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Un lavoro come un altro

"PUNTO E A CAPO" Racconto Fantascienza / Cyberpunk / Steampunk

di Rubrus

pubblicato il 2020-02-28 11:26:16


Mi ricordo di quando abitavamo in città e mi nascondevo dietro la siepe e guardavo i bambini giocare, anche se per vederli non avevo bisogno di arrivare fino là perché alle volte io vedo le cose da lontano anche se mica sempre, ma mi piaceva sentire le voci e guardare i colori delle magliette e sentire il rumore delle scarpe sulla terra. 
Ogni tanto qualcuno mi vedeva e si metteva a strillare, allora due o tre raccoglievano i sassi e me li tiravano dietro e qualcun altro invece si metteva a piangere. Non ero contento se mi tiravano i sassi, però mi spiaceva di più se si mettevano a piangere perché mamma diceva che lo facevano perché avevano paura e a me non piaceva fare paura.
Solo ai grandi, qualche volta, facevo paura apposta, quando gli dicevo che vedevo e sentivo le cose da lontano e loro mi dicevano che non mi credevano oppure mi dicevano di spiegarmi e io non riuscivo a spiegarmi.
Io non riesco mai a spiegarmi bene perché non sono tanto intelligente, anche se sono tanto grosso, e allora i grandi si arrabbiano e mi dicono che sono bugiardo e allora io mi arrabbio e faccio “grr grr” e i grandi si spaventano e scappano.   
A un certo punto mamma ha detto che dovevamo andare in campagna perchè aveva paura che venivano gli accidenti sociali e mi portavano via, così siamo andati a vivere in campagna anche se era un po’ come in un bosco, ma non come quelli che si vedevano nelle figure sui libri.
A me piaceva vivere nel bosco perché c’erano tanti animali, anche se neanche loro erano come nei libri e anche se, quando faceva freddo, sentivo il vento che fischiava attraverso la finestra e, quando pioveva, l’acqua cadeva dal soffitto.
Nel bosco mamma aveva un sacco di amici e quando arrivava uno di loro dovevo uscire di casa. Qualcuno era gentile, specie uno che mi aveva regalato un camion come quello che guidava lui, solo più piccolo. Lo avevo messo in un angolo, in un buco nel muro, perché magari mi veniva voglia di giocarci e allora potevo romperlo.
Io rompo spesso le cose, sapete, anche gli animali del bosco, specie quando ci corro dietro e li prendo e subito sento un crac e vedo il sangue che cola. Mamma fa finta di niente perché sa che mi sento solo, io però ho sempre paura che, una volta o l’altra, si arrabbia e che mi manda al lavoro.
Io non so bene che cosa è questo lavoro, ma gli amici di mamma quando dicono che vanno al lavoro sono sempre tristi e allora non deve essere una cosa tanto bella.
Mamma ride e dice che al lavoro non mi ci manda, anche se io sono diventato grande, così grande che una volta l’amico di mamma che mi aveva portato il camion ha fatto sedere mamma sulle spalle e solo così mamma riusciva a guardarmi negli occhi senza che mi dovevo chinare.
Io sono stato contento perché mi sono sentito meno solo e non mi ero mai sentito così, anche se da un po’ a farmi compagnia venivano gli omini grigi.
Io li avevo visti venire da lontano, ma non avevo detto niente perché sapevo che i grandi non mi credevano e poi ogni volta gli omini grigi si facevano sempre più vicini e allora forse prima o poi li vedevano anche i grandi.
Gli omini grigi sapevano che li vedevo e mi dicevano un sacco di cose e mi tenevano compagnia, anche se non era come quando l’amico della mamma l’ha fatta salire sulle spalle e tutto il resto. 
Mamma dice che gli omini grigi non esistono e che non devo parlarci e che lei non li vede, ma non vuol dire niente. Ci sono un sacco di cose che mamma non vede. Per esempio come quella volta quando mi ha detto che l’amico che mi aveva regalato il camion era andato via per un lungo viaggio e non tornava più.
Io invece l’ho visto, qualche notte dopo, che guardava dentro casa ed era tutto rotto come gli animali quando stringo troppo, con i pezzi di ossa che uscivano dalla testa e il sangue che colava fuori. È rimasto lì un bel po’ e ogni notte tornava e qualcosa mamma la doveva sentire perché quando lui arrivava si metteva a piangere nel sonno.
Alla fine, però, è diventato sempre più trasparente, come le cose quando le guardi da dietro un vetro sporco, e poi è sparito del tutto.
Io ho chiesto a un omino grigio se sapeva dove era andato l’uomo del camion e lui mi ha detto che era andato in un posto molto più lontano di quello da dove vengono lui e gli altri omini grigi.
Deve essere vero perché gli omini grigi sanno un sacco di cose, molte di più di quelle che stanno scritte nei libri o di quelle che insegnano a scuola o di quelle che conosce la mamma.
Io l’ho capito subito che sanno un sacco di cose, anche se non sono tanto intelligente, e all’inizio un po’ mi ero spaventato perché credevo che erano come gli accidenti sociali e che volevano portarmi via per farmi lavorare, ma loro mi hanno detto di stare tranquillo.
Mi hanno detto che i grandi avevano combinato un sacco di pasticci e che loro avevano provato a spiegarglielo, ma che i grandi non volevano capire e che ci sono tanti modi di essere intelligenti e che i grandi, che si credevano di essere intelligenti, erano tanto stupidi.
Io ho risposto che anche la mia mamma era grande e che lei di pasticci non ne aveva fatti, ma loro mi hanno detto che erano i numeri grandi che contavano e che loro avevano deciso di arrivare in tanti e di mettere le cose a posto.
Io pensato a dei numeri così grandi che erano più alti del tetto e ho avuto paura, ma loro mi hanno detto che non dovevo avere paura e che anzi che arrivavano presto e ci pensavano loro a me.
Gli omini grigi si sono fatti vedere sempre più spesso, anche se non si fermavano perché avevano tanto da fare e anche io avevo da fare perché mamma stava male e dopo un po’ nessuno dei suoi amici si faceva vedere e allora ho pensato che non erano poi così amici.
Una notte che nevicava, mamma ha fatto uno strano rumore e io ho capito che si stava rompendo come facevano gli animali quando stringevo troppo, però non era proprio uguale uguale perché non vedevo il sangue che usciva e non sentivo le ossa che si rompevano. Io allora le sono andato vicino e ho sentito qualcosa che se ne andava ed era un rumore che assomigliava a quello che fanno i treni quando fischiano e vanno lontano.
Allora ho capito che mamma era partita e che magari era andata a raggiungere l’uomo del camion e l’ho seppellita nel bosco e ho preso il camion piccolo, quello che avevo nascosto, e l’ho messo vicino a lei e sono rimasto lì perchè adesso ero solo e non sapevo cosa fare e allora speravo che arrivavano gli omini grigi perché mi avevano detto che a me ci pensavano loro.
Alla fine sono arrivati e erano tanti, come avevano detto, e il cielo sembrava come il campo quando si riempie di lucciole solo che erano di più e più grandi e scendevano verso la città.
È passato un po’ di tempo da quando è successo, anche se non so quanto perché non sono mai stato bravo a contare il tempo e alle volte mi sembra che sono ancora nel bosco con mamma oppure in città che guardo i bambini giocare oppure che l’amico di mamma mi ha appena regalato il camion.
Allora vado da uno degli omini grigi e lui mi dice che cosa è successo prima e che cosa è successo dopo e che adesso sono in città e che devo andare al recinto.
Mi ricordo di quando stavo in città solo che era prima e allora pensavo che era brutto fare paura, ma adesso so che avere paura è peggio e che farne non è così male.
I grandi adesso stanno tutti dentro il recinto e a volte scappano e allora io devo corrergli dietro ma devo stare attento perché non devo romperli perché gli omini grigi ogni tanto ne prendono uno. 
Quelli che rimangono gridano e piangono e un po’ mi spiace, ma poi mi ricordo che hanno fatto tanti pasticci e che i bambini mi tiravano i sassi e che gli accidenti sociali mi volevano portare via e anche gli amici di mamma, quando mamma stava male, non si facevano vedere.
Allora faccio “grrr grrr” e dico che devono stare buoni altrimenti entro nel recinto, prendo uno di loro e lo rompo e ora che ci penso devo essere anche io una specie di accidente sociale e allora forse è un lavoro come un altro.
 

