più o meno tutti, ciascuno a modo proprio, ho vissuto (e vivo quando ci ripenso) tale sensazione. Per molto tempo, anche dopo che smisi di andare in Romagna, ogni anno, al volgere della primavera in estate, mi è capitato, infatti, di sognare di tornare in quei luoghi.

Pascoli, rappresentando se stesso ragazzo, si coglie sospeso tra natura e cultura, fermo sul ponte dell’immaginazione. Lo esprime con l’ossimoro “galoppare immobile”, parlando sia di Napoleone, personaggio storico, sia dell’ippogrifo, creatura fantastica che portava i personaggi di Ariosto sulla Luna, dove, ricordiamo, il poeta poneva le cose perdute (in specie il senno di Orlando, quasi la conoscenza, nel suo senso più ampio e appagante vada oltre il mondo sensibile).

Queste antitesi trovano una sintesi nell’immaginazione del poeta, allora giovane, che sogna poemi in cui a parlare non sono più solo gli uomini, ma la natura – e quindi risa di donne, stormire di fronde ecc… e, eh sì anche io salivo su un albero con un libro in mano, ma l’albero non era un pioppo altrimenti l’allergia mi avrebbe schiantato.

Dopo questa sintesi, che però si consuma in un momento, Pascoli rappresenta nuovamente lo scorrere del tempo, lasciando l’universo sospeso e sostanzialmente immutabile del ricordo per raffigurare, invece, il cambiare delle cose.

Questo è visto in modo essenzialmente negativo. La “migrazione”, il distacco è morte - infatti, immediatamente dopo l’espressione che raffigura lo sradicamento (la mia patria è or dove si vive) cui non fa seguito alcun punto di riferimento nuovo, arriva l’immagine del cimitero. C’è la perdita del luogo e del tempo felice, tra loro inseparabili, ma nulla più prende il loro posto. Per inciso, ricordo che a esacerbare il ricordo del passato fu, per Pascoli, l’omicidio del padre, tuttora irrisolto. A rafforzare ulteriormente il parallelo tra Pascoli e King ricordo che il padre dello scrittore americano scappò di casa né di lui si seppe più nulla. Per rimanere dalle nostre parti, però, mi piace ricordare che anche l’inno regionale “Romagna mia” parla di “nostalgia del passato” e di emigrazione, anche se sul ritmo allegro del liscio.

Per tale ragione, Ulisse senza più Itaca, Pascoli non vuole tornare più indietro. Fisicamente potrebbe, come è ovvio, ma non troverebbe più quel che aveva lasciato e quindi il suo malessere diventerebbe insopportabile.

L’unica consolazione – di più non si può dire – è quindi ritornare, anche se solo col pensiero, là da dove si era partiti, alla Romagna solatia (che non è quindi solo “assolata”, ma piena di luce, in senso anche metaforico) che è – e ancora una volta mi esprimo in termini personali e soggettivi – allo stesso tempo l’Isola che non c’è, il Paese dei Balocchi, la Casa sull’Albero di Stand by me (dove una griglia rugginosa sospende il tempo in un momento indefinito e perpetuo tra luce e tenebra, in un tramonto /alba perpetuo), i Barren di Derry, la Terra Oltre la Foresta dove si reca Jonathan Harker, l’Isola del Tesoro e molti altri posti ancora.

Ma che non è mai, né può più essere, qui.

