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Su "L'infinito"

"VIRGOLETTE" Saggistica Articolo critico (generico)

di Rubrus

pubblicato il 2019-12-20 12:52:37


Penso sia quasi un dovere, a duecento anni dalla sua stesura, parlare de "L’infinito” di Leopardi, una delle poesie più famose della letteratura italiana.
Il testo, penso che lo si conosca tutti – un tempo lo si studiava a memoria.
È singolare che tocchi a me, che di poesia non sono precisamente né un appassionato, né un esperto. avviare la conversazione, ma tant’è. Insomma, faccio quello che posso.
È una poesia vecchia? Sì, perché ha duecento anni (ma io sono così conservatore che faccio fatica persino ad aggiornare il computer). No, perché, a cominciare dal titolo, si prefigge di superare le barriere del tempo e dello spazio – e mantiene quanto promesso.
Formalmente, “L’infinito” è composto da endecasillabi, il verso più duttile, e anche il più importante, della lingua italiana, ma, malgrado questo saldo richiamo alla tradizione, la poesia contiene anche non pochi aspetti innovativi.
In primo luogo, ed è il più evidente, manca la rima (ecco perché di solito si studiava alle medie: prima era necessario acquisire delle tecniche mnemoniche).
In secondo luogo, non c’è una divisione in strofe. Ci sono dei punti che separano i concetti e le immagini, ma la divisione che creano non è simmetrica. Il primo punto è dopo tre versi, il secondo dopo sei, e così via (potete contarli).  
I blocchi concettuali, a loro volta, non sono rigidamente separati. Ciascuna “strofa” (ma il termine è improprio) comincia con un avverbio o una congiunzione che la lega a quella precedente. Da sola, sembra priva di senso. Insomma, ora l’abitudine di iniziare i discorsi così (da “e le stelle stanno a guardare” in poi) è talmente diffusa, nella lingua scritta, che non ci si fa caso, ma, allora, non era così banale (anche se Foscolo aveva iniziato “A Zacinto” con “Né più mai” e “né” equivale a “e non”).  Leopardi inizia invece con “sempre” (quindi ci sta dicendo che la poesia è iniziata prima che cominciasse a scriverla), prosegue con “ma”, un’avversativa rispetto a quel che c’era prima (ma, appunto, se non sai che cosa viene prima, qualcosa ti sfugge), con “e” (congiunzione) e termina con “così” (così... come?). Inoltre, logicamente, la scansione dei periodi non coincide, spesso, con la scansione dei versi. In parole povere, Leopardi inizia una frase, va a capo senza terminarla, e prosegue nel verso successivo. È insomma una poesia fatta non solo di scansioni metriche, ma di pause del pensiero, di vuoti, di, appunto, spazi tra un’idea e l’altra, spazi che il lettore è chiamato a riempire o, meglio ancora, a contemplare, quasi il poeta lo invitasse, in quei silenzi, a percepire, appunto, l’infinito, e suggerendogli, come in via subliminale, che è un infinito di vuoti (o forse di nulla) e di mistero.
Cento anni dopo si sarebbe parlato, analizzando componimenti che presentano analoga continuità di pensiero, di “flusso di coscienza” (il che dimostra, a mio parere, che per scrivere un flusso di coscienza non è necessario essere incomprensibili).
Anzi. Si osservi che la poesia è scritta in un linguaggio comprensibilissimo anche oggi... ok, ci sono quel “ermo” e poche parole auliche, ma ricordiamo che stiamo parlando di linguaggio del 1819 e non venitemi a dire che non capite che “il guardo” è “lo sguardo” o che non avete mai comprato un “souvenir” per “sovvenirvi” di qualcosa. Inoltre c’è, in tutta la poesia, una sola metafora, chiarissima, alla fine. Ci sono, al posto delle metafore, dei complementi di paragone, che sono cosa ben diversa, e molto più chiara, indicati con cartelli semantici luminosi: “come”, “vo comparando” ecc. Leopardi non sta alludendo a un bel niente. Ci sta dicendo a chiare lettere, a partire dal titolo, che ci sta parlando dell’infinito, ma, dato che l’infinito non è un concetto facilmente spiegabile, anzi, non è racchiudibile nella nostra esperienza (chiedete a un matematico), possiamo rappresentarlo solo ricorrendo a qualcosa, immagine o suono, che ce lo faccia percepire.
La poesia, come accennavo, inizia con “sempre”. Se ne deduce che il poeta ha l’abitudine di fare questa passeggiata e che la poesia è frutto di un percorso, fisico e mentale, iniziato prima che il poeta la scrivesse.
