735 OPERE PUBBLICATE   3924 COMMENTI   76 UTENTI REGISTRATI

Utenti attivi:

RICERCA LIBERA E FILTRI DI VISUALIZZAZIONE

Sezioni:    Narrativa   |    Saggistica   |    Poesia   |    Narrativa di gruppo e collaborazioni tra utenti   |    Momenti di gioco e umorismo a premio e turismo culturale.   |   

Ricerca per genere e utente (work in progress)

Roberta

Senza titolo

"PUNTI DI SOSPENSIONE"

Poesia

Poesia

pubblicato il 2019-12-02 18:15:54

Ma poi il bianco è diventato buio

La nebbia densa della terra dei morti

Mi sono persa e ho sbattuto negli spigoli

Dei ricordi slabbrati, sono caduta

Nel baratro delle illusioni dissolte

Mi sono seduta sull’orlo della vita non vissuta

Della vita che mi è stata negata

E ho pianto.

Ho pianto con le mani sugli occhi

Ho singhiozzato per tutti i sogni svuotati

Uno per uno ho cercato di evocarli

Ma erano fantasmi di ragnatele appese

Ho corteggiato la morte sul davanzale

Ho strappato dal petto le urla senza voce

Avrei strappato anche i miei capelli

E le vesti nere di lutto

Ma non potevo parlare.

Non potevo muovermi.

 

E se addolcivo il canto un vecchio maestro mi bacchettava le mani

E se cantavo ancora erano calci nel ventre

Finché ho abortito il frutto acerbo del mio amore mai sbocciato

Così di nascosto aprivo i cassetti

Ma erano tutti vuoti

C’erano solo carte vecchie

E le parole erano segni neri come corvi

Le sue parole erano uccelli morti.

***

Ma la notte scende di nuovo

Ho una corda agganciata al petto

Che tira e tira da un luogo che non vedo

Verso la riva dei ricordi sepolti

Verso la riva degli errori commessi

E sono ancora incatenata a queste sponde

Con un arpione nel ventre

E questa corda che tira

Verso un luogo dove nessuno mi vuole.

 

SEGNALA ALL'AUTORE IL TUO APPREZZAMENTO PER QUESTA PUBBLICAZIONE

SEGUI QUESTO AUTORE PER ESSERE AGGIORNATO SULLE SUE NUOVE PUBBLICAZIONI

L'AUTORE Roberta

Utente registrato dal 2017-11-01

ALTRE OPERE DI QUESTO AUTORE

È così per tutti Narrativa

Senza titolo Poesia

Ipnagogia, o la morte apparente Narrativa

Luca 5: Tempo scaduto Narrativa

Solitudine e riflessione Saggistica

Luca 4: Rivelazioni Narrativa

Luca 3: Il bugiardo smascherato Narrativa

Luca 2: Cronaca nera Narrativa

Luca. 1: Io sono nato qui. Narrativa

Incomunicabilità Narrativa

I corridoi della mente Narrativa

Posseduta platonicamente Narrativa

Minigolf Narrativa

Lepri e conigli (ovvero una tranquilla domenica in montagna) Narrativa

Flipped classroom Narrativa

Il sorriso di David Narrativa

La fortuna premia gli audaci Narrativa

Un sacco di stracci Narrativa

Il diritto al silenzio e la mamma di Woody Allen Narrativa

IL CAPPOTTINO Narrativa

L’atto della creazione poetica ne Il dottor Zivago di Boris Pasternak Saggistica

Pendio, vento di corsa, cenere: una poesia di Pierluigi Cappello Saggistica

Epitaffio della stanza buia Poesia

Tarocchi (incipit di Eli Arrow) Narrativa di gruppo e collaborazioni tra utenti

Tutto il resto non è che distrazione. Narrativa

In un noioso pomeriggio di novembre Narrativa

UN INCRESCIOSO INCIDENTE (o La Vanità offesa) Narrativa

Paolo e Francesca (Dante perdonami) Narrativa

DIVIETO DI RIPRODUZIONE

E' assolutamente vietato copiare, appropriarsi, ridistribuire, riprodurre qualsiasi frase, contento o immagine presente su di questo sito perché frutto del lavoro e dell´intelletto dell´autore stesso.
É vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
É vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall´autore.

