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il femminicidio

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di oedipus

pubblicato il 2020-04-02 14:55:20


Ora è mattino; c’è il sole, lo vedo riflesso dai muri delle case e dalla strada e il cielo è azzurro chiaro; ma stanotte c’era solo buio, i numeri vermigli dell’ora che la sveglia stampa al soffitto, pioggia e tuoni. Con gli occhi aperti ho ricordato quello che ormai pensavo di aver dimenticato per sempre, qualcosa che mi è accaduto quarant’anni fa. Perché io un indemoniato l’ho conosciuto davvero.
Era un giorno di primavera come questo, un giorno di rinascita dopo la morte invernale, prima della Pasqua. Io ero all’ultima classe del Liceo di una cittadina sull’Appennino abruzzese, vicino alla fontana della piazza, più che fontana un grande piatto rotondo dal bordo rialzato, trasformato da qualche amministratore comunale in un grande tumulo di terra. Nelle sue intenzioni avrebbe dovuto essere un’aiola piena di fiori e invece era solo terra: i fiori non sopravvivono al gelo invernale dell’Appennino. Sullo sfondo, oltre la grande piazza aperta, c’era la facciata della cattedrale, costruita dopo il terremoto; tre rosoni, quello centrale il più grande, e tre portali, uno per navata.
Mi fermai, senza volerlo, a parlare con due ragazzi, studenti delle classi inferiori, uno più alto e opulento, l’altro, Erminio, fisico asciutto, volto regolare, carino, modi raffinati.
Non mi ricordo di cosa parlammo, forse di niente che valga la pena di ricordare, ma una cosa ricordo con sicurezza, con la sicurezza di non averla sognata, perché Erminio a un certo punto disse: «Perché io, quando mi passano i cinque minuti, sono capace di qualsiasi cosa...» «È vero» confermò l’amico, «quando perdi il controllo fai veramente paura!»
La vita ci divise, io venni a vivere a Roma e dimenticai la piccola città nel cuore dell’Appennino centrale e il suo freddo siderale.
Poi un giorno, forse dieci o quindici anni dopo, per caso o forse per noia, comprai il giornale, la Repubblica, che non leggo mai e, sfogliandolo, nelle pagine di cronaca nera, trovai la fotografia di Erminio sotto il titolo: Medico per futili motivi uccide la moglie davanti a due figlie.
Erminio si era laureato in Medicina e Chirurgia senza problemi e senza sforzo. Certo la sua carriera universitaria non era stata brillante, aveva avuto agli esami voti mediobassi, ma gli esami li aveva passati tutti senza perdere una sessione. Alla fine si era trovato a lavorare presso una Asl di un paese ai Castelli romani, un lavoro senza stress e senza soddisfazioni. Uno stipendio buono, questo sì, ma lui voleva di più, molto di più. Per questo quando conobbe una ragazza, figlia del costruttore più affermato del paese, molto più giovane di lui, si dette subito da fare per farsi amare. E lei cadde in quell’amore come quando cadi in una botola, come quando fai un passo falso, metti il piede in un buco mascherato da fogliame posticcio e cadi dritto in una galleria che ti porta all’inferno. La cerimonia del matrimonio fu perfetta. Centinaia d’invitati, chiesa e ristorante lussuosi. Poi un viaggio di nozze interminabile, tra Canada, Stati Uniti e lontane isole del Pacifico, meta allora veramente impensabile per la maggior parte degli italiani. Poi arrivarono due figlie nel giro di un anno e infine arrivò l’inferno.
Lui divenne facilmente irritabile, puntiglioso, per un nonnulla alzava la voce, voleva dettare e imporre il suo punto di vista per cose di poco conto, come la disposizione dei piatti, dei bicchieri e delle posate sulla tavola apparecchiata. Tornava a casa sempre un po’ più tardi, spesso in piena notte perché amava il poker e giocava e giocava, e perdeva, perdeva. In paese era divenuto famoso come il pollo e regolarmente i suoi amici di gioco lo spennavano, dividendosi poi il bottino. Tutti sapevano tranne lui che non si accorgeva di nulla.
E lei era precocemente invecchiata.
Con le figlie appese al collo (lui non voleva babysitter perché diceva che le bambine per crescere bene avevano bisogno dell’amore materno), con i pochi soldi che lui le lasciava per fare la spesa e pagare tutto quello che c’è da pagare in casa, deperiva e depressa stava chiusa in casa quasi tutto il giorno senza mai uscire, senza neanche vestirsi.
