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Rubrus

A proposito di Shining e Dr. Sleep

"VIRGOLETTE"

Saggistica

Recensioni (libri, film e qualsiasi forma artistica)

pubblicato il 2019-11-09 10:11:07

A PROPOSITO DI SHINING E DOCTOR SLEEP, CON QUALCHE SPOILER
Fatemi partire col botto: senza i cattivi non c’è storia. A mio parere, insomma, senza un conflitto un fattore di crisi, qualcosa che non va, non c’è nulla da raccontare. Opinione personalissima, ovviamente, ma che ho la consolazione di condividere con Daniel De Foe che, parlando di Moll Flanders, dopo pagine e pagine in cui alla sua eroina ne succedono di tutti i colori, ti infila frasi come “si ritirò in convento e visse per tre anni come una santa” che coprono un periodo molto lungo, ma in rapporto al quale non c’è nulla da dire. Quando i guai ricominciano, ricomincia il racconto. La recente ri-messa in onda in chiaro di Shining in versione estesa (a proposito: condivido i tagli) mi ha quindi suscitato una riflessione sui “cattivi” kinghiani e sulla loro evoluzione. Diamo un attimo per assodato che Jack Torrance sia un “cattivo”... sì lo so, e preciso subito che potremmo discutere se sia un cattivo in senso “etico” in quanto, da un certo momento in poi, posseduto dai fantasmi dell’Overlook. Potemmo discutere, ma non intendo farlo. Sta di fatto che, da un certo momento in poi, è lui la causa di tutti i problemi di Wendy e Danny perché, come avrebbe detto Kipling, “aveva una crepa nel cranio e, da lì, entrò un frammento del mondo delle tenebre che lo fece morire”. Quello che intendo evidenziare, molto a volo di uccello, è che raramente in King troviamo un cattivo, un mostro che sia tale da poter essere, in modo autosufficiente, il motore della storia. Quasi sempre il mostro è uno dei poli della dinamo che fa muovere la storia. L’altro polo è l’essere umano che, per mille ragioni, permette al “mostro” di entrare nella vicenda. I fantasmi dell’Overlook fanno leva sulle debolezze di Jack: il carattere non facilissimo (nel film si vede subito), le insicurezze (in specie la paura di non farcela, e nel film si percepisce assai bene), l’alcolismo (mostrato), la storia familiare difficile (questa c’è solo nel romanzo) e così via. Gli esempi analoghi si sprecano, nella narrativa kinghiana: che cosa farebbe Leland Gaunt se la gente non desiderasse i suoi articoli, che cosa sarebbe It senza Derry ecc ecc. Questa narrativa kinghiana può essere ben detta, a mio parere, “gotica” perché il mostro non è un parto della mente dei personaggi oppure qualcosa sulla cui natura l’autore preferisce essere ambiguo (come per esempio fa Shirley Jackson ne “La maledizione della casa sulla collina”o Henry James ne “Il giro di vite”, due classiche storie di fantasmi e case, come “Shining”). In questa narrativa kinghiana i mostri sono reali e non vivono solo dentro di noi. Peraltro, è palese che il mostro non è “solo” oggettivo: senza la cooperazione, per così dire, degli esseri umani, è pressoché impotente. Quindi, quella di King non è narrativa “solo” gotica. Del resto, ai mostri – mostri, spesso nella narrativa kinghiana si accompagnano mostri – umani non meno temibili che operano insieme ai primi. Tuttavia, e più che mai devo evidenziare che si tratta di impressioni personali, mi pare di notare che, col procedere degli anni, la componente “gotica” – o, se preferite, e forse più correttamente, “soprannaturale” – sia andata scemando nelle opere del nostro. Mi pare che King si sia spostato verso l’idea che i mostri siano reali, ma siano solo dentro di noi. Lungi da me sviscerare le implicazioni etico – filosofico – religiose di questa visione: ognuno ha le sue idee e se le tiene. Limitandoci però alle ricadute narrative di questa affermazione, credo che essa porti, quasi inevitabilmente, alla conseguenza che, partendo da essa, non sia più possibile proporre, appunto, un Randall Flagg, un “It”, un Leland Gaunt credibili. Il fatto è che, se i mostri sono solo dentro di noi, non ce n’è bisogno; la mia sensazione è che, quando King prova a ripresentarceli, essi non sono più