Mauro Banfi il Moscone il 2019-12-02 18:48:54
La poesia di qualità stimola la mia tendenza naturale e credo ben coltivata al pensiero per immagini e all'analogia. E l'analogia corre subito al prezioso saggio "Sull'arte" di Rilke: In quello scritto Rilke paragona l’artista a «un danzatore i cui movimenti si infrangono per la ristrettezza della cella in cui vive. Ciò che non trova spazio per esprimersi nei suoi passi e nello slancio impedito delle braccia, egli lo esprime esausto attraverso le labbra; oppure egli deve tracciare sul muro, con le sue dita ferite, le linee non ancora vissute del suo corpo». La capacità di esprimere le linee non vissute dal corpo è proprio del Puer o della Puella dentro di noi, come esplica Rilke: «Dunque nessun autocontrollo, nessuna autolimitazione per raggiungere determinati fini, ma un libero lasciarsi andare; nessuna prudenza, ma una saggia cecità; nessuna conquista di beni certi che lentamente si accumulino, ma una continua dissipazione di tutti i beni perituri. Questo modo di essere ha qualcosa di ingenuo e istintivo e assomiglia a quel periodo di inconsapevolezza che soprattutto si distingue per una confidenza gioiosa: l’infanzia». La Puella e il Puer non hanno «la paura di perdere». Tutto ciò che il bambino eterno e la bambina eterna hanno provato è filtrato attraverso il loro amore e ne è illuminato, « e ciò che una volta s’è illuminato nell’amore rimane come immagine e non si perde più. E l’immagine è possesso autentico - oro non volgare -; ecco perché i bambini sono tanto ricchi». L’artista è l’uomo che rifiuta di lasciarsi manipolare e robotizzare, attraverso l’educazione, all’ordine sociale ed economico esistente, e rimane fedele a ciò che era durante l’infanzia, divenendo in tal modo « un essere umano nello spirito di ogni tempo, un artista». L’albero dell’artista si riconosce dunque per le sue più profonde radici nell’anima: «Poiché gli artisti si addentrano molto più profondamente nel calore del divenire, in loro altri umori salgono nei frutti». Tutto questo comporta sofferenza e lotta dura e sconfitte e ferite e la tua bella poesia ben lo ricorda; ma per il Puer e la Puella resilienti, che non intendono rinnegare il loro Daimon profondo e non intendono arrendersi, la gioia di essere dei fiori che si sviluppano da forti radici vitali e non dei limoni da spremere è assicurata. Costori diventeranno degli archi tesi per scoccare frecce di vita, con la linfa succhiata dalle loro "linee non vissute del corpo", verso l'avvenire. « sempre di nuovo qualcuno nella folla si ridesta, qualcuno che non ha le sue radici in essa e la cui apparizione risponde a leggi più ampie. Porta con sé strane abitudini, e chiede spazio per gesti audaci... Attraverso di lui parla spietatamente il futuro»

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Roberta il 2019-12-02 21:21:54
Questa è la poesia più tetra e disperata che io abbia mai scritto. Non scrivo più poesie da molto tempo, ma sfogliando vecchie carte mi è sembrata una tra le più vere. Credo ci sia ben poco di gioioso nell’atto di sfogare la disperazione più nera, tuttavia non si può negare che sia liberatorio. Il brutto è quando si sta male ma le parole non vengono, o sono talmente brutte, sgraziate e banali che è meglio tenersele per sé. Grazie comunque per le riflessioni. Le Elegie duinesi di Rilke sono bellissime.

