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Leggenda di Natale V. M. 18

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Vecchio Mara

pubblicato il 2020-04-03 11:20:45


Leggenda di Natale (vietato ai minori di anni 18) 

 

«Questa primavera, insieme ai fiori è sbocciata anche tua figlia», si era complimentato con mio padre il fittavolo Barbacenere. «Vedrai quanti calabroni pronti a pungerla gli ronzeranno attorno tra un paio d’anni», continuò accarezzandomi con quella sua mano che, al tempo, non percepivo untuosa. Lo ritenevo una specie di zio affettuoso, il sessantenne fittavolo Barbacenere, un omone alto un metro e novanta dal portamento altero.

«A badilate li prendo, se si avvicinano a meno di un metro alla mia bambina!» tuonò mio padre con quel suo vocione da orco. No, non era cattivo, mio padre… burbero sì, cattivo con me non lo è mai stato… protettivo, molto protettivo: forse dovuto al fatto che ero una femminuccia.

Barbacenere rise sguaiatamente, trascinandosi dietro mio padre; io mi limitai a sorridere continuando a cogliere margherite.

Pur non dovendo pagare la pigione dell’insalubre alloggio all’interno della cascina, il salario da bracciante bastava appena a tirar su quattro figli: tre maschi e me. Per questo motivo ogni volta che Barbacenere stravaccava sul tavolo gli abiti dismessi dei sui tre figli, mia madre si spendeva in salamelecchi.

Da noi bambini, invece, era percepito come una specie di Babbo Natale, il fittavolo Barbacenere, quando assieme agli abiti dismessi ci “regalava” anche qualche giocattolo ammaccato scartato dai suoi figli.

Era una vita di stenti, la nostra. Ma nonostante tutto, io ero felice… e lo erano anche due dei miei fratelli, quelli più piccoli di me; l’altro no, Alfonso aveva vent’anni, era stato assunto da Barbacenere come mungitore ed era perennemente immusonito, come le mucche da latte che mungeva. E pur chiedendomi perché non sorridesse mai, non ero ancora arrivata a capire che crescendo la felicità sarebbe evaporata: sciolta come una nevicata tardiva al Sole della prorompente primavera.

E non avendolo ancora compreso, potevo scorazzare felice sull’aia, nei campi, raccogliere fiori e poi le ciliege mature e fare tante altre cose, e in inverno danzare in mezzo alla neve e aspettare Natale per scartare i regali: regali che, naturalmente, erano portati da un Babbo Natale davvero speciale. Se devo essere sincera, da quel lato lì, a Natale sapeva come prenderci, Barbacenere. Oltre ai giocattoli, nuovi, per i miei due fratelli e una bambola con gli occhi che si aprivano e chiudevano da soli per me; era solito portare un dono per mia madre: nulla di che, un ninnolo da poche lire, ma tanto bastava a farla contenta. E non si scordava nemmeno di mio padre e di Alfonso, per loro, qualcosa di veramente prezioso: una busta, una gratifica davvero utile per far quadrare un bilancio famigliare perennemente in rosso.

 

Una nebbia fitta era calata sui campi e all’interno della cascina, quel giorno di dicembre. Ero seduta tutta imbacuccata davanti all’uscio di casa con in grembo Micio, il mio gattone nero, che ronfava pacifico mentre gli lisciavo il pelo. Improvvisamente saltò dalle ginocchia e corse verso il porticato dove erano ricoverati carri e attrezzi agricoli: probabilmente aveva visto un topo.

«Micio! Vini qua, Micio!» lo chiamavo rincorrendolo. Lui si fermò, si voltò e poi balzando da un piolo all’altro raggiunse il soppalco. Dovendo salire la scala a pioli per andarlo a prendere, per essere libera nei movimenti mi levai il paltò; sotto indossavo una gonna scozzese un po’ cortina: era di Barbara, la figlia di Barbacenere che, quando aveva i miei anni, era un po’ più bassa di me; e un golfino azzurro, di lana infeltrita, appartenuto anch’esso a Barbara. Dopo aver sistemato il paltò sopra un carro iniziai a salire lentamente la ripida scala a pioli appoggiata al soppalco.

Come posai i piedi sul soppalco, Micio, che mi aspettava acquattato, con un balzo felino saltò dal soppalco, atterrò sul carro e con il salto successivo  tocco terra e filò via.

