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Ipnagogia, o la morte apparente

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Roberta

pubblicato il 2019-11-20 16:42:19


Martina era appena arrivata a casa. Il caldo era soffocante. Si chiuse la porta alle spalle, si tolse i sandali di cuoio e poi, in camera, si stese sul letto a pancia in giù, la faccia tra le braccia incrociate. Sua madre e sua zia parlavano in cucina, mentre il caffè borbottava sul fuoco. Le loro voci le arrivavano attutite e le parole indistinte. 
Sul treno, i sedili di plastica sembravano sul punto di sciogliersi. Martina era 
seduta accanto al finestrino, a veder sfilare il paesaggio: prati, boschi, il lago calmo nella conca tra le montagne. La camicetta di garza indiana color lilla le si appiccicava alla pelle. Il treno si fermò sferragliando con un lungo fischio. La ragazza scese e s'incamminò sul selciato tremolante come un miraggio nel calore estivo, lungo la strada deserta, stordita quasi dall'odore di carbone che le ricordava il primo viaggio in treno, l'estate dei suoi otto anni. 

 

Martina si addormentò di botto. Nella sua stanza di adolescente la luce filtrava dietro le tende bianche. Il poster della sequoia che allungava i rami al crepuscolo, appiccicato con lo scotch sulle pareti color fiordaliso, vegliava sul suo sonno. Dietro il letto, la piccola libreria laccata in rosso, piena di ninnoli, scatolette colme di anelli e collane di perline, il manichino in legno con le braccia scomposte, il medaglione che sua zia le aveva portato dall'India, i quaderni con la copertina arabescata pieni di pensieri, disegni e poesie di Pavese.

Era una ragazza solitaria, riservata, timida eppure curiosa. Poche amiche, tanti fratelli, una mamma giovane ma troppo occupata per accorgersi dei suoi sbalzi d'umore e della sua tristezza cronica. Così, spesso, si chiudeva in quel piccolo mondo della sua cameretta a leggere, ad ascoltare musica e a scrivere.

L'estate è una stagione difficile: la fine della scuola, dopo un primo momento di sollievo, la lasciava smarrita nella sua solitudine e nel vuoto dei giorni. Il paese era deserto, assolato e metafisico come un quadro di De Chirico, o come una poesia di Lavorare stanca, quella che aveva imparato alle medie e che le era rimasta impressa, "Traversare una strada per scappare di casa / lo fa solo un ragazzo", e poi "e le strade e le piazze son vuote sotto il sole che sta per calare". 

Da bambina, Martina trascorreva l'estate in montagna e giocava nei prati e nei boschi. Un giorno si era fermata in mezzo al prato, tra l'erba alta, sotto il sole che splendeva nel cielo limpido e immobile, e si era messa a mormorare il suo nome, Martina Martina Martina… finché era caduta in una specie di trance, come se fosse uscita da se stessa. A volte si fermava a guardare le cose, i portoni, i muri scrostati e fissava lo sguardo fino a perderlo. Allora i luoghi non le sembravano più gli stessi, ma quelli di una favola antica, uguali a mille e mille anni prima.

Aveva sognato, una notte, di andare a casa della nonna e di non trovarvi nessuno. La casa era deserta: gli oggetti, il divano, le poltrone, immobili e sospesi nella luce accecante, e una maschera bianca con gli occhi vuoti che pendeva sulla parete sopra la poltrona dove di solito sedeva sua nonna. D'improvviso aveva capito con angoscia che erano tutti morti. O forse era morta lei.

Quel pomeriggio d'estate, tornata in treno dalla città, cadde dunque in un sonno profondo e senza sogni. 

Poi accadde quel fenomeno inspiegabile. La sua mente si svegliò: sentiva i rumori dalla cucina e le voci della madre e della zia. Ma quando tentò di muoversi, il corpo non rispose. Le sue membra pesanti sembravano incollate al letto: rifiutavano di obbedire ai comandi del cervello. Anche i suoi occhi si rifiutavano di aprirsi, restavano ostinatamente chiusi, nostante i suoi sforzi. Nulla. Non un muscolo che si muovesse. Le sembrò che il suo spirito fosse sospeso in aria, a mezzo metro dal suo corpo, e la guardasse dormire. Come se l'anima avesse lasciato il corpo: "Sono morta", pensò. "Mia madre sta parlando in cucina, il mondo si muove come sempre, ma il mio corpo non vive più."

Avrebbe voluto chiamare sua madre, pregarla di scuoterla, di scrollarla, sollevandola a sedere. Ma nulla. Il suo spirito, vivo e vigile sopra il letto, sentiva tutto, vedeva la stanza, le pareti, il letto. L'incubo non finiva. Eppure l'anima vedeva la luce, era lucida e forte, tutt'altra cosa dai sogni. Era serena e determinata. Quel corpo morto le doveva obbedire.