Poi un giorno qualcosa cambiò.
Lei tornò a casa piena di riccioli rossi, che sembravano il cielo dorato al tramonto sul mare azzurro dei suoi occhi; le sopracciglia non più arruffate, ma sagomante nella perfezione della maschera dorata di Nefertiti; i radi peletti al labbro superiore e alla punta del mento scomparsi; le labbra perfettamente evidenziate da un bel rossetto rosso fuoco.
Lui quando la vide andò su tutte le furie. Disse che sembrava una puttana, che non era più la donna tutta casa e famiglia che aveva sposato e che amava.
Alla parola amava lei gli rise in faccia scoprendo denti sbiancati dal dentista il giorno prima e liberati dal giallume della nicotina.
Lui le mollò uno schiaffo e se ne andò a dormire da solo.
Dopo una settimana di silenzi, come se l’altro non esistesse, di pace armata, ma col ribollire della rabbia in corpo, avvenne l’omicidio.
Lui da tempo desiderava cambiare macchina. La Volvo aveva messo in commercio un nuovo modello, più grande, più accessoriato (aveva persino i sedili riscaldabili!), più prestigioso, e lui lo desiderava. Ma non aveva neanche un centesimo, era stato ripulito con cura dai suoi amici pokeristi.
Quella sera tornò a casa con tre piccole roselline rosse e l’aria del ragazzino innamorato. Se lei avesse acconsentito a chiedere un po’ di soldi a suo padre per la macchina nuova, dopo cena lui l’avrebbe fatta godere a letto. Ormai erano due mesi che non la toccava. Anzi, prima l’avrebbe fatta godere, lei avrebbe ceduto subito, e poi le avrebbe chiesto i soldi di papà.
Ma quando fece i primi approcci lei lo guardò con disprezzo:
«Ma ancora non lo hai capito che non m’incanti più?» disse. «Che ho aperto gli occhi, che non li chiedo i soldi a papà, che la macchina nuova te la puoi scordare, che con quei soldi la settimana prossima vado in clinica e mi rifaccio il naso?»
Non aveva finito di parlare che le arrivò un gran ceffone in pieno volto che la scaraventò giù dal letto, la testa sul pavimento.
Forse neanche gridò, stordita come era, e non cercò neanche di fuggire.
Lui in un attimo le fu addosso, con una mano alla nuca e con l’altra sulla faccia le spingeva la testa sul pavimento.
Una volta; due; tre.
Ancora; ancora; ancora.
Più forte, più forte, sempre più forte finché una chiazza di sangue caldo si allargò sul pavimento; ancora più forte, più forte, finché quel sangue non divenne più denso, più grigio, più solido e finché lei non aprì verso l’infinito del nulla le pupille, larghe come una galleria, verso il buio della notte perenne, immobile.
Quando tutto finì, Erminio si ritrovò sporco di sangue, sfinito, vuoto.
Si sedette sul letto, immobile.
Sullo stipite della porta apparvero le figlie, svegliate dal frastuono e dalle grida.
Anche i vicini erano ormai tutti in allarme, allarmati dalla sua voce: «Ti ammazzo! Ti ammazzo!» che gli era uscita al più alto volume possibile, senza che nemmeno se ne accorgesse, e dai tonfi orribili della testa battuta sul pavimento.
Qualcuno aveva già chiamato la polizia.
Tutto era finito ormai e una strana soddisfazione gli cresceva dentro. Finalmente era riuscito a fare quello che per tanti anni aveva represso, respinto, controllato a fatica, soffocato. Per tanti anni la sua vita era stata vissuta a metà, solo ora ne era consapevole. Solo ora era pienamente felice! L’orco che gli viveva dentro era pieno di giubilo, cantava. Per la prima volta nella vita lui assisteva a una gioia in sé stesso mai provata prima, una gioia sublime, che lo avrebbe accompagnato per i tre mesi successivi; poi l’avrebbe, per gli anni a seguire della detenzione carceraria, a lungo rimpianta.
Col rimpianto avrebbe anche fantasticato mille altri episodi simili, con persone sconosciute, con puttane o semplici ragazzine, o donne sole che, troppo ingenue, avrebbero creduto alla sua faccia di bravo ragazzo, ai suoi modi gentili e eleganti. Le avrebbe uccise tutte allo stesso modo, prima un gran ceffone per atterrarle e stordirle, poi la testa contro il selciato, un muro, una pietra, sempre più forte finché allo scricchiolio delle ossa frantumate non si sarebbe associata la chiazza bruna del sangue denso di materia cerebrale e una pupilla larga e rotonda come un grande buco nero che inghiotte la vita.
