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Macellazione kosher

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Vecchio Mara

pubblicato il 2020-03-27 16:02:02


Macellazione kosher

 

«Commissario, quello nuovo è arrivato!», annunciò il tenente Smith.

Il commissario Bassethound distolse lo sguardo dalla lavagna. «Vediamo cosa ci hanno mandato», grugnì. Si accomodò dietro la scrivania. «Fallo entrare.»

 

«Salve, commissario», si presentò timidamente l’agente scelto Povret.

Bassethound lo squadrò con occhio clinico. «Dunque, saresti il pivello spedito dai piani alti a rimpolpare la squadra», commentò alla fine.

«Così pare», rispose, intimorito dal tono indisponente e dallo sguardo burbero del commissario.

«La mia era una constatazione, non una domanda!» grugnì.

«Ah, mi scusi, commissario», fece Povret, guardandosi attorno sconcertato.

«Ti hanno perlomeno relazionato sull’intricatissima matassa che stiamo cercando di sbrogliare?»

«A grandi linee.»

«A grandi linee», ripeté sbuffando Bassethound. Si alzò dalla cigolante poltrona. «Vieni qui, agente, che in cinque minuti te lo spiego io in che casino ti hanno cacciato!» aggiunse avvicinandosi alla lavagna.

 

La squadra del commissario Bassethound, stava indagando su un caso di omicidio, un delitto efferato: un senza tetto era stato quasi decapitato. Ed ora, mostrando la pianta della città attaccata alla lavagna assieme alle fotografie della vittima, della scena del crimine e a un numero spropositato di post-it con appunti e riflessioni che, dopo aver saturato il poco spazio rimasto, avevano invaso anche la parete a cui era appesa la lavagna, stava spiegando, con dovizia di raccapriccianti particolari, il modus operandi dell’assassino allo sconcertato agente Povret.

«… Qualche domanda?» concluse dopo che i cinque minuti di spiegazioni si erano dilatati sin quasi a toccare la mezz’ora.

«Sospetta che l’assassino sia un musulmano?» esordì Povret.

«No. Cosa te lo fa pensare?»

«Il fatto che abbia descritto il suo modus operandi citando la macellazione halal.»

«Ho usato quel termine per farti comprendere che l’omicida non si limita ad affondare il coltello nella carotide, ma procede con metodo: come durante la macellazione halal.»

«Anche la religione ebraica prevede un tipo di macellazione molto simile: la macellazione kosher,» obiettò con fare saccente Povret, «o qualcosa del genere», aggiunse subito dopo per non fare troppo il saccente , facendo salire comunque la pressione al commissario.

«Senti un po’, sapientone: siamo qui per catturare un pazzo che ha quasi decapitato un povero diavolo, mica per fare una lista dei vari sistemi di macellazione in uso tra le culture che popolano questo mondo malato! Perciò, se hai qualche idea che possa tornare utile all’indagine, le tue congetture sono ben accette; in caso contrario, vedi di non aprire inutilmente bocca!»

«Mi scusi, commissario», fece in tono contrito Povret.

«Sei scusato! Hai altre domande?»

«Il DNA dell’omicida, non me ne ha parlato?»

Bassethound sorrise soddisfatto. «E’ qui che ti volevo! Noto che hai ascoltato con la dovuta attenzione. Bravo! L’ho fatto di proposito per capire se mi avevano mandato una scartina da svezzare, oppure un agente che avesse appreso perlomeno i rudimenti di base, imprescindibili in un’indagine come questa.»

Ingannato dal sorriso del commissario, Povret si permise di chiedere in tono ironico: «Potrei sapere se ho passato l’esame, oppure se sono stato rimandato a settembre?»

Bassethound gli dedicò uno sguardo obliquo, pietoso. «Come comico, ti avrebbero già sbattuto giù dal palcoscenico a calci in culo! Come poliziotto… ti farò sapere alla fine dell’indagine!» rispose con un tono che prometteva di non fargli sconti. Ruotò l’indice in senso antiorario. «Tornando al DNA: il nostro uomo è molto furbo, non so come, ma dopo tutto quel macello, è riuscito a non lasciare traccia di sé sulla scena del crimine.»

«Nessuna traccia», ripeté Povret con fare meditabondo.

«Il tipo pare prendersi gioco di noi. Ha lasciato un sacco di impronte di stivali in gomma nel sangue della vittima, come se dopo il delitto si fosse messo a ballare attorno al cadavere.»

«E a quale pro?»

Bassethound allargò le braccia sconfortato. «Boh! Non lo sappiamo», rispose sconsolato e deluso.

Povret diede un’occhiata alla pianta della città, indicò un punto preciso. «Avete ipotizzato che l’assassino frequenti un locale di questo isolato…»

«Non ti sembra logico?» lo interruppe Bassethound. «La vittima dormiva nei giardini di fronte al Pub; era solito rovistare nei bidoni dell’immondizia che si trovano nel vicolo tra il Pub e un Karaoke e, per finire in bellezza, il cadavere è stato trovato appeso a una cancellata a testa in giù nel vicolo buio che divide il Pub dal Karaoke.»

«Uhm», fece Povret, massaggiandosi le guance ben rasate, «la fotografia di quel povero cristo appeso a testa in giù, sgozzato come un pollo, è davvero agghiacciante!»

«E qui, la domanda sorge spontanea: analizzando il metodo usato dall’assassino, sembrerebbe che dopo avergli tagliato la gola, senza peraltro arrivare ad ucciderlo, lo abbia tenuto fermo mentre si dibatteva tra urla strazianti; in modo che il sangue, uscendo copioso dalla ferita gli procurasse una morte orrenda, per dissanguamento. A quale pro, mi chiedo, è rimasto in quel vicolo a guardare morire un barbone con il rischio di farsi scoprire?»

«Il nostro uomo è uno psicopatico, un soggetto che non agisce secondo logica… altrimenti non andrebbero in giro a tagliare gole o roba del genere, non trova?», rispose Povret.

