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TERRA INCOGNITA di David Herbert Lawrence - traduzione di Mauro Banfi

"PUNTI DI SOSPENSIONE" Poesia Poesia

di Mauro Banfi il Moscone

pubblicato il 2019-11-27 20:15:34


 


"Questa è la rara nuova poesia.
Un regno che non abbiamo mai conquistato: il presente puro.
Un grande mistero del tempo è la terra incognita per noi: l'istante.
Il mistero più superbo che abbiamo appena riconosciuto: il sé immediato, istantaneo. Il più veloce essere di tutti i tempi è l'istante. Il divenire di tutto l'universo, di tutta la creazione, è il sé incarnato, incorporato e carnale. La poesia ci ha dato la chiave: verso libero: Whitman. Adesso lo sappiamo.
Non stiamo parlando di cose cristallizzate e separate, segregate dall'Insieme. Parliamo dell'istante, del sé immediato, la vera autoplasmazione del sé. Parliamo anche di versi liberi."

                                                                            TERRA INCOGNITA

 

 

 

 

 

 


Ci sono vasti regni di coscienza ancora sconosciuti
vaste gamme di esperienze, come melodie ineffabili di arpe invisibili,
non sappiamo quasi niente di quello che vive dentro e fuori di noi.

Oh, quando la donna/l'uomo è riuscita/o a fuggire dal reticolo del filo spinato
delle sue idee assolute e dei suoi dispositivi meccanici,
c'è un meraviglioso mondo ricco di contatti e di incontri e pura bellezza fluida
e impavida consapevolezza, un faccia a faccia della vita ormai nuda
e io, e tu e altri uomini e donne
e uva, e demoni, e fantasmi e un verde chiaro di luna
e zampe arancioni piene d'alba che movimentano il limbo della tua inerte vita quotidiana;
dell'aria sconosciuta e gli occhi così morbidi e amati
più soffici dello spazio tra le stelle.
E tutte le cose, e il nulla, e l'essere e il non essere
alternativamente palpitanti,
quando finalmente fuggiamo dal recinto di filo spinato
del fottuto "Conosci te stesso", sapendo che non potremo mai sapere tutto del tutto,
che bisogna perdersi per ritrovarsi, che c'è qualcosa in noi che è "incorreggibile" ed è Fato;
possiamo solo toccare, e meravigliarci, e riflettere, e fare il nostro sforzo
e penzoliamo in un'ultima raffinata delizia
come fa la fucsia, dondolando nella brezza la sua caduta spericolata
nel porpora, dopo tanto sporgersi pericolosamente nella libertà
e sbalordire per la lenta crescita meravigliosa di un piccolo albero.


 

 

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L'AUTORE Mauro Banfi il Moscone

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Visual storyteller, narratore e pensatore per immagini. Mi occupo di comunicazione tramite le immagini: con queste tecniche promuovo organizzazioni, brand, prodotti, persone, idee, movimenti. Offro consulenza e progettazione del racconto visivo per privati, aziende e multinazionali. Per contatti: zuzzurro.zuzzu@gmail.com

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Rubrus il 2019-11-29 09:28:34
Confesso che ignoravo del tutto (ma della poesia ignoro un sacco di cose) che Lawrence scrivesse poesie (per inciso: sarebbe interessante avere il testo originale). Il senso della poesia, se non l'ho completamente travisato) è un invito a perdersi nel presente tramite il sensimo (e, in fondo, stiamo pur sempre parlando dell'autore del Chatterly) e nel presente. A circa un secolo di distanza mi pare ci siamo piuttosto vicini, da un lato, posto che il presente è tutto il nostro tempo, che sta perdendo sia il senso del passato che quello del futuro. Dall'altro lato, siamo piuttosto lontani perchè, se stiamo raggiungendo questa confusione nel presente attraverso la stimolazione sensoriale, essa avviene proprio tramite il sovraeccitamento dei sensi provocato dai media (insomma, basta prendere il mezzi e vedere come tutti sono imbambolati a guardare i dispositivi che ormai sono "il" mondo).