Mi tremavano le ginocchia a guardare la scala a pioli dall’alto in basso. Dovevo scendere ma ero come paralizzata dalla paura. L’altezza non era ‘sto gran che: tre metri, più o meno. Ma per una bambina che non era mai salita fin lassù, quella scala a pioli che scendeva a precipizio rappresentava un ostacolo insormontabile.

Lassù non potevo stare, se mi avesse visto mio padre sarebbero stati dolori. Così, dopo essermi girata, iniziai a scendere tenendo lo sguardo fisso sul soppalco; ma dopo aver posato i piedi sul secondo piolo commisi l’errore di guardare in basso; rimasi lì, come paralizzata, aggrappata con le unghie alla scala.

Tremavo e piangevo, la paura era tanta, troppa per poter muovere un piede e cercare il piolo successivo. «Loredana! Che ci fai lassù?» udii chiamare alle mie spalle.

Di voltarmi non se ne parlava, ero terrorizzata dalla paura di cadere. Ma riconobbi la voce: era del fittavolo Barbacenere.

«Ho paura, aiutami!», singhiozzai.

«Non muoverti, arrivo!» esclamò.

Pochi secondi ed era dietro di me. «Coraggio, prova ad allungare il piede», mi esortò, afferrandomi la caviglia per guidare il piede sul piolo più in basso.

Piano piano, piolo dopo piolo iniziai a scendere. Fu sul penultimo o terzultimo piolo, ora non ricordo bene, che il piede mi scivolò. «Aiuto!» gridai mentre scivolavo.

Barbacenere, che nel frattempo aveva posato i piedi a terra, mi cinturò con un braccio mentre facendo passare l’altra mano tra le gambe mi reggeva da sotto. Ero lì, con la schiena contro il petto di Barbacenere, lo sentivo ansimare nelle orecchie mentre mi faceva la ramanzina: ingenuamente pensavo ansimasse per lo spavento. Ad un certo punto, mentre parlava sento le dita della mano con la quale mi reggeva da sotto spostare le mutandine, poi uno strano pizzicore. «Ahi!» feci quando mi parve di sentire un dito forzare la fessura per entrarmi dentro. Subitamente Barbacenere  mi posò a terra e si scostò.

Mi voltai: stava sudando. Intimorito dallo sguardo interrogativo di una bambina cambiò repentinamente atteggiamento. «Allora, Loredana, domani è il tuo compleanno e il tuo onomastico, pensa che fortuna che hai; festeggiandoli assieme, riceverai un doppio regalo. Dimmi: cosa vorresti da me per regalo?»

«Che non raccontassi a mio padre che sono salita sulla cascina», mugugnai tenendo lo sguardo basso.

Barbacenere sorrise. «Non temere, piccolina, sarà il nostro segreto, promesso», mormorò mentre mi accarezzava la guancia in un modo strano, differente dal solito, più insistente. Scivolando via con la mano mi sfiorò il seno e la fermò lì. «Cosa stai facendo?» gli chiesi d’istinto.

Barbacenere si scosse. «Nulla, era soprapensiero», rispose voltandosi per prendere il cappello e il tabarro dal carro: se li era tolti in precedenza per poter salire la scala a pioli. «Ora corri a casa che fa freddo. Domani ti porterò il regalo per la tua festa!» tagliò corto mentre faceva la ruota con il tabarro.

 

Due bambole che odoravano di stantio, probabilmente recuperate in cantina, in fondo al baule dove teneva i giochi scartati dai figli; questo fu il doppio regalo, comunque molto gradito. Ma ancor più gradito fu il fatto che Barbacenere non raccontò nulla a mio padre: di fronte al mio sguardo terrorizzato, facendomi l’occhiolino lasciò intendere che avrebbe mantenuto la promessa.

 

La neve aveva iniziato a venir giù durante la notte e al mattino c’è n’erano già una ventina di centimetri al suolo, più che sufficienti per fare un bel pupazzo di neve. Mi ero messa di buzzo buono alle nove e mezz’ora dopo ammiravo soddisfatta il mio capolavoro.

«Bello! Babbo Natale è arrivato con tre giorni di anticipo per te», udii alle mie spalle. Mi volsi e rimasi interdetta. L’avevo riconosciuto dalla voce, ma trovarmi davanti quell’enorme figura fasciata nel tabarro nero, con in testa un cappellaccio dalle larghe tese spioventi dello stesso colore in mezzo a tutto quel bianco, mi aveva procurato un brivido, un attimo di terrore.