Erminio sapeva di avere nel corpo il Diavolo (o Mr. Hide, è lo stesso) fin da giovanetto, una bomba innescata che avrebbe potuto esplodere da un momento all’altro.
Ma come contrastare il Diavolo?
Ecco il problema.
Con divieti e punizioni? Sì, forse. Ma i divieti devono essere condivisi, ragionevoli, avere una motivazione valida, e le pene conosciute, stabilite, applicate senza ingiustizie. E la via del rifiuto della violenza, quella che porta alla purezza, va insegnata, predicata, urlata, propagandata, pubblicizzata, premiata, vissuta e mostrata ad esempio.
Nel Paradiso Terrestre il Diavolo ebbe vita facile, terreno fertile nel cuore dell’uomo proprio perché il divieto divino era di tipo assolutistico, senza una motivazione se non accettazione e cieca obbedienza. La fede in Dio sostituisce la ragionevolezza, il desiderio di fare il bene, l’amore verso gli altri.
E la pena?
La pena elargita e stabilita all’istante, quasi come per effetto di un’ira tutta umana come quella dei potenti che tutto possono. Come i famosi giudizi di Re Salomone, personificazione del re, del sacerdote e del giudice che non segue la Legge ma la inventa al momento.
E anche quando gli uomini sentirono il bisogno di qualcosa di oggettivo su cui regolare la convivenza civile, di leggi scolpite nella pietra o incise nel bronzo ed esposte in pubblico, era evidente che queste fossero al servizio dei Potenti e applicabili solo nei confronti di quelli che il Potere lo devono subire col capo abbassato.
Mosè riportò dal Sinai la Legge incisa nella pietra, ma quando il popolo lo tradì per il Vitello d’oro, non ebbe esitazione, non seguì il Non uccidere, così come era scritto, ma al contrario fece una strage!
Mosè vide che il popolo non aveva più freno, perché Aronne gli aveva tolto ogni freno, così da farne il ludibrio dei loro avversari. Mosè si pose alla porta dell’accampamento e disse: «Chi sta con il Signore, venga da me!» Gli si raccolsero intorno tutti i figli di Levi. Gridò loro: «Dice il Signore, il Dio d’Israele: Ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell’accampamento da una porta all’altra: uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente.» I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo.
Per tutti coloro che amano personificare il Male in una sorta di anti Dio, il Male non va combattuto attraverso l’etica, come imperativo categorico della volontà. Per loro il Male va combattuto con riti, arti magiche, esorcismi, con l’intervento di persone che hanno il potere di essere in contatto col divino, la forza spirituale, l’aldilà, siano esse sciamani, maghi o esorcisti.
Gesù stesso esercitava l’esorcismo, cacciava i Demòni racchiusi in legione dall’animo dell’uomo e li imprigionava in mandrie di porci.
Il diavolo, Satana, noi ce lo immaginiamo come un essere vivente, un anti Dio, una creatura sovrannaturale, immortale e allora come possiamo combatterlo? Certo non con le nostre armi, fucili, cannoni o bombe. Il diavolo si nasconde nel profondo dell’animo degli uomini e può essere cacciato dal loro corpo solo con il rituale magico dell’esorcismo. L’esorcista utilizza tutti i simboli della fede, dalla preghiera al crocefisso, e anche l’acqua benedetta, e nel farlo ribadisce il credo dell’uomo verso l’Essere superiore, non padre e benefattore ma padrone, potente despota e signore di tutto.
Solo che per ammissione degli stessi esorcisti, l’esorcismo non funziona! Il più famoso esorcista italiano è padre Amorth. Orbene nel suo libro Più forti del male, edizioni San Paolo, a pagina 39 scrive: ...ci sono casi in cui il demonio si tiene nascosto e poi, magari, servono anni perché la persona si liberi... in effetti non ho mai avuto il piacere di vedere una persona completamente libera dopo un esorcismo. La liberazione avviene quasi sempre in altre situazioni. Solitamente in contesti sacri, specialmente santuari... Ma può capitare ovunque, entrando in una chiesa, anche durante una semplice preghiera o nel corso delle quotidiane mansioni di lavoro.
