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Il Bambino Merda

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Luca-C

pubblicato il 2019-12-17 12:35:03


Il Bambino Merda

  

Negli anni 70 e 80 nascevano i bambini Indaco.http://www.dheuer.net/blog/wp-content/DH_20110710_13-15-24__D3L27421-950x633.jpg

Alla fine degli anni 90 nascevano i bambini Cristallo.

Negli anni 2000 iniziano i bambini Arcobaleno.

 

Negli anni 70, occorre specificare, nascevano a volte anche i Bambini Merda.

 

Potremmo riempire pagine e pagine dei prodigi e delle magnificenze proprie delle prime tre categorie di bambini sopra elencate. Ne riporto solo alcune, per meglio veicolare il lettore nei meandri fatti di aure multicolori, splendenti e no.

 Una delle caratteristiche peculiari che contraddistinguono bambini di aure particolari, vedi il caso dei bambini indaco, è che questi si dividono in molteplici sotto categorie indachiane (o indachesche); c’è per esempio l’indaco umanista: è iperattivo, è un avido lettore e non riesce ad essere ordinato. E’ socievole e sta bene in mezzo a molta gente, fa tante cose insieme e si distrae facilmente. Troviamo poi l’indaco concettuale, atletico e molto interessato ai progetti più che alle persone, l’indaco artista, che è creativo in ogni sua  forma ed ha molti interessi, o ancora l’indaco interdimensionale, ovvero è il più robusto fra gli indaco e non gli si può dire niente perché risponde: “Sì, lo so, lo so fare”.

 Potremmo riempire pagine e pagine. Ma qui le pagine sono difficili da leggere e la dura legge del taglio Web impone di arrivare subito al nocciolo della questione.

 Premesso quindi quanto sopra, noi siamo qui a raccontare il mondo spesso monocromatico dei Bambini Merda, quale naturale prodotto della devastazione aurea degli anni settanta, e siamo qui a raccontare precisamente la storia di un Bambino Merda in particolare, la storia di Pasqualino Gioacchino Spinnello, romano, per gli amici detto “Er Fiata”.

 Ma lui non aveva amici, per cui per comodità e coerenza da adesso in poi sarà semplicemente chiamato Gioacchino Spinnello.

 Mentre lo scopo della razza indaco è di gettare i semi per la nuova umanità, pare che la funzione della bambina merda, a valle delle conoscenze di questi ultimi quaranta anni, fosse quella di fungere da concime per i semi futuri. Da qui, s’innesca solo una parte della nascita del termine Bambino Merda.

 Si sarebbero potuti chiamare bambini concime, bambini stallatico, bambini humus, invece il termine più crudo, Merda, che alimenta indomabili sinestesie con odori, colori, sapori e retrogusti, si conformò per anche altre sfaccettature insite nel cuore e nell’animo dei soggetti in questione.

 Gioacchino, cominciò a essere un bambino merda ancor prima di nascere, quando era solo un piccolo feto.

 Lei: “Caro, non so come dirtelo, sono incinta”

 Lui: “Oh Merda!”

 E non finì li. Quando Gioacchino venne al mondo, il padre era in missione nel Baltico, rientrava solamente dopo quattro mesi, e fu solo esclusiva sorpresa e sgomento della mamma partoriente vedere ciò che produsse dal suo interno; un bimbo roscio e con evidenti occhi verdi. Un bimbo che era la fotocopia del cognato di suo marito (insomma il marito della sorella di lui, che sembra più semplice da capire).

 “Merda merda!! Come diavolo faccio ora?? Lo tingo? Gli metto un paio di lentine marroni?”

 La madre alla fine non fece nulla, era ovvio, se non ripetersi continuamente “Merda!” ogni volta che lo vedeva.

 “Merda….” fu ciò che uscì dalle labbra del padre quando lo vide a quattro mesi e mezzo, e lo ripeté altre cento volte quando la moglie confessò il fattaccio. Non riporto per decenza, i commenti di sua sorella, conclamata cornuta imperiale, ovvero la moglie di suo cognato.

 Ora il conclamato cornuto locale era anche lui, merda.

 Nasce quindi in questo modo, con queste premesse, il tracciato marrone nel quale s’invilupperanno tutti i fatti succedanei della vita di Gioacchino, un tracciato con poche curve, lineare, chiamato vita di fatto.

  Gioacchino il bambino Merda, viveva la vita come gli altri bambini, faceva le stesse cose, cercava di pensare le stesse cose, provare le stese emozioni, e difficilmente si rendeva conto che gli altri non c’erano, o se c’erano, non lo vedevano. Gioacchino era un bimbo che quando con gli altri si fissavano tutti insieme le mani su un foglio bianco, per percepire l’aura che il corpo sprigionava, tutti rimiravano il loro indaco o altre diverse tonalità splendenti.

 Lui, lui vedeva solo marrone malato tra le sue dita e diceva:

 “Vedete? Anche  io ho un’aura, come voi, vedete?? Colore marrone, un marrone Siena bruciato tipo ocra…”

 E gli amici (che non aveva) “A Gioacchì! Quello è color Merda, lascia perdere!”

 Riporto solo un altro piccolo episodio, struggente, che meglio rappresenta i tramonti marroni che Gioacchino vedeva inanellarsi ogni giorno. Un episodio che ti accartoccia il cuore, che fa male anche solo raccontarlo, specialmente se lo racconti in qualità di padre.

Insomma fu che un giorno Gioacchino rimase nascosto dentro un bidone d’olio usato, senza più olio fortunatamente ma con ancora dentro i residui di aspetto e densità terrificanti, aventi miasmi che si avvicinavano al colore dell'aura di Gioacchino. Egli, dicevamo, rimase nascosto per tre ore, radioso e convinto di essere stato il migliore di tutti a giocare a nascondino, convinto di averli fregati alla grande. Quando la madre, terrorizzata nel non trovarlo in giro all’ora di cena, aprì il coperchio, lo trovò imbrattato di morchia pericolosamente tossica, in condizioni pessime, affamato e disidratato:

 “Anche questa volta mi sono nascosto bene, vero mamma? Li ho fregati tutti...”

 “Si amore, sì, vieni ”

 La mamma, non gli disse mai che quando lui giocava a nascondino, gli altri si dimenticavano di lui e non lo cercavano mai.

 Io che scrivo e me la tiro, sono un ex bambino indaco, e sono qui a raccontare senza nessuna velleità di scrittore, ma per il semplice piacere di narrare storie di colore.

Io che scrivo, dall’alto del mio pregresso indaco, sono un impiegato da mille e ottocento euro al mese, ottanta chilometri al giorno di strada per arrancare in ufficio, un futuro proiettato mensilmente solo al ventisette del mese.

 Gioacchino, detto “er Fiata” per gli amici, ma che di amici non ne aveva, con il tempo si è ispessito, ha studiato, ha eliminato amici e nascondini e alla fine si e' anche sposato, ora ha una donna media, ha una più che media vita, e un ragazzino del quale in qualche modo andare fiero.

 Insomma, Pasqualino Gioacchino Spinnello l’ha messa in quel posto a tutti, tutti noi che arranchiamo giornalmente e mensilmente, perché dall’altro della sua condizione di merda, lui della conoscenza della merda ne ha fatta virtù, e ora e’ proprietario della più grande discarica dell’hinterland romano, nonché dirigente (corrotto)  dell’ eccellente impianto di depurazione di Roma Sud.

 Un mare di merda da processare insomma, ma un mare nel quale, in qualche modo, Gioacchino ha sempre saputo nuotare.  

 Fine

 

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