«Ti ho spaventato?» mi chiese con fare apprensivo.

«No… no», balbettai.

«Hai i capelli bagnati, finirai col prenderti un malanno che ti costringerà a passare il Natale a letto. Vieni dentro che te li asciugo», disse lui, mentre apriva la porta del garage: avevo creato il mio capolavoro di neve accanto al garage officina dove teneva le automobili antiche (ne aveva ben tre), che curava e lucidava personalmente un giorno sì e l’altro pure.

«Siedi lì mentre prendo un asciugamano», continuò indicando il divano.

Il garage officina era il suo regno; c’era il bagno, il riscaldamento, il pavimento lucido, il salottino dove ero seduta e dove lui si accomodava con il bicchiere in una mano, il sigaro toscano nell’altra e restava ore a rimirare i suoi preziosi giocattoli: casa nostra a confronto era una stalla!

«Levati il paltò che lo metto ad asciugare sul calorifero», ordinò con un tono che non ammetteva repliche quando tornò dal bagno con l’asciugamano.

«Va bene», feci io, iniziando a sbottonarlo. Glielo porsi, lui lo prese e lo appese alla manopola del calorifero, di fianco al divano. Poi iniziò a frizionarmi energicamente i capelli con l’asciugamano. «Come si fa a uscire di casa senza niente in testa con questo tempo», borbottava mentre mi asciugava. «Ecco fatto!» esclamò alla fine.

Ora che mi aveva tolto l’asciugamano dalla faccia lo vedevo scuotere la testa. Stava guardando le mie gambe; indossavo ancora la gonna un po’ cortina della volta precedente e stando seduta sul divano era venuta un po’ più su: fino a metà coscia. Va da sé che portando i calzettoni, dal ginocchio in su le gambe erano nude.

«Guarda qua, hai la pelle livida», osservò mettendosi a frizionarmi le cosce. Ma non in maniera energica, come aveva fatto con i capelli… Scusate, ma a questo punto non posso esimermi dal rivivere quegli interminabili, agghiaccianti minuti tornando bambina, a quel giorno, in quel garage… scusate, ma ogni volta è un trauma, una ferita che continua a sanguinare.

 

Guardo stranita le sue mani scivolare lungo le cosce con un movimento carezzevole, come nessuno, a parte mia madre, ha mai fatto. Lo sento mormorare: «Dieci anni, sei una signorina ormai. Quando tornerai a scuola dovresti mettere le calze lunghe...quelle che ti coprono fino a qui», e allungando le mani arriva fino all’inguine. Istintivamente mi ritraggo.

«Cosa c’è? Hai paura?» mi domanda sorridendo. «Non devi averne», e intanto che lo dice mi tira su la gonna.

Sono come paralizzata, provo ad articolare una frase ma riesco soltanto a fare cenno di no con la testa: il significato sarebbe che non voglio, che deve lasciarmi stare. Ma lui comprende, o finge di comprendere tutt’altro. «Non ne hai, brava… Vediamo cosa c’è qua sotto», e mi tira giù le mutandine.

Riprendo a tremare, sono terrorizzata. Lo guardo e lo vedo sudare, con gli occhi sbarrati puntati là, comincia a toccarmi la fessura. Poi si accomoda accanto a me, alla mia destra, apre la patta e… e poi mentre con le dita della mano sinistra tormenta la mia fessura… con l’altra si masturba! Chiudo gli occhi sperando che riaprendoli si riveli solo un brutto sogno. Lo sento ansimare. Sento il cuore battere come un tamburo, sta per scoppiare! Sto per morire quando, finalmente, dopo un sussulto e lungo sospiro, leva la mano che mi tormenta in mezzo alle cosce e si adagia sul divano.

Subitamente mi alzo e mi tiro su le mutandine. «Non devi dire niente, sarà il nostro segreto», lo sento dire nel mentre.

Senza rispondere prendo il paltò. Lui è ancora stravaccato sul divano con il “coso” fuori dai pantaloni. «Se lo dirai a qualcuno… mi costringerai a venir meno alla promessa che ti ho fatto: dovrò dire a tuo padre che ti sei arrampicata sulla cascina».

