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Argulus

"PUNTO E A CAPO" Racconto Storico / Avventura / Western / Spionaggio

di Rubrus

pubblicato il 2019-12-01 08:39:16


Quinto Marcello, detto Grammaticus, si avviò al posto di guardia con passo pesante, brontolando.
Alla sua età, ancora legionario semplice, ancora obbligato alla Seconda Vigilia, quella più penosa. Gli fosse toccata la Prima, tanto faceva fatica a prendere sonno: non sarebbe stato difficile, rimanere sveglio. O anche la Quarta, quando ormai, se non altro per il bisogno di urinare, era già desto. E invece no. Gli toccava la Seconda, quando il riluttante sonno dei vecchi (massì, diciamolo, a quarantacinque anni suonati, Quinto poteva definirsi “vecchio”) gli sussurrava all’orecchio: “Chiudi gli occhi e dormi, dannato bastardo”.
E, per di più, nel deserto, con un vento gelido che s’infilava sotto il mantello, la tunica e i doppi strati di lana. Le vecchie ferite gli dolevano come se un dio dispettoso passasse un ferro, ora gelido, ora rovente, sopra le cicatrici.
Si chinò, all’apparenza per stringere meglio i lacci di una caliga, in realtà per prendere fiato.
Era pure in salita, quel dannato posto di guardia. Una ridotta sul ciglio di una rupe, esposta a tutti i venti della Giudea e, a una certa età, non si affronta una salita simile, di notte, senza che una mano gelida ti afferri il cuore e stringa.
Il cane che gli trotterellava al fianco, un cirneco bruno e magro, che sembrava fatto di lacci di cuoio, gli si strofinò accanto, neanche fosse un gatto, come per trasmettergli un po’ di calore.
«Sopporta, cuore: più atroce pena subisti il giorno che l'indomabile, pazzo Ciclope mangiava i miei compagni gagliardi, e tu subisti, fin che l'astuzia ti liberò da quell'antro, che già di morire credevi» recitò a mezza voce.
I commilitoni lo chiamavano “Grammaticus” perché sapeva leggere e, fatto ancor più inusitato, leggeva. All’inizio, lo canzonavano, ma poi, invariabilmente, usavano il nomignolo con rispetto, quasi ci fosse, nel vecchio Quinto, qualcosa che meritava considerazione.
Questo, naturalmente, non gli era valso a nulla quando si era trattato di diventare non dico primipilo o centurione, ma addirittura decano.
Il cane, Argulus, “piccolo Argo”, guaì e Quinto Marcello si chinò a carezzargli la testa.
Se lo portava dietro da quando era ancora un cucciolo, e lui di stanza in Egitto. Spesso, tutti i compagni d’arme, e non pochi ufficiali, gli si affezionavano. Alcuni lo consideravano un portafortuna. Fatto non trascurabile, era un ottimo cane da guardia. Forse, riflettè Quinto Marcello, riprendendo a camminare, era Argulus a portarsi dietro lui.
In ogni caso, quella rude forma d’affetto, sia che venisse dall’animale, sia dai commilitoni, lo rincuorava.
Cosa sarebbe stato di lui, una volta giunto il momento del congedo?. In teoria avrebbe ricevuto un appezzamento di terra e conseguito il diritto di contrarre legittimo matrimonio, ma la realtà era che non si vedeva come contadino, neanche nelle vesti di possidente, quanto al matrimonio...
La scusa era la solita: “donne e legionari non legano”, ma la verità era che, molte volte, le prostitute con cui si appartava erano pagate per dire che le cose erano andate come dovevano. Non che non fosse fisicamente in grado – non era poi così vecchio – ma la verità era che mancava, mancava...
«Sopporta, cuore» ripeté mentre il vento del deserto lo aggrediva con tutta la sua furia.
Meglio non pensarci.
Meglio continuare ad essere il solito soldato brontolone, carico d’esperienza, se non di gradi, che non amava mettersi in mostra, burbero, ma amato da tutti.
Gaio Flavio, per esempio.
Il giovane soldato che avrebbe dovuto fare con lui il turno di guardia.
Anche se lui e Quinto avrebbero dovuto salire insieme, Gaio era corso avanti.
Ed eccolo lì, Gaio Flavio, dritto in piedi davanti alla ridotta – in realtà una catapecchia di pastori trasformata in posto di guardia – la sagoma allampanata che si stagliava contro lo scintillante cielo notturno. 
«L’idea sarebbe di non farsi vedere» lo redarguì Quinto «Se arriva qualcuno lo fermiamo, lo interroghiamo e, in caso di necessità diamo l’allarme. In men che non si dica arriva un manipolo. Siete tutti giovani, correte veloci».
«Chi vuoi che passi per questa sentiero di notte?».
«Nessuno con buone intenzioni. Questo sentiero si congiunge alla pista che porta in Egitto e, da laggiù, non è mai venuto niente di buono».
Gaio indicò Argulus: «E lui?».
«Lui è l’eccezione che conferma la regola».
Gaio Flavio si avvolse nel mantello e si accoccolò «Maledetta Giudea».
«È una terra strana» convenne Quinto accosciandosi a sua volta. Argulus si stese tra loro due.
«Un dio solo» proseguì Gaio «ma ci pensi? E come ci tengono!».
«È una terra strana» ripeté Quinto «sempre sull’orlo della ribellione. Non sarà finita finché non ne faremo un deserto. Forse non sarà Augusto, visto che tiene tanto alla sua pax romana, ma qualcuno lo farà. E forse non sarà finita neanche allora».
«... e questo... messia... mi piacerebbe assistere alla sua crocifissione, quando lo prenderemo».
Quinto scosse la testa «Non accadrà. Non è un uomo; è un’idea, un’illusione. Ne prendiamo uno, lo crocifiggiamo e ne salta fuori un altro che dice che è lui, il messia, non quello di prima».
«E quegli... zeloti?» rincarò la dose Gaio Flavio «che mi dici di quelli? Pazzi scatenati!».