Scovare il diavolo è difficile. Spesso il diavolo se ne sta nascosto all’interno di un corpo e non dà segni di sé neanche se quello entra in chiesa o si comunica. Allora come stabilire se è necessario procedere all’esorcismo o invece chiamare uno psicologo o addirittura uno psichiatra? L’unico modo veramente efficace è l’aspersione con acqua santa. Il Diavolo non la sopporta, gli brucia come l’inferno brucia alle anime dannate e si lamenta.
Suggestionato dalla lettura mi sono posto il problema se queste mie pagine siano l’effetto di una possessione, se questa mia voce sia la voce del Diavolo. L’altro giorno durante una visita guidata in Santa Maria di Trastevere, di nascosto, mi sono avvicinato all’acquasantiera e trepidante mi sono fatto il segno della Croce. Nessun lamento dentro di me, nessun segno. L’Essere Immondo è rimasto silenzioso, in me non c’è nessuna voglia di scorciatoie verso la falsa felicità, verso il dominio sull’altro, verso il Potere e l’edonismo più sfrenato. Mi accontento della felicità che mi dà lo scrivere queste pagine, chiuso nello studio con i miei libri. E non mi sembra una felicità di poco conto.
Ma Gesù non fu solo un insuperabile esorcista perché non esiste solo l’anima. C’è anche il corpo e il corpo è soggetto ad ammalarsi.
Gesù fu anche il più grande dei guaritori.
Ma non l’unico.
Per colui che la malattia la vive come punizione divina, come influsso malefico degli spiriti malvagi, essa non può essere vinta se non con l’intervento del guaritore, lo sciamano, il mago. Lui è quello che è in contatto col mondo spirituale, l’altro mondo; ne sente il pulsare della vita, le richieste di contatto, gli influssi negativi, gli odi e i rancori, l’invidia per quelli che la vita la vivono ancora con piacere e felicità.
Quanti guaritori ha avuto la Storia? Migliaia, in tutto il mondo, in tutte le culture, in tutte le religioni, in tutte le razze, in tutte le epoche.
In fin dei conti agli uomini, a tutti gli uomini della storia piace sognare, piace il sogno più bello, quello di rimanere sempre giovani e sani e vivere in eterno, piace comprare da un vecchio dalla pelle flaccida, rugosa e rinsecchita, l’ampolla contenete acqua colorata dall’effetto sorprendente, l’elisir di lunga vita e dell’eterna giovinezza!
 Eppure anche i maghi, gli sciamani e i guaritori ammalano, invecchiano e muoiono.
E anche Gesù non seppe, anche se per molti non volle, scendere dalla croce.
Nel novembre del 1971, Fausta Leoni, una giornalista, scrittrice e sceneggiatrice cinematografica, e Gianni Bucci, un fotografo, volarono nelle Filippine per documentare l’attività di guaritori prodigiosi.
Erano guaritori chirurghi.
Operavano in trance usando le sole mani. Il più famoso si chiamava Tony Agpaoa, un giovane elegante e ben pettinato, uno in carriera, uno che si faceva pagare ed era molto costoso. Ma ce n’erano tanti, tantissimi altri nella foresta, lontano dai centri abitati, lì dove vivevano anche le tribù dei Jongos (lunghi, alti), tagliatori di teste, quelli che regalano alle spose come augurio di fertilità la testa del primo cristiano che incontrano e la pongono a essiccare su un palo, davanti all’entrata della capanna.
In uno sperduto villaggio nella foresta incontrarono Josefina Escandor. La guaritrice operava gratis e sotto i loro occhi aprì il ventre della Leoni e glielo richiuse senza farle sentire alcun male, senza lasciare alcun segno e alcuna cicatrice. Dal quel ventre estrasse grumi di sangue, ma da altri pazienti estrasse cose tra le più varie: intere matasse di filo o di spago asportate dallo stomaco; pezzi di cellofan annidati in gola a impedire il respiro; ciuffi di foglie secche di banano.
Quando Tony Agpaoa venne in Occidente in cerca di fama, gloria e ricchezza, fu facilmente smascherato. I suoi trucchi erano davvero grossolani, e allora mi chiedo se davvero Fausta Leoni e Gianni Bucci fossero tanto ingenui o se anche essi cercassero nelle Filippine fama, gloria e ricchezza.
Ma nel mondo c’è ben altro che grossolani illusionisti.
Il 24 aprile 2011 a Puttaparthi nell’Andra Pradesh (India meridionale) è morto Sathya Sai Baba e Sathya Sai Baba non fu uno stregone o un guaritore, fu l’avatar, l’incarnazione di Dio in terra sotto spoglie umane.