Rubrus il 2019-12-03 13:00:08
Personalmente, devo ammettere che ho ho la sensibilità poetica di un paramecio. Potrei distinguere un endecasillabo da un settenario, un sonetto da una canzone libera, ma non potrei spingermi molto lontano. E' qualcosa che ho scoperto alle elementari addirittura, con - mi pare - Ungaretti o Montale. Non capivo che cosa volessero dire alcuni versi di una sua poesia e quando la maestra mi disse che non sempre la poesia va capita, le risposi che non capivo perchè. Venendo comunque al testo, mi pare che le immagini siano chiare ed esprimano, almeno mi pare, nella prima strofa, tristezza o addirittura depressione, nella seconda incomunicabilità o incomprensione, nella terza costrizione e impossibilità di liberarsi dalle sensazioni di cui alle due strofe precedenti. L'effetto è accresciuto dal fatto che l'ultima strofa, graficamente separata dalle altre due dagli asterischi, pare volersi riferire sia alla prima che alla seconda , aumentandone l'impatto, da un lato e, dall'altro, fungere da chiusa di tutta la storia, come a suggellare l'immutabilità delle predette condizioni e ad esprimerne il senso. Può darsi che abbia preso delle cantonate, ma questo se non altro dimostra che non sono un bot. Quanto al peso dell'elemento emotivo nella poesia in generale, ed andando un po' off topic, dopo aver letto il commento, mi pare logico che a un certo punto l'ispirazione poetica svapori. Se al centro di essa vi è l'emozione, non si può non considerare che essa emozione, spesso, è tanto più potente quanto più effimera: un sentimento di pochi istanti. Se perdura nel tempo, o ci si abitua, e quindi la poesia diventa maniera, e quindi insincera, oppure tende a ripetersi oppure ancora, peggio, a identificarsi con l'ossessione e la nevrosi. Logico quindi che, di fronte alla possibile consapevolezza di dire sempre le stesse cose, il poeta tenda, prima o poi, ad ammutolirsi (o, se mi è concesso, a assumere tratti nevrotici). Sottolineato che ciò succede anche con la prosa, penso che nel campo della poesia sia ancora più evidente e, tanto per andare ancor di più off topic, il crescente silenzio - almeno tale mi pare - dei poeti del web (incomparabilmente più numerosi dei prosatori un tempo) potrebbe avere, tra le altre, questa spiegazione.

Mauro Banfi il Moscone il 2019-12-03 18:21:36
Il buon Rubrus ha operato, come da par suo, un intrigante allargamento di campo di questa bella poesia, fino a toccare un tema che mi sta molto a cuore e che trovo molto vivo: la temporanea eclisse della poesia dal web - e non solo dalla litweb -.
Premetto che per me una bella, grande, intensa poesia, oltre a certe specifiche tecniche (il togliere, il trasformare - la metaforicità -, il ritmo) formali, deve avere anche tre valori essenziali da coltivare ed esprimere: mito, logos e pathos.
E ovvio che per me questa lirica presenta queste basilari caratteristiche, altrimenti non mi avrebbe colpito e spinto all'espressione.
Da sempre amo, leggo e studio poesia, fin dai tempi delle medie e se ricordate, noi novecentesci all'esame di media dovevamo sapere diverse poesie a memoria e ancora certe le ricordo!
Questo non per vantare mie mirandolesche capacità, ma per dire che sono molto affezionato alla poesia e che sono molto preoccupato da questa sua eclisse dalla cultura occidentale.
Per farla breve, a me pare che il primo compito del poeta è rappresentare un suo mondo.
Quel mondo non deve essere d'altri che di colui che scrive e lo descrive.
E per rappresentare questo mondo bisogna trovare le parole giuste e il loro perchè (logos), la via alla sua particolare emozione (pathos) e la via allo stile unico e inconfondibile del poeta, dato da una visione, delle immagini, delle metafore, in una parole UN MITO.
Ad esempio, nel mio primo commento ho indagato la sfera mitologica della poesia.
Roberto mi sembra abbia amplificato in modo egregio il suo logos, fino ad arrivare a un problema contemporaneo, che ha per me accenti universali, infatti che senso ha una vita in cui si è eclissata la poesia? ( la mia interpretazione del Puer e della Puella chiusi nel carcere rilkiano seguono la pista di questo mito, nevvero...)
Un altro fattore fondamentale in poesia è quello che i critici chiamano " storia dell'IO" e che mi sembra importante per comprendere la crisi della poesia nel mondo della rivoluzione web.
Per farla corta, sintetizzo: l'Io, in poesia, non è né autobiografia né cronaca storica del periodo in cui si trova a vivere e poetare.
L'Io del poeta, scriveva Spender, è la coscienza di convinzioni e di valori dei quali il lettore è partecipe. Cito testualmente:
"Quando il poeta e il lettore appartengono a una comunità che fornisce, per dire così, un contesto continuo di valori e convinzioni che li avvolge ambedue in una rete di referenti simbolici e metaforici, allora l'Io è anche il Noi, il Tu e l'Egli".
Ogni Io/Poeta stabilisce, pertanto, con il suo potenziale lettore un tipo particolare di relazione insito in una collegialità, in una comunità di idee e visione.
Ora, sappiamo bene che il Santo Graal del web è la popolarità ottenuta ad ogni costo: la sua sterminata frontiera finale è il pubblico dispiegarsi della psiche individuale e privata.
E' un nuovo modo d'essere, di fare esperienza, in cui il singolo internauta ha imparato a vendere o a fare spettacolo della sua privacy come una performance di massa.
In poche parole, paradossalmente, la poesia è in crisi perchè -ricordate? - nei primi anni della rivoluzione web tutti scrivevano - e milionate erano le poesie, lo sapete - ma NESSUNO LE LEGGEVA e figuriamoco, le commentava e cercava di capirle.
Non sto facendo del moralismo inutile ma ritengo di essere molto freddo, lucido e analitico (sono entrato nel campo del logos della poesia).
Senza comunità d'ascolto e di comprensione non c'è poesia e non c'è poeta.Questa è la situazione.
Omero senza la Grecia degli Achei di Agamennone, Achille e Ulisse non sarebbe mai esistito.
I romantici sono stati gli ultimi ad avere una comunità attenta alle loro liriche, poi i critici registrano l'inizio della crisi del soggetto (a partire da Nietzsche, demolitore spietato del romanticismo) e della sua post-era della "post-verità", che ha tolto al soggetto poetico importanza e significato; fino a Internet che sta calando, a mio allarmato avviso, il colpo di grazia.
Sul web ogni Ego è una comunità fine a se stessa e la vera condivisione è rara come il platino.
E qua mi fermo, perchè su questo tema sono state scritte biblioteche intere, che chi vuole, può reperire senza problema.
Concludo dicendo che questa lirica ha, oltre il pathos personale di chi l'ha scritto - e che rispetto profondamente, perchè parliamo di anima - prospetta vaste ermeneutiche di mito e di logos che ho cercato di approfondire.
Abbiare gioia

