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L'uomo che non c'era

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Rubrus

pubblicato il 2019-11-18 14:12:18


Era una di quelle pratiche del cavolo.
Quando uno muore senza lasciare eredi, o se questi non vogliono o non possono accettare l’eredità, si nomina una specie di amministratore. Tecnicamente si chiama “curatore dell’eredità giacente”. Non è un nome molto allegro, lo so. Già il fatto che ci sia un’eredità presuppone che qualcuno abbia tirato le cuoia, se poi l’eredità si mette addirittura a giacere...   
Il tizio in questione era schiattato ad agosto, che è il mese peggiore per andarsene all’altro mondo. Provate a partecipare a un funerale sotto il solleone e, dopo un po’, persino delle esequie sotto la pioggia vi sembreranno un addio al celibato.
Il tizio della pratica del cavolo, però, non aveva avuto nessun funerale.
I vicini avevano sentito l’odore e avevano chiamato i pompieri; quelli avevano sfondato la porta e lo avevano trovato stecchito, dopodiché lo avevano portato all’obitorio. Per quanto ne sapevo, si trovava ancora là, in una cella frigo.
Nessuno si sarebbe rivolto a me se non fosse stato per via del tetto.
Quell’agosto era stato oltremodo piovoso – se l’avessero fatto, il funerale sarebbe stato davvero sotto la pioggia – e così c’erano state delle infiltrazioni. Solo che, per salire a cambiare le tegole, si doveva passare in casa di Tizio, che stava all’ultimo piano.
L’amministratore del condominio si era rivolto al Tribunale per ottenere il permesso – mica poteva  sfondare la porta dell’appartamento e tanti saluti – e il Tribunale si era rivolto a me.
Il curatore dell’eredità giacente, appunto.
Avevo autorizzato l’accesso, avevo accompagnato gli operai e li avevo fatti salire sul tetto. Poi, dato che, per scendere, avrebbero usato il ponteggio che erano venuti a montare, me ne ero tornato in studio, avevo steso una relazione e messo il fascicolo nell’archivio.
Gli americani li chiamano “fish files”, “fascicoli pesce”, perché vanno a male in fretta e più passa il tempo più puzzano,  ma non mi risulta che da noi ci sia un nome analogo.
Solo pratiche del cavolo, come dicevo.
Avevo lasciato passare tre mesi, il tempo entro il quale andava presentata la dichiarazione di successione, in attesa che qualche erede si facesse vivo e mi togliesse dall’impiccio. Non che ci sperassi molto. Il foglio degli annunci legali, dove vengono pubblicate le nomine dei curatori, non è esattamente un best seller.  Penso che dovrebbero metterle su face book, magari con la foto del morto, ma nessuno mi ha mai dato retta.
Sia come sia, i tre mesi erano diventati quattro senza che me ne accorgessi, così, puzza di pesce o no, ero stato costretto a rimettere mano al fascicolo.
Mi aspettavo che il tizio fosse un barbone, ma non lo era.
Lo chiamerò Eric, perché è un nome come un altro e perché, dopotutto, sono tenuto al segreto professionale. 
Mi avevano detto che era un tipo distinto – una definizione che mi ricorda i voti alle medie – e che di lui non si sapeva praticamente niente. Qualcuno lo chiamava “l’uomo che non c’era”.
Lo sapevo già, ma non ci avevo fatto caso. Buffo come certe informazioni ti sorprendano a scoppio ritardato. È un po’ come quando fai sport dopo essere rimasto fermo per un bel pezzo. Appena smetti, ti senti un leone, ma la mattina dopo ti fanno male un sacco di parti del corpo che neppure sapevi di avere... ok, non è una gran metafora, ma spero di aver reso l’idea.
Comunque, di Eric non si sapeva niente.
Pare che da dieci anni non parlasse con nessuno – tanto che, quando lo si incontrava salutava con un cenno del capo, benché non fosse muto – e, come risultava dall’anagrafe, non aveva figli, né parenti; quanto agli amici... be’... non vi sorprenderete se vi dico che non ce n’erano.
Dalla visura emergeva che l’appartamento era stato ipotecato dall’Ufficio Imposte, anche se non era un gran debito.
Lì per lì, avevo pensato al solito evasore.
La maggior parte delle curatele di eredità giacente sono così. Gente che se ne va all’altro mondo lasciando un mare di debiti e gli eredi che si passano l’un l’altro la successione come se giocassero a palla avvelenata. Quando non rimane più nessuno, l’eredità si devolve allo Stato e, dato che, di solito, una bella parte dei debiti sono nei confronti del fisco, il cerchio si chiude, o quasi.    
Rileggendo il fascicolo, però, non mi pareva quello il caso.
Non c’era niente che me lo facesse pensare, a parte l’istinto e, col tempo, avevo imparato a non trascurarlo.
Mi appoggiai all’indietro sulla poltrona, tamburellando con la matita e richiamando alla memoria le informazioni che, al solito, non avevo trascritto – mi fido troppo della memoria e so già che, il  giorno che mi tirerà la fregatura, sarà quella definitiva.
Il lavoro di Eric, per esempio.
Era pensionato, certo, ma prima?
Ricordavo che, secondo l’amministratore del condominio e i vicini, forse faceva l’astronomo o l’astrologo – sorprendente come la gente continui a fare confusione tra le due attività. Magari era solo un astrofilo. Sia come sia, quadrava con l’appartamento all’ultimo piano.
Secondo la legge, il curatore, tra le altre incombenze, deve redigere l’inventario dell’eredità e, anche se avevo già appurato che Eric non aveva conti correnti, né cassette di sicurezza, gran parte del lavoro era ancora da sbrigare, così continuai a dare retta all’istinto e presi le chiavi di quel benedetto appartamento.
Mentre ci andavo, pensai che non avevo mai visto la casa di Eric. Probabilmente nessuno lo aveva mai fatto. Il vicino che ti dice solo “buongiorno” e “buonasera”, anzi nemmeno quello, non è il tipo di persona con cui provi a fare amicizia. E poi quella era una grande città: la gente tende a farsi gli affari propri.
