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Lillo e Nannina

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di oedipus

pubblicato il 2020-03-14 16:43:03


    Lillo aveva solo poco più di un mese quando fu separato da sua madre e dai suoi fratellini e quando lo portarono via sentì l’urlo di dolore e di disperazione della mamma che in un solo momento aveva perso tutti i suoi figli. Anche lui piangeva, più piano è vero, senza però smettere mai, chiuso com’era in un cesto buio e continuamente scosso dall’irregolarità della strada che il carretto percorreva.
  Era terrorizzato, era troppo piccolo per perdere la mamma, troppo piccolo per affrontare l’ignoto, assolutamente impreparato a una evenienza così misteriosa. E poi aveva fame e il viaggio non finiva mai.
  Lui non sapeva neanche che al mondo si potesse viaggiare, si potesse lasciare un posto per un altro, lui aveva visto solo la sua casa e le mammelle di sua madre.
  Poi alla fine, dopo ore di paura e di pianto, sentì un Ihihii da parte del carrettiere e gli scossoni cessarono. All’improvviso gli arrivò agli occhi un lampo di luce accecante e neanche vide le mani grandi e sconosciute che lo afferrarono.
  Lui gridò il grido più alto che aveva e si dimenò più forte che poteva, lottò con tutte le sue forze, ma l’uomo lo stringeva forte, le sue mani lo tenevano per le zampe e per il collo, saldamente, e rideva senza perdere il mezzo sigaro toscano all’angolo della bocca.
  «Buono, sta’ buono, non ti faccio niente!»
  Finalmente fu liberato e si ritrovò in un cortiletto piccolo e recintato dove c’era un trogolo e una porticina che dava in una piccolo vano, non più alto di un metro e mezzo. Lillo aveva ancora paura e ancora piangeva; cercò a lungo una via d’uscita, voleva tornare a casa, da sua madre, dai suoi fratelli, ma non c’era nessuna possibilità di fuga, (e poi dove avrebbe potuto andare?) e così, disperato, cercò riparo al buio, dentro la casetta dove nessuno avrebbe potuto vederlo.
  La primavera era inoltrata e il tepore e i profumi dell’aria dolcissimi, e poi si percepivano oltre il recinto altre presenze, il pigolare delle galline, il muggito, di tanto in tanto, delle mucche, il nitrito in lontananza di un cavallo. Erano suoni che già conosceva, suoni a lui familiari e lo rincuorarono, gli tennero compagnia nel primo giorno della sua nuova vita.
  Poi finalmente arrivò la sera. La luce divenne più uniforme, senza ombre; il buio avrebbe ancora tardato un po’; gli animali e gli uccelli tacquero come se volessero godere di quell’attimo magico quando il giorno è quasi finito e la notte non è ancora arrivata.
  Fu in quel momento che udì il rumore della zuppa riversata nel trogolo, e una voce che lo chiamava.
  Lui era ancora impaurito e timoroso, non voleva uscire ma la fame era insopportabile e alla fine vinse.
  Fuori c’era una bambina che lo aspettava. Aveva i capelli neri e lunghi sul collo, una bella frangetta sulla fronte, il viso regolare, dolcissimo e sorridente.
  «Ma che bel maialino che sei!» disse la bambina. «Ti chiamerò Lillo!»
  Lo accarezzò tra le orecchie, e lo baciò sul musetto. Lillo si sentì rincuorato, amato, protetto e dimenticò in fretta tutto il terrore di quel brutto giorno, il viaggio al buio, gli scossoni del carretto, le mani forti che lo stringevamo, la paura di quella nuova casa sconosciuta.
  La bambina lo pose direttamente nel trogolo per farlo mangiare, era troppo grande per lui e non sarebbe mai arrivato alla zuppa e poi, dopo che ebbe mangiato, gli aprì la porta del porcile e lo fece uscire.
  Lillo fu felice quella sera, fu felice di una felicità totale.
  Cominciò a correre per l’aia della fattoria in tondo e la bambina lo rincorreva. Poi all’improvviso si fermava, la bambina lo raggiungeva e lo accarezzava sul muso, lui restava un attimo a godere di quelle carezze e poi di nuovo di corsa, in un gioco infantile comune a tutte le specie di viventi.
