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È così per tutti

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Roberta

pubblicato il 2020-01-27 18:53:48


Sembrava non mi avesse visto. Si era seduto al banco con gli altri tre amici (erano due coppie), aspettando che si liberasse un tavolo.
È sabato sera, il tempo passa e la gente, seduta comodamente, non sembra avere nessuna intenzione di andarsene. Noi siamo seduti poco lontano, e io non mi preoccupo più di tanto: so che è lì, non se ne andrà; prima o poi troveranno un posto.
Ma invece, stufi di aspettare, d'un tratto si alzano. Le due donne escono per prime, poi Andrea si gira e mi saluta senza avvicinarsi ed esce. Paolo è l'ultimo ad alzarsi dallo sgabello.
"Non può andarsene senza voltarsi", penso, guardando fisso nella sua direzione: "Voltati, voltati." Ecco: Paolo si volta. Io sorrido: ne ero sicura. Mi saluta con quel mezzo sorriso che ricordo bene. Non è cambiato (i capelli ora sono biondo cenere, ma gli occhi azzurri e vivi come un tempo). Gli faccio cenno, e mi viene incontro.
"Allora? Quanto tempo è che non ci vediamo? Due anni?"
"Ma no, ci siamo visti quest'estate, al concerto." Mi metto a ridere.
"Ma che dici, Paolo. Era l'estate di due anni fa."
"Ah! Beh, comunque... vedi che non è importante. Non ce lo ricordiamo neanche!"
"No, tu non lo ricordi. Io sì."
"Eh... E allora? Come va?"
"Non c'è male, dai." E gli riassumo la mia vita attuale in due parole. "Ma... sai, ho nostalgia dei bei tempi.".
I bei tempi sono quelli che ci accomunano: quando lavoravamo insieme, io e Paolo, dietro il bancone della birreria. Lui mi guarda fisso in fondo agli occhi e sorride, solo con metà bocca.

 

A fine serata Paolo e io, con gli altri due colleghi, Elena e Ivan, ci sedevamo a un tavolo a bere una Leffe e poi un’altra, nel bicchiere panciuto, e a fumare. A volte c’erano anche altri, gli avventori dell’ultima ora, quelli che stanno seduti al banco fino alla chiusura; allora nascevano delle lunghe discussioni filosofiche inframmezzate a narrazioni epiche d’imprese cui nessuno credeva, a confidenze intime e a colossali prese in giro. Quando Paolo raccontava le sue incredibili e assurde avventure, tutti fingevamo di credergli. 

Una sera, in cucina, l'avevo sentito mormorare, pensando che non potessi sentirlo: "Ma certo, carissima, bellissima, dolcissima... se potessi...". Ma io ero ancora sulla porta e rimasi a bocca aperta, mentre il cuoco, che aveva assistito a tutta la scena, rideva sotto i baffi, guardando prima me e poi Paolo, ignaro della mia presenza. 

Erano serate caotiche e traboccanti di musica, gente, colori, arazzi e luci basse, via vai continuo e tavoli e vassoi e bicchieri e sguardi e sorrisi e risate e parole e domande e complimenti sussurrati e sfioramenti toccate e fughe teste girate a cogliere una frase e piedi veloci e gonne fruscianti. Paolo mi aspettava sempre dietro il banco per raccogliere le ordinazioni e preparare le comande, guardandomi fisso con suoi occhi limpidi e profondi e seri.

Un giorno o l’altro dovrà finire, mi ripetevo, e prima che finisca, qualcosa dovrà accadere.

Poi, poco prima che la stagione terminasse, una sera arrivai e vidi Paolo che mi aspettava, serio, ma in un modo diverso dal solito. Doveva essere successo qualcosa.

«Che hai? Perché quella faccia?» gli chiesi.

«Mi hanno licenziato.»

Pensai a tutte quelle volte che mi guardava in un modo, come se s’imponesse di essere risoluto e volesse dire: "Guai a chi si arrischia a non prendermi sul serio".

E ora tutto questo sarebbe finito. Non ci saremmo più sfiorati dietro il banco; niente più sguardi intensi carichi di eloquente attrazione, niente più complici confidenze, parole trattenute, malintesi, fantasie, battibecchi, musi e riconciliazioni.

 

Ci eravamo rivisti poche volte. L’ultima, era stata l’estate di due anni prima. Sedevo sulla scalinata della piazza con due amiche. Qualche gradino più in basso, alla mia destra, Paolo era intento e seguire il ritmo del sax e lo scandiva con brevi movimenti della testa e col piede. Mi girava le spalle e non mi aveva visto. Distraendomi un po' dalla musica, lo tenevo d'occhio: era serio e assorto ora, la testa appoggiata alla mano, e si mordicchiava le dita. Conoscevo bene quel profilo, quegli occhi azzurri, quei capelli corti, quello sguardo pensieroso. Poi il pezzo finì; mi girai appena in tempo per vederlo alzarsi e attraversare la scalinata. D’istinto mi alzai in piedi, dimenticando Marco che mi sedeva vicino, e scesi di corsa i gradini, evitando appena le persone sedute. Lo raggiunsi sulla piazza, mentre ancora mi girava le spalle. Lo afferrai per le braccia da dietro, chiamandolo: "Ehi!". Girò la testa e s’illuminò. Fu un lampo di occhi azzurri. Io gli gettai le braccia al collo e ci abbracciammo, poi scambiammo qualche frase, parlandoci uno sopra l'altro con gli occhi negli occhi. Non ci vedevamo da anni.