Mentre cercavo un parcheggio, mi chiesi se Eric fosse ancora nella cella frigo, o se lo avessero sepolto, e quando e dove. C’è carenza di celle, negli obitori, come di posti per la sosta nelle strade.
Parcheggiai in una zona riservata ai residenti, domandandomi se avrei potuto inserire la probabile multa tra le spese di procedura, e scesi.
Il condominio era stato un palazzo alto, una volta, e forse per quello Eric era andato ad abitarci. Per vedere meglio il cielo.
Adesso però gli erano cresciuti attorno un sacco di edifici che lo sovrastavano come fratelli più giovani cresciuti troppo e troppo in fretta. Del cielo si vedeva solo una striscia, come uno strappo tra i tetti.
Quando entrai, non dovetti accendere la luce.
Non l’avevano ancora staccata – disdire il contratto, visto che non c’era nessuno che volesse volturarlo era una delle cose che avrei dovuto fare – ma ci si vedeva lo stesso.
L’appartamento era soppalcato per metà e il chiarore diffuso dalla città entrava dal lucernario come  una glassa giallastra.
Malgrado ciò, un telescopio era puntato verso il cielo, proteso sul treppiedi come se stesse per sfondare il vetro della finestra e volare via, neanche fosse una specie di shuttle.
Non ne avrei ricavato granché, vendendolo.
Era solo un oggetto amatoriale, ma tanto non c’era molto da vedere, lassù. Troppa luce e troppa gente, specie per una vita solitaria come quella di Eric.
Avanzai nell’appartamento, tra il fruscio dei giornali che gli operai avevano lasciato per terra quando erano venuti a fare i lavori. Li avevano stesi per abitudine, ma lì non c’era nessuno che potesse lamentarsi del disordine e così li avevano lasciati dov’erano.
C’erano un sacco di altre carte – mappe celesti, lo sapevo anche senza esaminarle. Forse Eric immaginava le stelle che non riusciva a vedere. Notai una sfera armillare e pensai che avrei potuto guadagnare qualcosa anche da quella.
Decisi di appuntarmelo, ma non avevo il taccuino, e quanto a scrivermelo sul cellulare... be’, non riuscirò mai ad abituarmi a quei cosi. Come al solito, mi sarei affidato alla memoria.
E poi non ero lì per l’inventario, diciamocelo.
Ero lì perché una parte di me aveva sempre sognato di fare il detective, anche se non avevo mai deciso se del tipo con lente d’ingrandimento e mantellina in tweed o col “fedora” e il ferro da 38 infilato nel trench.
Gironzolai per l’appartamento, cercando di capire chi fosse Eric.
In tasca avevo un po’ di corrispondenza che avevo ritirato dalla cassetta della posta, ma non volevo aprirla: sarebbe stato troppo facile.
E poi potevo immaginare quello che c’era scritto. Ne avevo già aperto una, leggendola alla luce dell’ascensore mentre salivo. Era dell’INPS e comunicava che la pensione era sospesa perché il pensionato non aveva indicato il conto corrente, bancario o postale, su cui accreditarla.     
Non so perché, ma non mi sembrava importante e, da quel che vedevo, neanche a Eric doveva interessare molto.
Il televisore era un vecchio portatile a tubo catodico. Non funzionavano più da quando c’era il digitale, ma quello aveva tutta l’aria di essersi rotto un sacco di tempo prima. 
Il frigo era sbrinato e l’anta aperta mi ricordava un pulcino col becco spalancato, ma ero certo che non fosse mai stato nutrito molto. Il telefono era di un modello che non vedevo da almeno trent’anni; quando alzai la cornetta rimase muto. Certo nessuno rompeva le scatole a Eric con proposte di abbonamenti alla Pay Tv od offerte telefoniche.
Aprii l’armadio, dove c’erano gli abiti che ci si aspetta di vedere indosso ad un signore distinto, e mi chiesi che effetto avrebbero fatto sui tizi che frequentano i centri di assistenza per i poveri.
La libreria la lasciai per ultima perché l’avevo adocchiata la volta precedente e avevo stabilito che, malgrado le apparenze, non era per niente interessante: erano soprattutto testi di astronomia, ma datati, e non valevano nulla.
«Avresti guadagnato di più con gli oroscopi» dissi alla stanza vuota.
Mi guardai intorno, come per sincerarmi che non mi fosse sfuggito niente, ma tutto l’appartamento continuava a sembrarmi più spoglio della cella di un eremita e l’intuizione che mi aspettavo non venne. Se volevo sapere qualcos’altro su Eric avrei dovuto aprire l’altra lettera, ma non mi andava.
Un paio di cose le avevo intuite, dopotutto, ma non erano su Eric: erano su di me.
La prima era che io non ero né Sherlock Holmes né Philip Marlowe.
La seconda era che, forse, quei tizi (e magari anche gli investigatori veri) indagavano sul prossimo per sentirsi un po’ meno soli.
Io non ero un detective, però, meno che mai da romanzo.
E neppure Eric lo era.
Era un astronomo lui, o un astrofilo, e, per sentirsi meno solo, aveva le stelle.
Appoggiai l’occhio al telescopio, dandomi dell’idiota. Non so cosa pensassi di vedere. Forse tripudi di costellazioni e mondi incantati che galleggiavano nel buio.
Ma non c’era nulla, a parte il cielo giallastro, e fu così per tutto il tempo che guardai, finché non mi lacrimarono gli occhi.     
Alla fine lasciai perdere e me ne andai, badando a chiudere la porta perché non volevo trovarmi a gestire l’occupazione abusiva di un bene che mi era stato affidato.
Solo quando fui in auto e dopo essermi sincerato di non aver preso nessuna multa lessi l’altra lettera.
Come mi aspettavo, non era nulla di importante. Era di un mese prima e veniva dalla Società Astronomica Nazionale.
Si complimentava con Eric per la scoperta di una cometa e gli chiedeva che nome le volesse dare. Dopo, veniva una serie di domande sul tipo di telescopio che usava, con un sacco di sigle che non mi dicevano niente.
Non arrivai in fondo perché non ci capivo nulla e perché gli occhi mi continuavano a lacrimare.
E poi anche io avevo il mio posto dove giacere.   