Era un uomo piccolo, dal corpo e dal viso bruttino e sul capo aveva una folta e lunga chioma di capelli riccioluti e neri, che tali si sono mantenuti col passare degli anni. Aveva un incedere lento, elegante e dignitoso e emanava alla sola vista un senso di pace e tranquillità.
Sai Baba aveva tutti i poteri: quello dell’onniscienza, dell’onnipotenza e dell’onnipresenza. Compiva ogni giorno miracoli di varia natura, come le levitazioni, le apparizioni a distanza, le cosiddette materializzazioni di oggetti di svariate dimensioni, tra cui anelli, collane, o la cenere Vibhuti, sacra ed eterna, che guarisce il corpo e l’anima, simbolo dell’ultimo stadio della materia perché tu, come uomo, polvere sei e polvere tornerai.
Guariva gli ammalati da lontano, moltiplicava il cibo, entrava nei sogni e dava consigli pratici, riusciva a sdoppiarsi e a mostrarsi in più luoghi, ottenne tre resurrezioni e mentre camminava i devoti cercavano di toccargli la veste e di baciargli i piedi.
Il credo religioso di Sai Baba può essere riassunto in queste righe... C’è una sola casta: la casta dell’umanità. C’è una sola religione: la religione dell’Amore. C’è un solo linguaggio: il linguaggio del cuore. C’è un solo Dio: Egli è onnipresente.
Sai Baba ebbe grande popolarità e fu il guru delle star, primo fra tutti George Harrison, dei The Beatles.
Ebbe grandi disponibilità economiche che egli impegnò in moltissime opere pubbliche.
Previde la sua morte all’età di novantasei anni, e nel suo documentario per la Rai Fausta Leone concludeva: «Se Sai Baba morirà davvero all’età di novantasei anni, come lui ha predetto da sempre, il verisimile diventerà vero e il mistero umano, divino. » Purtroppo quand’è morto aveva solo ottantacinque anni!
I poteri sovrannaturali comunque non ce li hanno solo gli avatar di Dio o i gesùcristi.
Poteri sovrannaturali li hanno anche persone normali, persone che nulla hanno a che fare con la religione, le preghiere e i riti.
All’inizio del secolo scorso nacque a Torino da famiglia borghese Gustavo Adolfo Rol.
Lui fu un uomo normale, dapprima bancario e poi antiquario, un uomo che vestiva come tutti, con giacca, cravatta e gilet.
Entrato nella elite torinese e poi italiana e mondiale, organizzava a casa sua incontri ristretti a pochi invitati e meravigliava i suoi ospiti con giochi incredibili e stupefacenti. E i suoi ospiti non erano persone ignoranti o componenti di tribù animiste non alfabetizzate, erano ricchissimi industriali, colti giornalisti, scienziati, famosi registi cinematografici, potenti Capi di Stato.
Lui poteva tutto.
Di solito iniziava con giochi stupefacenti di carte per poi passare a esperimenti di telepatia, chiaroveggenza, precognizione, bilocazione, traslazione, viaggi nel tempo, levitazione, guarigioni, elasticità del corpo, telecinesi, materializzazione e smaterializzazione di oggetti, attraversamento di superfici, folgorazione e chi più ne ha più ne metta.
Giustificava le sue doti dicendo che oltre all’anima l’uomo ha anche uno spirito intelligente. L’anima, una volta lasciato il corpo, ritorna a Dio, mentre lo spirito intelligente continua a essere presente sulla terra. Lui entrava in contatto con lo spirito intelligente dei morti e questi lo aiutavano nelle cose incredibili che faceva. Purtroppo, però, gli spiriti intelligenti non lo aiutarono quando intervenne telefonicamente nel programma televisivo Domenica in del 11/01/1987, condotto da Raffaella Carrà. Lui fece un appello, un po’ fanciullesco e un po’ visionario, ai giovani perché chiedessero a gran voce, con cortei e manifestazioni, gli Stati Uniti del Mondo, così da superare la guerra fredda. Certo Rol sapeva vedere il futuro, ma allora non seppe prevedere che solo due anni dopo, il 9 novembre del 1989, sarebbe crollato il muro di Berlino e di conseguenza la spartizione del mondo! 

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L'AUTORE oedipus

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enrico di cesare Dopo tanto tempo sono tornato qui a leggere e ho invidiato chi scrive per puro piacere di scrivere. Mi sono riproposto di farlo anch'io, ma mi sento davvero molto arruginito.

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