 

L'ultima sera avevamo deciso: dopo la chiusura, ce ne saremmo andati in giro tutta la notte, fino all'alba. Salutati gli ultimi clienti e riordinati in fretta i tavoli, uscimmo in strada nella notte di fine agosto. L'aria calda m’investì, ma dentro rabbrividivo: quella notte sarebbe stata l'ultima. 

Quella notte eravamo passati da una casa all’altra bevendo vino e mangiando, poi ce n’eravamo andati per le strade, barcollando, sorreggendoci a coppie. Avevamo percorso il viale alberato fino al lago, ancora quasi nero e appena strisciato d'argento. Gli altri, senza dire nulla, ci avevano lasciati soli. Era tutto così naturale e insieme c’era un imbarazzo che ci fermava le parole in gola. Camminavamo in silenzio, vicini, ma non una di tutte le confidenze e le cose dette in tanti mesi ora ci offriva un appiglio per parlare. Dopo aver camminato un po', ci eravamo sdraiati per terra, sotto un albero e, finalmente, abbracciati. Mentre nascondevo il viso nel suo collo, lo annusavo e lo baciavo con le labbra calde, lui mi aveva accarezzato tutto il corpo, dalle gambe al ventre ai fianchi, su fino al seno e poi di nuovo giù, e poi mi aveva tenuto stretta. Ma non era successo nient'altro. Ormai, d’altra parte, albeggiava.  

Ero tornata a casa che era giorno fatto. Mia madre mi aspettava in vestaglia.

«Sei pazza? È questa l’ora di tornare?» 

Ero scoppiata a ridere: la maschera tragica di mia madre ormai mi faceva quell’effetto.

«Ha telefonato la moglie di Paolo. Anche lei era molto preoccupata.».

Pochi giorni dopo Paolo passò a salutarmi fuori dalla birreria. Aveva gli occhi molto lustri e un tono di voce basso quando mi disse, abbassando il finestrino, mentre uscivo dalla birreria con un pacco di tovaglioli tra le braccia:

«Mi hai cercato?»

«Sì.» - dissi con un fil di voce e gli occhi bassi.

Ma ormai non c’era più nulla da dire.

Poi cos’era successo? L’estate era finita, avevo dato gli ultimi esami e iniziato la tesi. Marco e io eravamo andati a vivere insieme dopo che suo padre ci aveva trovato un appartamento in affitto, sperando che ci decidessimo a sposarci. Ma sarebbero passati altri quattro anni, quando per una specie di scherzo del destino una mattina mi svegliai con una nausea pazzesca.

"E il bambino?"
"Bene, bene, lui sta bene. Cresce."
"Allora verranno per lui, presto, i bei tempi."
"Lo spero."
"E... Marco?" 
Sorrido e scuoto la testa: "Bene, bene. Solita vita coniugale." Poi decido di calcare la mano e dico: "Insomma, Paolo, dai... la solita minestra. La solita minestra."

A questo punto ci sono gli sguardi, che non si possono descrivere. Ma comunicano, eccome se comunicano. Quanto mi manca un amico, un complice, un compagno come lui. Uno che dice tutto, e se non dice è perché è sicuro che tu sai cosa sta pensando. Lui non finge, non si difende, non usa strategie. Non gioca sporco. Ti guarda e i suoi occhi ti dicono tutto, e non per caso, perché lui lo vuole. I suoi sguardi sono messaggi subliminali. Ed ecco che dice quella cosa fantastica, in quel modo fantastico:
"È così per tutti." 
Se fossi più giovane e inesperta, arrossirei come la brace.
"Aaaah beh, allora... mi fa piacere." 
Quante parole sottese nello sguardo e nel mezzo sorriso di Paolo: "So che non sei felice, ma neanche io lo sono. Ci siamo incontrati al momento sbagliato. Ci siamo arrivati molto vicini. Ricordi? Mi hai sentito quella volta mormorare: Ah, se potessi..."
È troppo onesto, lui. Non potrebbe mai. Non è come certi uomini, o certe donne. Se fosse stato per me... Ma cosa sarebbe successo, in fondo? Non sarebbe finita come tutte le altre storie? Un'avventura, incontri di nascosto, poi dopo un po' uno dei due dirada gli appuntamenti, l'altro comincia a soffrire, gelosia, scuse e pretesti, accuse di paranoia, rabbia, impotenza. 
Invece Paolo mi sta dicendo che sono passati quindici anni, ed è come se non ne fosse passato nemmeno uno. Il passato è vivo e fa parte di noi, io sono stata un pezzo della sua vita, e lui un pezzo delle mia. Nulla è finito, di ciò che non è mai stato, e forse proprio per questo; e, anche se ci incontriamo una volta all'anno, ogni volta è come se ci fossimo appena lasciati. Ognuno se ne tornerà dentro la sua vita, sotto le coperte si scalderà contro la schiena di un altro, ma ognuno portando con sé quella piccola parte che siamo stati l'uno per l'altro. E questo mi fa sentire così bene che mi scintillano gli occhi.
"Magari un giorno o l'altro veniamo a fare un giro da queste parti."
"Allora venite a trovarci... in una di queste domeniche d'inverno."
"Veramente non ho mai capito dove abitate."
"Beh, è un po' complicato. Ho capito: allora ci vuole un invito ufficiale."
"Sì, fammi sapere. Ci conto."
Sorrido. Fammi sapere. Fammi sapere, e come? Lui indugia ancora un po' prima di andarsene. Sappiamo che non sarà così facile. Lui non ha il mio numero e io non ho il suo. Non ce lo scambiamo: ci sembrerebbe sconveniente. Sono quelle cose che si dicono, e poi passeranno altri due anni, e ci incontreremo di nuovo, per caso, come stasera.
Ma ora so che "è così per tutti." E soprattutto, che lui ha voluto dirmelo.