Roberta il 2019-12-03 20:23:44

I vostri commenti meritano una risposta approfondita che oggi non ho né l’energia ne il tempo di preparare, quindi, intanto, visto che sarei una gran maleducata se non rispondessi, mi limito a ringraziarvi. Rubrus come sempre è diretto, chiaro e ironico e condivido tutto quello che ha scritto, mentre rispondere ai commenti di Mauro richiede un bell’impegno, perciò mi riservo di prendermi tutto il tempo per riflettere. Intanto vi auguro una buonissima serata.


Roberta il 2019-12-04 18:08:14

E ora rispondo finalmente anche a Mauro. Premetto che io sono della vecchia generazione e di fronte a commenti così lunghi e articolati (sempre ben vengano!) averi bisogno di poter salvare il commento, copiarlo, evidenziarlo ecc. per dare una risposta altrettanto articolata, ma qui non si può e quindi mi devo arrangiare in altro modo, ma impiegand molto più tempo. Ciò detto, mentre Rubrus ha parlato di poesia come espressione di emozioni, tu, Mauro, sposti l'attenzione sui valori e convizioni. In entrambi i casi si tratta di poesia lirica, ma, come giustamente ricordi, l'espressione dell'io lirico non deve essere né autobiografia né cronaca, deve fuggire il facile scivolone nella melassa del sentimentalismo. Il punto cruciale è: quando il sentimento si eleva a valore universale e condiviso, allora è poesia. Il dolore, l'angoscia, la noia, ma anche, perché no, anche la gioia e l'entusiasmo possono essere oggetto di riflessione filosofica, e se nella poesia il sentimento individuale dettato da un'occasione particolare viene elevato a sentimento universalmente condiviso, allora è poesia.



L'ultima parte del commento tocca un altro problema, secondo me meno importante: è ovvio che chi pubblica cerca un pubblico, ma bisogna tener conto del fatto che pubblicare è un rischio e che il riconoscimento sul web non è garanzia di eccellenza.  


RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Roberta il 2019-12-04 15:47:32

Rispondo prima a Rubrus: l'autoironia è un grande pregio e in effetti è lecito domandarsi perché una cosa non abbia un perché. Sul fatto che la poesia non sempre vada capita, ci sarebbe molto da dire: in realtà va capita, ma in maniera intuitiva; spiegarla spesso la rovina, perché il suo scopo non è informare ma suggerire, alludere, evocare ecc. ecc. Tuttavia la tua interpretazione della mia poesia è corretta e soprattutto essenziale, quanto basta per dire all'autore: ho capito quello che volevi esprimere. Nessuna cantonata, anzi!

