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Il maresciallo Crodo

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Vecchio Mara

pubblicato il 2020-02-16 21:12:19


Il maresciallo Crodo

 

Guardava fuori dalla finestra, come faceva ogni mattina, non per ammirare il foliage che aveva dipinto d’incanto i boschi che sovrastavano il borgo. No, come ogni mattina e in ogni stagione, il maresciallo Crodo osservava con occhio clinico la piazzetta di fronte alla caserma e si chiedeva se quello che si apprestava a vivere sarebbe stato il giorno atteso da oramai più di vent’anni. “Possibile che l’alto comando si sia scordato di due carabinieri e un maresciallo? A cosa serve tenere questa specie di avamposto dove non succede mai nulla?” si chiedeva sconfortato ogni mattina, seguendo con lo sguardo un vecchio che entrava nell’osteria piuttosto che una donna che usciva dalla posteria.

Volse lo sguardo all’insù. «Forse a inizio novecento e fino ai primi anni sessanta, una ragione ci potrebbe essere anche stata… ma ora…» provò a rispondersi desolato, osservando l’imponente facciata in stile Liberty dello stabilimento termale che si ergeva al disopra del borgo, ora ridotto a un rudere pericolante.

Tirando un lungo sospiro si scostò dalla finestra e si pose davanti allo specchio dell’armadio, notò che i tessuti del volto, rilassati dagli anni, donavano allo sguardo, un tempo appena velato da una lieve malinconia e ora già incupito di suo, un aspetto ingrugnato; controllò che la divisa fosse in ordine, calò sul capo il berretto e, salutando militarmente la figura riflessa dallo specchio, esclamò: «Possiamo andare, maresciallo Crodo!» E lasciando la camera aggiunse sconfortato: «Ad ascoltare il solito, inutile rapporto».

Scese al piano terra della caserma e, come da copione, domandò al piantone se qualche anima buona fosse passata per denunciare qualche furtarello. Questi ci mise due secondi a relazionarlo sui fatti accaduti nottetempo. «Nulla da segnalare, maresciallo!»

Il maresciallo sospirò. «Lo supponevo… lo supponevo», e se ne uscì con fare sconsolato. Attraversò la piazzetta, prese per vicolo Risorgimento, in discesa, e si diresse in centro.

 

Il maresciallo viveva l’assenza di reati nel piccolo borgo, come una beffa del destino. Ancora rammentava quando, poco più che quarantenne, gli era stato assegnato il comando della caserma. In principio era rimasto deluso: avrebbe desiderato un comando che gli consentisse di ottenere maggior visibilità. Ma non si era perso d’animo. “Prima o poi dovrà pur accadere un fatto eclatante, che mi permetta di dimostrare il mio valore”, aveva pensato dopo aver preso visione della caserma e dell’area che ricadeva sotto la sua competenza territoriale.

Ma ora, dopo aver speso ogni stilla di energia dedicando tutto sé stesso all’arma, a pochi mesi dal raggiungimento dei requisiti per poter accedere alla pensione di anzianità, si era ormai rassegnato allo scorrere tranquillo della vita, in un borgo sempre più somigliante alla sua personale “fortezza Bastiani”.

Il deserto dei tartari di Buzzatiana memoria, gli tornava alla mente ogni volta che marciava e udiva il rimbombo dei suoi passi e quelli di uno dei suoi due sottoposti sull’acciottolato degli stretti vicoli del borgo, silente e deserto, durante il consueto giro di ronda notturno prima di rientrare in caserma. Sentendo risuonare i suoi passi, immalinconendosi s’immaginava nei panni del sottotenente Drogo sul camminamento dei bastioni della fortezza, intento a scrutare il deserto sino allo sfinimento, senza mai riuscire a individuare la ragione per la quale sarebbe valsa la pena stare lì, a consumare inutilmente e in solitudine la sua esistenza.

 

«Buona giornata, maresciallo!» lo salutò con voce squillante la fruttivendola, intenta a ramazzare il pezzo di selciato davanti alla sua bottega.

«Buona giornata a lei, Ernestina», replicò con voce baritonale il maresciallo, e portandosi la mano accanto alla visiera del berretto, si esibì in un perfetto saluto militare. «Guardi che lo sta tirando liso quel marciapiede», aggiunse mentre passava oltre con passo marziale.