«Sì, lo credo anch’io. Ma quale sarà l’input che scatta nel cervello di questi pazzi?»

«Stavo pensando: siamo sicuri che si tratti di un uomo? Non potrebbe essere una donna?»

«Abbiamo scandagliato anche questa possibilità. Ma considerando che per appendere a una cancellata un corpo a testa in giù, dal peso di un’ottantina di chili, che presumibilmente lotta per liberarsi, e poi per tenerlo fermo mentre si dibatte ci vuole una forza notevole, abbiamo scartato l’ipotesi.»

«Riassumendo: ci troviamo di fronte a un uomo giovane, dal fisico imponente, presumibilmente palestrato, che sgozza la vittima con il metodo della macellazione halal, per  fare una danza macabra nella pozza prodotta dal sangue del malcapitato », tirò le somme Povret.

«Ottimo! Analisi perfetta!» esclamò Bassethound, assestandogli una robusta pacca sulla spalla. «Ora, al lavoro! Studiati le carte e vedi se riesci a ricavarci qualcosa di utile per l’indagine», lo congedò accompagnandolo alla porta. «Ragazzo!» lo richiamò quando Povret era oramai a metà corridoio.

«Dica, commissario!» esclamò questi, voltandosi.

«Fra tre mesi vado in pensione, e lasciare il servizio con un caso irrisolto sul groppone, non mi pare bello; perciò, vedi di darti una mossa, eh?»

«Mi darò da fare fin da subito. Non si preoccupi, commissario, risolveremo questo caso e lei se ne potrà andare tranquillamente a prendere il Sole su qualche spiaggia della Florida», lo rassicurò.

Bassethound si limitò a sorridere malinconicamente: ci era passato prima lui, attraverso l’entusiasmo dei pivelli che non hanno ancora ben capito cosa li attende. «Se, come no. Mica siamo in un telefilm poliziesco, dove anche i casi più intricati vengono risolti in un’oretta o poco più», borbottò fra sé mentre rientrava nel proprio ufficio.

 

Povret si diede da fare fin da subito. Trascorse l’intero pomeriggio a studiarsi il caso. «Ma a che metodi d’indagine si affidano questi?» sbottò buttando all’aria le carte. «Pare di stare a leggere un racconto giallo ambientato nel secolo scorso! Il commissario sarà pure prossimo alla settantina, ma gli altri componenti della squadra, invece che limitarsi a fare domande a destra e a manca, perlopiù a gente del quartiere, potevano pure usare il internet per allargare le indagini andando a cercare le origini della follia omicida.» Accese il computer. «Vediamo di trovare qualche spunto interessante da portare al briefing domani mattina», concluse iniziando a digitare sulla tastiera.

 

Finì che era quasi sera. Soddisfatto del risultato, dopo un hamburger al McDonald’s sotto casa decise di fare un salto al Pub frequentato da una delle vittime.

 

Povret entrò e si guardò attorno meravigliato; nonostante fosse in un quartiere periferico, il Pub era abbastanza sontuoso: boiserie in legno di ciliegio, come i tavoli, le sedie e il banco.

A quell’ora – le dieci di sera – il locale era semivuoto. Povret scelse un tavolo d’angolo, si accomodò e rimase in attesa.

«Ciao!» esclamò poco dopo la cameriera.

«Ciao…» fece Povret restando in attesa.

«Begonia, mi chiamo Begonia», si premurò di precisare.

«Una birra scura, grazie, Begonia.»

La ragazza sorrise, girò sui tacchi e tornò al banco.

“Niente male, davvero niente male”, pensò Povret guardandola sculettare sugli stivaletti texani, nel suo perfetto abbigliamento country: gonna corta e camicia di jeans.

 

«Puoi sederti un attimo?» le chiese quando tornò.

La ragazza si guardò attorno: nessun avventore necessitava di essere servito. «Due minuti», disse, aprendosi in un eburneo sorriso.

Povret non perse tempo e venne subito al dunque. «Conoscevi l’uomo che è stato assassinato nel vicolo dietro il locale?»

La ragazza s’irrigidì. Povret notando lo sguardo corrucciato immaginò la fronte corrugata celata dal caschetto di capelli nerissimi e si premurò di mostrarle il distintivo.

«Sono già passati i tuoi soci a fare domande a tutti», lo informò spazientita.

«Io sono arrivato da poco, potresti ripetere anche a me quello che hai detto loro?»

«State in campana, cowboy, c’è un uovo sceriffo in città!» esclamò in tono sarcastico, attirando l’attenzione degli avventori, che si misero a ridere sguaiatamente.

Povret sorrise e attese che cessasse il clangore. «Non sono lo sceriffo, e nemmeno un bounty killer. Puoi rassicurare i cowboy: sono il nuovo vicesceriffo, venuto a Tombstone per dare una mano ai fratelli Earp», ribatté a tono, o per meglio dire: a tema.

«E la sera invece che aiutare la tua mogliettina a lavare i piatti, che fai? Giri per i Pub a caccia di assassini e ragazze da rimorchiare?» domandò acida.

Provet scosse la testa. «Non sono sposato. E la sera, piuttosto che starmene tappato in quel buco d’appartamento, cerco di combattere l’insonnia continuando a indagare», rispose calmo. «Detto ciò: se puoi dirmi qualcosa del senzatetto trovato appeso a una cancellata, te ne sarò grato; altrimenti, amici come prima.»

Il tono pacato, indulgente se vogliamo, così diverso da quello incalzante e poco garbato degli altri “poliziotti”, la convinse ad aprirsi. «… Questo è tutto quello che posso dirti», concluse, poi lo salutò e andò a servire un cliente.

“In effetti, niente di più e niente di meno di quello che c’è scritto nel rapporto”, pensò, guardandola allontanarsi con quella sua andatura così sexy.

