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La guerra di Piero

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Vecchio Mara

pubblicato il 2020-03-04 15:04:03


La guerra di Piero

 

Alla fine la stanchezza aveva preso il sopravvento sulla paura. Una tregua di mezz’ora nell’ora che divide la notte dall’alba, un dormiveglia agitato gli era comunque servito per riprendere il controllo dei nervi. Troppa la tensione accumulata durante l’attacco in forze, inatteso, inaspettato del nemico su tutta la linea del fronte. Era iniziato tutto con un tiro d’artiglieria che pareva non avere mai fine. Poi vi fu come un attimo sospeso, di pace e silenzio; rotto subitamente dallo sferragliare dei cingoli dei carri armati. Poi ancora scoppi, tiri di mitraglia e, dopo un’inutile, strenua difesa, la ritirata disordinata, una vera e propria fuga verso le retrovie di quel che rimaneva della gloriosa armata, partita un anno prima tra il giubilo della folla alla conquista di nuove terre ubertose. E lui, il soldato semplice Piero, che una primavera fa aveva varcato con la sua compagnia la frontiera impettito, con lo sguardo fiero e duro del conquistare, si era trovato improvvisamente solo e impaurito; e allora, come un cane terrorizzato dai botti di capodanno, si era messo a correre in ogni dove per fuggire dal clangore della battaglia. Correndo come impazzito era finito dentro un fosso asciutto; e da lì, sentendosi al sicuro, aveva proseguito con più calma e costrutto al riparo delle sue rive fin quasi all’alba, fino a quando, vinto dalla stanchezza, si era addormentato.

Una calma irreale accolse il suo risveglio, sporgendo con circospezione la testa dall’argine, realizzò che si trovava su un declivio che planava dolcemente dentro una vasta prateria. «Terra buona da coltivare, quella per cui siamo venuti a morire», commentò sconfortato.

Terra grassa, buona sì da coltivare, lasciata alla gramigna dal giorno che l’armata aveva varcato la frontiera e i contadini erano fuggiti seguendo l’esercito in ritirata.

E Piero, guardando la prateria immaginò le fattorie dei nuovi coloni immerse in campi di grano a perdita d’occhio. «Papaveri, solo papaveri, nient’altro che papaveri!» sbottò strappandone qualcuno dalla riva. Tornò a distendersi dentro il fosso. «Questi crescono dappertutto, anche in mezzo alla guerra, ma il grano lo devi seminare e farlo maturare.»

Stringendo i papaveri nella mano li avvicinò al naso e, ispirandone il profumo, rammentò la prima lettera che aveva scritto a Ninetta dal fronte; quando la vittoria pareva questione se non di giorni di poche settimane. Narrava di papaveri che coloravano i campi di grano dove, quando il nemico sarebbe stato battuto, avrebbero costruito la loro fattoria, il loro futuro; un radioso futuro, senza più guerre né cadaveri smembrati di soldati, portati lontano dalla corrente impetuosa del torrente e sparsi in ogni dove.

Si rabbuiò. «Se Dio è con noi, perché il nemico ci sta ricacciando indietro?» si domandò, rammentando che nella sua risposta, Ninetta aveva scritto che ogni giorno pregava per la vittoria, della quale era comunque certa, perché: “Dio è con noi!”

«Dio è con noi», mormorò in tono amaro, rammentando cosa rispose a un vecchio seduto sull’uscio di una casupola che intimava a lui e alla sua compagnia di fermarsi, girare sui tacchi e tornare suoi propri passi se non volevano finire tra le fiamme dell’inferno; mentre loro, ebri di alcol e d’invincibilità, festeggiavano l’ennesima conquista durante l’avanzata lampo dell’armata in terra ignota. «Avremmo dovuto dargli ascolto», concluse in un sospiro pregno di rimpianto.

Il rumore di un motore lo costrinse a mettere da parte domande alle quali non avrebbe saputo comunque rispondere.