Mauro Banfi il Moscone il 2019-11-29 14:19:12
Ciao Roberto, innanzitutto accontento subito la tua doverosa richiesta dell'originale, che attesta già un'importante intuizione di quella che è la mia operazione su questa poesia. I versi sono versi liberi ed ho pertanto rispettato rigorosamente l'a.capo originale. Come hanno ripetuto e ribadito noti poeti che si sono cimentati in traduzioni di poesie - ma il problema si spesso riproposto anche in prosa - e molti critici, TRADURRE E' TRADIRE, nel senso che la traduzione è sempre un atto di appropiazione indebita. Nel snso che un traduttore riplasma la creazione poetica facendola passare dal filtro della propria anima. Ti posto pertanto il testo integrale tratto dal "MORE PANSIES", e ti suggerisco in particolar modo la lettura dei "LAST POEMS", vale a dire la penultima e l'ultima raccolta di Lawrence. Una vera sorpresa per me che amo la poesia inglese - e so che piace anche a te, se non erro - e in particolar modo il classico Shakespeare, ma sopratutto i novecenteschi Eliot, Yeats e Auden. In prosa Lawrence ha il difetto di volerci sempre dire come stanno le cose, ma in queste poesie suggerisce "esperienze" di trascendenza "sensuale" - l'autore era braccato dalla tisi e vicino alla fine - molto particolari e interessanti, e da tempo mi diletto a "tradurle" in italiano. C'è un'essenzialità del suo dettato - e di tutta la poesia inglese del Novecento - che m'affascina. Poi ritornerò sui temi della poesia originale e sulle coordinate del mio "tradimento": Abbi gioia

TERRA INCOGNITA

THERE are vast realms of consciousness still undreamed of
vast ranges of experience, like the humming of unseen harps,
we know nothing of, within us.  
Oh when man escaped from the barbed-wire entanglement
of his own ideas and his own mechanical devices
there is a marvellous rich world of contact and sheer fluid beauty
and fearless face-to-face awareness of now-naked life
and me, and you, and other men and women
and grapes, and ghouls, and ghosts and green moonlight
and ruddy-orange limbs stirring the limbo
of the unknown air, and eyes so soft
softer than the space between the stars,
and all things, and nothing, and being and not-being
alternately palpitant,
when at last we escape the barbed-wire enclosure
of Know Thyself, knowing we can never know,
we can but touch, and wonder, and ponder, and make our effort
and dangle in a last fastidious fine delight
as the fuchsia does, dangling her reckless drop
of purple after so much putting forth
and slow mounting marvel of a little tre

Rubrus il 2019-11-29 14:43:36
Eh... qui si apre o potrebbe aprire un lunghissimo e irrisolto dibattito. Personalmente, credo che tradurre la poesia sia impossibile. Ogni lingua ha un suo ritmo, una sua musicalità che sono parte integrante della poesia e che non possono essere riportati in altre lingue. E poi ci sono le pluralità di significato di un termine, i giochi di parole, la sintassi, e mille altre cose che non sono trasportabili. Già succede con la prosa, figuriamoci con la poesia. L'alternativa, però, è non tradurre - e sarebbe peggio perchè non potremmo conoscere le opere scritte nelle lingue che non conosciamo. Alla fin fine, credo che si debba scegliere il male minore, e tradurre. Il traduttore ci infilerà sempre qualcosa di suo, è inevitabile. Ma venendo al testo, credo che possiamo notare come la lingua della poesia di Lawrence non sia poi così distante da quella comune; anche questo ci dice qualcosa sulla differenza tra le nostre due culture. La tradizione italiana ci consegna l'idea che la lingua della poesia debba essere aulica, distante, ed è forse proprio col Novecento che questa tradizione, con l'espandersi della cultura di massa, inizia a traballare in modo significativo. Ci sarebbe altro da osservare, ma non c'è tempo.

Mauro Banfi il Moscone il 2019-11-30 09:32:38
Buongiorno Roberto,
come dicevamo questo mia "traduzione/tradimento" è incentrata sull'idea del titolo di "TERRA INCOGNITA".

Come hai detto giustamente, tante sono le cose da dire e devo per forza essere sintetico, e poi, so che sarai concorde, non è cosa buona e giusta spiegare una poesia: non si può scrivere un saggio su una rosa rossa che ti appare in un giardino.
Però non è nemmeno bello ed edificante snobbare la poesia: e tu, accorgendoti della sua presenza, l'hai resa viva, rivificandola con con una disanima critica lucida e come da par tuo, costruttiva e aperta al dialogo.