La risata argentina della donna certificò che la battuta aveva colto nel segno.

 

L’oste e gli avventori lo salutarono all’unisono quando fece il suo ingresso nella locanda.

«Buongiorno a voi!» tuonò il vocione del maresciallo. «Nulla di nuovo sul fronte occidentale?» domandò come suo solito.

E l’oste replicò alla battuta oramai consunta con il solito: «Sul fronte occidentale, tutto tranquillo, signor maresciallo!»

«Gradisce un toscano, maresciallo?»

La voce proveniva da un tavolo appartato, il maresciallo si volse, vide la mano tesa verso di lui con il sigaro tra l’indice e il pollice. «Grazie, signor Oliveri», disse, andando verso di lui. «Lo fumerò dopo aver pranzato», aggiunse, infilandolo nella tasca della giacca.

Osservò i pezzi sulla scacchiera con la quale Oliveri stava giocando una partita contro sé stesso. «Il nero è costretto a sacrificare la torre», sentenziò.

Oliveri prese in mano la torre nera, la rigirò davanti allo sguardo. «La torre è parte del castello, se perde il castello, il re ha perso tutto», ribatté serio, abbattendo con un colpo dell’indice il re nero. Poi si alzò, prese il mezzo toscano dal posacenere, lo infilò tra le labbra, nell’angolo destro, afferrò lo zaino dalla sedia e si avviò.

«Buona passeggiata», gli augurò il maresciallo.

«Grazie, maresciallo, se noto qualcosa di sospetto, glielo faccio sapere; chissà mai che sia la volta buona per vederla finalmente all’opera», replicò con un filo di sarcasmo.

«Cerchi di non perdersi, piuttosto», si raccomando il maresciallo, accigliato.

«Ci starò attento, non si preoccupi, maresciallo» fece Oliveri, e se ne andò.

Il maresciallo lo seguì con sguardo indagante fino a che non lo vide uscire. “Se sapessi che ti ho tenuto d’occhio per più di sei mesi, non so mica se la prenderesti così sportivamente”, pensava nel mentre, rammentando quando aveva cominciato a indagare sul misterioso acquirente di “casa Bigozzi”.

 

In effetti un po’ di chiacchiericcio l’aveva sollevato l’arrivo del nuovo proprietario di “casa Bigozzi”: un manufatto a due piani fuori terra che gravava sull’intero lato pari di vicolo Risorgimento. Un alone d’impenetrabile mistero avvolgeva il passato di Oliveri. E il maresciallo, da uomo di legge, non si era limitato ad ascoltare, ma aveva indagato. Ma le indagini non avevano dato i frutti sperati: la fedina penale di Oliveri era intonsa, candida, adamantina. Dunque, non avrebbe mai potuto diventare il caso eclatante che attendeva da oramai dieci anni.

Ma il maresciallo non lo poteva accettare, convinto com’era che quell’uomo era l’appiglio a cui aggrapparsi per tirarsi fuori dal pantano in cui l’avevano cacciato. E così, domandandosi cosa facesse e dove andasse al mattino quando, zaino in spalla, s’inerpicava sui sentieri che circondavano il borgo, aveva cominciato a farlo pedinare. Ma il rapporto che ogni volta gli faceva uno dei due carabinieri messo sulle sue tracce, non aveva mai prodotto i frutti sperati.

“Rassegnati, è solo un misantropo benestante che si è ritirato in mezzo al nulla, e passa il suo tempo a fotografare la natura”, aveva tirato le somme sconfortato. Ma prima di arrendersi definitivamente all’evidenza, aveva giocato un’ultima, disperata carta, decidendo di entrare in scena dopo aver notato che ogni volta che lo incontrava nella locanda, l’Oliveri era impegnato in una solitaria partita a scacchi. Così aveva sfruttato la passione che li univa, per provare a farselo amico.

Oliveri era un vero maestro, imbattibile per il maresciallo; ma questo a lui importava poco. Anche perché invece che concentrarsi sulle mosse, si spremeva le meningi per trovare le parole giuste da usare per porre domande che, senza insospettire il suo avversario, potessero fornirgli le risposte che andava cercando. Domande a cui Oliveri, tra una mossa e l’altra, rispondeva senza remore. Risposte dalle quali il maresciallo aveva alla fine evinto che se gli scacchi erano solo puro divertimento, i suoi guadagni venivano da un altro e ben più rischioso gioco: l’investimento borsistico. Nulla d’illegale, in ogni caso.

