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Buck

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Rubrus

pubblicato il 2020-03-27 15:34:00


Babbo stava male da un po’.
Il male era una specie di buco alla bocca dello stomaco.
Buck se n’era accorto, ma Babbo no.
La colpa era del ronzio che Babbo aveva sempre in testa. Un rumore come quello di una mosca che continua a sbattere contro i vetri di una stanza chiusa.
Il ronzio era la ragione per cui Babbo era Babbo, ed era molto più intelligente di Buck, che era un cane.
Babbo chiamava il ronzio “pensieri”, o “parole” o “idee” e in molti altri modi.
Per Babbo, essendo un uomo, le cose non esistevano se non c’era una parola per definirle.
D’altra parte, Babbo era Babbo e se, per lui, le cose dovevano essere così, che fossero pure così.
Quando, finalmente, si era accorto di stare male, Babbo aveva chiamato “paura” il buco all’altezza dello stomaco.
Sulle prime, Buck era convinto che Babbo avrebbe chiuso il buco nello stomaco.
Non era la prima volta che Babbo aveva paura.
Ogni volta, però, Babbo aveva usato le parole e le idee e i pensieri che aveva in testa per combattere la paura e aveva vinto.
Buck sapeva di che cosa Babbo aveva paura.
C’era la morte, in giro.
Era sempre in giro, ma Babbo l’aveva sempre sconfitta col ronzio che aveva in testa.
Certo, Babbo era un uomo, e Buck sapeva che anche gli uomini morivano. Ne aveva visti molti, morti, e molti altri andarsene in giro col marchio della morte addosso, ma Babbo era Babbo e quindi per lui doveva essere diverso.
O forse il ronzio serviva solo per fingere che la morte non ci fosse?
Ma no…
Eppure… eppure stavolta era diverso.
La morte toglieva il respiro agli uomini, che non potevano più parlare e, dopo un po’, soffocavano.
Gli uomini erano le creature più rumorose che Buck conoscesse, anche più degli uccelli, che facevano tanto chiasso, ma dicevano sempre le stesse cose e, in alcuni momenti dell’anno, non parlavano affatto, o pochissimo.
La morte toglieva il fiato agli uomini. Saltava da uno all’altro, togliendo loro tutte le parole, e le idee e i pensieri.
Forse gli uomini avevano parlato così tanto da avere consumato tutto il fiato che avevano. Per questo morivano.
Buck avrebbe voluto dirlo a Babbo, ma non aveva le parole e Babbo, se non gli si parlava, non capiva niente, perché, dopotutto, Babbo era un uomo e Buck era un cane.
Allora Buck si limitava a posare la testa sulle ginocchia di Babbo e, per un po’, il buco alla bocca dello stomaco di Babbo si chiudeva e la paura passava. Ma, ogni volta, funzionava sempre meno, e per meno tempo.
A un certo punto, Babbo aveva iniziato ad aver paura degli altri uomini. Aveva capito che la morte saltava da un uomo all’altro.
Buck pensava che, a questo punto, il ronzio nella testa di Babbo sarebbe diventato più forte, forte come non mai, e avrebbe sconfitto la morte, ma non era successo.
Babbo si era chiuso in casa, come tutti gli altri uomini, come se anche lui non avesse difese contro la morte.
Buck non lo avrebbe creduto possibile, ma succedeva, quindi era possibile.