Indosso in fretta e furia il paltò e, passandogli davanti a testa bassa, faccio per andarmene. «Hai capito?» mi chiede seccamente, afferrandomi per un braccio e guardandomi torvo. «Se tuo padre viene a sapere che gli hai disubbidito, ti farà rinchiudere in collegio; me lo ha detto lui, lo ha giurato davanti al prete. E’ per questo che non gli ho detto niente.»

«Non… non lo dirò a nessuno… lo giuro», balbetto impaurita.

«Brava», fa lui, ammorbidendo il tono. Poi mi lascia il braccio, sorride. «Ora vai a casa… e mi raccomando, acqua in bocca!» conclude con fare soddisfatto.

 

E’ stata dura, ogni volta è come fare un viaggio a ritroso nel tempo, in un malo tempo che vorrei cancellare per sempre dalla mente… ora sto meglio, posso continuare.

 

Tremavo come una foglia correndo verso casa. Quando mia madre mi vide entrare stravolta, le prese un colpo. «Che faccia da paura che hai, tu stai male!» esordì mettendomi una mano sulla fronte. «O Madonna santa! Hai un febbrone da cavallo!» e dopo avermi spogliata, asciugata e messo il pigiama pesante, m’infilò dentro il letto.

Due giorni con la febbre che non voleva scendere sotto i trentanove, e il ricordo di quei terribili momenti che non se ne volevano andare. A Natale stavo leggermente meglio - febbre a trentotto - ma di scendere dal letto non se ne parlava.

A metà mattina mia madre venne di sopra sorridendo. «Guarda cosa ha portato Babbo Natale!» esclamò mostrandomi la bambola, nuova, che, come ogni Santo Natale, insieme agli auguri, la gratifica e i giocattoli per i miei due fratellini, Il fittavolo Barbacenere si era premurato di consegnare personalmente.

«Non la voglio», mugugnai, tirandomi le coperte fin sopra la testa.

«Perché?» fece sorpresa mia madre. Sedendosi sul letto tirò via le coperte dalla faccia. «Non vedevi l’ora che arrivasse Natale per vedere i regali che avrebbe portato Barbacenere, ed ora…»

«Ed ora non la voglio!» sbottai interrompendola. «Barbacenere non è Babbo Natale!» e mi tirai nuovamente le coperte sulla faccia.

Mia madre sbuffò, si alzò dal letto e se ne andò borbottando: «Oggi sei intrattabile, meriteresti una sculacciata».

«Non è Babbo Natale… è l’orco cattivo», mormorai tra me da sotto le coperte.

 

La febbre se ne andò insieme al peggior Natale della mia vita. E la bambola di Barbacenere finì dentro un baule, assieme alle altre. Il tempo dei giochi innocenti era volato via insieme alla consapevolezza che dietro un sorriso, un complimento, una carezza, può nascondersi ben altro.

Quando lui mi salutava con quel suo fare premuroso, percepivo che mi stesse spogliando con gli occhi: erano occhi freddi, non erano buoni. Allora, mormorando un timido: «Ciao», abbassavo lo sguardo e correvo via. E così scoprii che l’odio era un sentimento forte, anche più dell’amore. Le mie notti insonni erano trapuntate da pensieri di odio feroce; imploravo finanche il demonio perché si prendesse cura del fittavolo Barbacenere, ma quando le mie “preghiere” parvero trovare accoglienza… ci rimasi male, e mi vergognai di me stessa.

Lo guardavo deambulare lentamente, ricurvo, appoggiandosi al bastone: la malattia l’aveva come rimpicciolito, rinsecchito, mi faceva davvero tanta pena. Lo guardavo e quando lui volgendo lo sguardo emaciato mi sorrideva, abbassavo gli occhi e mi chiedevo se fosse davvero stata colpa mia.

 

Il fittavolo Barbacenere morì il giorno che fiorì il ciliegio nel suo giardino: chissà se avrà avuto un senso, se la coincidenza fosse un segno mandato da lassù… o più probabilmente, da laggiù.

Riflettendo su quanto scopersi origliando una conversazione tra mio padre e mia madre, opterei per laggiù: il fittavolo Barbacenere era stato trovato stravaccato sul divano, nel garage dove custodiva i suoi inconfessabili segreti, con i calzoni e le mutande tirati giù e la mano destra stretta attorno al suo “coso”. Un fermo immagine agghiacciante, aveva svelato la parte che non avrebbe cambiato di molto il giudizio sull’uomo, quel che avrebbe potuto fare la differenza gettando il suo buon nome in pasto al pubblico ludibrio, era nelle mie mani, nella mia testa, e lì sarebbe rimasto.