I minuti passavano. Lo sfasamento tra mente e corpo era palpabile, e così la lotta che si stava combattendo tra loro. Si sforzò ancora, ma le gambe restavano immobili, pesanti come il marmo.

Doveva assolutamente svegliarsi. 

Concentrò allora tutte le sue forze nelle gambe e nel busto. "Ora" si disse, come parlando al corpo paralizzato di qualcuno che si sta per sollevare prendendolo sotto le braccia per issarlo sulla sedia a rotelle. E fu il miracolo. Il busto si torse, girandosi su un fianco, e le gambe obbedirono; cadde quasi dal letto, e poi si ritrovò seduta, e aprì gli occhi. Vide finalmente di fronte a sé il letto di sua sorella, il comodino, il poster di Charlot e il Monello, il mangiacassette, la bambola di pezza con le trecce bionde.

Sono viva, disse tra sé respirando a fondo, e si sentì sollevata e finalmente morbida, col sangue che le scorreva dentro le braccia e le gambe. Raccolte le forze, si alzò dal letto, e andò in cucina, dove sua madre continuava a parlare, come se nulla fosse successo.

 

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L'AUTORE Roberta

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Rubrus il 2019-11-22 09:39:17
Prima una nota grafica: il carattere è molto sbiadito e quindi la lettura è un po' difficile. Venendo al racconto in sè, la sensazione che si prova durante fenomeni di questo tipo è descritta molto bene. Potrebbe sembrare che la reazione della protagonista, che, passato l'attacco, si comporta come se nulla fosse, sia un po' fiacca, ma così non è. Non tantissimo tempo fa, forse un paio d'anni, non di più, mi è capitato di svegliarmi con l'assoluta certezza che, in piedi accanto al mio letto, ci fosse qualcuno. Rammento che la sensazione durava da alcuni secondi e che avevo l'impressione di essere perfettamente sveglio e in me. Ricordo di aver pensato di aver dimenticato di puntare la sveglia e quindi (cosa piuttosto insolita, perchè sono uno di quelli che hanno quasi una sorta di orologio interno) che erano venuti a dirmi di alzarmi. A rafforzare la plausibilità di questa ipotesi fu, subito dopo, la sensazione - e ricordo anche di aver sentito il fruscio - delle coperte che venivano tirate, scivolando verso il basso. Guardai l'orologio e mi accorsi che era notte fonda. Ne conclusi che mi ero sognato tutto, mi girai dall'altra parte e ripresi a dormire. Insomma, se c'era il proverbiale fantasma venuto a tirarmi le coperte, devo averlo alquanto deluso..

Roberta il 2019-11-22 18:38:19

Ecco fatto, rimesso il colore carattere automatico... Io ascolto sempre i tuoi consigli Rubrus! La descrizione è buona perché ispirata a un fatto reale: mi è successo qualcosa di molto simile. Certo che anche tu, quanto a fenomeni paranormali, non scherzi! Eh già, il fantasma sarà rimasto deluso, chissà che non ti giochi qualche altro scherzetto. Comunque sarebbe interessante capire se, così come siamo stati testimoni di fenomeni inusuali come questi, allo stesso modo anche quelle sensazioni di deja vu o di telepatia che a volte ci capita di provare abbiano un fondamento scientifico.


Rubrus il 2019-11-23 09:02:21
Il sogno di quest’estate cui accennavo è il seguente: dovevamo scegliere alcuni oggetti (foto, ma non solo) da mettere sulle tombe dei defunti di famiglia. La cernita avveniva in una casa che non ci appartiene più. Compiuta la scelta, la scena si spostava al cimitero. Mi rendevo conto che doveva essere un sogno perché non tutti i defunti di famiglia si trovano in quel cimitero (insomma, anche dormendo non sopporto violazioni del principio di coerenza del reale). Decidevo quindi di svegliarmi e mi svegliavo – o così credevo. Mi allontanavo, prendevo i mezzi, salivo sulla metropolitana, telefonavo a casa per dire che ero in ritardo, tiravo giù qualche santo dal paradiso perché il telefono cellulare non funzionava (odio i cellulari e simili: questo succede anche in sogno), scendevo alla stazione di Porta Garibaldi, cercavo un telefono pubblico e lo trovavo (e questo avrebbe dovuto dirmi che stavo ancora sognano perché non ce ne sono più e, se ci sono, non funzionano). A questo punto incontravo un collega che doveva prendere il treno e mi chiedeva di fare con lui un tratto di strada. Lo accompagnavo e mi accorgevo, uscito dalla metro, che la stazione non era Garibaldi, ma Centrale e che, per andare a casa, non avrei dovuto comunque prendere quella linea del metrò. Allora mi dicevo “Ah… ma allora sto ancora sognando” e mi svegliavo davvero. In realtà secondo me, tutto questo , come direbbe Greggio, para normale, ma è normalissimo. Il deja vu è dovuto al fatto che il nostro cervello è sempre a caccia di coincidenze e analogie e, a volte, fa una specie di bypass, mentre la c.d. telepatia è spiegabile col numero di volte in cui pensiamo al soggetto con cui pensiamo di essere in contatto. Anche qui ricordiamo i casi in cui la coincidenza si verifica e non gli altri. In realtà sappiamo abbastanza poco del cervello e quello che non sappiamo - a mio parere - non ci autorizza a cercare spiegazioni che tirano in ballo il paranormale, il soprannaturale ecc. La fede è un'altra cosa.