 

«Te ne vai già?» gli chiese Begonia, incrociandolo mentre lasciava il locale.

«E’ quasi mezzanotte, è ora di andare a nanna», rispose in tono ironico.

«Peccato! Il bello qui comincia adesso.»

«Divertiti allora. Buonanotte, Begonia.»

«Buonanotte… come ti devo chiamare?»

«Vicesceriffo!» esclamò portando le mani sui fianchi, all’altezza d’immaginarie fondine.

Begonia rise di gusto. «Okay, vicesceriffo, la prossima volta mi dirai il tuo nome. Mi trovi qui ogni sera, dalle dieci alle tre di notte!» concluse con voce squillante.

«Alla prossima, Calamity Jane!» fece, salutandola militarmente portando l’indice e il medio uniti all’altezza del sopracciglio destro.

 

«Aspettavamo te, prendi una sedia e accomodati!» esordì Bassethound.

 

Povret entrano nell’ufficio con il pc portatile sottobraccio era rimasto basito. Bassethound, seduto dietro la scrivania, e gli altri due seduti davanti avevano continuato a farsi gli affari loro come se nulla fosse.

Va bene che la sezione omicidi non riusciva a stare dietro al cumulo di casi arretrati e alla marea montante di quelli che giornalmente si rovesciavano negli uffici del commissariato; ma affidare un caso di omicidio efferato a una squadra raffazzonata, composta da reduci di un glorioso passato, gli pareva un non senso.

In effetti, i tre, invece che di delitti si stavano occupando della loro cattiva digestione; l’argomento di conversazione era quanto di più distante da un’indagine per omicidio si potesse immaginare: stavano discutendo di aglio, cipolle e frattaglie varie ingurgitate a cena. Solamente dopo aver concluso che alla loro veneranda età sarebbe stato opportuno cenare in bianco, se non volevano trascorrere una notte dello stesso colore, Bassethound lo aveva invitato ad accomodarsi.

 

“Mi pare di essere capitato per sbaglio in un circolo della terza età”, pensava, passando in rassegna i volti cadenti di due agenti che la sessantina l’avevano oramai superata di slancio da più di un lustro, mentre il rubizzo Bassethound glieli presentava.

«Okay! Ora che abbiamo fatto le presentazioni, possiamo iniziare», annunciò Bassethound. «Agente Povret, comincia tu!»

Povret non si fece cogliere impreparato; aprì il pc portatile che teneva sulle ginocchia e cominciò a digitare: i tre seguivano l’operazione in religioso silenzio, chiedendosi cosa stesse architettando. «Credo che il nostro uomo, abbia commesso almeno altri due delitti!» esordì col botto.

Poi davanti a sguardi sempre più sconcertati, spiegò che, facendo una ricerca tramite internet presso tutti i commissariati degli Stati Uniti, aveva individuato due omicidi compiuti con lo stesso modus operandi.

«Macellazione halal?» fece Smith, poco propenso a farsi “bagnare il naso” da un novellino.

«Macellazione halal!» confermò. Aggiungendo subito dopo: «Credo che il nostro uomo sia un esperto macellaio!»

«Ehi, Povret, non è che stai correndo un po’ troppo con la fantasia?» lo canzonò l’agente Bond.

«Non credo proprio!» rispose senza scomporsi.

«Per caso hanno  trovato il DNA di un macellaio turco sulla scena degli altri crimini?» insistette Bond.

«No, niente DNA!»

«Come la spieghi l’assenza del DNA?» intervenne nuovamente Smith.

Povret alzò le spalle. «Probabilmente, oltre agli stivali, indossava pure dei lunghi guanti di gomma.»

«Probabilmente? Ma che risposta è?» sbottò Smith.

«Una risposta logica!» tagliò corto Povret.

Bassethound vide Smith accendersi in volto, allora, prima che la situazione precipitasse ritenne opportuno intervenire: «Puoi essere più chiaro?»

«Lo sarò!» fece Povret digitando sul pc. Poi spiegò che i delitti a cui si riferiva erano stati compiuti in luoghi diversi. «… E’ come se l’assassino, un anno fa, dopo aver commesso il primo delitto abbia iniziato la marcia di avvicinamento alla città seguendo la direttrice autostradale, fermandosi quattro mesi dopo in un’altra cittadina per compiere il secondo delitto, prima dell’ultimo balzo che lo ha portato fin qui!»

«Tutto molto ben congegnato, se non fosse per il fatto che questo ipotetico “macellaio fantasma” sia riuscito a beffare i migliori investigatori di tre stati senza lasciare traccia di sé», obiettò Smith.

«E dove starebbe la novità?» ribatté Povret. «Dovresti buttare un occhio ai casi archiviati nell’ultimo anno perché non si è riuscito a rintracciare il DNA del presunto colpevole.»

«Noi non lo stiamo facendo», gli fece presente Bassethound.

«Ora Povret, per non cassare la sua astrusa teoria, si vedrà costretto ad ammettere che siamo i migliori», s’intromise con pesante ironia Smith.

Povret volse lentamente lo sguardo su di lui, alzò un sopracciglio e: «Non i migliori, ma i più fortunati, in un certo senso», ribatté.

Smith si alzò di scatto.

«Ora basta! Fatela finita, sembrate due bambini dell’asilo!» tuonò Bassethound, abbattendo un possente pugno sulla scrivania. «Tu, siediti!» ordinò puntando sguardo e indice addosso a Smith. Volse lo sguardo su Povret. «E tu, cerca di essere chiaro una volta per tutte, se non vuoi che ti accompagni fuori dall’ufficio a calci in culo!»

Povret comprese che non gli conveniva tirare ulteriormente la corda. «La nostra fortuna sta nel fatto che possiamo indagare su ben tre delitti. Dopo aver letto i rapporti degli investigatori e della scientifica, ho concluso che i nostri e gli altri due delitti, sono legati tra loro.»