«Quando decideremo di risolvere la questione una volta per tutte, dovremmo cominciare da loro».
Gaio Flavio mugugnò qualcosa e carezzò il dorso di Argulus, che ringhiò. Evidentemente, si era assopito.
«Lascia stare il can che dorme» disse Quinto.
Gaio si agitò, mormorò qualcosa, esitò, e a alla fine disse: «Ecco, di questo volevo parlarti».
«Di Argulus?».
«No, degli zeloti. Credo che ce ne siano alcuni, al villaggio».
«Ah. Come fai a saperlo? E perché non hai informato il comandante?».
«La gente ha paura. Sta attenta a quello che fa. Teme che possa essere accusata di collaborare con noi».
Quinto credette di intuire dove volesse andare a parare Gaio. «Perché ho l’impressione che tu non voglia parlare esattamente degli zeloti?».
«C’è... questa... ragazza... Sara. Te ne ho parlato, no? Lo sai che è rimasta vedova e vende canestri. Nessuno però glie li compra perché gira voce che sia amica di Roma».
«Già, chissà come mai gira questa voce».
«Rischia di morire di fame e...».
«... e siccome qualcuno insinua che se la faccia con noi, tu hai pensato bene di fugare ogni dubbio e farti vedere assieme a lei».
«Ha un bambino piccolo e...»
«È tuo, ragazzo?».
Gaio Flavio si grattò la testa «No, non credo, anche se... se avessi la tua età... se potessi sposarmi...».
«Oh, Numi, proteggeteci!» sbottò Quinto Marcello, poi, temendo di conoscere la risposta «ma perché me lo dici proprio adesso?».
«Grammaticus... senti... ho bisogno di un favore...».
«Vuoi andare da lei? Lo sai che cosa ti... anzi, che cosa ci succede se si viene a sapere? Stai parlando di abbandonare il posto di guardia».
«Il villaggio è vicino. Se parto adesso, posso tornare un bel po’ prima del cambio. Lo hai detto anche tu: sono giovane, corro veloce».
«Non ti ho chiesto io di coprirmi le spalle se arrivo in ritardo. Sono vecchio, cammino piano, ma basta che mi svegli un po’ prima».
«Ti prego, rischiano di morire di fame. Il tempo di dar loro qualche soldo. Monete greche, giudee... ho pensato anche a questo».
«E che cosa succede se, intanto che sei là, ti viene voglia di spassartela un po’?».
Il giovane si irrigidì «Non accadrà».
Nel buio, Quinto non poteva vederlo bene in faccia, tuttavia comprese che Gaio Flavio diceva la verità: non avrebbe messo in pericolo la ragazza per soddisfare i propri ardori giovanili. Non lo avrebbe fatto perché tra lui e la giovane giudea c’era qualcosa, qualcosa che...(sopporta, cuore).  
Argulus, percependo la tensione che si era creata tra i due uomini, si era destato e li osservava con occhi vigili, brillanti nell’oscurità.
«E va bene!» brontolò Quinto «vuol dire che sarà lui a fare la guardia al tuo posto. Dopotutto, nel cambio ci guadagno, ma tu cerca di essere molto, molto veloce. E ora fila, prima che cambi idea».
Gaio Flavio esitò un istante  e si precipitò giù per il sentiero con l’impeto e la noncuranza della giovinezza.  
Quinto Marcello attese che svanisse l’eco dei passi del giovane, poi levò la testa verso il cielo.
Aveva visto tanti cieli, al seguito delle legioni, e imparato a conoscerli, ma, ormai, ne aveva visti troppi.
Se fosse tornato a casa, non avrebbe riconosciuto quello sotto cui era nato. Sarebbe stato straniero, e straniera la terra.
Rcordava meglio il cielo d’Egitto, quando, appena ragazzo, era entrato, al seguito di Ottaviano, in Alessandria conquistata.
Aveva visto Cleopatra, allora, sebbene solo di sfuggita, ma quella semplice occhiata gli aveva fatto capire perché Cesare e Antonio se ne erano innamorati. E come avrebbe potuto resisterle lui, Quinto Marcello, semplice recluta di appena sedici anni?.  
A volte si chiedeva se fosse quella la ragione della sua solitudine.
Perché per un solo, radioso, maledetto istante, come un incantesimo lanciato da un dio offeso, lui, un semplice soldato, aveva osato amare una regina, e quella regina era morta.
No, dall’Egitto non poteva venire nulla di buono. A parte Argulus, naturalmente.
Allungò una mano per carezzarlo e si accorse che, chissà da quanto – ma lui, Quinto, immerso com’era nei suoi pensieri, non s’era accorto – il cane ringhiava, puntando qualcosa nascosto nel buio, poco dopo la curva del sentiero.
Quinto tese l’orecchio e udì uno scalpiccio. Piedi e zoccoli. Procedevano lentamente, con cautela.
Imprecò, maledicendo rapidamente Gaio, Sara, e se stesso.
Zeloti, senz’altro. Un drappello che cercava di sfuggire all’esercito romano, o di tendergli un agguato.
Ma no...
Sembravano due persone, forse tre, e un asino con un basto piuttosto pesante.
In ogni caso, lui era nei guai.
Se avesse fatto finta di niente, e li avesse lasciati andare, e se, dopo, fosse successo qualcosa, avrebbe dovuto spiegare perché Gaio Flavio non era con lui. Se invece avesse avuto anche solo il minimo sospetto che qualcosa non quadrasse, avrebbe dovuto condurli all’accampamento – sempre che si fossero lasciati portare senza opporre resistenza – e, ancora una volta, avrebbe dovuto spiegare perché era solo.
Comunque, non aveva il tempo di riflettere: i viaggiatori notturni avevano già superato la curva del sentiero: se ne distinguevano nettamente le sagome. Come previsto, un asino carico, un uomo e – questa sì che era una sorpresa – una donna, almeno a giudicare dall’abbigliamento.