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L'AUTORE Rubrus

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Mauro Banfi il Moscone il 2019-11-24 17:49:56
Come ben ricordava Paolo, strepitosa la realizzazione della tecnica dell'imbuto, la suspense, la precisione dei dettagli: Cinematografico, spesso mi sono ritrovato sulla bocca la parola: Hitchcock. Il tema - mi pare che altrove hai detto di aver composta una trilogia identità - memoria - di questo terzo mi sembra essere l'invisibilità sociale. E realizzi una perfetta dinamica da Lovecraft però "quotidiano", utilizzando le movenze noir/detecting: dalla normale quotidianità al mistero di un invisibile che ha scoperto qualcosa di più grande di lui, qualcosa di letale...sempre grandissimo, il Rubrus abbi gioia

Rubrus il 2019-11-26 15:16:46
Ciò che vorrei che il lettore si chiedesse alla fine di questo racconto è: "come ha fatto Eric a scoprire la stella anche se da casa sua il cielo neppure si vede?". La risposta - devo essere sincero - sfugge anche a me. Quello che intendevo dire è che anche nella più umbratile e misconosciuta delle vite brilla una luce di senso e di mistero che la rende degna di esistere.

Mauro Banfi il Moscone il 2019-11-27 20:46:51
Eh, sì, questo è il bello dell'eterna tecnica del "mostra e racconta"( e del saperla padroneggiare da par Rubrus): un patto di gentilezza squisita che permette al lettore d'immaginarsi mondi con poche frasi.
Sinceramente, influenzato dal "Colore venuto dallo Spazio profondo" di Lovecraft avevo immaginato un terribile morbo siderale che dal cannocchiale si trasfonde alla congiuntiva oculare umana! Ultimamente sto anche guardando molta cineroba tipo "Life, Alien, la cosa...ecc ecc" e pertanto...
Bè, il tuo exciplit è più poetico, standing ovation del Moscotion...abbi gioia

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Rubrus il 2019-11-26 15:14:05
Per sbaglio, ho cancellato il commento di Paolo, che ritrascrivo: "Il pesce, dopo un po', puzza, ma anche il cavolo non scherza.....E non scherza nemmeno questo racconto, una vera e propria mazzata in testa, che ci spiega, se mai ce ne fosse bisogno, di come spesso la bellezza e la caparbietà non vestano l'abito da sera., ma, anzi, cerchino di nascondersi solo per farsi ammirare da che ne è effettivamente capace. L'abito da sera, invece, lo veste la tua prosa: serena, dura e concisa, che prende il lettore e lo scaraventa dentro l'imbuto dell'incubo in fondi al quale, spesso, finisce di trovare sè stesso. Ma quasto te lo avevo già detto da tempo". Risposta. ho cercato di imitare un po' lo stile hardboiled. Se un personaggio disilluso come il narratore scopre un fenomeno inspiegabile come quello narrato, per il lettore è più facile crederci.

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