SEGNALA ALL'AUTORE IL TUO APPREZZAMENTO PER QUESTA PUBBLICAZIONE

SEGUI QUESTO AUTORE PER ESSERE AGGIORNATO SULLE SUE NUOVE PUBBLICAZIONI

L'AUTORE Rubrus

Utente registrato dal 2017-11-02

Il romanzesco è la verità dentro la bugia

ALTRE OPERE DI QUESTO AUTORE

Amori, film e altri fantasmi Narrativa

Storto Narrativa

A proposito di Sherlock Holmes Padre Brown e l'ombra di Dracula Saggistica

OFFLIGHTHINGS Narrativa

Riciclaggio Narrativa

Suoni Narrativa

L'oro degli sciocchi Narrativa

Quattro chiacchiere sulla narrativa fantastica Saggistica

Riflessi Narrativa

@nime Narrativa

VEGAN Narrativa

A PROPOSITO DI … TRE POETI E LA SERA (FOSCOLO, LEOPARDI, PASCOLI) Saggistica

A proposito di Odisseo e del coronavirus Saggistica

A proposito di "Romagna" di Pascoli Saggistica

Buck Narrativa

Un lavoro come un altro Narrativa

A proposito di "I Pitard". Saggistica

Voli Narrativa

CAR Narrativa

Trekkers Narrativa

Il Re e me - come vissi, quasi, un racconto di Stephen King Saggistica

Colui Che Non Deve Essere Regalato Narrativa

Su "L'infinito" Saggistica

Conto alla rovescia Narrativa

Argulus Narrativa

L'uomo che non c'era Narrativa

Scighéra Narrativa

A proposito di Shining e Dr. Sleep Saggistica

A proposito di "San Martino" Saggistica

Ultima corsa Narrativa

A proposito di "Il carro magico" di Joe R Lansdale Saggistica

Concerto Rosso Narrativa

La matita di IT Saggistica

Anatomia di un racconto - Cacciatori di Vecchi - di Dino Buzzati Saggistica

Mea culpa Narrativa

A proposito di "L'ombra dello scorpione" - con una strizzatina d'occhio a Tolkien Saggistica

Crepuscolo Narrativa

A proposito di Stanlio e Ollio - film del 2018 Saggistica

Nani Narrativa

A proposito di... un western italiano Saggistica

Le cose per cui rimani Narrativa

Tallone da Killer Narrativa

Il mondo migliore Narrativa

Erba Cattiva Narrativa

Storia di Sam. Narrativa

Ciò che non muore Narrativa

A proposito di"La resa dei conti". Saggistica

Acqua morta Narrativa

A nostra immagine Narrativa

A proposito di "Le acque del nord". Saggistica

Clichè Narrativa

La notte più lunga Narrativa

In memoria di Giuseppe Lippi Saggistica

Debunker Narrativa

Su"TheOutsider" Saggistica

L'uomo nella stanza Narrativa

Quell'ultimo, stupido pezzo di carta. Narrativa di gruppo e collaborazioni tra utenti

Inseparabili (brividi d'ottobre) Narrativa

Paese d'ottobre (brividi d'ottobre) Narrativa

Nessuna risposta (brividi d'ottobre) Narrativa

Malocchio (brividi d'ottobre) Narrativa

Due giorni prima dei morti (brividi d'ottobre) Narrativa

Passaggi (brividi d'ottobre) Narrativa

Il resto (brividi d'ottobre) Narrativa

Semi di zucca (brividi d'ottobre) Narrativa

Spuntino di mezzanotte Narrativa

L'inciampo Narrativa

Dove finisce l'estate Narrativa

L'intruso / Alcune piccole imperfezioni. Narrativa

Fine stagione Narrativa

Sirena Narrativa

Sherlock Holmes e l'avventura del dottor Watson Narrativa

Crop man Narrativa

Non lo so Narrativa

Predatori Narrativa

Primo mare Narrativa

Anatomia di un racconto Saggistica

The Dancing Ghost Narrativa

Casa dell'Ade Narrativa

Aspirazione Narrativa

Girabuio Narrativa

Appdeath Narrativa

Possibilità Narrativa

Ogni cosa al suo posto Narrativa

Legal Killer Narrativa

Sfocature Narrativa

Paese d'ottobre Narrativa di gruppo e collaborazioni tra utenti

Nero Natal Narrativa

Appunti sulla sospensione dell'incredulità Saggistica

Merry Killmas Narrativa

L'oracolo Narrativa

Buh! - i mostri e le loro maschere Saggistica

Il viaggio infinito di Long John Silver Saggistica

Il treno, il bambino, il drago. Saggistica

Urari Narrativa

Urari Narrativa

DIVIETO DI RIPRODUZIONE

E' assolutamente vietato copiare, appropriarsi, ridistribuire, riprodurre qualsiasi frase, contento o immagine presente su di questo sito perché frutto del lavoro e dell´intelletto dell´autore stesso.
É vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
É vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall´autore.

