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Rubrus

A proposito di "I Pitard".

"VIRGOLETTE"

Saggistica

Recensioni (libri, film e qualsiasi forma artistica)

pubblicato il 2020-02-12 14:21:19

Ho autori che sono per me  “quasi” una garanzia perché difficilmente mi deludono.
Uno di questi è George Simenon, noto soprattutto per essere il creatore del Commissario Maigret ma che è in realtà un autore assai prolifico, avendo pubblicato, in tutto, circa duecento romanzi (anche se va detto che, ai tempi, gli scrittori erano di solito più sintetici e un romanzo si aggirava sulle trecento pagine, mediamente).
“I Pitard”, del 1935, è un “non-Maigret”, appunto. In breve, è la storia del neo-capitano Emile Lannec che salpa con la sua nuova nave “Fulmine del cielo” portandosi dietro la moglie Mathilde.
In realtà la nave non è nuova, anzi ha sessant’anni, ma lui l’ha appena comprata, cambiandole il nome. Non è nemmeno sua, poiché parte del prezzo è stata pagata con un prestito garantito dalla Signora Pitard, madre di Mathilde e suocera di Emile Lannec, la quale ha anche indotto lo stesso Lannec a stipulare un’assicurazione sulla vita in favore di Mathilde. La partenza avviene all’insegna dell’ottimismo, ma Lannec trova un biglietto il quale lo avverte che il “Fulmine del cielo” non arriverà in porto. Infatti, nell’ambiente ristretto della nave, le ostilità latenti tra marito e moglie esplodono: ben presto lei confessa a lui di averlo tradito col bel violinista Marcel; lui, poco dopo, si porta sulla nave, per ripicca, due prostitute, dopodiché accetta un viaggio in mare aperto col preciso scopo di indurre la moglie (che soffre il mare) a sbarcare. Mathilde non demorde e, mentre, al largo dell’Islanda, i due stanno per giungere a un chiarimento, giunge una richiesta d’aiuto da un’altra nave: il Francois. A questo punto...
Il breve romanzo, apprezzato da Celine, si gusta soprattutto per la grande abilità di Simenon di dire tanto con poco, di descrivere il fuoco che cova sotto la cenere, di descrivere l’ammalorarsi delle relazioni umane usando il minor numero di strumenti possibili e lasciando intravedere le sordide pulsioni mal celate dal menage familiare. “I Pitard” è prima di tutto una storia di incomunicabilità, di incomprensione tra marito e moglie. Verso la metà del romanzo, quando Mathilde si è rifiutata di sbarcare anche se il “Fulmine del cielo” sta salpando verso il mare aperto, la stessa Mathilde, messa alle strette, afferma che Lennac sa benissimo perché lei ha voluto rimanere a bordo e Lennac continua a protestare che no, non lo sa... e, dato che il romanzo è narrato dal punto di vista di lui, noi sappiamo che l’uomo dice il vero: è totalmente all’oscuro delle vere motivazioni della moglie. E tutte e due sono in buona fede. Lei pensa che lui faccia finta di non capire e non capisce come lui possa non capire. Lui non capisce e non capisce nemmeno come lei possa pensare che lui possa capire. “Non dicendo”, quindi, Simenon mostra – a mio parere – l’essenza stessa della incomunicabilità tra uomo e donna. In realtà, poco a poco, sia prima che dopo, le ragioni, o almeno alcune di esse, traspaiono. Lui è di estrazione proletaria, si è fatto da sé, mentre lei viene da una famiglia di estrazione piccolo – borghese, ma abbastanza benestante: la madre è proprietaria di due immobili e non si è mai rassegnata all’unione della figlia con un “lavoratore del mare” (come direbbe Hugo); d’altra parte Mathilde ha sempre subito il fascino di una maggiore raffinatezza, anche sul piano intellettuale, e la vecchia attrazione per lo squattrinato violinista non si è mai sopita del tutto – anche perché Lannec, essendo in mare, non c’è mai.      
Intorno, protagonista esso stesso, il mare. Con lui, la nave, con le sue atmosfere prima intime (la notte, la pioggia contro gli oblò, le luci solitarie della cabina e dei fari sulla costa nel nero sconfinato dell’oceano inquieto) poi opprimenti, poi claustrofobiche e incapaci di offrire riparo (come invece dovrebbero) dall’oceano in tempesta, in cui aria e acqua sono indistinguibili.
Riporto una scena, all’inizio del romanzo, che ben descrive lo stile di Simenon: a tavola, sulla nave, Mathilde – la cui presenza ha un po’ scombussolato i turni dei pranzi e le abitudini del cambusiere e degli altri marinai – appallottola i fili dei fagiolini che ha appena masticato e li ripone in un angolo del piatto. Gli altri ufficiali non dicono niente. Questo è più di un “correlativo oggettivo”: è un segnale non verbale. Innanzi tutto è un gesto di rifiuto, di non adattamento, in secondo luogo, questo selezionare il cibo denota una certa sdegnosità, ma è un gesto non esattamente raffinato (cioè proprio l’opposto di quello che vorrebbe essere). In terzo luogo avviene sulla tavola del padrone della nave, colui che dà da mangiare a tutti, a cominciare dalla moglie – e quindi è anche un gesto di sfida. Non succede niente di eclatante, ma, quasi senza che ce ne accorgiamo, le tensioni stanno già in scena. Per adesso nessuno dice niente, per adesso le acque sono tranquille, ma poi...
Due ultime note.
Il romanzo era in allegato a un quotidiano e quindi costava meno di cinque euro – non trascurate quest’opportunità se volete risparmiare: basta non farsi ammaliare dalle sirene delle edizioni griffate o delle ultime edizioni.
Simenon allude – ma non le nomina mai, neppure di sfuggita – a due superstizioni abbastanza diffuse tra la gente di mare: secondo la prima, più nota, le donne a bordo portano guai e fanno agitare il mare – e infatti nel romanzo una tempesta c’è.  La seconda diceria, invece, afferma che cambiare il nome di una nave porti sfortuna. Al posto di queste leggende, Simenon mette un fantasma che si rivelerà essere tutt’altro, ma, comunque, e come scopriremo alla fine del libro, un fattore negativo.    

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L'AUTORE Rubrus

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