Sporgendo la testa dalla riva vide, su una strada bianca in mezzo ai campi, una camionetta, dalla quale ne discese un soldato con un martello e un picchetto di legno; aveva il fucile mitragliatore a tracolla e la divisa di un altro colore, dunque: era un nemico. “Cosa sta facendo?” si chiese Piero.

Lo vide recarsi nei pressi di un trivio e piantare il picchetto nel mezzo della strada che proveniva dalla sua destra. “Sta segnando il percorso. Sono pronti a lanciare l’offensiva finale, vogliono ricacciarci oltre il confine. Dunque è da lì che devo passare se voglio tornare dietro le nostre linee», realizzò. “Ma quanto saranno lontane?”, si chiese ancora, tenendo d’occhio il soldato che, ora, si era abbassato per annusare i papaveri. “Non poco se un soldato se ne va in giro tranquillo a piantare picchetti in mezzo alla campagna.”

Volgendo lo sguardo al Sole constatò che era sorto alle spalle del soldato: dunque il confine era di là, ad est. Sì, ma se voleva avere qualche speranza di arrivarci, doveva assolutamente impadronirsi della camionetta; e per farlo, doveva uccidere un ragazzo che avrà avuto i suoi stessi anni, i suoi stessi sogni, le sue stesse paure.

Ma come si fa a uccidere un uomo a sangue freddo? Si domandò Piero. Finora aveva sparato alla cieca, nel mucchio; e questo gli consentiva di lavarsi la coscienza con il sapone del dubbio. In fondo non essere certo di aver colpito a morte qualche nemico, lo poteva far sentire eroe o codardo, a seconda della convenienza e dello stato d’animo del momento: era gratificante festeggiare un successo con i camerati, raccontandosi immaginifici tiri al bersaglio contro quelli dell’altra parte; era salvifico ritenersi un codardo che sparava a casaccio e non per non uccidere, quando si doveva fare i conti con la propria coscienza mentre si avanzava passando sopra a cadaveri con gli occhi sbarrati e la bocca contorta in un ultimo grido di dolore e terrore.

Ma ora non si poteva permettere di sbagliare, non poteva puntare il fucile da tutt’altra parte e sperare che l’altro, udendo il rimbombo del colpo, saltasse sulla camionetta e tornasse velocemente da dove era venuto. La camionetta serviva a lui, e poi “quello là” sarebbe comunque tornato con i rinforzi a dargli la caccia. No, ora lo doveva proprio fare, era ineluttabile, era il suo appuntamento con il destino: doveva sparare a un uomo guardandolo negli occhi!

Si alzò con il busto sin oltre il rosso dei papaveri, puntò il fucile. “Se tiro alla testa muore di sicuro, al petto, invece, potrei anche non colpire organi vitali e lasciargli il tempo di reagire… sì, ma la testa è un bersaglio più piccolo… forse è meglio puntare al bersaglio grosso, e se non dovesse morire subito… gli tirerò un altro colpo”, ragionava, sudando, indeciso dove puntare la canna del suo sputa fuoco. Preso com’era a scegliere il bersaglio più consono, non si era accorto di essersi sporto oltre il lecito dalla linea rossa dei papaveri. Se ne accorse l’altro mentre volgeva lo sguardo all’intorno; subitamente imbracciò il fucile mitragliatore e fece partire una raffica, nel medesimo istante in cui Piero tirava il grilletto.

Piero vide i petali dei papaveri davanti a sé sbriciolarsi, polverizzati dai proiettili sparati dall’altro. Poi sentì come una stilettata al petto che lo fece rimbalzare all’indietro, la bocca aperta in un muto grido di dolore esprimeva sconcerto, sorpresa; che mutò subitamente in terrore quando, abbassando lo sguardo, vide un copioso fiotto di sangue, pompato al ritmo del battito cardiaco che si andava spegnendo, uscire dal foro al centro dello sterno: “La vita se ne sta andando”, ebbe a pensare nel mentre. Barcollò, cadde in ginocchio, vide l’altro riverso sulla strada con il volto devastato e sorrise amaro: il colpo era andato a segno. Poi cadde in mezzo ai papaveri a faccia in giù, e lì comprese che non l’avrebbe mai più rivista, la sua Ninetta. «Peccato… maggio sarebbe stato un buon mese per portarla all’altare… invece… mi tocca morire», rantolò mordendo i petali dei papaveri imbibiti del suo sangue.