Quanto alla seconda parte del commento, sono pienamente d'accordo: parliamo non di poesia in generale ma di quella poesia che nasce da un elemento emotivo, che sia innamoramento, delusione o altro. Cambiano i momenti e le persone, ma una delusione è sempre una delusione, il dolore per un tradimento è sempre lo stesso, il batticuore, l'estasi, l'euforia, l'esaltazione ecc. anche. Se ricorriamo alla poesia sempre e solo per esprimere questi sentimenti, finiremo inevitabilmente per ripeterci. Preferisco quindi ammutolirmi.  

Rubrus il 2019-12-04 16:53:21
La poesia in questione (ho fatto uno sforzo mnemonico non da poco) era "Già la pioggia è con noi" . Sia ben chiaro: è una gran bella poesia e figuriamoci se mi metto a criticare Quasimodo, anzi, ricordo che mi piacque già allora. Il mio problema erano gli ultimi versi "senza un lamento, senza un grido / levato a vincere d'improvviso un giorno". La mia perplessità era (me lo ricordo benissimo) : come si fa a "vincere un giorno"? è una frase senza senso... e, facendo uno sforzo di immaginazione e ammettendo che voglia dire "concludere bene la giornata", oppure che si parli del trascorrere del tempo... mica si può fermare il tempo .... e poi... come si fa a fermarlo gridando? Perchè tutte queste immagini balzane? Insomma, forse ero polemico già a nove anni, ma il fatto di non capire gli ultimi versi, che per me non avevano senso, mi guastava indirettamente anche gli altri. Penso che ciascuno abbia la sua particolare forma di sensibilità ("l'uomo che non deve chiedere mai" esiste solo in una vecchia pubblicità e aggiungo "per fortuna"... peccato che tanti si picchino di somigliargli) e, forse, la mia sensibilità coglie meglio certe cose di altre. Questa consapevolezza, però, mi portò - un po' di anni dopo e gradualmente, ma inesorabilmente - a formularmi una domanda: ma se quello che trasmette una poesia è legato così strettamente all'individuo, come è possibile usare la poesia per "dire?" è tutto troppo aleatorio e incerto, almeno per i miei gusti. Il che, proseguendo nel ragionamento, mi porta a formulare questa ulteriore ipotesi. Se la sensibilità (non necessariamente il sentimento, quindi, ma qualcosa di più ampio) è il pilastro della poesia e la sensibilità è così squisitamente (e fortunatamente) individuale, allora "esprimere" diventa più importante che "dire" . Conseguentemente, dato che tutti abbiamo la nostra sensibilità - e scendendo nello specifico, sentimenti ed emozioni - ne discende che l'autoreferenzialità del poeta è autosufficiente per poetare. Il che, a propria volta, spiega le poesie del web (e non solo quelle, ma di poesia stiamo parlando) e in particolar modo il loro numero, ma anche il loro rarefarsi. La centralità dell'espressione non fa vedere l'importanza della comunicazione - uso un termine piuttosto forte - oggettiva del messaggio poetico. Il fatto di non percepire l'oggettività, però, non la fa scomparire. Ne deriva che l'autoreferenzialità ed autosufficienza della poesia è transitoria. Presto o tardi, il poeta vuole parlare con qualcuno (per se stessi si scrive la lista della spesa), ma il fatto che l'oggettività della poesia sia stata negletta e che quindi ognuno sia in gran parte autoreferenziale ed autosufficiente, mortifica la comunicazione. Il web dunque, così come espande il solipsismo, castra in egual misura lo scambio. Alla lunga, o alla breve, senza il pubblico, il poeta vede frustrato prima il suo bisogno di comunicare, poi lo stesso bisogno di esprimersi (quelli che parlano da soli sono i matti), con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti (e che non riguardano solo la poesia, ovviamente). Il web - come ogni tecnologia - ha quindi portato certe tendenze e idee novecentesche alla loro massima espressione (tutti scrivono) e, con ciò stesso, ha posto tutte le premesse, poi realizzate, al loro annichilimento (nessuno è letto). Uno vale uno e tutti gli altri son nessuno. Liberi di essere diversamente nessuno.