Bassethound non pareva troppo convinto, e gli altri ancora meno. «Io sono sicuro che è andata così. Se volete le prove, chiedetelo agli agenti della scientifica che si erano occupati degli omicidi», aggiunse allora Povret.

«Lo faremo!» annunciò un meditabondo Bassethound. «Poi ascolteremo gli agenti che hanno indagato sugli altri omicidi.»

«Se mi permette, commissario», fece Povret alzando la mano.

Bassethound gli fece cenno di proseguire.

«Dovremmo sentire al più presto lo sceriffo della cittadina che ha aperto la serie degli omicidi. E’ lì la chiave che ci permetterà di scoprire l’identità del serial killer.»

Bassethound annuì. «Hai ragione. Occupatene tu!» Poi incaricò Smith di occuparsi del secondo omicidio e chiuse la riunione.

 

La cittadina del primo omicidio si trovava in un altro stato, così Povret si vide costretto ad inviare una richiesta urgente al governatore ed attendere la risposta: che nella migliore delle ipotesi sarebbe giunta una settimana dopo.

 

Quella sera, dopo aver cenato a una tavola calda, tornò al Pub.

«Ehilà, come va, vicesceriffo», lo apostrofò ironicamente Begonia, cogliendolo assorto nei suoi pensieri. «La solita birra scura?»

«Già», si limitò a rispondere corrucciato.

«Ho capito: non è serata!» sbuffò Begonia.

Povret stava per ribattere, ma lei se ne stava già andando.

 

«Scusa per prima, ero soprappensiero, non ce l’avevo con te», le spiegò contrito quando tornò con la birra.

«Ok. E’ tutto a posto… tutto a posto», ripeté posando la birra sul tavolo. Poi lo fissò nello sguardo e gli regalò il suo più bel sorriso.

«Resta un po’ con me», gli scappò detto a Povret.

«Devo servire ai tavoli.»

«Il locale è ancora mezzo vuoto, cinque minuti me li potresti anche concedere.»

Begonia si guardò attorno: al momento nessun tavolo richiedeva la sua presenza. «Ok, tre minuti, non di più», fece accomodandosi.

E i tre minuti si dilatarono fino a più di dieci. L’empatia palese e la calma apparente che regnava nel locale avevano fatto il resto. Quando Povret le chiese se fosse impegnata sentimentalmente; Begonia rispose che non poteva concedersi il lusso di iniziare una storia, anche perché il suo contratto sarebbe scaduto tra poco più di un mese. «… Come quella di chi non ha un impiego sicuro, è una vita zingara, la mia. Se non troverò un lavoro in città, sarò costretta ad andarlo a cercare altrove. E magari lo troverò lontano mille miglia da qui. Come fai a iniziare e poi tenere in piedi una storia a mille miglia di distanza?» concluse malinconica.

«In effetti, è abbastanza complicato», convenne Povret, concludendo con una battuta che la fece sorridere, «se non ti chiami Skype, Instagram o roba simile.»

Un avventore che chiedeva di essere servito pose fine alla conversazione.

Poi il locale cominciò a riempirsi, allora Povret la salutò.

«Te ne vai già?» fece lei in tono deluso.

«E’ quasi mezzanotte, e tu hai da fare», rispose.

Begonia buttò un occhio al locale strapieno. «In effetti», disse con un sospiro.

«A domani, Begonia», tagliò corto Povret per non rubarle altro tempo.

«A domani, vicesceriffo», rispose salutandolo militarmente.

«Sebastian, mi chiamo Sebastian», replicò sorridendo.

Begonia lo premiò con un largo sorriso. «Buonanotte, Sebastian», mormorò, prima di girare sui tacchi e tornare al lavoro.

 

L’agente Sebastian Povret, impiegò buona parte della notte sognando ad occhi aperti l’eburneo sorriso di Begonia, e quel che restava… sognandola ad occhi chiusi.

 

La sera dopo, seduto al solito tavolo con davanti una birra scura, rimase fin oltre l’una di notte a guardare Begonia che si destreggiava in mezzo ai tavoli, tra battute, complimenti e inviti più o meno espliciti degli avventori.

La pelle chiara, il corpo longilineo, magro ma con la carne ben distribuita a disegnare curve della giusta misura; gli occhi grandi, orientaleggianti, neri e profondi; il caschetto di capelli, anch’essi neri, tagliato appena sotto la nuca davano slancio al collo già di per sé così lungo e affusolato, da fare invidia alle donne ritratte da Modigliani; e poi la voce, le labbra carnose, il sorriso, i denti bianchissimi e perfettamente allineati; tutto gli piaceva di lei.

E quando faticò a trattenersi dall’andare a cantargliene quattro al tipo che aveva tentato d’infilarle una mano sotto la gonna, mossa che lei schivò con un’elegante giravolta, scoprì di desiderarla come non mai. Ardeva dal desiderio di baciare le sue labbra vermiglie, ma lei era troppo impegnata a servire ai tavoli, elargendo sorrisi di circostanza piuttosto che a sottrarsi elegantemente alle mani sudaticce degli avventori, che in preda ai fumi dell’alcol si erano trasformati in palpeggiatori seriali.

 

L’occasione capitò la sera seguente. Povret si era recato alla toilette, uscendo la incrociò nello stretto corridoio che divideva i bagni dei clienti da quello del personale. «Prego», fece Povret, appiattendosi contro la parete. Begonia sorrise e passandogli davanti lo sfiorò con il seno. Fu questione di un attimo: Begonia fece la prima mossa arrestandosi davanti a lui; Povret allungò il collo fermandosi ad un alito da lei. «Baciami, Sebastian», mormorò. Il corridoio era troppo frequentato per andare oltre un furtivo seppur profondo bacio. «Stanotte, aspettami fuori dopo la chiusura», lo avvisò prima di allontanarsi velocemente.