Roberta il 2019-11-23 14:41:56

Sì certo, in quel senso la telepatia è una cretinata. Mia mamma mi telefona sempre la domenica mattina e se un giorno l’anticipo mi dice subito: “ Telepatia, stavo per telefonarti io!”. Ci sono però dei casi in cui si viene presi da un attacco di ansia fortissima senza nessun motivo, e poi si scopre che è successo qualcosa di brutto a una persona cara. Intendevo questo.



P.S.: io di fede non ne ho, la spiritualità è un'altra cosa ;-). Da una parte tendo ad essere anch'io un po' cinica, cosa che mi porta a ipotizzare che l'ansia possa essere dovuta a un pasto troppo abbondante e abbia quindi ben poco a che fare con qualche corrispondenza d'amorosi sensi. D'altra parte, però, so per certo, avendo due fratelli gemelli, di strane coincidenze che depongono a favore di questa corrispondenza: a volte i gemelli riportano sensazioni, stati d'animo o anche scelte identiche fatte a distanza da tutti e due nello stesso momento... Per esempio uno "sente" che l'altro si è fatto male oppure comprano tutti e due la stessa maglia lo stesso pomeriggio in due città diverse.


Rubrus il 2019-11-24 08:30:51
Questo dell'ansia è un ottimo esempio. Altro esempio classico: il figlio esce la sera, i genitori stanno in ansia, succede qualcosa al figlio, magari di non grave, e uno dei genitori, solitamente la madre, dice: "me lo sentivo che succedeva qualcosa". Il fatto è che lei pensa sempre sia successo qualcosa di brutto, e, statisticamente, prima o poi ci azzecca.

Rubrus il 2019-11-26 15:03:04
Sui gemelli c'è un sacco di materiale. Non solo gemelli separati dalla nascita hanno simili malattie ecc (non è sorprendente) ma, come hai detto, hanno finito, per esempio, per sposare donne simili ecc. La genetica potrebbe spiegare un sacco di altre cose (facendoci altresì riflettere sulla reale portata del libero arbitrio: quanti comportamenti individuali avranno una base genetica?). A mio parere, però, la miglior prova della non esistenza della telepatia (o della sua estrema labilità ed episodicità) è data dal fatto che, in anni passati, sono state fatte ricerche in proposito dai servizi segreti delle superpotenze. Se il fenomeno fosse stato molto meno aleatorio di quanto non sia, sarebbe stato sviluppato a fini bellici.