Quinto intimò ad Argulus di fare silenzio, li lasciò avvicinare ancora un poco – sembrava che non l’avessero visto, quindi forse non erano ribelli, altrimenti sarebbero stati più guardinghi – e uscì dall’ombra della casupola, lasciando cadere il mantello e reggendo la lancia con una mano. Sperando di apparire abbastanza minaccioso e abbastanza sicuro di sé, come se potesse contare su una guarnigione nascosta nel buio, intimò: «Fermi, nel nome di Roma!».
La donna (sì, era proprio una donna) emise un verso strozzato e l’uomo sobbalzò. Reggeva un lungo bastone da viaggiatore, ma non sembrava armato.
In teoria, a questo punto, l’altro soldato di guardia avrebbe dovuto andare a prendere una lucerna nascosta nella casupola e, insieme, avrebbero dovuto perquisirli, ma, in pratica...
«Chi siete, da dove venite, dove andate e perché e che cosa portate con voi» inquisì, sforzando gli occhi alla luce delle stelle. L’uomo era abbastanza maturo e sembrava effettivamente disarmato, la donna era poco più che una bambina. Ebrei, senza dubbio. 
Argulus sgusciò tra le gambe di Quinto e iniziò ad annusare quelle dell’uomo e della donna, per poi dedicarsi alle zampe dell’asino. Non ringhiava più. Anzi, ogni tanto scodinzolava. Meglio così. Se c’era un qualche pericolo, il cane l’avrebbe percepito meglio di Quinto stesso, tuttavia...
«Non abbiamo fatto niente, signore. Siamo solo poveri viandanti diretti in Egitto». Giudei, a giudicare dall’inflessione. Parevano proprio innocui. Però...
«Non è quello che ti ho chiesto» ringhiò Quinto. Non glie la contavano giusta. Nessuno va in Egitto di notte percorrendo un sentiero di montagna, se non ha niente da nascondere o se non scappa da qualcosa o qualcuno, come, per esempio, dalla legge di Roma.
Per un attimo, Quinto soppesò l’idea di ammazzarli lì, su due piedi, e di aspettare Gaio Flavio. Al comando, avrebbero detto che avevano avuto dei sospetti su quella strana coppia ebrea, che li avevano fermati, che loro avevano opposto resistenza... e che, soprattutto, tutto era successo un po’ dopo il momento in cui era effettivamente accaduto. Se poi, davvero, i due ebrei non avevano fatto nulla di male... be’, sarebbe stato un eccesso di zelo.
Certo che Argulus si comportava in modo davvero strano.
Ora scodinzolava a tutto spiano, anzi, ogni tanto saltellava pure, come se volesse giocare, o avesse incontrato dei vecchi amici.
Che quei due fossero degli stregoni? Se ne erano visti in giro, ultimamente. Maghi caldei, o persiani. E lui stesso, Quinto, qualche tempo prima, non aveva visto una strana luce, in cielo? Una specie di stella che aveva brillato per qualche tempo e poi era scomparsa?.
«Ti ho chiesto come ti chiami!» ruggì rivolto all’uomo. 
L’uomo si ritrasse. «Yoseph» disse «Noi...».
«Veniamo da Betlemme» intervenne la donna.
Quinto Marcello allibì. Un uomo che lascia parlare una donna al posto suo. Aguzzò la vista. Era molto giovane, ma doveva avere un bel caratterino. Presto, molto presto, a giudicare dalla differenza di età, avrebbe dato filo da torcere al vecchio. Intanto si era conquistata la fiducia di Argulus, che le faceva le feste.
«Betlemme» ripeté a propria volta.
Ma certo! C’era stata una spedizione militare, laggiù, qualche tempo prima, forse addirittura una strage, ma si sa come sono le voci... comunque era roba tra ebrei. Che se la sbrigassero tra loro.
L’uomo riprese la parola «Abbiamo nostro figlio con noi» disse «è nato da poco».
Ah già, si diceva che, da quelle parti, Re Erode avesse fatto ammazzare un bel po’ di neonati. Assurdità, pare legate a quella famosa stella. Roba da ebrei, ancora una volta. Quella era una terra strana.
«Un bambino, eh?» fece Quinto «e come mai non si è svegliato, con tutto questo baccano? Dove sarebbe?».
Non ci fu bisogno che gli rispondessero: gli bastò guardare Argulus. Fissava un fagotto sulla sommità del basto e non si muoveva più. Scodinzolava appena, e, sul muso – chi dice che i cani non hanno espressioni non ne ha mai osservato uno sul serio – un’espressione che si sarebbe detta adorante.
Il vecchio legionario avvertì una fitta di gelosia. Il cane non si era mai mostrato così affettuoso con lui. Eppure Quinto lo aveva trovato mezzo morto di fame e ricoperto di zecche in una strada di Alessandria, lo aveva preso con sé e gli si era affezionato.
Il cane aveva ricambiato l’affetto con quella dedizione cieca che solo le bestie conoscono, ma mai, mai Argulus aveva avuto un’espressione intensa come in quel momento, tutto il corpo e il muso e il viso protesi verso il mucchio di stracci sulla groppa del somaro.       
Il soldato si avvicinò con cautela al fagotto e, con cautela scostò i lembi della stoffa.
Un bambino. Di poche settimane, o mesi – Quinto Marcello non avrebbe saputo dirlo: non si intendeva molto di neonati.
E dormiva, come se nulla fosse.
Una famiglia. In fuga, spaventata, ma una famiglia. Qualcosa in più delle tre persone che la componevano. Qualcosa che lui, Quinto Marcello detto Grammaticus, legionario romano... (sopporta, cuore!).
«Come si chiama?» chiese indicando il bambino.
«Yeoshua» dissero i due all’unisono.
Quinto annuì cercando di assumere la solita aria burbera, ma senza riuscirci, poi guardò l’uomo e la donna; infine, indicò Argulus, immobile in quella strana posa.
«Be’, pare che a lui andiate a genio e, se va bene a lui...».
L’uomo e la donna tirarono un sospiro di sollievo.
Quinto Marcello si girò di nuovo verso il bambino e gli sfiorò la guancia con un dito.
«Yeoshua bar Yoseph» disse Quinto, poi, passando al latino: «Gesù figlio di Giuseppe. E speriamo che combini qualcosa di buono, nella vita».