Babbo usciva spesso, in realtà, ma sempre per poco, quasi di nascosto, portandosi dietro Buck e tornando in fretta e furia in casa perché, dopo un po’, la paura che la morte gli saltasse addosso diventava insostenibile. Dopo un altro po’ che era in casa, però, la paura lo assaliva di nuovo, e allora Babbo prendeva un’altra volta Buck e azzardava un’altra delle sue uscite furtive.
Buck non aveva mai camminato tanto come in quei giorni.
Dopo altro tempo la morte e la paura erano ovunque il loro odore era così forte che anche Babbo riusciva a sentirlo, anche se non bene come Buck perché la morte e la paura erano così grandi da non poter essere espresse a parole e, dopotutto, Babbo era un uomo e Buck era un cane.
Buck, in realtà, avrebbe potuto cavarsela benissimo.
La morte colpiva solo gli uomini, proprio come, in passato, aveva colpito altri animali, o piante. Così era successo e così sarebbe successo sempre.
Non era possibile scapparle, questo no, anche se si era uomini, e neppure Babbo avrebbe potuto sfuggirle.
Ma era possibile ingannarla ancora a lungo se le si stava abbastanza lontano.
Bastava quindi lasciare la città, dove era più presente, e fuggire.
A tempo debito, la morte avrebbe deciso di aver preso con sé abbastanza uomini e se ne sarebbe andata via per un po’, facendosi vedere solo quando doveva, invece di infuriare in giro. Così era successo e così sarebbe successo sempre.
Babbo però non si decideva a lasciare la città e questo Buck lo capiva.
Babbo aveva paura degli altri uomini, e li odiava, né gli uomini si parlavano più l’un l’altro per paura che la morte se ne approfittasse e saltasse loro addosso. Però non riusciva e vivere senza di loro.
Questo Buck lo capiva benissimo, perché per lui, con gli altri cani, era lo stesso.
Così, c’era voluto un bel po’ perché Babbo prendesse Buck e scappasse dalla città per cercare di vivere da solo.
Una notte, Babbo aveva preso Buck e un sacco di altra roba, era salito in macchina ed era partito, dirigendosi verso la campagna.
Altri uomini, su un’altra macchina, avevano cercato di bloccarli, allora Babbo aveva provato a cambiare strada e gli altri uomini lo avevano inseguito.
Lo avevano rincorso per un po’, poi Babbo aveva invertito la marcia e, urlando, si era lanciato contro i suoi inseguitori mentre Buck, al suo fianco, abbaiava e latrava e ringhiava.
Gli uomini sull’altra macchina si erano fermati e avevano sterzato, ma Babbo ormai andava troppo veloce ed era finito fuori strada.
C’era stato uno schianto e la macchina di Babbo si era rovesciata.
Babbo e Buck non si erano fatti niente, ma la macchina non camminava più.
Babbo era stato fermo e zitto e Buck aveva fatto lo stesso.
Gli altri uomini erano rimasti nella loro macchina per un po’, senza scendere, poi se ne erano andati.
Babbo aveva aspettato ancora, poi aveva preso un po’ della roba che aveva caricato, ma solo un po’ perché ne aveva portato con sé troppa per caricarla tutta, e, con Buck, aveva tagliato per i campi e raggiunto i boschi.
Lì c’erano un po’ meno morte e un po’ meno paura.
Il problema era che Babbo non sapeva come cavarsela .