Leopardi ci descrive (“descrive”... ci dice che c’è e ci dice l’effetto che fa) la celeberrima siepe.
Il trucco e la grandezza della poesia stanno nel “non detto”.
Non ci sono luoghi spettacolari, maestosi. Il poeta, per arrivare e farci arrivare all’infinito, non si reca su un’alta montagna, o sulla riva del mare. Per quanto grandi, quelle realtà sono “finite”. Non vanno bene. Dirò di più. Anche l’orizzonte è “troppo piccolo”. A questo proposito, un geografo rabbrividisce a sentir parlare di “ultimo orizzonte”. Non esiste un “ultimo” orizzonte, così come non esiste un primo orizzonte. L’orizzonte è, semplicemente, il punto in cui la vista arriva, così come imposto dalla curvatura terrestre.
Parlando di “ultimo orizzonte”  Leopardi sta andando e ci sta spingendo, con il pensiero, oltre tutto quello che è fisico, oltre tutta la possibile conoscenza, oltre tutti i posti che potrebbe visitare il capitano Kirk, il quale, si sa, è andato là dove nessun uomo mai è giunto prima.
E come arriviamo, lassù?
Ebbene, quasi ponendosi in una condizione di deprivazione sensoriale, altamente consigliata a tutti i contemporanei (molto, ma molto più consigliata oggi che ai tempi di Leopardi).
Di questo luogo del mistero, percepibile con la solitudine, la meditazione, l’introspezione, possiamo rappresentare scenari (quasi alla Lovecraft) che si estendono nello spazio “interminati spazi”, nel tempo, “le morte stagioni”, “l’eterno”,  percepibili, ma non descrivibili, se non in parte, con immagini, con suoni (lo stormire delle fronde ecc) eccetera.
In realtà l’intera può essere definita come una proporzione in cui l’incognita rimane incognita.
Lo stormire delle fronde sta alla presente stagione come la presente stagione sta all’eterno, ma l’eterno, in quanto infinito, rimane incognito lo stesso.
Il silenzio che si sente (e torno per un secondo agli spazi, alle pause che si inseriscono nella scansione logica e metrica dei concetti e dei versi) sul colle quando il vento non soffia sta al silenzio cosmico di quelli che Lovecraft chiamava “i neri spazi tra le stelle” come il silenzio cosmico sta a X.
E così via.
Come reagisce il poeta di fronte a questa intuizone?
Lo dice chiaro e tondo. Per poco – notasi “per poco” – il cor non si spaura. Si badi che l’esperienza dell’infinito non ha nulla di allucinatorio. Leopardi non si è “fatto” di niente, ha semplicemente dato ascolto a se stesso partendo da un’esperienza comunissima come una passeggiata in collina. Non ha neanche niente di mistico, secondo me. Semplicemente, secondo me, uno si sofferma un po’ a pensare a che cosa possa essere davvero l’infinto nel quale siamo immersi. Basta quello.
E il bello è che, questa sensazione, tutti l’abbiamo provata – e se non ci è capitato lo scopo della poesia è farcela percepire.
Non è necessario mettersi lì a sviscerare chissà quali ulteriori livelli di lettura.
Possiamo farlo, ma non serve per apprezzare “L’infinito”.
Potrebbe essere sufficiente sedersi sul colle... ma non quando c’è Leopardi, altrimenti cessa di essere “ermo”, il povero colle... sul nostro colle, dicevo, e contemplare.           
La poesia si chiude, come accennavo, alla famosissima metafora del mare e del naufragio.
Dopo aver descritto le sensazioni che si provano se si tenta di percepire l’infinito (ma senza descrivere l’infinto stesso, come accennavo, perchè esso non è descrivibile), il poeta – che prima era comparso fugacemente: abbiamo indovinato che andava a passeggiare fino al colle e basta – ci dice qual è la sua reazione.
Per poco non si era spaventato, ma ora non ha più neppure un briciolo di paura.
Già prima, del resto, ci aveva parlato di “profondissima quiete”.
Non rimane quindi che dimenticarsi di se stessi. Sul c.d. pessimismo leopardiano basterà un accenno... ma allora, forse, neanche l’accenno a Lovecraft era del tutto campato per aria.
Nella non – umanità dell’infinito, che il poeta ci ha rammentato per tutta la composizione (l’eterno, la vita e la stessa storia umana non sono che uno stormire di fronde, paragonato all’immensità dell’essere, ecc) il poeta trova riposo, o profondissima quiete, dalle difficoltà dell’io.
Come quando, sereni, stiamo in un luogo tranquillo, diciamo “che pace” e tanto ci basta.   