 

Eppure ogni volta che incrociavo lo sguardo di mia madre, mio padre e i miei fratelli, ci leggevo un senso di raccapriccio, come se fossero a conoscenza del mio inconfessabile segreto, come se fosse stata colpa mia. E non accadeva solo con i famigliari, ma anche con i ragazzi, i compagni di scuola.  Crescendo il problema assunse dimensioni preoccupanti. Quelli che per molti furono gli anni dei primi approcci, per me si rivelarono una continua fuga dai sentimenti; quando mi capitava di provare simpatia per qualche ragazzo, arrivando al dunque vedevo in lui Barbacenere che si dava da fare con una bambina, sentivo le sue mani appiccicose farsi largo tra le mie cosce e allora, di andare avanti non se ne parlava proprio; e al malcapitato non rimaneva che accompagnarmi a casa immusonito.

E’ dura, molto dura coltivare amicizie, se al primo sguardo complice, immagini che lui sappia tutto di te e voglia comportarsi di conseguenza. Dovevo andarmene via, lontano, in mezzo a gente sconosciuta se volevo emergere dal gorgo di un ricordo che stava prendendosi il mio tempo, la mia vita.

Dopo aver conseguito il diploma di ragioneria, cercai un impiego lontano dai luoghi natii. Lo trovai in una città dove non ero mai stata, sicura che sarei stata una ragazza in mezzo a tante, come tante.

Ma nulla è cambiato: il fittavolo Barbacenere, morto e sepolto da ormai trent’anni, non se ne vuole andare dalla mia mente!

 

E così, in questo Natale solitario, chiusa nel mio monolocale, guardando dalla finestra la neve che scende lieve e le strade deserte percorse da null’altro che un silenzio ovattato, ascolto il brano “Leggenda di Natale”; e avviluppata da quest’atmosfera irreale mi scopro a pensare che magari, condividendo la mia storia posso liberarmi dal pesante fardello che ha segnato indelebilmente la mia esistenza.

Ed eccomi seduta al tavolo a battere sui tasti del pc per dare un senso compiuto e definitivo alla storia di un fiore appassito a Natale, un Natale di molti anni fa.

Ma ora che tutto è stato scritto… mi scopro titubante. Cosa fare: schiacciare il tasto invio e condividere il mio tormento con gli amici di penna, o cancellare tutto? Nell’incertezza decido di salvare il testo e di conservarlo nella memoria del pc… forse un giorno, lo troverò il coraggio di aprirmi… forse…

 

                                                    FINE    

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Eli Arrow il 2020-05-18 16:02:12

Quello degli abusi sessuali sui bambini è un tema spinoso, che tu hai affrontato dal punto di vista di una bambina abusata, con successo, nel senso che è proprio così che ci si sente da piccole davanti all'abuso sessuale (purtroppo ne parlo con cognizione di causa). Anche perchè, spesso, il pedofilo non arriva diretto alla violenza carnale, che potrebbe essere molto più facilmente smascherabile, ma passa attraverso pratiche che pesano comunque come macigni sulla psiche di una bambina/o che non ha ancora gli strumenti per collocarle nella giusta dimensione e, il 99 % delle volte, pensa che tutto succeda per colpa sua e, 99% delle volte, proprio per questo motivo non ne parla.

E' qui che i genitori dovrebbero intervenire PRIMA che succeda la schifezza, spiegando al bambino/a che non è MAI colpa sua se un adulto lo approccia sessualmente, con buona pace (e spero, io, eterna dannazione) di Freud che definisce il bambino un 'peverso polimorfo', giustificando in qualche modo il pedofilo. Che non ha giustificazione alcuna.

Racconto ben scritto. Vorrei dire piaciuto, ma ci sono cose che non si cancellano. Ciao.

Vecchio Mara il 2020-05-19 16:31:40
ho provato a immaginare la reazione di una bambina di fronte a un mostro che lei fino a quel momento considerava una specie di zio buono, se ci sono riuscito, non può che farmi piacere, mi spiace soltanto di averti riportato alla mente un episodio che ti ha segnato per sempre. Ti ringrazio di averlo letto, e sopratutto per il commento che analizza il comportamento del pedofilo e quello che dovrebbero tenere i genitori. Ciao Eli.

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