 

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L'AUTORE Rubrus

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Il romanzesco è la verità dentro la bugia

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Mauro Banfi il Moscone il 2020-02-28 20:53:25
Racconto incentrato sulla poetica del freak, del diverso: in questo tipo di storie i mostri veri non sono i diversi, ma sono gli uomini "normali" a diventarlo, e in questo caso l'agente della trasformazione sono dei misteriosi "uomini grigi". Extraterrestri colonialisti e autoritari? Entità demoniache? O che altro? Come sempre, da buon saggio e abile artigiano, Rubrus salva il mistero e ci mostra come i rapporti di potere tra normali e diversi possono ribaltarsi con molta velocità. Come in altri racconti, l'abilità del narratore sta nel mostrarci come spesso il più grande orrore sta nella normalità che divide quello che è norma da ciò che non è, emarginandola con una violenza che poi ritorna sempre indietro, mentre le diversità hanno la bellezza e la grandezza di chi non discrimina, di chi partecipa e non esclude, dalla vita, dalla comunità, dal Cosmo.

Rubrus il 2020-03-01 09:34:35
Volevo raccontare la storia della "solita" invasione aliena, ma narrata da un punto di vista anch'esso, in un certo senso "alieno" (un tale che ha poteri ESP che gli consentono di vedere altri mondi, il futuro, i morti, ma limitato nell'intelligenza e senza una vera coscienza del bene e del male) e questo ha provocato la scelta del linguaggio. Risultato? Come spesso nei racconti di SF i ruoli s'invertono e la hybris è punita, ma, alla fine fine, a cambiare sono solo i ruoli, non la sostanza delle cose - che nessuna palingenesi muta mai.

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Elisabeth il 2020-03-11 17:05:40
Ciao Rubrus. Questo lo ricordo da Net e a distanza di tempo, rileggendolo lo apprezzo di nuovo. I pensieri/ragionamenti semplici del protagonista sono allo stesso tempo inquietanti, tutta l'atmosfera lo è. Molto bello.

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