  In realtà Lillo nei primi giorni della sua vita alla fattoria ancora non aveva capito di essere un maiale. Pensava di essere un bambino, come la sua amichetta, come nelle vignette di Charles M. Schulz dove Snoopy il bracchetto gode della stessa dignità di Charlie Brown e gli altri bambini con i quali gioca. Quella fu un’estate meravigliosa. La bambina e Lillo passarono tutto il tempo in giochi e passeggiate nei boschi. Quando Lillo voleva dimostrare tutto l’amore che aveva per la bambina, le si avvicinava e l’accarezzava come poteva, strofinandosi alle sue gambe come fanno i gatti quando sono in vena di fusa. Quando la bambina si sdraiava sull’erba sotto un grande platano all’ombra, Lillo le stava vicino, docile e dolce come in adorazione, lei gli parlava, confidava i suoi pensieri, i suoi sogni, le sue ambizioni, le sue speranze e lui, con gli occhi dolci e una specie di sorriso sul muso, sembrava approvare, condividere e gioire di quelle parole. Lei allora traeva dalla tasca qualche ghianda e lo faceva mangiare dalle sue mani.
  In realtà anche la bambina aveva una vita isolata, lontana dal mondo, viveva una vita in un mondo di adulti, lei non aveva fratelli né altri bambini con cui giocare.
  Lì nella fattoria gli adulti riuscivano a sopravvivere solo con grande fatica e l’unica gioia per loro, a fine giornata, era solo un bel bicchiere di vino rosso e a volte più di uno.
  Lillo pensava che tutto sarebbe rimasto immobile come in quella bellissima estate, per sempre, che nulla potesse cambiare: in fondo non aveva vissuto altro, non conosceva le stagioni e il tempo, non sapeva che cosa è l’adolescenza e cosa è la vecchiaia, non sapeva che a questo mondo c’è la morte.
  Poi tutto cambiò. Arrivarono nubi e pioggia, vento e fumini, tuoni e grandine, il buio quasi subito dopo pranzo, e la bambina non passava più l’intera giornata con lui.
  Lui viveva sempre chiuso nello stazzo del suo porcile e se gli aprivano la porta neanche usciva, perché uscire nell’aia gli ricordava la felicità perduta.
  Poi quando il freddo arrivò ancora più pungente, qualcosa cambiò ancora.
  Gli adulti e la bambina passavano la serata, prima di dormire, nella stalla, insieme alle vacche e al cavallo, accendevano il lume, e parlavano tra loro. La bambina andava al porcile, apriva la porta e chiamava Lillo. Lui usciva allegro, e poi nella stalla le si sdraiava accanto, e lei gli appoggiava i piedi sul ventre.
  Lillo era felice di riscaldare quei piedini tanto freddi e di tanto in tanto sollevava la testa e la guardava negli occhi come voler controllare se anche lei fosse felice e godesse della sua presenza.
  «Nannina, togli quei piedi dal maiale, non vedi quant’è sporco e non senti come puzza?» disse la madre alla bambina, ma lei fece finta di non udire.
  «Io l’ho vista per davvero la processione delle Anime Sante» fece la nonna, «tanti anni fa, che ancora non ero maritata. Feci tardi quella sera, proprio per stare un po’ di più col mio moroso, quello che poi morì nella grande guerra, e quando stavo tornando a casa per la via che costeggia il camposanto l’ho vista. Non era lontano, era sotto la Querciabella e vedevo la fila dei lumini accesi e sentivo recitare il rosario. Io prima sono scappata via, ma dopo sono tornata indietro, non potevo rimanere lì per tutta la notte! Se tardavo ancora mio padre mi avrebbe gonfiata di botte e così mi sono fatta coraggio. Poi quando sono arrivata alla Querciabella, la processione era al guado della Femminamorta.»    «A proposito della Femminamorta, lo sapete che cosa mi ha raccontato Mario il carrettiere?» era il padre che parlava, aspirando lentamente boccate di fumo da una pipa con un piccolo fornello di terracotta e il lungo bocchino di canna, e di tanto in tanto sputando sulla paglia.
