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Il debito

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Jack Scanner

pubblicato il 2019-11-19 18:35:27


Il debito

 

 

 

   Sapete, gente, avevo tutto quello che un uomo possa desiderare. Ero sfacciatamente benestante, sebbene fossi di umili origini. La mia dimora era storica ma era tutta personalizzata con drappi neri, dorati e argentati, oltre ad un enorme pianoforte nero in fondo al salone magnifico. La mia casa, appunto, era la più bella di tutta la città. Lì facevo festini in cui invitavo tutti i miei amici e le mie amiche, nonché prostitute di strada; devo ammettere che ero completamente sopraffatto da quei festini, alla stessa misura in cui ero sopraffatto dai miei vizi degradanti. Bevevo a dismisura e non mi importava dei soldi. Quelli non finivano mai ed anzi continuavano a portarmeli e a procurarmeli i miei più stretti collaboratori, invitandomi, di tanto in tanto, ad investirli in ristoranti della zona e altre attività lucrose. Ero ubriaco giorno e notte e Dio solo sapeva quante ore passavo a dormire prima che tornassi in me dopo i bagordi. Non aiutavo nessuno, nossignore. Che cosa poteva importare ad un signore come me dei poveri che a volte venivano a mendicare davanti casa? I miei amici li scacciavano senza pietà e un giorno venni a sapere della morte di uno di loro, non curandomene affatto. Non era roba che mi interessava, non erano persone, e non erano persone che conoscevo.

   Una notte, dopo che ebbi scacciato tutti in preda ad una mia crisi di nervi dovuta all’abuso dell’alcol, credo che si trattasse di Delirium Tremens, rimasi da solo davanti al fastoso e spettacolare camino dentro il quale borbottava una fiamma calda e accogliente, intanto che la mia cameriera girava nuda per casa come fu mio ordine - quella notte, insomma, mi apparve un uomo vestito di nero con un drappo sulle spalle di velluto nero, un cilindro calcato in testa e un bastone che finiva con una punta aguzza.

   <<Da dove viene lei?>> domandai ubriaco e nervoso. Bevvi un sorso di vino e scoppiai a ridere.

   <<Dal fuoco del camino>>, rispose sorridente. Intanto si era seduto di fronte a me senza il mio permesso, la qual cosa mi fece degradare ad uno stato nervoso in cui fui colto da un certo malore.

   <<Sì, dal fuoco! Senti questa!>>

   <<Hai un debito verso di me>>, disse trasformandosi improvvisamente in serio.

   <<Debiti? No, amico, e se ora vuoi sparire così come sei venuto, mi faresti…>>

   <<No, amico. Sono qui per prendermi ciò che mi appartiene e che tu mi hai promesso anni or sono, senza coscienza alcuna.>>

   All’improvviso caddi dalla sedia – una cosa incredibile -  e, dopo che mi fui rialzato, mi accorsi che il tizio sconosciuto era scomparso – ed allora, solo allora, il mio stato nervoso scoppiò in un parossismo di rabbia incredibile, tanto che mi misi ad urlare come un pazzo – cosa che forse già ero.

   Venne in mio soccorso la cameriera, una donna pura e fantastica, ma io, visto com’ero, la scacciai malmenandola, dopo di che me ne uscii di casa e vagai per la città sbraitando, cantando a squarciagola e facendo gesti impuri che non si possono descrivere. Ho detto che soffrivo di Delirium Tremens ma non ho specificato, forse, che dopo la sparizione del tizio, a cui dovevo qualcosa di molto importante, e a cui lui era legato, sentii qualcosa in me che mancava, un vuoto tenebroso come la cappa del mio camino, qualcosa che prima avevo ed ora no. Di conseguenza feci cose orrende, più di quanto avessi già fatto.

   Vagai quella notte per la città, appunto, uccidendo tutti coloro che mi rivolgevano un’occhiata strana e malevola. Quanti ne uccisi? Forse una dozzina, o non so, ma, ad ogni modo, prima dell’aurora rincasai e trovai, ahimè, una bellezza autentica ad aspettarmi, la cameriera vestita con un velo bianco satinato e i capelli biondi sciolti – la quale, con la mia massima certezza, si librava ad una spanna dal pavimento dorato, guardandomi con una dolcezza indicibile e due occhi pietosi e generosi.

   <<Riprenditi la tua anima>>, disse soffiandomi il suo alito fresco e pieno di aromi di fiori sbocciati.

   <<Era il mio debito, credo, e l’ho pagato caro>>, dissi inginocchiandomi.

   Lei soffiò ancora e allora non resistetti all’odore dei fiori e respirai tutto con estremo piacere e, mentre io mi risollevavo da terra con più energia di quante ne avessi avuta prima, mentre la testa mi si liberava dai fuochi della follia – la donna si accasciava a terra, priva della sua anima che mi aveva donato con tanto amore.

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L'AUTORE Jack Scanner

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Rubrus il 2019-11-20 13:46:38
Ciao. Torno un attimo sul discorso "lunghezza" iniziato l'ultima volta, ma prima un paio di impressioni formali: c'è un "incredibile" ripetuto a troppo breve distanza e un "fantastica" (a proposito della cameriera) che stona e che può essere tolto senza problemi. Veniamo alla storia. A mio parere ci sono due punti da sviluppare e uno da smussare. Quello da smussare è relativo agli omicidi compiuti dal protagonista. Non è cre(doibile che questo se ne vada a zonzo per la città ammazzando gente (dodici?) senza difficoltà (e chi è... terminator?) e senza che nessuno lo fermi o se ne accorga e poi se torni a casa come se nulla fosse. Basta un delitto. In proposito ti rimando a "Lo strano caso del Dottor Jeckyll e Mr Hyde" e segnatamente al punto in cui Hyde ammazza un tale che gli ha chiesto un'indicazione stradale. Un solo delitto, ma che, ancor oggi, col rumore di ossa spezzate sotto la gragnuola di bastonate, colpisce l'attenzione. Un delitto solo, ma descritto come si deve. Il punto da ampliare riguarda la cameriera. Dona la propria anima al protagonista. Perchè? Possiamo supporre perchè lo ama (e mi pare il minimo, come motivo). A questo punto o lui se n'è accorto, ma l'ha respinta (e perchè?) oppure non se n'è accorto (e perchè?). Come si è evoluto il rapporto tra loro due? Come mai lei lo ama anche se lui non la ricambia? (il protagonista potrebbe accorgersene verso la fine). Rispondi ai "perchè" e avrai trovato come allungare il racconto. Nota bene che tutti gli elementi stanno già dentro la storia, non serve cercare altrove. Un'ultima nota sulla fine. "Riprendenti la tua anima" non ha molto senso, perchè l'anima donata non è del protagonista. Avrebbe piuttosto senso "Ecco l'anima di cui hai bisogno".. Infine non ha molto senso che lui dica "era il mio debito, credo (credo? lo sa benissimo!) " a lei; avrebbe più senso, secondo me, se lo dicesse al diavolo, che però in questa scena non compare. La considerazione "l'ho pagata cara" invece appartiene al protagonista solo e sta bene dove sta, a sugo di tutta la storia. Ovviamente sono solo le mie impressioni, fatte con spirito costruttivo. Con simpatia.

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