Dopo aver composto il post "IGNORANTOCRAZIA e analfabetismo funzionale", che è un pò una "pars destruens", una critica ironica ma feroce e serrata contro quello che mi sembra essere il male più grande di questo inizio di terzo millennio - e peggio ancora del cambiamento climatico -, mi è stata richiesta una PARS COSTRUENS, una controtendenza, un contromovimento a questa abulia della sensibilità e della cultura che ci assedia in ogni dove, e in particolar modo - pensa al moltiplicarsi di miriadi di gruppi Facebook, per fare un esempio attualissimo - nel mondo della nuova era informatica, dove quello che conta è apparire come Ego e aderire superficialmente a milioni d'istanti informatici e non PARTECIPARE con tutto se stessi a qualche movimento d'idea o di soluzione etica o estetica.
A questa adesione abulica e indifferente oppongo l'idea di TERRA INCOGNITA, che Lawrence presenta in prosa nell'edizione americana delle sue poesie, e che ho tradotto prima della poesia.
Parla dell'istante come TERRA INCOGNITA e la tua critica è più che opportuna; hai ben ricordato quello che nel Novecento la cultura mitteleuropea chiamava la celebrazione del "Kitsch", cioè l'esaltazione della fugacità; gli oggetti indifferenti e sostituibili dovrebbero dire la verità della vita caduca. Ma la vita transitoria, diceva Nietzsche, che aveva cancellato la metafisica proprio in nome del caduco, brama e chiede eternità, anche se invano; ciò che scorre e svanisce è vero solo se dice questo desiderio di durare, di non morire e di non veder morire ciò che si ama.
"Le immagini che tremano nelle pozzanghere e la luce radente del tramonto che si ritrae dalle finestre della città incendiate dal sole possono parlare più intensamente d'un monumento, perchè‚ la loro irrevocabile brevità esprime una nostalgia più profonda." come scrive Claudio Magris in "Itaca e Oltre", uno dei suoi saggi immortali.
E allora, la TERRA INCOGNITA è la caducità che sente e desidera l'Eterno, perchè nel contempo è anche vero, per l'essere umano che non ciò che dura, marmoreo come una pietra sepolcrale, ma ciò che svanisce, come un sorriso o il timbro di una voce, costituisce l'incanto della vita ed è degno di essere amato.
In un drammatico, tragico maggio del 1939, dopo i primi folli attacchi di Hitler, Wystan Auden scriveva una memorabile poesia chiamata "In memoria di Ernst Toller", dove all'orrore della guerra oppone la sua idea di TERRA INCOGNITA:

"Siamo tenuti in vita da poteri che fingiamo di capire:
essi governano i nostri amori; essi al fine dirigono
la pallottola nemica, la malattìa, o anche la nostra mano.
Il loro domani pende sulla terra dei vivi
e su quanto auguriamo ai nostri amici: ma esistere
è creder di sapere per chi piangiamo, e chi sia afflitto."

Ed è a questi poteri che Lawrence torna e si appella alla fine della sua vita.
Il profeta dell'amore libero, dell'istinto vitale e dell'autoplasmazione del Sè contro la società, del ritorno alla natura, della divinità panica e solare si rende conto che la sua crociata contro la società industriale, capitalista e consumista è fallita; a furia di far pipponi al pubblico nei suoi romanzi è diventato il commediante di se stesso, e David sta giocando una terribile partita con la Nera Signora da quando è giovane; nelle miniere della sua zona di crescita la Comare Secca ha toccato i suoi polmoni con la tubercolosi: Lawrence non ha tempo da perdere per fare il pagliaccio.
Si rende conto che, una volta sceso dalla cattedra del demagogo, c'è solo l'amata Frieda a stargli vicino, la sua unica e sola vera seguace, dotata di una grande personalità e che sa come lui davvero immaginare e amare.
Da sempre è in contatto con i "Poteri" di Auden e comprende che solo il recupero delle forze vitali nell'amore, sotto l'attacco combinato dei vari mali che tutti noi dobbiamo affrontare nel nostro percorso esistenziale, permette all'uomo e alla donna d'inserirsi nel ciclo vitale del Cosmo.
E allora scrive queste splendide ultime poesie, i "PANSIES" e le "LAST POEMS", e non c'è rassegnazione, disperazione in quei versi liberi ma un senso di autentica, profonda serenità che viene dal sentirsi vicino ai "poteri che fingiamo di capire".
E' poco noto, ma Lawrence, con i suoi studi sulla letteratura americana, fu uno dei pochi veri intenditori a salvare il Moby Dick di Melville dall'oltraggioso stato di non conoscenza, da parte di un vasto pubblico, in cui versava.
Rileggiamo l'incipit più bello della storia della letteratura - che lessi per la prima volta, sbalordito, in terza media,- grazie per sempre al mitologico maestro Crippa!- tanti anni fa e a cui sono ancora legatissimo dopo decenni -, il clamoroso inizio del Moby Dick, e non avremo più bisogno di un saggio per partire alla scoperta della TERRA INCOGNITA, e avremo vinto l'abulia e l'indifferenza, e saremo per sempre, noi vita caduca ed effimera che brama e chiede eternità, vicino ai "poteri che fingiamo di capire".
Solo ognuno di noi può scegliere di essere Ismaele, solo ognuno di noi può abdicare dall'esserlo. Facebook e compagnia informatica varia vengono dopo, ma molto dopo.