Mauro Banfi il Moscone il 2019-12-05 07:35:44
Gli avvincenti - e profondi sviluppi della nostra conversazione, partita dalla lirica di Roberta, mi sembra che hanno messo in campo delle interessantissime comprensioni di quella che è "la storia dell'IO" in letteratura - poesia, prosa e saggistica -.
Questa storia comincia e corrisponde alla distinzione classica tra lirico ed epico (e drammatico), distinzione che apparve solo alla fine del Settecento in Germania e che è stata magistralmente descritta nell'Estetica di Hegel: la lirica è l'espressione della soggettività che si confessa; l'epica viene dalla passione di impadronirsi dell'oggettività del mondo. Per me, lirico ed epico superano l'ambito, estetico, rappresentano due possibili atteggiamenti dell'uomo verso se stesso, il mondo, gli altri.
Ora, con il dilagare della tecnica, culminata nell'era informatica e con l'instaurazione dell'ultima frontiera del consumismo, il pubblico dispegarsi della psiche privata come performance da monetizzare, sono nate due nuove forme di IO, quello liquido, ben descritto da Bauman, e quello gassoso, se consideriamo che come hanno ben considerato nel Novecento Brecht e Kundera, tra gli altri, la dialettica tra lirico ed epico costituiva lo stato "solido, basico" della letteratura.
Nello stato liquido e gassoso dell'Io informatico assistiamo al progressivo restringimento della poesia di fronte al dilagare della spersonalizzazione della singola persona costretto a inseguire il Demoniaco Graal della popolarità coatta; pensiamo all'IO degli influencer, personaggi creati ad arte, privi di qualsiasi reale talenti, preparazione, disciplina autoformativa, l'IO gassoso dell'ignorantocrazia e dell'analfabetismo funzionale.
L'autoreferenzialità portata fino all'estremo limite dell'autismo inconsapevole, che non richiede terapie urgenti perchè l'Influencer nemmeno sa di essere in piena patologia, sancisce l'impossibilità della parola poetica e pronuncia la fine del confronto tra IO E MONDO, e della corrispondenza tra le parole e le cose.
E così, in questo spazio dove una lirica, mediante il confronto dialettico tra noi tre è diventata epica, vi saluto indicandovi i nuovi mostruosi, decadenti, tracotanti IO, liquido e gassoso (davvero SENZA TITOLO), che ci troveremo sempre più ad affrontare nelle nostre esistenze.
Abbiate gioia

Roberta il 2019-12-05 16:51:16

Rispondo intanto a Rubrus: i versi "Ancora un giorno è bruciato, / senza un lamento, senza un grido / levato a vincere d’improvviso un giorno" significano che i giorni passano in modo inesorabile senza che nulla e nessuno possa ribellarvisi. E' una dichiarazione d'impotenza e insieme un grido di rabbia. Non tutti sanno che la poesia ermetica non è tale solo per una scelta stilistica, ma anche per necessità storica. Questa poesia appartiene alla raccolta Nuove poesie, che contiene le liriche scritte tra il 1938 e il 1942, gli anni peggiori del fascismo e i primi anni di guerra. Gli ermetici scrivono durante il fascismo e la scelta della poesia pura è anche una scelta obbligata: non potendo denunciare gli orrori dei tempi, si creano un piccolo nucleo di eletti ed esprimono ciò che provano e pensano in maniera ermetica, cioè oscura, ma non per questo del tutto incomprensibile, e nemmeno autoreferenziale.



In questo caso l'impotenza espressa da questi versi può (è un'ipotesi) essere riferita ai tempi e all'impossibilità di ribellarsi allo scorrere inesorabile dei giorni senza poter far nulla per fermare l'orrore del fascismo e/o della guerra, oppure può esprimere più semplicemente uno stato d'animo individuale suscitato da condizioni soggettive o oggettive d'altro tipo.



Per me la poesia è tanto più bella quanto più ci costringe a cercare un possibile significato, che sicuramente nella testa dell'autore c'è, ma non l'ha voluto esprimere in maniera chiara ("dire") o per ragioni oggettive o anche soggettive, per non "spiattellare" davanti a tutti qualcosa che è molto intimo. Perché allora scriverci una poesia? Perché quel sentimento o pensiero o quel che è non può essere trattenuto dentro e non può essere espresso in altro modo che con la poesia. Spesso la poesia nasce per un'urgenza di comunicare qualcosa che però non va o non può essere dichiarato a chiare lettere, ma solo suggerito. 



L'autoreferenzialità è invece la caratteristica peculiare dei poeti del web: tutti vogliono vedere i loro versi pubblicati e attendono consensi e commenti, ma, concentrati come sono sul loro io, non hanno nel(la maggior parte dei casi, qualche volta qualcuno si sforza di farlo) nessuna voglia di leggere approfonditamente, interpretare e commentare quelle degli altri, cosa che costa fatica e non si fa se non si pensa di averne un guadagno. Di conseguenza, come hai ben detto, tutti scrivono e nessuno commenta, fino a quando la cosa va a morire. Bella la chiusa: liberi di essere diversamente nessuno.