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Mauro Banfi il Moscone il 2019-12-01 13:38:11
Davvero sorprendente e bellissimo questo "peplum" di Rubrus; un racconto avvincente che mi ha ricordato pellicole come "L'inchiesta" e "Risorto". Un genere che fino al "Gladiatore" era svanito e che ha dato timidi segni di ripresa (Pompei, Ben Hur e qualche legionario), nonostante che il fulgido Ridley Scott ci ha mostrato le potenzialità del genere. Riuscitissimi i personaggi e la ricostruzione del clima storico, il passaggio dalla caduta dell'impero romano all'inizio dell'affermazione del cristianesimo. Ma il miglior attore è il cane, esaltante! Mi ha davvero emozionato il sapiente uso drammatico che ne hai fatto, e ti assicuro che te lo dice uno che ha la fortuna di vivere con i nostri amici canidi da quando è nato. Infatti, chi meglio di un cane può riconoscere Gesù? Parliamo di un essere a quattro zampe che non ti chiede in cambio nulla per la sua dedizione. Parliamo di un quadrupede che impazzisce di gioia e scodinzola per tre ore al tuo ritorno dopo una breve assenza. Un grande cuore imbottito di pelo, che t'avvicina sempre con entusiasmo - e non importa se sei bello o brutto, povero o ricco, buono o cattivo, potente o pezzente, ti gratta la gamba con una zampata e con gli occhi umidi e il respiro affannoso ti domanda: "giochiamo insieme? Se mi fai giocare sarò tuo amico per sempre, lo capisci?". E se lo accontenterai lui ti darà l'anima e ti farà pure credere di essere un grande addestratore (spocchia che al cane fa solo ridere), quando è lui, in verità, che si è degnato di concederti il suo totale e per noi umani, genia malvagia, folle amore. In verità noi umani non siamo nemmeno degni di allacciargli il collare e di lanciargli un osso, al cane: noi egoriferiti, indifferenti, nichilisti, apatici, presuntuosi, che ci riteniamo superiori al regno animale. Credetemi, la mia non è una fede, IO SO, IO L'HO PROVATO: quando passeggiate insieme a un cane voi camminate con Gesù di Nazareth, con Francesco d'Assisi, con Martin Luther King, con Tiziano Terzani e con Gandhi. IO SO. Grande Rubrus, abbi gioia