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Roberta il 2019-12-20 14:53:26

Come non rispondere a un simile richiamo? Presente (e viva, eheheh).

Prima di tutto, qualche osservazione: gli endecasillabi senza rima, ovvero endecasillabi sciolti, sono una forma metrica molto in voga a partire dal preromanticismo. Sono in endecasillabi sciolti l’Ossian, la traduzione dell’Iliade del Monti, I sepolcri di Foscolo. È una forma particolarmente adatta a una poesia narrativa (e anche L’infinito, a suo modo, narra, racconta qualcosa: un’esperienza fondamentale, un’avventura della mente). In secondo luogo, pur non essendo diviso in strofe L’infinito ha solo un verso in più rispetto ai 14 versi del sonetto, la più nota struttura metrica della poesia italiana. Si potrebbe dire che Leopardi qui ha fuso due tradizioni, quella classica e quella preromantica. Il ritmo lento e quasi ipnotico della poesia è dato, come fai notare, dall’artificio retorico per cui l’unità della frase è spezzata dal verso (enjambement), da una parte, e dall’altra dal procedimento opposto, per cui, a volte, il verso è interrotto al suo interno da un punto fermo. La poesia, infine, fa parte degli idilli, letteralmente poesie brevi (vedi gli idilli di Teocrito); ma, mentre gli idilli della letteratura greca sono dei quadretti bucolici, qui il paesaggio naturale è solo un pretesto per spalancare le porte sull’io del poeta, il vero protagonista.

Ciò detto, la scansione della lirica segue un ordine preciso: ostacolo alla vista, percezione dell’infinito nello spazio, rumore del vento, percezione dell’infinito nel tempo. Il procedimento a questo punto si muove dal generale al particolare, dal più lontano al più vicino: il rumore del vento proietta immediatamente nell’eterno, per poi avvicinarsi gradualmente attraverso le morte stagioni fino alla presente “e viva” (vitalità che proprio grazie a quel rumore irrompe e spezza l’incanto, il primo naufragio). Poi c’è il famoso uso dei deittici, ossia “questo”, vicino a chi parla, e “quello”, lontano da chi parla. Questo colle, questa siepe, queste fronde, ma “quello” infinito silenzio: è grazie alla comparazione tra vicino, presente, e incommensurabilmente lontano nello spazio che interviene la percezione dell’eterno, ossia l’infinito nel tempo. Alla fine, tutto ritorna all’io, al momento presente: questa immensità, questo mare metaforico sono ormai dentro l’anima del poeta.

L’anno scorso mi è capitato di assistere a una lezione del poeta Davide Rondoni sull’Infinito di Leopardi. Ne sono uscite cose interessanti e quindi ne riporto una sequenza:

"Qui Leopardi compara una voce al silenzio. Quale voce può essere comparata a un silenzio, o quale silenzio è un silenzio che parla? Di che area semantica stiamo parlando? Non c’è bisogno di sapere, come i filologi sanno, facendo finta di non saperlo, che la siepe, nella prima versione in prosa, era un roveto: quello di Mosè nella Bibbia. Leopardi dal punto di vista culturale (non importa la sua fede personale) sta mettendo in campo un grande cambio di paradigma tra l’infinito dei greci e l’infinito giudaico cristiano, per cui mentre i greci dicevano di guardare all’infinito con paura, noi quando pensiamo all’infinito non abbiamo paura. Noi usiamo la parola infinito non con timore, ma tendenzialmente con una sorta di attrazione. Perché la ns cultura, che ha queste radici giudaico cristiane, ci ha fatto vedere dei segni, comparando i quali con qualcosa che non vediamo facciamo l’esperienza dell’infinito. È nel momento in cui lui compara il segno con qualcosa che sfugge ai sensi (come l’amore di tua madre sfugge ai tuoi sensi….), quando c’è questo momento di comparazione, lì mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni. Mi sovvien non è “mi ricordo”, ma “mi viene presente alla coscienza”. Che cosa? Le morte stagioni, il passato, il presente. Così tra questa, non nella mia immaginazione, quella di prima, l’infinito che mi immagino non è un mare in cui possa entrare la mia immaginazione. Non mi dona un infinito in cui io possa naufragare. Dice in questa, in questa immensità s’annega il pensier mio, e… in Questo mare, che si è aperto, in questo mare di conoscenza, che si è aperto nella poesia, è uno spazio che non puoi dire, non puoi dire in altre parole, non puoi chiacchierare di queste cose."