 

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L'AUTORE Roberta

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Paolo Guastone il 2020-01-30 17:40:46
Si, è così per tutti. Uno spezzone di vita ben narrato che racchiude la nostalgia del tempo passato che si mescola all'ansia del futuro, la paura di non poter più uscire dalla solita minestra. E" così per tutti. E non ci resta che cercare un senso diverso rimestando nel fondo del bicchiere, anche se sappiamo bene che, alla fine, non troveremo che il nostro ritratto.

Roberta il 2020-02-01 15:42:14
Ciao Paolo e grazie per il commento. Non so bene quale “morale della favola” volevo suggerire, ma più che l’ansia del futuro e la paura desideravo mettere in luce l’atteggiamento del tuo omonimo, che è saggio e rassicurante. Potrebbe sembrar prevalere una componente di rassegnazione e quindi di debolezza, ma il rovescio (o il dritto) della medaglia è invece il senso del limite, la consapevolezza di ciò che comporterebbe l’assecondare quel bisogno di evadere. In questo il personaggio di Paolo emerge come il più forte, quello che ha raggiunto il distacco senza per questo svalutare, dimenticare o tradire l’attrazione provata in passato e mai rinnegata. È questo che rassicura e rafforza l’immagine di un sé ancora vivo e presente nel ricordo dell’altro e quindi non perduto ne abbandonato o sepolto.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Rubrus il 2020-01-31 18:05:54
"Quando la realtà incontra la leggenda, vince sempre la leggenda". Sì. lo so, è la citazione di un film western, ma, tutto sommato, penso che (basta sostituire il termine "leggenda" con un altro neanche tanto dissimile) sia un po' il senso di questo excursus nelle vite, quasi sempre parallele, dei due protagonisti. La loro storia avrebbe potuto essere, avrebbero desiderato che fosse, è stata sul punto di... ma non è stata ed è forse proprio il "non esserci stata" fino in fondo il segreto della sua magia; il suo essere altrove/altroquando che suscita desiderio e rimpianto perchè, comunque, non è mai "qui", non è mai "adesso".

Roberta il 2020-02-01 15:45:14
Sì, infatti, probabilmente se ci fosse stata avrebbe portato sofferenza, lacerazione e sensi di colpa, oppure si sarebbe trasformata nella “solita minestra”.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
oedipus il 2020-01-31 19:14:36
Un racconto bellissimo, tenero a controtendenza! complimenti

Roberta il 2020-02-01 15:45:37
Grazie.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Eli Arrow il 2020-05-13 15:34:25

A volte mi piace fantasticare d'una società in cui si possono avere tante minestre, e antipasti, e secondi plurimi e dessert, montagne di dessert, come se fosse tutto normale e compreso nel menù, senza lacerazioni, sensi di colpa e vario tragediume.

Allora, forse, i racconti ci presenterebbero storie di anoressie o bulimie colpevolizzanti, chissà.

Bel racconto, comunque, questo tuo, che ti cattura nella corrente e ti trascina gentilmente lungo lo scorrere del tempo.

Roberta il 2020-05-13 21:25:11
Eh già, ma temo che una società così non sarà mai possibile perché concedendoci antipasti e dessert causeremmo sempre sofferenza a qualcuno, per quanto ce la raccontiamo pensando che l’importante è l’onestà, in realtà confessando o mettendo le mani avanti non facciamo altro che metterci a posto la coscienza facendo soffrire chi ci ama: sarebbe quasi meglio fare le cose di nascosto, occhio non vede cuore non duole. Comunque il racconto non parla tanto di tradimenti quanto di intesa fra due persone che si comprendono e alle quali bastano poche parole per capirsi. Grazie, quel “gentilmente” lo considero un bellissimo complimento. Sono contenta che sei tornata da queste parti.

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