  «Mi ha raccontato che il Ferragosto passato, proprio nel core di mezzogiorno, lui passava proprio di lì e non c’era nessuno, ma proprio nessuno. C’erano solo le cicale con un frinire assordante. Mentre attraversava il ponticello, dal fiume ha sentito distintamente una voce di donna che gli chiedeva di pregare per lei e di accenderle un cero in chiesa, per alleviarle l’immenso dolore del fuoco del Purgatorio. Si dice che lì si buttò nel fiume, tanti anni fa, una donna incinta e il suo corpo non è stato mai più ritrovato!»
  Poi un giorno il vitto versato nel trogolo cambiò, divenne più ricco e più abbondante, perché ora aveva in più scarti di patate bollite, pezzi di mele e ghiande. Nessuno venne più a aprire la porta del porcile, e neanche la sera, quando la famigliola si riuniva nella stalla, venne la bambina ad aprirgli. I giorni passarono in fretta, nel buio, nel freddo, nella solitudine, ma Lillo non perse mai la speranza, anzi se ne stava lì nel piccolo recinto immobile ad aspettare perché era sicuro che quella bambina, malata di solitudine, un giorno sarebbe tornata a lui e con lei avrebbe corso e giocato ancora.
  Un giorno nel quale il freddo sembrava insopportabile, all’improvviso mentre sonnecchiava, quasi senza accorgersi di nulla, fu preso di nuovo da mani forti e risolute, e sentì il cappio al collo che tirava e lo faceva camminare contro la sua volontà. Fu portato lontano dalle stalle, vicino al magazzino. Cosa gli volevano fare? Perché la sua amica non c’era e perché non c’erano il padre e la madre? Perché la vecchia nonna rideva felice? Poi un ginocchio lo costrinse a girare il capo verso la terra e fu in quel momento che sentì la lama del coltello entrargli nel collo e recidergli la giugulare. In un attimo si ritrovò testa in giù con l’odore del sangue nauseante che scendeva e colava in un recipiente.
  Lillo cominciò a piangere forte, e il suo pianto faceva il giro della fattoria, passava per l’aia, entrava nella stalla, e le mucche erano silenziose e il cavallo aveva gli occhi tristi, gli uomini e le donne erano chiusi in casa.
  Solo allora Lillo capì, conobbe il senso della sua vita, seppe che sacrificava la propria vita per la vita degli uomini, che quello era stato il suo destino al momento della nascita e in fin dei conti la sua vita, seppur breve, era stata una vita felice perché vissuta felicemente insieme alla fanciulla più dolce del mondo.
  Continuò però a gridare e piangere con tutte le forze, voleva rivedere per l’ultima volta la sua amica, salutarla, dirle che l’aveva amata, dirle che era felice di morire per lei, di donarle il suo corpo, la sua carne.
  Ma Nannina, finché lui si lamentò, finché non morì e tacque per sempre, rimase nascosta nel fienile, piangendo disperata.

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L'AUTORE oedipus

Utente registrato dal 2018-03-27

enrico di cesare Dopo tanto tempo sono tornato qui a leggere e ho invidiato chi scrive per puro piacere di scrivere. Mi sono riproposto di farlo anch'io, ma mi sento davvero molto arruginito.

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Paolo Guastone il 2020-04-02 16:27:05
Anch'io a suo tempo scrissi una storia simile, vista però dal punto di vista di Nannina. Non c'è niente da fare, l'amore degli animali è a volte più grande del nostro e solo la fanciullezza e la bontà di una bambina riescono ad eguagliarlo.

oedipus il 2020-04-04 15:11:32
Il discorso si svolgeva intorno alle vittime di credenze religiose, come potrebbe essere la figura di Gesù.
Per questo è stato raccontato dal punto di vista del maialino e non della bambina.

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