Rubrus il 2019-12-20 15:28:49

Questa è la versione letta da Gassman (anche se il commento musicale io l'avrei tolto) https://www.youtube.com/watch?v=MzqyptkLm04. .



 



Venendo al commento, l'interpretazione - con tutto il rispetto - mi convince poco. Ci sarà anche stato un "rovo" all'inizio (nel testo perchè sul colle non c'è e ci sono testimonanze che provano che Leopardi andava lì), ma il poeta l'ha tolto, quindi, ammesso e non concesso che sia possibile darne una lettura in chiave giudaico - cristiana, poi l'ha tolta (tra l'altro sia "siepe" che "rovo" sono bisillabi), si tratta di un elemento testuale e quindi una lettura che il poeta ha inteso levare di mezzo (a voler esser maliziosi, perciò, il testo autentico e definitivo smentisce proprio la lettura giudaico - cristiana). Anche la seconda parte mi convince poco. "Il pensiero" (soggetto) si annega (predicato verbale) in questa immensità (complemento di luogo)".  Perchè tirare in ballo la poesia? nel testo non compare, e non serve: c'è già l'infinito. Anche il pensiero umano è infinito? Ok, un infinito contiene infiniti infiniti, perciò ci ci può stare... ma perchè mettercelo se non c'è? Il naufragio, che evidentemente è legato all'annegamento, mi fa piuttosto venire in mente il De  Rerum natura di Lucrezio. 




  1. È dolce, mentre la superficie del vasto mare è agitata

  2. dai venti, contemplare da terra la gran fatica di altri;

  3. non perché il soffrire di qualcuno sia un piacere lieto,

  4. ma perché è dolce capire da che sventure sei esente.



       Ma anche quello, a ben guardare, è inutile. Insomma, secondo me, e seguendo la lezione di Occam, il mare è un'altra immagine dell'infinito (che, ok, può comprendere il pensiero umano, la poesia... comprende tutto per definizione: è infinto...).



  


Roberta il 2019-12-21 15:22:18

Ecco, ti copio la prima versione in prosa dell'Infinito:



«Oh quanto a me gioconda quanto cara fummi quest’erma (sponda) plaga (spiaggia) e questo roveto che all’occhio (apre) copre l’ultimo orizzonte».



e poi la trascrizione completa dell'intervento di Rondoni:



"Se avrete pazienza di studiare veramente Leopardi vedrete che dietro c’è la grande cultura biblica di Leopardi che dice che i libri della sua giovinezza sono Omero e la Bibbia. A diciannove anni, quando scrive l’Infinito, ha appena scritto l’Inno ai patriarchi; ha avuto a che fare continuamente coi testi biblici. Questo vento tra le piante è ne Il libro dei Re e il profeta Elia si chiede: «dov’è la voce di Dio? Nel terremoto? No. Nella tempesta? No. È nel vento lieve tra le foglie». È una citazione quasi biblica. Arriva questo vento, sia la voce di Dio o non so di cosa, è un segno che sento e allora vo comparando. Noi conosciamo comparando le cose: più alto, più basso, più piccolo, o mettendole in relazione tra loro. La comparazione non appartiene più alla finzione, appartiene alla conoscenza, al cercare di vedere, di comprendere. Vo comparando che cosa? Un segno che vedo, con qualcosa che non vedo. Noi viviamo così normalmente e non ce ne accorgiamo."