 

Alle tre e venti Begonia uscì dal locale, si guardò attorno: Povret spuntò da una macchia di verde dall’altro lato della strada. Begonia sorrise e lo raggiunse. «Ciao, ti eri nascosto nella jungla?» esordì con una battuta, prima di baciarlo con trasporto. «Dove andiamo?» gli chiese poi.

«Non lo so, pensavo a casa tua.»

«Uhm», fece Begonia, arricciando il naso, «meglio a casa tua.»

«E’ un buco, un monolocale», obiettò Povret.

«E allora? Mica dobbiamo giocare a calcio. Per certi giochetti, più stretti si sta meglio è», ribatté ironicamente. «E’ tardi, non perdiamo altro tempo. Coraggio, andiamo!» lo esortò prendendolo sottobraccio.

 

«Resta con me», disse Povret, guardandola mentre si rivestiva.

«E’ quasi l’alba. Io lavoro di notte, di giorno devo dormire», rispose mentre tirava su la gonna.

«Dormi qui. Così stasera, quando rientro ti accompagno al lavoro.»

Begonia si sedette sul letto e infilò gli stivali.

«Hai sentito cosa ho detto?» insistette Povret, alzando leggermente il tono.

Begonia sbuffò. Poi allungandosi sul letto avvicinò la bocca al volto di Povret. «No!» esclamò decisa, prima di scoccargli un bacio.

«Perché no?»

Begonia si alzò dal letto. «Non mi va!» rispose seccamente. Poi, vedendolo accigliarsi, provò a correggere il tiro. «Ti prego, Sebastian, oltre che dormire devo ritagliarmi del tempo per rassettare casa, se non voglio farla diventare un pollaio… facciamo un’altra volta, ti va?»

Povret si rasserenò. «Magari domani.»

«Vedremo», si limitò a rispondere, prima di afferrare la borsa appoggiata su una sedia, salutarlo e andarsene.

 

Trovando scuse più o meno banali, per altre tre notti riuscì a lasciare il letto di Povret dopo aver fatto l’amore.

Alla quarta, Povret sbottò: «Dopo questa, non accetterò più scuse. Dopodomani, quando tornerò da Las Vegas, dormiremo insieme. Qui o a casa tua. Decidi tu dove!»

«Ne riparleremo quando tornerai. Fai buon viaggio, amore», rispose pacifica, baciandolo.

«No, ne parliamo ora!» esclamò trattenendola per un braccio.

Begonia si divincolò con rabbia. «Vai al diavolo!» ringhiò. «Addio, vicesceriffo!»

Povret rimase senza parole, non se la sarebbe aspettata una reazione così violenta. Quando la vide uscire sbattendo la porta, realizzò che la stava perdendo; allora la rincorse. «Aspetta, Begonia!» esclamò guardandola attraversare la strada. Solo allora si accorse che era sul marciapiede a piedi nudi con indosso solo i boxer, allora non gli rimase che rientrare velocemente.

 

Il mattino seguente Povret salì sul volo che atterrò all’aeroporto di Las Vegas alle dodici e trenta; li giunto noleggiò una macchina per raggiungere la cittadina dove tutto ebbe inizio.

 

«Il corpo era stravaccato sulla poltrona odontoiatrica con la testa rovesciata di lato», esordì lo sceriffo, mostrando la fotografia a Povret. «Qualcosa di veramente agghiacciante, non mi era mai capitato una roba simile: la testa era quasi staccata dal collo.»

«C’era molto sangue sul pavimento?» domandò Povret.

Lo sceriffo indicò la fotografia. «Quello che può vedere.»

«Dall’immagine non si evince la quantità. Secondo lei che è stato il primo ad entrare nello studio, è possibile che ce ne fossero circa cinque litri sul pavimento?»

«Uhm», fece lo sceriffo, corrugando la fronte. «Non lo saprei quantificare!»

Domande e risposte sulla scena del crimine si susseguirono per una decina di minuti. Poi Povret chiese che fine avesse fatto la fidanzata del dentista: colei che aveva messo a verbale che il fidanzato aveva una storia con una misteriosa cliente.

Lo sceriffo rispose che lavorava in un casinò di Las Vegas e che, dunque, se voleva parlarle doveva attendere l’indomani mattina. Poi, su invito di Povret la chiamò per fissare un appuntamento. Dopodiché Povret chiese allo sceriffo se fosse possibile ispezionare la scena del crimine.

«E’ ancora sotto sequestro giudiziario», rispose lo sceriffo prendendo le chiavi dal cassetto della scrivania. «Andiamo!» esclamò poi, alzandosi dalla poltrona

 

Una grande macchia scura, quasi nera, sul linoleum attorno alla poltrona odontoiatrica e un odore acre , selvatico, certificavano la presenza di una grande quantità di sangue rappreso. Dopo aver osservato le impronte della danza macabra, eseguita con stivali in gomma, e visionato accuratamente l’ambiente, Povret chiese allo sceriffo se poteva dare un’occhiata all’ufficio. Osservando il dorso dei libri ordinatamente posti sugli scaffali della libreria, tre volumi di gran pregio, magnificamente rilegati, attirarono la sua attenzione. «Creature della notte, verità e leggende. Primo volume», lesse sul dorso del primo. «S’interessava di roba occulta?» domandò allo sceriffo.

«Non ne so niente», rispose allargando le braccia. «Provi a domandarlo alla sua fidanzata quando la incontrerà», gli suggerì.

«Lo farò… lo farò», ripeté Povret mentre si guardava attorno.

«Posso?» domandò, stringendo tra l’indice e il pollice il panno che copriva la tela posta su un cavalletto da pittore.

«Faccia pure.»

«Uhm, non male», fece Povret, osservando il soggetto; un nudo di una donna dalla carnagione chiara, sinuosamente distesa su una dormeuse in velluto rosso, con l’ovale del volto appena tracciato. Buttò un occhio alla dormeuse posta accanto alla finestra poi tornò a guardare la tela. «Non ha avuto il tempo materiale di terminare l’opera, il killer è arrivato prima; un vero peccato. Ci sapeva fare con i pennelli», valutò indicando con l’indice l’ovale del volto.