Si era portato dietro un sacco di roba che non serviva, altra che era marcita, altra che si era rotta.
Soprattutto, non sapeva come procurarsi il cibo, quale acqua bere, in quale posto nascondersi per passare la notte, come coprirsi, come dosare le forze, come accendere il fuoco.
Buck se la cavava meglio.
Uccideva topi, uccelli, e li portava a Babbo che però, il più delle volte, non ne mangiava.
Alla fine, Buck aveva concluso che il problema di Babbo era che, con tutto quel ronzio che aveva in testa, aveva dimenticato che la morte era ovunque, sempre, e aveva disimparato come trattarla.
Dopotutto, Babbo era solo un uomo, mentre Buck era un cane.
Così, quando la morte era arrivata per lui, Babbo non aveva saputo fare altro che parlare e parlare e parlare. Era come se quel ronzio che, per tutta la vita, aveva avuto in testa, cercasse di uscirgli dalla bocca prima che fosse troppo tardi
Buck aveva pensato che c’era una cosa più triste che morire ed era morire da soli, così gli aveva posato la testa sulle ginocchia ed aveva aspettato.
A un certo punto Babbo aveva emesso un suono che era come l’increspatura dell’acqua sulla superficie di uno stagno ed era morto.
Buck aveva atteso finché Babbo non era divenuto freddo, poi se n’era andato.
Nei mesi successivi aveva vissuto nei boschi.
Avrebbe potuto andare nelle città, dove c’erano tanti rifiuti buoni da mangiare, ma se ne teneva lontano perché le città gli ricordavano Babbo e questo lo rendeva triste.
Piuttosto, di quando in quando si spingeva nelle stalle, dove vacche e pecore morivano perché nessuno si prendeva cura di loro.
Quello che preferiva, però, era la caccia ai cani più piccoli. Non sapevano come cavarsela, non erano buoni a scappare, né a combattere, ma erano buoni da mangiare.
Babbo diceva che cane non mangia cane, ma questo era vero solo se c’era tanta altra roba da mangiare.
Di tanto in tanto, notava le tracce di branchi di altri cani e si chiedeva se non fosse il caso di unirsi a loro.
Alla fine si era deciso.
Aveva ucciso un coniglio, da usare come offerta di pace, e aveva seguito una delle piste più fresche.
Aveva camminato tutto il giorno, ma verso sera, aveva annusato le tracce di un piccolo gruppo di uomini.
Era rimasto fermo per un po’, senza sapere bene cosa fare, poi si era diretto verso gli uomini, raggiungendoli poco dopo.
Erano accampati in una radura, radunati attorno al fuoco, e puzzavano.
Faceva freddo ed era tanto tempo che Buck non stava accanto al fuoco , così, dopo aver esitato un po’, si era deciso.
Si era avvicinato agli uomini senza farsi notare, li aveva osservati, poi si era fatto avanti.
Gli uomini (un maschio adulto, due giovani, una donna e una bambina) stavano tutti male, ma nessuno aveva addosso i segni della morte.
Il maschio adulto aveva afferrato un bastone, ma Buck aveva continuato ad avanzare, scodinzolando.
Raggiunto il cerchio di luce del fuoco, Buck aveva lasciato cadere il coniglio, che ancora teneva in bocca.
L’uomo aveva posato il bastone e aveva fatto cenno a Buck di avvicinarsi.
Buck aveva fatto qualche passo ancora, poi si era accucciato davanti al fuoco.