Rubrus il 2019-12-01 14:21:37
Grazie. L'idea centrale di questo racconto me la sono sognata a settembre, quindi con anticipo "mostruoso" rispetto alla ricorrenza. L'idea di base era che il cane inducesse il proprio padrone a far passare dei profughi destinati a un futuro "importante". L'ambientazione romana era già presente. Si licet parva componere magnis, un po' come il "sogno romano" di Lovecraft. Procedere poi per deduzione è stato quasi automatico. Poi ho lavorato di lima e scalpello.

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Blue il 2020-01-16 15:06:06

Racconto decisamente consono al periodo... semplice, scarno ma efficace. Un'ambientazione che mi ha ricordato il film "The Eagle", di una decina d'anni fa (non so se ti è mai capitato di vederlo... te lo consiglio, è veramente avvincente). Intriso, com'è giusto che sia, di buonismo, ma nel senso migliore del termine.
Passi per il latino (deformazione professionale), ma immagino che almeno sui nomi in ebraico ti sarai dovuto documentare...
o vuoi dirmi che conosci anche quella lingua lì?

Rubrus il 2020-01-16 19:14:21
Be', nomi come "Gaio" (o "Caio", c'è una lunga storia a proposito della grafia originale, ma lasciamo stare) posso tradurli, ma "Argulus" no: è un nome proprio troppo insolito ed è bene non tradurre i nomi propri, a meno che l'uso tradotto non sia consolidato. Conosco il film, in generale i peplum movies, o "sandaloni" (come li chiamavano) mi piacciono. "Bar" (figlio) è una parola che si sente spesso che si usa ancora oggi come, per esempio, in Bar Mitzvah , una cerimonia importante. Il buonismo lo evito come la peste. Di solito lo asciugo narrativamente. Il bene non fa mai troppo rumore.

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