"CHIAMATEMI Ismaele. Alcuni anni fa — non importa esattamente quanti — avendo in tasca poco denaro, o forse non avendone affatto, e non avendo nulla di particolare che mi trattenesse a terra, pensai di andarmene un poco per mare, a vedere la parte del mondo coperta dalle acque.
È il sistema che uso per scacciare la tristezza e tenere sotto controllo la circolazione. Ogni qualvolta m'accorgo che mi si va formando intorno alla bocca una piega arcigna; quando sulla mia anima scende un umido, piovigginoso novembre; quando mi sorprendo a sostare involontariamente davanti ai negozi di casse da morto e a seguire ogni funerale che incontro; e specialmente quando l'ipocondria prende il sopravvento su di me a un punto tale da far sì che debba ricorrere a un forte principio morale per impedirmi di scendere deliberatamente in strada a far saltar via il cappello dalla testa della gente... allora giudico che sia giunto il momento di andar per mare il più presto possibile. È il mio surrogato della pistola e della pallottola. Catone, compiendo un bel gesto filosofico, si getta sulla sua spada; io, tranquillamente, m'imbarco. In questo non c'è nulla di strano. Se solo lo sapessero, quasi tutti gli uomini, ognuno a proprio modo, prima o poi nutrirebbero per l'oceano più o meno gli stessi sentimenti che provo io."
(traduzione di Cesare Pavese)

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Roberta il 2019-12-01 19:37:19

Ho letto che questa poesia è stata scritta quando D.H. Lawrence era all’ultimo stadio della malattia. Si spiega così l’atmosfera della poesia, che credo esprima uno stato inusuale dell’essere nel quale si riesce a uscire da se stessi e percepire con straordinaria sensibilità tutto il mondo esterno. Questi stati di grazia sono concessi solo in particolari circostanze, quando il nostro corpo e la nostra mente sono sottoposti a uno sforzo sovrumano. Se sopravviviamo, o se siamo costretti a conviverci, sviluppiamo questa sensibilità estrema. Ho studiato la poesia di Corazzini (morto a 21 anni di tubercolosi) per la tesi di laurea e ricordo bene che, man mano che il poeta si avvicinava alla morte, la sua poesia si faceva più rarefatta e non aveva più come oggetto l’espressione di sentimenti e stati d’animo, ma si concentrava sulla realtà esteriore che si faceva però sempre più estesa, sconfinando in una dimensione ultraterrena, quasi vivesse già la propria morte. In particolare l’ultima poesia, La morte di Tantalo, risponde a queste caratteristiche.

E calò la sera su la vigna d’oro
e tanto essa era oscura
che alle nostre anime apparve
una nevicata di stelle.
 
Assaporammo tutta la notte
i meravigliosi grappoli.
Bevemmo l’acqua d’oro,
e l’alba ci trovò seduti
sull’orlo della fontana
nella vigna non più d’oro.

Mi sembra che le immagini e l’atmosfera siano simili alla poesia che hai proposto. Credo che in nel caso di Lawrence l’invito a vivere l’attimo non abbia nulla a che fare con l’effimero, l'epicureismo o la superficialità: tutt’altro. Qui si tratta di andare a fondo, fermare e perdere lo sguardo su ogni cosa, entrare in profondità così tanto da sentirsene parte, quasi risucchiati. Un po’ come quando Ungaretti, nella poesia I fiumi dice:

E qui meglio
Mi sono riconosciuto
Una docile fibra
Dell’universo

Il mio supplizio
È quando
Non mi credo
In armonia

Ma quelle occulte
Mani
Che m’intridono
Mi regalano
La rara
Felicità

Anche Ungaretti, non dimentichiamolo, quando scrive I fiumi si trova sull'Isonzo, in un momento di tregua, ma sempre faccia a faccia con la morte.

Quello di Lawrence è un invito a vivere pienamente, uscendo da se stessi. La maggior parte delle volte non viviamo né il presente, né il futuro. Il passato probabilmente sì, perché stiamo sempre a pensare a noi stessi,  a quel che ci è successo e a come poteva andare e non è andato. Non viviamo perché vediamo senza guardare, sentiamo senza ascoltare, siamo sempre distratti, facciamo una cosa e già pensiamo ad altro. Sembrano banalità, ma è così che passiamo il nostro tempo quando non lavoriamo e non siamo impegnati intellettualmente o fisicamente in qualcosa.