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L'AUTORE Rubrus

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Il romanzesco è la verità dentro la bugia

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Mauro Banfi il Moscone il 2020-03-27 18:18:13
Innanzitutto un ringraziamento personale per questo racconto. Un lettore non dovrebbe mai sentire un racconto di uno scrittore "suo", così come un creatore deve creare per tutti (e per nessuno, se non viene letto o ascoltato col profondo dell'anima) e non egotizzare la sua opera, ma poi, siamo umani, e un pò per la terribile situazione che stiamo vivendo e un pò per la lunga passione che mi lega a Buck e al "Richiamo della foresta" di Jack London, ho davvero esultato nel leggerlo e hai saputo elevarmi per una magica oretta da tutto questo orrore che ci circonda. Tieni conto che poi, ormai due mesi fa, l'ultimo film che ho visto al mio adorato cinema è stato proprio "Il richiamo della foresta" con uno strepitoso Harrison Ford nel ruolo di John Thornton. Non male anche Buck, anche se non mi convince in fondo la sua realizzazione alla computer-generated imagery, che a mio avviso, solo il sontuoso Ridley Scott sa usare al meglio, inserendola in una sceneggiatura che funziona. Ci coleva un cane addestrato: un Border Collie può fare tutte le cose che fa il Buck in CGI nel film, manifestando un'anima che però i computer non hanno, ed è dell'Anima del Cane che vado a parlare. La tua versione si riallaccia analogicamente al finale del capolavoro di Jack London, dove Buck perde il suo amico umano e ritorna al branco ancestrale diventando leggenda. La prima grande operazione di maestria che ti riesce è quella di attualizzare la storia nella nostra tragica emergenza, senza mai smarrire il senso del distacco e della lucidità e del tuo consueto umanesimo, pur facendo esaltare al massimo quelle che sono le doti straordinarie dei nostri amici cani - lealtà e fedeltà infinite, senso della misura e dell'appartenenza umile alla terra e alla natura, solidarietà del branco ...- Anche per te, come per Jack London, la natura incorrotta esiste solo in termini mitico-immaginativi-leggendari e non nel senso letteralistico del darwinismo o della "volontà di potenza" nicciana, che crea spesso un equivoco intollerabile sulla narrativa di Jack London. La letteratura è insieme una forma di evasione e insieme di esorcismo e aborre il realismo piatto e il letteralismo. E per noi che preferiamo l'Immaginazione Creatrice alla materiale volontà di sopraffazione, tra la realtà e la leggenda, è sempre meglio la leggenda. Dice il finale del libro, nella traduzione di Michele Mari: "Ma d’estate, comunque, c’è qualcuno che fa visita a quella valle, e di cui gli Yeehats non sanno. È un grande lupo con una pelliccia magnifica, simile a tutti gli altri lupi e tuttavia diverso. Arriva solitario dalla ridente regione dei boschi e scende in una radura fra gli alberi. Qui, da sacchi marciti di pelle d’alce un torrente giallo fluisce e affonda nel terreno, dove l’erba alta vi cresce attraverso e il muschio lo ricopre nascondendone al sole il giallore; e qui indugia per un po’, talvolta ululando a lungo e luttuosamente prima di ripartire. Ma non sempre è solo. Quando arrivano le lunghe notti invernali e i lupi seguono le loro prede nelle valli più basse, lo si può vedere correre alla testa del branco alla pallida luce della luna o al lucore dell’aurora boreale, spiccando gigantesco fra i suoi compagni, la sua grande gola mugghiarne mentre canta la canzone di un mondo più giovane, la canzone del branco." Thornton ha dato la vita perchè Buck potesse ritornare a essere quello che è, e Buck ritorna da lupo libero a correre vicino all'ultima dimora del suo legame con John, onorandolo da cane con l'ululato della vera libertà: quella che ci dà l'amore e la lealtà contro la morte. Questo è il grande esorcismo che ti è riuscito, come è riuscito a Jack: "AAAuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu!" Tutto succede sempre: nessuno muore solo, se ha nel cuore l'amore che muove il sole e le altre stelle. Ancora grazie, Mauro. Mi permetto di abbracciarti in questo momento così difficile per tutti noi.

Rubrus il 2020-03-28 17:41:30
Grazie. Mi permetto di segnalarti un vecchio film che senz'altro conoscerai. "L'uomo di Alcatraz" con Burt Lancaster (da non confondere col film con Eastwood "fuga da Alcatraz")

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Elisabeth il 2020-03-29 19:22:58
Il ritorno alla foresta come rifugio che però non ci appartiene più tanto da non sapere di che cibarsi. Insomma, tutto è mutato e cambiato ma non fa in tempo ad annullarsi completamente che poi ricomincia il ciclo con Buk che sceglie di tornare al fuoco e alla vicinanza dell'uomo. Anche per lui la foresta non è più consona, così come il branco. L'immagine di Buk che poggia il muso sulle ginocchia di Babbo per non lasciarlo da solo, rimette in pace anche se per poco, poi arriva il senso di solitudine di Buk (almeno a me) che si ri-organizza fino a trovare un nuovo fuoco.

Rubrus il 2020-03-29 21:54:36
"Il richiamo della foresta" è la storia di un cane che torna lupo, "Zanna bianca" di un lupo che diventa cane. Ho un po' fuso i due racconti anche perchè penso che, oggi, un uomo non ha più le stesse chance di sopravvivere di quante ne avessero i suoi antenati (penso soprattutto sul piano psicologico, perchè sul piano tecnologico le cose sono diverse - e non sempre a nostro vantaggio), ma anche un cane è molto più svantaggiato di un suo omologo selvatico. Eppure, malgrado tutto, in modi in parte diversi e in parte nuovi, la vita va avanti,

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