convincenti perché è l’autore stesso, per primo, a non credere più in loro. Possiamo avere dei serial killer (come se non ce ne fossero abbastanza in giro, nei romanzi), ma non dei “mostri” propriamente detti. Potrei fare diversi esempi, ma il più calzante riguarda ancora una volta la famiglia Torrance. Ebbene, ma cercando di non fare troppi spoiler, il ruolo del “cattivo” in Dr. Sleep è ricoperto dal “Vero nodo”. Ora, tralasciando il fatto, peraltro non di poco conto, che, da un certo momento in poi, nel romanzo, il povero Danny Torrance deve fare spazio, come protagonista, ad Abra Stone (personaggio verso il quale, confesso, non riesco a provare una grande empatia e che certamente è lontanissimo dal Danny Torrance bambino), tralasciando questo fatto, dicevo, vi pare che il “Vero Nodo” sia un “cattivo” memorabile? Ora, in primo luogo si deve tenere presente che, presentandocelo, King ci costringe a una doppia sospensione dell’incredulità: dobbiamo credere non solo ai poteri ESP, ma anche a predatori di poteri ESP (e non tutti ci riescono, a sollevare due volte l’incredulità: io faccio fatica), in secondo luogo questi “cattivi” mi appaiono – perdonatemi! – dei poveracci che “tengono famiglia”. O si nutrono di poteri ESP, o crepano: un’esimente non da poco. Come se non bastasse, hanno un senso della comunità e delle relazioni e dei sentimenti che possono definirsi umani e, per concludere, sono dei reietti, costretti a vivere in clandestinità (benché nel benessere) perché “diversi”. Insomma, anche se King si dilunga nel mostrare le sevizie che sono in grado di perpetrare (come l’”Outsider”, altro “cattivo” alquanto raffazzonato) non hanno certo la potenza espressiva di altri “cattivi” kinghiani, del tutto umani come, appunto, lo stesso Jack Torrance dopo che ha perso il lume della ragione. Inutile nascondersi dietro una foglia di fico, a questo punto: alcuni preferiscono il primo King, quello degli esordi, altri il secondo: tutti o quasi sono d’accordo che sia cambiato. Personalmente, per onestà, devo dire che preferisco il primo: tra il romanzo “Shining” e il romanzo “Dr. Sleep” preferisco Shining. Tutte le scelte vanno bene e sui gusti non si discute. Credo però che sia interessante analizzare perché, personalmente, preferisco il primo. Potrebbero essere le stesse ragioni per le quali altri hanno la stessa preferenza. “Dr Sleep” ha, a mio parere, sottolineo a mio parere, due difetti suoi esclusivi: il cambio in corsa del personaggio principale (invero, lo troviamo anche in “The Outsider”), cattivi e buoni poco convincenti. Poi però c’è un tratto – ma qui è più che mai questione di gusti – che connota il King seconda maniera e che definirei “la mancanza di meraviglia”. Non è tanto una questione di “ripropongo situazioni già viste”, ma qualcosa di più sottile. Nei romanzi horror King non crede più in quello che scrive, tutto qui. E questa mancanza di “fede” (in senso laico) si concretizza in cattivi, o per meglio dire in mostri, poco convincenti, non importa quante malefatte compiano. Ne vengono fuori mostri manieristici, imperfetti, posticci, che mostrano la famosa lampo sulla schiena. Quindi il libro ne soffre. Oh... intendiamoci, non è che uno a settant’anni deve credere all’Uomo Nero ed è perfettamente comprensibile che chi non crede – neppure solo come semplice ipotesi libresca – all’Uomo Nero rifugga da questo tipo di narrativa. Anzi. Va bene così. Il problema è un altro (e non riguarda i romanzi non horror). Se vuoi scrivere un horror e lo vuoi vendere a chi lo vuol leggere, devi, seppure (non lo ripeterò mai a sufficienza) come semplice ipotesi libresca, credere a quello che scrivi. King è passato, appunto, da “ L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia” a “I mostri sono reali e anche i fantasmi lo sono, vivono dentro di noi e a volte vincono”. Il problema non è quale delle due frasi sia vera. Personalmente, so che la seconda è vera, mentre sulla prima non mi sbilancio. Il problema è quando scrivi un libro che si basa sulla seconda proposizione e fingi che invece si basi sulla prima.

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L'AUTORE Rubrus

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Il romanzesco è la verità dentro la bugia

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Mauro Banfi il Moscone il 2019-11-09 11:55:09
Ciao, i dovuti complimenti te li ho già fatti altrove, per la tua consueta ma meravigliosa capacità di penetrare la narrativa kinghiana, che davvero tutte le volte mi delizia e ti ringrazio. Sono concorde su tutta la linea: dopo l'ultimo grande trittico "Cose Preziose, Il gioco di Gerald, Dolores Claiborne" il Re ha cominciato a tramontare e, come dici direi genialmente, è diventato il laico di se stesso e della sua narrativa, così come Landolfi divenne il manierista dei suoi racconti di case che riapparivano in ogni nuova forma. Eh, no, caro Re in fase occiduale, non mi puoi eliminare così Danny Torrance - il film non l'ho visto, ma ho leggiucchiato il libro, e quando ho visto come mi maltratta il Puer Aeternus mi sono incacchiato! -, non mi puoi cancellare la strenua resistenza dello sceriffo Pangborn di Castle Rock contro il diavolo Leland Gaunt, che nel finale si sottrae al suo demonico potere appellandosi all'energia dell'infanzia magica. Il ritorno al fanciullino come scampo al male e al suo esercito di demoni è il cuore della mitologia Kinghiana: cribbio, Re, ma sei diventato un nichilista radicale alla Nietzsche? Mi disincanti i ragazzi in assemblea permanente contro il male sulla capanna nell'albero? Ma vattene in pensione, e che diamine! E dammi a me i tuoi lettori...ahahhaah... Scherzi a parte, Roberto hai tratteggiato per bene questo nucleo, mostrando come non sia schematico e risibile manicheismo, ma raffinata rappresentazione delle dinamiche dell'animo umano. La vendita del signor Gaunt contagia quasi tutta Castle Rock, non solo perchè sa carpire le anime dei buoni piccoli borghesi della cittadina con la fascinazione dei desideri/consumi che obnubilano le loro volontà, ma perchè - come le vittime di Dracula - le persone perbene diventano suoi complici nell'allargare e complicare una rete di dispetti, provocazioni e sabotaggi trasversali, che, esasperando gli uni contro gli altri, gettano l'intera comunità in uno stato di paura permamente e di aggressività sanguinaria preconcetta (ed è lo stesso che stanno facendo i demagoghi sovranisti di questo tempo, ah, che genio veggente, il Re! QUando nn era un triste nichilista come adesso...). Il Re ha perso il senso della sua Visione, e ha abbandonato il Puer Aeternus: dirò un'eresia, ma da allora a me non piace più. Nella mia anima il suo posto è stato presi da "L'universo Conjuring" del nuovo Re: James Wan. E il fanciullino Danny si è reincarnato nei coniugi Warren, e in particolar modo nell'adorabile Lorraine, colei che mette a repentaglio la sua stessa vita, nella lotta coi demoni, quando è in preda alla sua luccicanza fatta di sensazioni e di visioni dell'Altrove. E' lei che adesso amo mitologicamente, simbolo materno che guarda con tenerezza le ragazze tormentate dagli spiriti malvagi, a ergervi vera protagonista umile e silenziosa, affrontando il male e sacrificandosi per il bene comune. Il male, che per Wan nuovo Re, non è quel casino senza senso di Doctor Sleep (Vero nodo o Vero brodo? Knorr? Mah...) ma si esprime come una forma cronica di dissociazione. Il male burattinaio/feticcio/pupazzo (Wan rivitalizza e dà senso alle grandi intuizioni di "Profondo Rosso" e di "Suspiria" di Dario Argento, suo primo grande maestro, per sua continua ammissione e dichiarazione) che prende possesso dei corpi delle vittime, si impadronisce degli oggetti, ama mettere in moto terribili e inesorabili dinamiche che stritolano l'equilibrio umano, si rifugia nel buio, annichilisce tutto e tutti. Detto questo è possibile capire - ma se contrari, non condividere - perchè da anni dico ai miei amici: "Non comprate più King, son soldi buttati, è diventato un melenso nichilista passivo: ma andate a vedere "The Conjuring Universe" che sta creando il nuovo Re James Wan. E ancora rivolgo a voi il mio canto d'entusiasmo: credo in Danny Torrance e lunga vita ai coniugi Warren, paladini del Sacro e di Dio sulla terra contro il Male burattinaio! Lorraine ti voglio bene, in modo mistico!" Grazie Rubrus!

Rubrus il 2019-11-09 12:36:58

Credo che il primo passo della poetica kinghiana classica o di un’importante tematica sia nel racconto “Il babau” Ne “Il babau” introduce il tema che sarà la base del suo capolavoro, It: ‘Forse se pensi abbastanza a lungo a qualcosa, e ci credi, quella cosa diventa reale’. Aggiungo alcune considerazioni: primo, credo che con "il babau" King abbia gestito o addirittura letterariamente creato un archetipo degno di stare alla pari del vampiro, dl licantropo ecc. Il babau non è il fantasma, benché gli sia vicino, ma qualcosa di meno complesso, di più istintuale, che colpisce al di sotto della cintura (il fantasma è più duttile e può colpire anche al mento e alla testa). Secondo. Molti racconti dell'orrore si basavano su questo duplice schema: (schema uno) si scopre che il mostro è reale oppure (schema due) che è solo un qualcosa che è dentro la nostra mente. In ogni caso, dopo la scoperta, e a prescindere dall'esito, la lotta col mostro (che seguiva alla scoperta) era su un piano adulto e razionale (gli esiti potevano essere i più vari). King nel racconto e in altri romanzi altera lo schema e mantiene tutto a un livello più basso, appunto, archetipico, emotivo e istintuale. Il racconto funziona perchè affrontare il mostro a livello adulto e razionale vuol dire fare come i genitori che dicono "Non c'è niente nell'armadio o sotto il letto, è solo frutto della tua immaginazione". Ma credo che nessun bambino si sia sentito veramente rassicurato fino in fondo da queste parole. In "It" King andrà oltre questa situazione base e sviluppa un concetto che già aveva espresso ne “Le notti di Salem” nella famosa scena del vampiro alla finestra. In quella scena, Mark Petrie caccia il vampiro usando una croce giocattolo perché crede che funzionerà. Lo stesso stratagemma non riuscirà al sacerdote Callahan, qualche scena dopo, perché egli, Callahan, dubiterà che lui e la croce che indossa, da soli, possano sconfiggere il vampiro. In “It” e altre opere (anche “Cose preziose”), la tematica è ampliata e sviluppata e non stiamo a sviscerarla un’altra volta. In estrema sintesi, si può quindi dire che in queste opere King non contrappone fede e ragione, ma fede e fede. La sua è una fede non organizzata, non legata a nessuna religione particolare, ma legata intimamente alla “magia del quotidiano” e a quanto c’è di buono nei rapporti interpersonali, specie familiari e affettivi La mia personalissima sensazione, peraltro, è che, da un certo momento in poi, sia l’una che l’altra forma di fede si siano affievolite e che ne sia rimasta solo la “maniera” il “mestiere”. È stato un processo lungo, discontinuo, ma credo che non sia difficile individuarlo. Ora: non sto dicendo che il crescente inaridimento del processo creativo kinghiano dipenda dal fatto che l’autore non è cattolico, metodista, presbiteriano o chissà che altro. Non sto neppure dicendo che dipende dal fatto che ha smesso di abusare di alcol e di usare droghe oppure che, la morte in faccia, l’ha vista davvero quando l’hanno investito. Sto dicendo che, qualunque ne sia la causa, King si è come avvitato su se stesso, impigrito, adagiato, contrabbandando questo suo impantofolamento (anche se sprazzi del vecchio King si trovano ancora nei racconti), con la solita tiritera sui personaggi, sul fatto che il viaggio conta più della meta (e infatti le trame sono smandrappate o già viste, deraglianti, bolse, incongruenti e stiracchiate), la ricerca formale (quando un autore non sa più cosa dire tira sempre in ballo la ricerca formale) e bla bla bla. Frottole. Conta più di tutto la storia e, paradossalmente, se c’è quella tutto il resto può andare a farsi benedire (sono parole sue non mie ma le condivido). Secondo me il romanzo che meglio esprime questo inaridimento, o forse, meglio, questa crescente pigrizia creativa di King è "The Outsider". Penso che l'abbiamo letto tutti, quindi mi avvalgo del diritto di SPOILER. La trama è una scopiazzatura di "Dracula", ma non è questo il problema: anche "Le notti di Salem" pescava a piene mani dal romanzo di Stoker (ma lo faceva meglio). Il problema è che all'inizio troviamo un bel po' di roba buona. Allora. Abbiamo la ricerca di "un" colpevole e non "del" colpevole, un'ansia di giustizialismo che merita di essere approfondita a livello tematico e narrativo, soprattutto perchè non sappiamo se Maitland sia davvero colpevole; se così fosse sarebbe facile schierarsi, a seconda dei casi, da parte dell'accusato ingiustamente oppure dell'accusatore. Invece ci troviamo dal punto di vista di Anderson che, da un lato, avverte prepotentemente la necessità che sia fatta giustizia, ma, dall'altro, non sa se davvero giustizia è stata fatta. In secondo luogo, abbiamo il problema di come la società mediatica moderna crei il mostro - un tema non da poco, direi. In terzo luogo, abbiamo, dopo che il dilemma si risolve da sè con la morte dello stesso Maitland, il dramma di chi (Anderson) sa che, magari, ha sbagliato, ma, magari, se la caverà per pura fortuna. E allora che cosa fare, insabbiare tutto e vedersela con la propria coscienza, oppure andare avanti sulla base di una semplice incertezza col rischio di rovinare se stessi e la propria famiglia? Abbiamo quindi questo popò di roba e King che cosa fa? Ci infila dentro, manco fosse un venditore di enciclopedie, Holly Gibeny perchè vuole parlare di lei? Ma per piacere....!


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Roberta il 2019-11-11 17:21:16
Premesso che in entrambi i casi ho solo visto il film e non ho letto il libro, la differenza nella trama e nella costruzione della storia è palese e sembra impossibile che una storia così poco convincente sia stata scritta da King. Shining appartiene a quel genere di storie in cui il mistero e la sospensione dell'incredulità la fanno da padroni e ogni filo del racconto è perfettamente intrecciato. La suspance procede in un crescendo perfetto attraverso ciò che accade in parallelo a Jack e al piccolo Denny, mentre Wendy permette allo spettatore di identificarsi nell'unica persona sana di mente e priva di poteri soprannaturali costretta a difendersi da una serie di eventi soprannaturali che sgretolano il nucleo familiare. In Doctor Sleep (almeno nel film) non c'è nulla di convincente, dalla figura di Danny al gruppo di fricchettoni assassini. Anche la crudeltà con cui si accaniscono sulle vittime non regge al pretesto ma sembra una forzatura che ha il solo risultato di disgustare gli spettatori. Credo anch'io che ciò dipenda dal fatto che l'autore non crede in quello che scrive, ma il guaio è che una caduta simile rischia di rovinare la reputazione: sarebbe meglio ritirarsi dalla scena quando non si ha più nulla da dire.

Rubrus il 2019-11-11 17:44:18
Il romanzo "Shining" è effettivamente diverso dal film, sotto più di un particolare, ma è un buon romanzo. Le differenze stanno soprattutto nel fatto che si narra il passato di Jack, la storia di Hallorann è diversa, Wendy è differente e la fine è diversa ancora. Diversità non da poco, insomma, ma il libro è un buon libro. Il fatto è che il film è molto buono e (a pensare male ecc ecc) la mia impressione è che King, il quale ha sopportato senza battere ciglio che di altri suoi romanzi venisse fatto strame, abbia scritto Dr Sleep per fare un dispetto, postumo, a Kubrick, cercando di far dimenticare il film - tant'è che esiste una versione di Shining più fedele al libro, ma assolutamente dimenticabile.

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