Ma sarà stato davvero così, o la “Borsa valori” serviva solo a coprire un gioco molto più grande? Si era domandato alla fine, decidendo comunque di chiuderla lì per non impazzire.

 

Gli sfuggì un moto di riso, ripensandoci ora. “Dovrei rassegnarmi davvero, se non voglio diventare matto”, giunse a concludere.

E così, rimuginandoci sopra tornando in caserma, decise che ne aveva abbastanza di star lì ad aspettare un crimine da risolvere. Avrebbe scelto lui quando lasciare il servizio, non avrebbe atteso che il comando lo sostituisse con un giovane di belle speranze.

Impiegò un paio d’ore, tra riflessioni e ripensamenti, a battere a macchina la domanda di pensione d’anzianità. Ora il dado era tratto, non restava che attendere la risposta.

 

L’inverno era stato particolarmente lungo e rigido, la neve era caduta copiosa e i tetti erano ancora imbiancati a primavera inoltrata, quando giunse la risposta.

Al maresciallo quasi prese un colpo: la domanda era stata accettata, ai primi di luglio un giovane ufficiale avrebbe rilevato il comando.

 

Dopo aver passato le consegne al nuovo comandante, augurandogli malinconicamente buon lavoro lasciò la valigia in caserma per andare a salutare amici e conoscenti: la corriera sarebbe arrivata dopo un paio d’ore, aveva tutto il tempo per farsi un giro per il borgo e poi tornare a prendere la valigia.

Scendendo per vicolo Risorgimento volse lo sguardo su “Casa Bigozzi”. Sorridendo amaro rammentò il tempo sprecato a inseguire un caso che giustificasse le stagioni e le suole consumate su e giù per quei vicoli arcigni.

Era quasi giunto in fondo al vicolo, quando un grido stridulo proveniente da una finestra aperta al primo piano lo fece voltare. «L’hanno ammazzato! Aiuto! Accorrete! Hanno ucciso il signor Oliveri!» gridava, affacciata alla finestra, la donna di servizio.

Un uragano di sentimenti contrastanti lo sconvolse. «Non ora… non ora… perché proprio ora?» balbettò, appoggiandosi con la schiena al muro. «Vent’anni… vent’anni senza riuscire a cavare un ragno dal buco… ed ora… ora che sono fuori dai giochi, eccolo lì, servito su un piatto d’argento, il caso che farà la fortuna di quel pivello appena arrivato.» Sentì una stretta stringergli le spalle, irradiarsi allo sterno e poi lungo le braccia, si portò  una mano sul cuore. «Non è giusto… non è giusto…» mormorava con voce roca e dolente mentre si lasciava scivolare con la schiena appoggiata al muro. «Non… è… giusto», rantolò seduto sul selciato. Piegò la testa all’ingiù, sino ad appoggiare il mento sullo sterno; la schiena, incurvandosi, si staccò appena dal muro… e li rimase, immobile, seduto come un questuante sul selciato di un borgo dove non accadeva mai nulla di eclatante.

  

                                                        FINE  

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Rubrus il 2020-02-18 12:36:53
Questo racconto si conclude, secondo me, con una "trovata" molto efficace, al di là del dichiarato omaggio a Buzzati. Se ti capita, circa le ambizioni di un tutore delle forze dell'ordine, m anche il rapporto con la narrativa, leggi "La versione di Fenoglio" di Carofiglio.

Vecchio Mara il 2020-02-18 17:52:05
Non ho mai letto Carofiglio, Ma ora mi hai incuriosito, appena passo in libreria lo cerco. Per quanto riguarda il racconto, è vero, ho un po' scopiazzato la trama del Deserto dei Tartari. Persino il nome del maresciallo fa il verso a quello di Drogo, e il finale, più o meno, è quello, ambedue i protagonisti dopo aver atteso invano, quando arriva il momento di dimostrare il loro valore... sono oramai vecchi e inermi. Ti ringrazio. Ciao Rubrus.

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