Mauro Banfi il Moscone il 2020-04-05 13:41:18
Ciao, Roberto: i tuoi "A proposito" stanno piano piano diventando un corposo volumetto, eh, bè, se ci fosse ancora qualche libreria aperta, lo comprerei... Devo ancora tornare su quello dedicato al "L'infinito" di Leopardi, per il quale avevo troppo da dire e pochissimo tempo all'epoca, mentre ora in questa incredibile fase di monachesimo laico epidemiologico il fattore si è invertito, e ci ritornerò, come anche quello su Lansdale. Mia nonna aveva una casa a Riccione e anch'io ho respirato l'aria della Romagna, come vacanziere, per decenni. Ho amato e ancor adoro le atmosfere di Ravenna, Rimini, Castelvecchio. E quella natura particolare, bellissima, leggendo la tua bella rievocazione saggistica ed esistenziale, da novello Citati: da una parte le creste scintillanti delle Alpi Apuane, da un'altra il borgo rosseggiante di coppi di Barga e da un'altra ancora foreste verdissime e casolari di contadini in radure verso la Versilia. E nell'immaginazione, nell memoria profonda si riaccendono i profumi, l'ebbrezza ermetica del viaggio, la voglia di leggere quei libri nella biblioteca di Castelvecchio e tutta la chiamata del mio Puer Aeternus, su cui verghi sagge considerazioni... A scuola mi avevano colpito le rondini nelle liriche del Pascoli - i miei compagni preferivano il panico D'Annunzio, sollecitati dalle sue avventure pruriginose - ma ho sempre preferito il senso mirabile di Pascoli per la natura; quel suo saper esprimere con toni più intimi e sommessi il divenire dei suoi cicli e delle sue necessità, e la sua meravigliosa bellezza e il suo infinito mistero, quel dispiegarsi di piante e animali nella vicenda della vita e quei nomi magici: il pittiere, l'assiuolo, il croco, il torcicollo... Ho sempre amato quel suo dialogo intimo e riservato con la natura: mentre D'Annunzio e la Duse galoppavano nudi su focosi destrieri verso la marina di Pisa, Pascoli esultava e se ne stava ore e ore a contemplare le rondini accudire il proprio nido. Ho sempre trovato un mistero nel mistero il fatto che i due poeti si stimassero così reciprocamente. Per Pascoli nella natura c'è qualcosa che mette l'uomo al suo posto, una forza magnifica e incomprensibile che fa dell'umano un insetto fragile e atterrito, come quello di oggi incalzato dalla regina Korona. E Pascoli poeta è il Puer che guarda, a bocca aperta, il guizzare delle rondini e dei fulmini tra cielo e nidi. Per il Vate la natura era invece un afrodisiaco per superuomini e inesauste erezioni e polluzioni. La poesia è bella perchè varia. Da Castelvecchio sviluppai una passione per visitare le case museo degli artisti e degli scrittori italiani e non...e la bellezza di quel dialogo intimo con il circostante la ritrovai solo a Recanati, dal Leopardi e nella meravigliosa dimora di Pietro CItati a Giuncarico, vicino a Grosseto... Bello davvero questo saggio, ha un potere quasi proustiano, mi ha fatto ritrovare del prezioso tempo perduto, in questa straniante clausura, nel mio chiostro laico vicino al Po... Eh, sì: libertà non è fare quello che si vuole ma ritornare a volare ogni tanto con l'immaginazione, a ritroso, nei regni del Puer Aeternus... Abbi gioia

Rubrus il 2020-04-05 14:50:09

Accludo un brano in cui la poesia viene recitata - se non ho sbagliato a riconoscere la voce - da Arnoldo Foà. https://www.youtube.com/watch?v=kUxDKpVvKDA . Sono stato anche a Barga (e in altre case di artisti e poeti), e devo dire che è toccante. C'è poco da aggiungere, meglio ascoltare.


Roberta il 2020-04-05 15:45:08

Ciao Rubrus, non sai che sorpresa e che piacere sia stato per me leggere questo tuo saggio; anche solo leggendo il titolo ho avuto un tuffo al cuore, perché Romagna è la poesia che mia madre, che è del ‘39, declama a memoria da sempre, in varie occasioni, nei pranzi domenicali, mentre cucina, approfittando di qualsiasi spunto. Di solito, arrivata all’azzurra vision (seconda i con la dieresi, ovviamente) di San Marino, tutti cominciamo ad alzare gli occhi al cielo e a prenderla in giro. Io però i versi di questa poesia me li ricordo bene, dal Guidon selvaggio al re della strada, re della foresta, a quel “Oh, fossi io teco, e perderci nel verde”, che mi è sempre sembrato magnifico, perché mi ricordava che anch’io, che nel verde ho passato tutte le estati della mia infanzia, mi ci perdevo immaginandomi pure in sella all'ippogrifo (anche se allora non conoscevo ancora l’Orlando furioso) o a banalissimo cavallo che nella mia immaginazione aveva la stessa dignità dell’ippogrifo. Comunque, quando studiavo per il secondo esame di letteratura italiana all’università, ricordo benissimo la scena, io seduta in cucina e lei in piedi, le ho dato il “la” e me l’ha recitata tutta, fino all’ultimo verso. Mi commuovo ancora nel ricordarlo. Il fatto è che le immagini di Romagna sono le immagini della campagna e del mondo contadino che non erano ancora scomparse quando io ero bambina. Il meridiano ozio dell’aie io lo riconoscevo, così come la ronca del villano, i fieni allor falciati ecc. Ma soprattutto, era il ritmo delle strofe che si succedevano, e il cambio di tono con cui ogni tanto la voce di mia madre s’impennava, proprio dove le immagini erano più evocative, nella memoria personale delle aie contadine o in quella scolastica dei Guidi e Malatesta e nel fascino del Passator cortese. Tutte immagini che sia mia madre che io, a quanto pare, nonostante la differenza di una generazione, abbiamo sentito profondamente nostre. 