«Anche con le modelle, a quanto pare», commentò lo sceriffo.

«Lei crede che questa sia…»

«L’amante», rispose senza esitare lo sceriffo.

«Cosa glielo fa credere?»

«Quando conoscerà la fidanzata, lo capirà da solo», rispose, evidenziando una certa impazienza. Che esplicitò subito dopo. «Qua dentro non c’è altro da vedere, se ha finito, direi che possiamo andare.»

Povret annuì e lo seguì. Attese che chiudesse la porta a chiave, poi gli chiese di indicargli un motel per la notte, lo ringraziò e se ne andò.

 

Effettivamente, la fidanzata del dentista non poteva essere la donna ritratta nuda: il fisico pingue lo certificava senza ombra di dubbio. Dopo aver ripetuto a Povret quel che aveva messo a verbale, vale a dire: che la misteriosa cliente, come le aveva confidato il fidanzato, mentendo spudoratamente stando a lei, di giorno lavorava per un’impresa di pulizie a Las Vegas, e per questo motivo la riceveva in studio ben oltre l’orario di chiusura. Quando Povret le domandò se potesse descrivergliela, rispose che non l’aveva mai vista; perché, al contrario della misteriosa cliente, lei di notte lavorava. Prima di congedarsi Povret le chiese se il fidanzato si interessasse di occultismo; la gran risata con la quale accolse la domanda lo lasciò basito. «Ma quale occultismo. Se avesse aperto quei libri ci avrebbe trovato fotografie artistiche, come le chiamava lui.»

«Donne nude?» fece Povret, alzando un sopracciglio.

«Era un gran sporcaccione! Un pervertito, ecco cos’era! Quello che occultava dietro pompose copertine, erano fotografie pornografiche!» confermò rabbiosa. Abbassò lo sguardo. «Le racconto qualcosa che non ho mai detto a nessuno: mi trattava male, voleva che mi mettessi a dieta, diceva che avevo un viso da madonna rinascimentale, su un corpo da scrofa! Poi, quando non ce la facevo più e mi mettevo a piangere… beh, voleva fare l’amore. Godeva il porco! Godeva a vedermi soffrire… Lo so, si sta chiedendo perché non l’ho lasciato… il fatto è che nonostante tutto, l’amavo.»

Avrebbe voluto rivelarle che se la stava dipingendo, il suo ideale di bellezza femminile, quell’essere abietto; ma di fronte allo sguardo dolente di una donna che aveva accettato di sottomettersi in maniera penosa pur di non perdere l’uomo che amava; valutò che infierire le avrebbe fatto più male che bene.

 

Il ritratto incompiuto scoperto nello studio del dentista lo aveva tormentato per l’intera notte, ed ora, mentre era in volo per tornare in città, riflettendo sull’esito della trasferta era ormai certo di avere in mano la chiave che gli avrebbe consentito di trovare il serial killer.

 

«Allora, agente Povret, racconta, com’è andata?» domandò Bassethound, appoggiando la schiena alla poltrona e intrecciando le dita sul voluminoso ventre.

«Potrebbe trattarsi del nostro uomo», rispose laconico, senza troppo entusiasmo.

«Potrebbe?» fece Bassethound, scrutandolo con un sopracciglio inarcato.

«Devo fare ancora alcune verifiche, poi sarò più preciso.»

Bassethound appoggiò le mani sulla scrivania e staccò la schiena dalla poltrona. «Quali verifiche?» domandò con tono grave.

«Mi conceda altre ventiquattro ore.»

Bassethound sbuffò. Tornò ad appoggiare la schiena alla poltrona, guardò l’orologio appeso alla parete di fronte. «Sono le quindici e trenta. Domani mattina alle dieci ci riuniremo per fare il punto. Pensi di farcela per allora a fare tutte le verifiche del caso, oppure dovrò torturarti per farti parlare?»

Nonostante il tono poco o per nulla condiscendente, Povret non riuscì a trattenere un moto di riso. «Mi scusi, commissario.»

«Lascia perdere le scuse, e vedi di correre! Domani mattina dovrai cantare meglio di un tenore, se non vorrai che stampi la suola della mia scarpa destra sul tuo deretano!» grugnì congedandolo.

“Quello non me la racconta giusta, lo dovrò tenere d’occhio”, pensò quando fu uscito.

 

“Come dentista non lo so, ma come pittore era davvero bravo. Come ho scoperto la tela, di primo acchito ho pensato che fosse lei. Poi, a freddo, ho iniziato a dubitare: è un dipinto, non una fotografia, e stante il fatto che il volto è stato solamente tracciato, potrebbe essere chiunque. E forse non ci sarei più tornato sopra, se durante il volo di ritorno non avessi udito una signora conversare con la sua vicina di sedile. Questa stava dicendo all’altra che il chirurgo le aveva rammendato l’addome meglio di un sarto, dopo averle tolto l’appendice. E’ lì che mi è scattata la molla: quel piccolo segno sul dipinto, sul lato destro dell’addome, che io avevo preso per una sbavatura, era una cicatrice; la stessa cicatrice, quasi invisibile, nello stesso punto dove l’ha Begonia. Non poteva essere un caso. Come non lo può essere la sua presenza conclamata nei pressi di almeno due delle tre scene del crimine”, rifletteva alle tre di notte, acquattato dietro la macchia di verde di fronte al Pub.

 

Quando la vide uscire attese che voltasse l’angolo del caseggiato poi la seguì a debita distanza.

“Ecco dove abita”, pensò, vedendola spingere il cigolante cancello del giardino di pertinenza di un vecchio stabile a tre piani. Allungando il passo la raggiunse mentre saliva i quattro gradini dell’ingresso.