 


Roberta il 2019-12-05 18:56:44

A questo punto proseguo il commento precedente sperando di rispondere anche a Mauro. Prima dell'era del web nessuno avrebbe preteso che un poeta o uno scrittore di racconti fosse anche un critico, i ruoli erano ben distinti e nessuno pensava che i poeti o gli scrittori fossero tenuti a commentarsi tra loro. Anche adesso, quindi, in realtà chi si sente poeta o scrittore non dovrebbe sentirsi in obbligo di commentare gli altri. Il problema, la differenza, dove sta? Sta nel fatto che tra l'autore è il pubblico prima c'era un mediatore, che erano le riviste o le case editrici. Venivano pubblicati i testi esaminati e ritenuti validi da persone formate a quello scopo, con dei titoli e delle competenze (parola odiosa è orripilante). Le riviste e le case editrici avevano il loro pubblico e chi ci lavorava selezionava le opere ritenute adatte e degne di quel pubblico. Naturalmente poeti e narratori venivano pagati dalle case editrici e non viceversa, come spesso accade oggi. Poi c'erano i critici che facevano il loro lavoro e guadagnavano pubblicando a loro volta sulle riviste. Se manca il mediatore, chiunque può buttarsi, tanto nessuno seleziona ciò che è valido o non lo è, è tutto va in pasto a un pubblico "popolare", che non sempre ha gli strumenti per valutare la qualità delle pubblicazioni. Da ciò si può dedurre che in realtà chi pubblica e non commenta non è dalla parte del torto, e anche che chi non riceve commenti non è detto che sia meno bravo, anzi, potrebbe essere troppo bravo per essere compreso da un pubblico popolare. Naturalmente bisogna distinguere tra il pubblico dei social è quello dei siti di scrittura, e, tra questi, tra quelli più "popolari" e quelli riservati a un pubblico meno popolare e più specialistico.



Per dire, pensate che se pubblicassi una poesia di Sanguineti o Zanzotto su uno dei tanti siti di scrittura qualcuno se ne accorgerebbe? Che riceverei commenti positivi? È molto più probabile che una poesia di Sanguineti spacciata per mia verrebbe ignorata o criticata. Chi dei tanti poeti del web sa chi sono Fabio Pusterla, Gabriele Frasca, Umberto Fiori, Cesare Viviani? Forse Milo De Angelis e Patrizia Valduga qualcuno li conosce, ma temo che gran parte dei poeti del web non sappiano nulla di poesia contemporanea e neanche di quella scritta dagli anni Settanta in poi. 


Rubrus il 2019-12-07 09:38:28

La faccenda del tempo che passa - può parer strano - l\\'avevo ipotizzata anche a nove anni, solo che mi pareva veramente astrusa l\\'immagine usata per rappresentarla; il legame con la situazione politica, invece, mai, neanche in un milione di anni ce l\\'avrei fatta, e forse non ci riuscirei neanche adesso. Non sempre è stato così, per me. \\"Alle fronde dei salici\\", per esempio, consente un collegamento che trascende il presente e che quindi, se può esser riferito ad esso, può esser riferito a situazioni analoghe. Secondo me il problema è che, nel testo, non ho rinvenuto alcun elemento testuale che mi portasse a tale lettura, nè, una volta che tale interpretazione è stata proposta, alcun elemento testuale che ne consenta la verificabilità o falsità. Insomma, come dicono a Milano, mi pareva di esser nel campo delle cento pertiche. Personalmente, ho trovato migliore, come approccio ermeneutico, quello che, paradossalmente, ci venne fornito anni dopo non dall\\'insegnante d\\'italiano, ma, appunto perchè di formazione diversa, da quella d\\'inglese. La poesia era quella alla rosa di William Blake. Ci disse di scrivere, in inglese, un commento alla poesia e venne fuori un po\\' di tutto: era Londra attaccata dai bombardieri (sic!), l\\'amante morente ecc ecc. Alla fine l\\'insegnante ci fece notare che, nella poesia, non c\\'era assolutamente nulla di tutto questo e che, quindi, nulla ci autorizzava a cercare cose che non c\\'erano. Meglio concentrarsi su quello che c\\'era: la raffigurazione di un qualcosa di bello e malato a causa di un fattore esterno che, pur amando la cosa, la distrugge col suo stesso amore. Punto. Non capiva il viziaccio di noi italiani di partire per la tangente leggendo nel testo cose che a noi sarebbe piaciuto o dispiaciuto leggere, quando invece meglio sarebbe stato concentrarsi su quello che c\\'era, troppo spesso trascurato a favore di voli pindarici. Che poi la poesia contenga un minimo comune denominatore o un medio proporzionale valido in altre situazioni è accidentale e transeunte - ed è non di rado quello l\\'elemento che avvicina il lettore storicamente in atto in un certo momento. Da allora, ho scoperto che, per quanto poco la frequenti, quello è il mio modo di affrontare la poesia, quello che mi viene naturale e spontaneo. Sarà un po\\' rozzo, lo ammetto, ma tant\\'è. Brevemente, sulla disintermediazione non posso che convenire, e sono state fatte tante analisi che ciascuno può leggere. Ma, d\\'altra parte, è l\\'altra faccia della medaglia legata alla pubblicazoine sul web: non si può avere l\\'una senza l\\'altra. Quanto infine ai commenti, vero: rischiano di soffocare il testo, ma, senza di essi, il testo non c\\'è. E infatti la rarefazione del commento è stato l\\'antecedente, o forse addirittura la causa, della morte dei siti di scrittura, tant\\'è vero che (diciamocelo!) è in cerca di essi che avvenuto l\\'esodo sui social - dove nessuno legge testi lunghi, il che, magari, un giorno riporterà le pecorelle all\\'ovile oppure, se si supererà la disintermediazione, di nuovo ai professionisti che avranno saputo resistere e fare il loro mestiere.