Molto bella, in particolare, la parte finale del tuo commento e il confronto che Stand by me: qui vengono fuori con grande forza la visione del mondo attraverso la magia dell’infanzia e di conseguenza la nostalgia per un mondo perduto, ma secondo me non del tutto, almeno per chi sa immergersi nelle profondità delle sensazioni e dei ricordi sedimentati dentro di noi.



Nonostante sia condivisibile quella consapevolezza triste che fa dire a Pascoli “Così più non verrò per la calura / tra que’ tuoi polverosi biancospini” perché sappiamo che non li troveremo più, la poesia dimostra che nulla è andato perduto, se anche solo leggere il titolo mi fa rivivere su più livelli la mia infanzia, il ricordo di mia madre, il mondo perduto delle aie con i tacchini, delle rane e dei grilli. Una specie di tempo ritrovato, insomma. Poi certo, in Pascoli la visione della natura è turbata dai lutti, per cui L'assiuolo, l'atomo opaco del male ecc., ma in questa poesia di questo aspetto inquietante ce n'è solo un accenno alla fine.



 


Rubrus il 2020-04-05 17:36:50

Le nostre madri sono coetanee, a quanto pare (io però sono più vecchio di te, ahimè) . E quanto al resto, ciò che, più in questo momento di reclusione forzata sono non tanto la socialità (tutto sommato, essere un po' misantropi ha i suoi vantaggi) quanto l'aria aperta, i boschi, i campi e i prati, anche se solo quelli dei parchi cittadini.



 


Roberta il 2020-04-06 14:41:15

Eh, immagino che vivere a Milano in questo periodo sia più difficile che vivere in un paesotto del Trentino. Ma mi accorgo che nel mio commento ho parlato solo dei miei ricordi e non ho detto quasi nulla sulla tua analisi: il motivo è che condivido tutto, dalle osservazioni sul ritmo e sulla metrica ("cacciata dalla poesia e rientrata dalla finestra con le canzoni"), a quelle sul lessico semplice abbinato ai tecnicismi (uso di termini precisi e non vaghi nel nominare piante e animali). Aggiungo che la precisione del linguaggio, in particolare in Pascoli, è un mezzo per rendere più vivide le immagini e forse un altro dei motivi per cui la poesia resta in mente soprattutto a chi in mezzo alla natura e alla campagna ci è cresciuto. Per quanto riguarda l’analisi del contenuto, ho già detto di aver gradito i riferimenti al racconto Il corpo  (Stand by me) di Stephen King, ma aggiungo che il tuo discorso segue una linea molto interessante e nuova rispetto alle analisi che possiamo trovare su un qualsiasi libro di letteratura, motivo per cui lo apprezzo particolarmente. Frasi da sottolineare: “Il succo è la percezione della meraviglia del mondo, della scomparsa o dell’attenuazione della linea tra realtà e fantasia, scomparsa possibile grazie a un cambio di prospettiva che fa “sentire” meglio l’oggetto percepito rimpicciolendo colui che lo percepisce, da adulto o fanciullo.” 



Di mio aggiungo che questa è una di quelle poesie di Pascoli che non si studiano più a scuola, come tutte le poesie narrative, ad eccezione di X agosto, La mia sera e Digitale purpurea. Ora il Pascoli che si studia è quello del fonosimbolismo, dell’innovazione stilistica (frammentazione sintattica, uso dell’onomatopea, plurilinguismo ecc.), quindi ci si sofferma su poesie come L'assiuolo, Novembre,  Temporale, Il lampo, il che va bene, però il tuo post mi fa riflettere sul fatto che in questo modo del Fanciullino rimane solo la paura della morte, non lo stupore, la gioia, i brividi. La poesia Romagna invece ci rivela un Pascoli che è stato anche un bambino felice, fantasioso e non solo un adulto la cui crescita si è bloccata a causa dei numerosi traumi infantili.



 


RISPONDI CON EDITOR AVANZATO