Quanto udì alle sue spalle: «Come stai, Begonia», si volse spaventata. «Tu! Cosa ci fai qui?! Vattene!» gli intimò con voce trattenuta.

«Devo parlarti.»

Begonia diede una rapida occhiata alla finestra illuminata del piano rialzato, poi scese velocemente i gradini e, afferrandolo per un braccio lo trascinò dietro l’edificio, mormorando: «Non qui, vieni».

La luce smorta di un lampione illuminava il cortile retrostante. Begonia lo trascinò dietro il capanno degli attrezzi. «Cosa ti è saltato in mente? Se l’amministratore viene a sapere che mi porto gli uomini in casa mi sbatte in mezzo alla strada!» lo redarguì tenendo basso il tono.

«Qual è il tuo appartamento? Lo dividi con qualcuno?» la incalzò senza curarsi di abbassare il tono.

«Con qualcuno? No! Perché me lo chiedi?» rispose cadendo dalle nuvole.

«Ho visto il tuo ritratto!»

«Ritratto? Quale ritratto?»

«Quello che ha dipinto il tuo amante… o per meglio dire: ex amante, dato che è passato a miglior vita da più di un anno.»

Begonia abbassò il capo e non replicò.

«Mi riferisco al dentista… devo continuare?»

«No, non serve», mormorò, appoggiandosi alla porta del capanno. «Non era il mio amante.»

Povret sospirò. «Ora mi vuoi far credere che gli facevi solo da modella?»

«E’ così. Te lo giuro, Sebastian», rispose accorata. «Un mese prima della disgrazia, mi ha pagato le venti pose che gli erano servite per completare il ritratto; l’ho ringraziato, ci siamo salutati e non l’ho più rivisto. Credimi, Sebastian.»

«Cominciamo col dire che: quella che tu chiami “disgrazia”, è un omicidio efferato. E poi il ritratto non era ancora terminato, mancava il volto; questo significa che ti stava aspettando per un’ultima posa…»

«Non è così. Era un altro il volto che avrebbe voluto dipingere sul mio corpo», lo interruppe con foga.

«Come? Cosa?»

«E’ così… forse è meglio che cominci dall’inizio.»

«Sono qui per questo!»

«Non ora… è tardi… domani, facciamo domani.»

«Begonia, Begonia», fece, scuotendo la testa e sospirando. «O ti decidi a parlare… o mi costringerai a portarti in commissariato. Scegli tu.»

Mordendosi nervosamente il labbro inferiore, Begonia realizzò di essere in un vicolo cieco. «Ok», fece con un sospiro. «Sam non lo conoscevo. Cercando su internet un dentista a buon mercato per sbiancare i denti, mi è capitato sott’occhio il suo studio. Alla fine del lavoro mi ha fatto accomodare nel suo ufficio, e lì mi ha chiesto se me la sentissi di posare, nuda, per un ritratto. L’offerta era buona, ma temendo di finire appesa nella sala d’aspetto e finire poi sulla bocca dei suoi clienti, rifiutai. Al che mi garantì che ovunque avesse appeso il ritratto, non mi avrebbe riconosciuto nessuno; questo perché era intenzionato a dipingere solo il corpo. Apparire come una Dea decapitata, mi faceva un po’ impressione. Ma l’offerta era alettante, e alla fine accettai».

«E non ti sei chiesta il motivo per il quale voleva dipingerti solamente dal collo in giù?»

Begonia alzò le spalle. «Affari suoi, a me interessava il denaro: avevo un debito da saldare e quel “lavoretto” era come la manna caduta dal cielo. Comunque me lo confidò il motivo. Tre sere alla settimana, dopo che aveva chiuso lo studio mi recavo da lui. Fu durante una delle ultime pose che commentando soddisfatto il ritratto gli scappò detto che unendo il mio corpo alla testa della sua fidanzata avrebbe creato un capolavoro. “Questo è tutto matto”, pensai guardandolo strano. Lui se ne accorse, e ridendo mi disse che non era sua intenzione decapitare né me né tantomeno la sua ragazza.»

«Tanto normale non lo doveva essere», commentò Povret.

«No, non lo era. In ogni caso, dopo l’ultima posa saldò il conto, ci salutammo e non lo vidi più!» concluse con un tono che voleva essere convincente, ma non lo fu.

«Manca un pezzo», fece Povret, fissandola negli occhi.

«Che pezzo?» chiese Begonia, scostando lo sguardo.

«Manca l’assassino!»

Begonia spalancò gli occhi. «Tu credi che io…» fece appena in tempo a dire.

«ATTENTO POVRET!» udirono gridare. Seguirono tre colpi di pistola in rapida successione e un urlo soffocato. Voltandosi alla loro destra videro una figura gigantesca cadere a terra con un tonfo sordo: indossava una tuta da lavoro rossa con cappuccio, guanti neri di gomma lunghi e stivali di gomma verdi.

«ROBERT! NOOO!» urlò Begonia gettandosi sul corpo.

Povret volgeva lo sguardo stranito dalla singhiozzante Begonia all’agente Smith, che passando sotto la sbarra del passo carraio si era avvicinato senza fare rumore, ed ora avanzava lentamente tenendo la pistola con due mani puntata sullo strano paludamento che Begonia abbracciava singhiozzando e ripetendo: «Oh, Robert, Robert, perché, perché…»

«Tirala via», ordinò Smith, indicando Begonia.

A fatica Povret riuscì a strapparla dal cadavere.

Allora Smith si avvicinò, con un calcio allontanò il coltellaccio da macellaio dalla mano inguantata, poi provò a smuovere il corpo con un piede. «E’ andato!» sentenziò.