Passando alla questione della traduzione - tradimento, è indubbio che ognuno nel tradurre ci mette del suo e quindi tradisce in parte le intenzioni dell'autore, ma è altrettanto vero che i grandi della letteratura italiana del Novecento (Pavese, Vittorini, Montale, Quasimodo) si sono fatti le ossa (e guadagnati da vivere) con le traduzioni. Tradurre poesia è difficilissimo ma è anche uno straordinario esercizio, senza il quale, tra l'altro, molti non conoscerebbero gran parte della letteratura straniera.

Mauro Banfi il Moscone il 2019-12-01 21:20:52
La mia umile fatica di traduttore si è guadagnata un altro bellissimo e profondo commento come quello di Rubrus e il tuo, Roberta, e nel ringraziarvi mi spronate a lavorare alla pubblicazione di un'altra traduzione.
Il tuo intervento è inoltre impreziosito da due liriche strepitose e da un'intuizione profonda che le collega alla TERRA INCOGNITA di D.H. Lawrence e che mi trova concorde e in sintonia.
Come hai ben suggerito, nelle sue ultime poesie prima del "lungo viaggio nell'oblio", come lo chiamava Lawrence, il poeta approda a un'idea tutta sua di trascendenza, che comprendi e definisci magistralmente:
"Qui si tratta di andare a fondo, fermare e perdere lo sguardo su ogni cosa, entrare in profondità così tanto da sentirsene parte."
David si trova a Vence, tra il mare mediterraneo e le Alpi marittime, braccato dalla malattia e sempre vicino al suo grande amore Frieda, con la quale hanno lottato come leoni per poter santificare il loro amore con un vita adeguata al loro sentimento.
In quei momenti essenziali e fatali il profeta del sesso liberato dal giogo della società industriale si rende conto che la sua crociata contro la società stessa è fallita.
Aveva cercato di dire al suo pubblico come stanno le cose e di proporre un mondo dato una volta per tutte, ma si rende conto che non esiste una verità assoluta da imporre agli altri, ma esistono varie esperienze plurali e vari mondi come posizioni sempre in movimento dall'origine comune della Natura.
Il modo di accostarsi alla verità non è più quella del predicatore che sentenzia sulle cose come stanno ma un mantenersi gentile e tenero e aperto ad altre esperienze e sopratutto in rapporto con quell'origine, quella Physis naturale, come l'avevano chiamata i primi presocratici.
L'autore, tenendo per mano Frieda e contemplando le Alpi e il mare, ripiega nella sua anima.
Il suo pubblico diventa solo lo sguardo di Frieda, e capisce che non le prediche ma il recupero delle sue forze vitali, del suo intuito per la poesia, tutto avviene nel vero amore che permette all'uomo e alla donna di inserirsi nel ciclo vitale del cosmo, l'origine.
E nascono meraviglie come questa "Fenice", che ti propongo nella traduzione di Giuseppe Conte, il grande maestro ligure che mi ha fatto scoprire da giovane la poesia di Lawrence, e che sempre mi ha accompagnato nel mio percorso.


"La fenice

Siete pronti a venir cancellati,
raschiati via, soppressi
ridotti a nulla?
Siete pronti ad essere ridotti
a nulla, a sprofondare nell’oblio?

Se no, non cambierete mai davvero.

La fenice rinnova la sua giovinezza
soltanto quando è arsa, arsa viva
arsa sino a essere calda, fioccosa
cenere. Allora il piccolo agitarsi
di un nuovo piccolo pullo
nel nido con piume soffici come cenere
fluttuante
ci mostra che lei sta rinnovando la sua gioventù come fa l’aquila,
alato immortale."

Le prediche, i pipponi, il puritanesimo alla rovescia e le invettive lo avevano condotto alla disperazione, ma con questo cambio di visuale, nella trascendenza - così legata alla Natura - da te manifestata in modo splendido, Roberta - Lawence approda a un senso di profonda serenità.
"e la fragile anima si fa strada fuori, di nuovo a casa, il cuore colmo di pace" (The ship of death).
E così, leggendo e traducendo i "Last Poems" ritrovo nel mio cuore l'eterna egida e magia della Poesia, e la sua profonda pace e vasta comprensione, un bene prezioso di cui tutti noi, in questo mondo sempre più violento e lacerato, abbiamo disperato bisogno e urgenza.
Grazie ancora, e abbi gioia, Roberta

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