Tutti sappiamo che in Leopardi di cristianesimo non ce n'è, ma dovremmo anche sapere che nei sette anni di studio matto e disperatissimo aveva studiato il greco e l'ebraico e conosceva l'antico testamento. Perché Raboni dice che i filologi fingono di non sapere che la siepe era un roveto? Perché si fa l'identificazione Bibbia = cristianesimo, Leopardi = non cristianesimo.



Per quanto riguarda l'ultima parte: non hai capito bene. Rondoni dice: "Questo mare, che si è aperto, in questo spazio di conoscenza, non altrove dalla poesia, in uno spazio che non puoi dire.", cioè che il mare in cui Leopardi naufraga è quello di una nuova conoscenza, e nella poesia "va in scena" la rivelazione di questo "abisso" che non spaventa ma affascina, inebria, fa naufragare dolcemente.


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Roberta il 2019-12-22 10:23:27

Con parole mie: mentre all\'inizio Leopardi era solo in cima al colle, guardava verso l\'orizzonte e nel pensiero \"si fingeva\" interminati spazi ecc., e provava quasi un senso di paura, poi, dopo il rumore del vento, e grazie a questa progressione inversa che ho nominato, dall\'eterno alle morte stagioni alla presente e viva, dentro l\'immensità lui CI ENTRA, non è più solo, è DENTRO l\'infinito. Il suo pensiero, che prima\"si fingeva\" l\'infinito, ora ci annega dentro. Gli si è aperto uno spazio nel quale ora è avvolto, l\'infinito lo abbraccia e lui ci naufraga dolcemente. Tutta la pappardella di Rondoni tendeva a dimostrare che Leopardi passa da un atteggiamento di timore e distacco (tipico del mondo greco) a uno di fascinazione e fusione (tipico del mond giudaico - cristiano). Io lo trovo interssante perché ti costringe a soffermarti su aspetti della poesia che altrimenti magari non avresti notato, è un\'interpretazione diversa da quelle trite e ritrite che trovi su tutti i manuali di letteratura. Poi lui, essendo a sua volta poeta, tira in ballo la poesia perché, se ho capito bene, è l\'unica dimensione in cui si può raccontare un\'esperienza simile. Credo, eh? 

Rubrus il 2019-12-23 11:18:33
Ovviamente, prima, per poco non si "spaura", ma alla fine il naufragare gli è "dolce", questo è innegabile. Però secondo me prevale la dissoluzione del'io che si perde nell'immensità (dice "immensità" non conoscenza, dopotutto) e il senso di dissolvimento è portato dall'uso di parole come "annega" e "naufragio"; inoltre quello che si "annega" è il pensiero; questo, secondo me, è incompatibile con la conoscenza e con la coscienza, anche se può coesistere con la contemplazione. Insomma, io sento forte l'eco di Lucrezio. Quanto alla voce nel vento, che mi pare sia nel libro di Elia, e alla vicenda umana paragonata a uno stormire di fronde, sicuramente è un'immagine più presente di quella del roveto. A questo proposito, noto come - comunque - la poesia, nel suo testo definitivo, abbia fatto piazza pulita di manierismi e citazioni. E' come se fosse rimasto solo il termine di paragone originario, o si fosse tornati ad esso sopo aver viaggiato attraverso i vari autori che, nella storia della letteratura hanno usato e usato questo termine di paragone o termini affini. E, in effetti, l'elenco è lunghissimo. La vita e l'esistenza umana paragonati a uno stormir di fronde ci sono in Omero, ma già Mimnermo lo cita, e, se saltiamo ai giorni nostri, ci troviamo Ungaretti e Bob Dylan. La peculiarità del paragone, nella poesia di Leopardi, è che non è "semplicemente" la vita umana a essere solo un fruscio, ma l'intera "presente stagione", quindi tutto ciò che esiste in un determinato momento. Il concetto, insomma, è, per usare un aggettivo che piacerebbe a Lovecraft, "cosmico". ma non horror perchè - e qui dobbiamo tornare a Epicuro, secondo me - la dissoluzione dell'io (quindi, più nel concreto, la morte) non deve spaventarci perchè se c'è lei, noi non ci siamo, e viceversa. Compreso, fatto proprio a livello non solo razionale, ma emotivo (o esistenziale) questo concetto, sparire diventa "dolce".

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