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Mauro Banfi il Moscone il 2019-11-24 17:26:44
Un altro brano straordinario, Roberta, sia per la tecnica narrativa che per i profondi contenuti che emergono dall'avvincente racconto. Un racconto ricchissimo, che ho letto già diversi giorni fa, e oltretutto impreziosito anche dai bellissimi commenti di Rubrus, con quell'esperienza della presenza di "qualcos'altro" nella stanza, che anch'io ho provato. Ho riflettuto a lungo e sono giunto alla conclusione che, per quanto riguardo il mondo occulto dei sogni, ci sono due visioni e due scuole per approcciarsi al loro linguaggio segreto. Prediligo la scuola post - junghiana che culmina in uno dei massimi capolavori di James Hillman: "Il sogno e il mondo infero". Quel libro è aperto da questa citazione: "Il timore e la resistenza che ogni uomo naturale prova quando scava troppo a fondo in se stesso sono in ultima analisi la paura del viaggio nell’Ade." C . G . Jung , Psicologia e alchimia (Opere, XII, p. 323) Per Jung e discendenti la psiche non è dentro di noi (come pensano i raziocentrici freudiani, l'altra scuola da cui Jung si distaccò), siamo noi dentro alla psiche. La psiche è dappertutto, la psiche è tutto quel che ci circonda. Non è né occidentale né orientale né nordica e né sudista. È universale. La psiche è una: per animali, piante, sassi e uomini. È tutta la stessa psiche. Guarda un rampicante, un piccolo rampicante: trova un posto a cui attaccarsi e poi sale su verso la luce. Guarda le api, tenute tutte assieme da una regina, o le cicogne che ogni anno passano da qui nel loro volo verso le loro sorelle a Cascina Venara, nel Parco del Ticino. Che cosa rende possibile tutto questo? La psiche! La coscienza che sta sotto tutte le coscienze, la coscienza cosmica che tiene assieme l'intero universo e senza la quale non esisterebbe nulla. Per l'essere umano educato all'antropocentrismo, al raziocentrismo, alla supremazia della logica e dell'esperienza "realistica/sociale/quotidiana" questa scoperta è sconvolgente: e da qui si sviluppa la sua resistenza alla luce della psiche e da qui molti sintomi patologici, quello che Jung chiama " la paura nel viaggio di Ade". "Il sogno non è nel paziente, non è qualcosa che lui o lei fa o costruisce; è invece il paziente a essere nel sogno e a venire costruito nella sua finzione", scrive Hillman. Nel sogno i fatti del quotidiano sono secondari rispetto alle immagini archetipe della Psiche cosmica in cui l'anima s'imbatte e s'immerge, che diventano uno strumento per trasmutare e trasfigurare in anima gli eventi autentici della della vita interiore. Per questo il sogno è l'attività centrale dell'anima e più di ogni altra cosa dimostra che SIAMO NOI DENTRO LA PSICHE COSMICA e non il contrario, e questo è dato dal fatto che non è la psiche con le sue esperienze a crearle, le Immagini, ma al contrario sono loro a "FARE" la nostra psiche. Le immagini della psiche includono il nostro Ego razionale e non viceverso e così il sogno include il sognatore e non l'inverso. Da qui derivano due visioni di pensiero, du emodi di approcciarsi a qualcosa più grande del nostro Io, e in casi psicopatologici, due terapie. E qua mi fermo, perchè quello che interessa è constatare con quanta bellezza e profondità tu hai saputo rappresentare la tua protagonista DENTRO LA PSICHE COSMICA. Abbi gioia

Roberta il 2019-11-24 18:51:40

Ciao Mauro, grazie per le belle parole, come al solito esageratamente lusinghiere, ma molto gradite. Sono più propensa a credere che i fenomeni psichici avvengano dentro di noi, anche se è indubbio che la natura ci mostra esempi straordinari di armonia, come quelli che hai citato. Provo sempre una certa meraviglia nel vedere come tu sappia innalzarti in volo da un semplice racconto come questo, e comunque con i tuoi commenti offri sempre ottimi spunti di approfondimento. Grazie ancora e a presto.



P.S.: comunque, dopo aver riletto il tuo commento e qualche recensione sull'opera di Hillman, trovo molto interessante l'idea che ci siano degli archetipi a cui i sogni (almeno certi sogni) si riferiscono, e quello delle maschere bianche che ho descritto in effetti sembra avvalorare questa tesi! 


Mauro Banfi il Moscone il 2019-11-27 21:03:22
Ah, la maschera bianca è un altro colpo d'ala narrativo stupendo e mi ha suscitato tante cose da esprimere, ma mi autosintetizzo per non occupare in modo ridondante i tuoi spazi.
Hillman parla spesso nei suoi preziosi libri del "Vascello della Morte", ripreso da una grande poesia di D.H.Lawrence:
“Oh costruisci la tua nave della morte, costruiscila in tempo
E costruiscila con amore, e ponila tra le mani dell’anima tua".
E in "Il mito dell'analisi" scrive:
"Forse lo scopo dei sogni, notte dopo notte, anno dopo anno, è di preparare l’Io immaginale per la vecchiaia, la morte e il fato immergendolo sempre più profondamente nella memoria. I sogni, forse, hanno assai poco a che fare con le nostre cure quotidiane, forse il loro scopo è l’animizzazione dell’Io immaginale."
In sintesi, per superare la paura del "Viaggio nell'Ade" dobbiamo/vogliamo imparare a costruire in vita il nostro Vascello Immaginale, la nostra Nave della Morte per imparare il goethiano "muori e divieni", per imparare a non rinchiuderci nel nostro piccolo Io mentre là fuori dalla nostra piccola isola ci aspetta un oceano mugghiante e tempestoso ma anche meraviglioso, da salpare, da esplorare, da percorrere fino all'orizzonte.

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