 

Robert, un omone alto quasi due metri, era il fratello maggiore di Begonia; quando aveva udito Povret e sua sorella discutere sui gradini dell’ingresso si era affacciato alla finestra, giusto in tempo per vederli andare verso il cortile sul retro del caseggiato. A quel punto aveva tirato da sotto il letto la valigia dove aveva occultato coltello e paludamento usati per sgozzare il senzatetto, e dopo aver indossato tuta da lavoro, calzato stivali e guanti di gomma, brandendo il coltello era uscito dalla porta di servizio con passo felpato, e passando dietro al capanno si stava apprestando a sgozzare l’ignaro Povret; quando Smith, appostato dietro un’automobile parcheggiata nel cortile, vide uscire dalla penombra una tuta fluorescente che brandiva un coltellaccio, senza stare a pensarci su aveva estratto la pistola e lo aveva fatto secco.

 

«Bassethound c’ha visto giusto. “Quello nuovo non ha ancora imparato a fiutare il pericolo. Aveva una faccia strana quando è uscito dal mio ufficio. Il pivello si sta cacciando in un grosso guaio, tenetelo d’occhio”, così ci aveva detto. Un’ora fa ho dato il cambio a Bond, che ti aveva pedinato da quando avevi lasciato l’ufficio del commissario… ed eccoci qua!» lo relazionò Smith mentre tornavano in commissariato a bordo di una macchina di servizio.

 

Durante l’interrogatorio, Begonia spiegò che il dentista, dopo averla pagata per le pose, aveva tentato di violentarla. «… Sembrava impazzito, urlava che mi aveva pagato profumatamente, che avrebbe reso immortale il mio corpo con il suo “capolavoro”, che dovevo essergli riconoscente. Ho urlato, ho chiamato aiuto; lui mi ha mezza tramortita con pugno in faccia… poi ha fatto quello che voleva, il bastardo!»

«Perché non l’hai denunciato?» domandò Bassethound.

«Per il timore che succedesse quello che poi è accaduto… La fidanzata di mio fratello è stata violentata e uccisa da uno stupratore. Da quel giorno Robert non è stato più lui. Si era messo in testa che il suo compito era quello di proteggermi e che per questo motivo doveva lasciare il lavoro; il suo principale provò a trattenerlo - era un bravo macellaio, Robert - ma non ci fu verso. Così, per non peggiorare la situazione, ho deciso di tenermi tutto dentro. Quando tornai a casa, Robert era sveglio, dai segni sul volto e il vestito strappato ci mise poco a capire com’era andata. Non reagì con rabbia, e questo mi tranquillizzò… Due settimane dopo, ascoltando il notiziario del mattino appresi la tragica notizia… e compresi. Dovevo andarmene, portare Robert lontano.»

«E lo hai portato a compiere il secondo delitto», chiosò Bassethound.

Begonia si strinse il volto tra le mani. «Non volevo… non sapevo», singhiozzò. Trasse un profondo respiro e spiegò. «C’era questo ragazzo, James, che mi faceva una corte spietata. Tutte le sere mi accompagnava a casa… era simpatico, divertente; mi piaceva stare con lui, era un buon amico… niente più che un buon amico. Robert deve averci visti litigare fuori di casa… un litigio stupido, niente d’importante o d’irreparabile; infatti il giorno dopo mi accompagnò a casa come se non fosse successo nulla. Robert non ne fu contento. M’intimò di lasciarlo perché temeva che potesse farmi del male; disse che lo aveva letto nel suo sguardo la sera prima: quella del litigio…» Si coprì la faccia e riprese a singhiozzare, «Tre giorni dopo James era morto! Sgozzato, macellato come un animale!»

Bassethound attese che finisse di piangere, poi le chiese: «L’ultimo omicidio, il senzatetto, che rapporto c’era tra di voi?»

Begonia scrollò il capo. «Nessun rapporto! Quando appresi dell’omicidio, sconvolta ne chiesi conto a Robert. Lui mi rispose che la sera che era venuto a prendermi al lavoro, aveva notato che mi stava guardando troppo intensamente, e che presto se non lo avesse fermato sarebbe passato alle vie di fatto. Lì compresi che Robert era ormai fuori controllo, che aveva bisogno di un buon psichiatra. Ma questo avrebbe significato la sua condanna. Ancora una volta la decisione presa di comune accordo, fu quella di fuggire. Per non destare sospetti, stavo attendendo la scadenza del  contratto di lavoro; poi con la scusa di aver trovato un impiego meglio remunerato, avrei lasciato la città.»

 

Alla fine dell’interrogatorio, due agenti presero in carico Begonia. Passando davanti allo sguardo allibito di Povret gli regalò un ultimo triste e stanco sorriso; lui non mosse un muscolo. «Addio, Sebastian», mormorò in un sospiro.

 

«Secondo me, il macellaio presso cui lavorava Robert era mussulmano. Che ne dice, commissario?» domandò tra il serio e il faceto Smith, quando rimasero solo lui, Povret e Bassethound nella sala degli interrogatori.

Bassethound si strinse nelle spalle. «Boh! E’ un lavoro che avrebbe potuto fare qualsiasi macellaio. Tirare in ballo la macellazione halal, mi pare fuori luogo!»

Insoddisfatto della risposta, Smith si rivolse a Povret: «Tu che ne dici: macellazione  halal o no?»

Povret sbuffò, si avvicinò porta. «Facciamo macellazione kosher e chiudiamola qui!» aprì la porta. «Che discorsi del kaiser!» sibilò, e uscì sbattendo la porta.

 

                                                          FINE

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Paolo Guastone il 2020-04-02 16:20:31
ha...ha....davvero un bel finale e davvero una bella storia, ben condotta ed orchestrata. A mio parere, un'ambientazione più "nostrana" , come anche i nomi dei personaggi, sarebbe stata la ciliegina sulla torta. E' comunque sempre un piacere scorrere le tue righe.

Vecchio Mara il 2020-04-03 11:12:05
solitamente i miei racconti hanno un'ambientazione "nostrana", qui ho voluto diversificare un po' il solito schema. Con il prossimo tornerò ad un'ambientazione nostrana, anzi, rurale. Ti ringrazio. Ciao Paolo

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