 

                                                       FINE  

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Mauro Banfi il Moscone il 2020-03-04 19:02:29
"Le canzoni hanno un senso, non perché possano evitare le guerre: non è facendo canzoni contro i conflitti bellici che si eviteranno le guerre. Tuttavia esse entrano a far parte del patrimonio culturale di un popolo, sono parte della coscienza, se non altro a livello subliminale. Dunque possono essere un buon deterrente. È questa la loro importanza". Fabrizio de Andrè Questa dichiarazione del grande Faber - quanto ci manca, ma quando nascerà ancora in Italia un altro vero artista e poeta così, che per ogni canzone leggeva decine e decine di libri? - mi ricorda molta la tua tecnica compositiva in questo tuo bel racconto, molto riuscito e anche molto sentito da parte tua, quasi a livello personale, affettivo, umano... Bè, questa è una canzone che quando l'ascolti la prima volta, se hai una certa sensibilità e ti stanno antipatiche la violenza e la prepotenza di certi umani, ti scende nell'anima e non ti molla mai... Ecco, tu hai esplorato quel paese subliminale che è dentro l'anima di tutti noi ammiratori per sempre di Faber e della sua eterna, splendente umanità. Ho sempre pensato che Faber si sia ispirato per il suo massimo capolavoro all'Amleto di Shakespeare: "Così la coscienza ci rende tutti codardi, | e così il colore naturale della risolutezza | è reso malsano dalla pallida cera del pensiero, | e imprese di grande altezza e momento | per questa ragione deviano dal loro corso | e perdono il nome di azione." Piero pensa troppo e in guerra bisogna imparare a non pensare per uccidere per non essere ammazzati. Prima che chiudessero inopinatamente i cinema - quando tutti i supermercati sono pieni zeppi di folli armati di carrello -, quando basterebbe tenere la distanza di una poltrona tra spettatore e spettatore come fanno altrove in Europa, ho visto un gran film: "1917" di Sam Mendes che con un unico, strepitoso piano-sequenza racconta una storia molto simile alla Guerra di Piero, dove un albero che appare nell'intro e torna nel finale è il simbolo di pace e di amore incarnato dai papaveri di Faber. Hai reso davvero un gran bell'omaggio a un piccolo faro di grande umanità che tiene vivo un barlume di speranza nel folle animale uomo. Bravissimo, sei stato all'altezza della canzone e di quel film: abbi gioia

Vecchio Mara il 2020-03-08 09:41:40
Faber era un poeta, che cantava la vita degli umili, dal soldato costretto ad imbracciare il fucile alla puttana che elargiva momenti di piacere. Meritava, al pari di altri cantastorie, penso a Dalla piuttosto che a De Gregori, un tributo. E il tuo apprezzamento è davvero un bel premio. Ti ringrazio. Abbi gioia Mauro.

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Rubrus il 2020-03-06 12:15:31
Ricordo che lessi per la prima volta il testo della canzone a scuola, alle medie, dove ce la fecero leggere. A differenza di molte poesie era di facile interpretazione (anche se ricordo che solo io ebbi problemi con un verso, quello che dice "sparagli Piero, sparagli adesso" perchè credevo che il protagonista stesse pensando agli ordini ricevuti e se li ripetesse nella testa, mentre altri erano di altro parere) e quindi ci rimane impressa. Questo racconto ripropone, nella forma, quella semplicità (i paroloni non servono) ed è aderente al contenuto della canzone, per questo funziona.

Vecchio Mara il 2020-03-08 09:46:45
Il brano è così lineare, che è stato semplice, seguendo il testo, ricavarci una storia aderente allla canzone Ho provato a fare lo stesso lavoro con il brano: Il pescatore, ma non sono sicuro di aver ottenuto lo stesso risultato... magari più avanti proverò a postarlo per avere un parere. Ti ringrazio. Ciao Rubrus

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