Roberta il 2019-12-07 09:48:38

Caro Mauro, da quel che so la teoria della società liquida di Bauman riguarda il consumismo fine a se stesso, come pulsione ad avere sempre di più. Effettivamente la si può applicare a quell’atteggiamento tipico dei frequentatori dei social che continuano a postare contenuti.



Io penso che se con una poesia ho scatenato una discussione sulla letteratura al tempo dei social, basta e avanza. Non siamo qui per gli applausi delle folle. Ma lo abbiamo già detto e fermiamoci qui.


Roberta il 2019-12-13 19:16:50

Ah, che simpatica la prof d’inglese! Questo maledetto viziaccio della contestualizzazione! E pensare che è la principale “competenza” richiesta agli studenti (non delle elementari, però).



Ovviamente senza la contestualizzazione la poesia in sé non offre nessuno spunto, a parte il tono opprimente dei versi finali, che può essere dovuto a uno stato d’animo individuale. La mia infatti era solo un’ipotesi. 



Per quanto riguarda la tua perplessità: il verbo “vincere” può essere riferito anche a soggetti inanimati: come un passo del romanzo di Lancillotto e Ginevra “vinse” Paolo e Francesca, così un grido può “vincere” un giorno. Probabilmente Quasimodo voleva suggerire l’idea di qualcosa di abbastanza forte da avere il sopravvento sul lento e inesorabile avanzare dei giorni. Un po’ come Mosè che apre le acque alzando il braccio: anche in questo caso si potrebbe dire che Mosè con un suo gesto “vinse” le acque. D’altra parte l’uso dell’analogia e degli accostamenti inusuali è una delle principali caratteristiche dell’ermetismo.



Conclusione: la poesia ermetica non fa per te. A me invece non è sembrato così strano questo uso del verbo vincere, piuttosto mi sembra brutta la ripetizione di “un giorno”.


Rubrus il 2019-12-14 09:20:38
Eh.. però forse la mia scarsa comprensione di quel verbo deriva anche dal soggetto. In "amor ci vinse" abbiamo un soggetto e soprattutto un soggetto personificato (domanda di grammatica: "amore" è nome astratto o concreto?), Mosè una persona e, in entrambi i casi, c'è un sinonimo per "vincere" (l'amore ci sopraffece, Mosè superò / vinse la resistenza delle acque), ma chi è che grida e, se volessimo de-metaforizzare il verbo vincere, che cosa useremmo? Ricordo comunque che, anni fa, fornii proprio quell'ipotesi, benchè con molti "se" e molti "ma". Forse con così tanti "se e ma" che la maestra mi disse che non sempre la poesia va capita... ma senza dirmi secondo lei quale fosse la spiegazione. Insomma mi disse: "La risposta è dentro di te, epperò è sbagliata".

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO