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Rubrus

A proposito di "San Martino"

"VIRGOLETTE"

Saggistica

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pubblicato il 2019-11-08 11:55:08

https://www.youtube.com/watch?v=-dtTfQqE8Sk
Le poesie che abbiamo imparato a memoria a scuola.
Spesso le ricordiamo anche non volendo. Ci sarà una ragione, potremmo discutere se serva imparare a memoria qualcosa – specie in temi d’incombente stupidita naturale alias intelligenza artificiale – ma è meglio passare oltre. Solo, un suggerimento: se siete di quelli che, come me, le ricordano, usatene i versi come password.     
“San Martino”  è una di quelle poesie (io l’ho imparata alle elementari) e, dato che, appunto, la si è imparata a memoria, può darsi che la si ricordi con fastidio, che la si consideri un’inutile anticaglia, a seconda dei casi retorica, stucchevole, o tutte queste cose insieme e altre peggio ancora.  
Se così non è, leggiamola un po’ più da vicino. Sopra, cliccando sul link, la trovate recitata da un famoso attore e doppiatore di qualche anno fa.
Prima di passare al testo vero e proprio, sarà bene iniziare dal titolo, che, dopotutto, del testo fa parte.
San Martino, cioè l’undici novembre, in passato aveva un significato più ampio e preciso di oggi.
Questo periodo era la fine dell’anno agricolo, prima della forzata pausa invernale e quindi era momento di conclusione di diverse attività. Non è un caso che  gli anglosassoni hanno Halloween, mentre gli antichi romani celebravano i “feralia”, riti che risalivano a tempi arcaici e prevedevano l’apertura del mundus, una fossa che metteva in comunicazione il mondo dei vivi e quello dei morti. Come noto, nei paesi cattolici si celebrano i santi e i morti, e (anche se ormai è più noto quello americano) la liturgia cattolica prevede il rito del ringraziamento per i prodotti della terra (ed era l’unico giorno in cui gli animali potevano entrare in chiesa). Era anche il periodo in cui terminavano i contratti agricoli e, per esempio, molti stagionali (ma non solo loro) dovevano lasciare i luoghi dove avevano lavorato fino a quel momento, tanto che “far San Martino”, in diversi dialetti, è (o era) un’espressione usata per indicare il trasloco.      
Procediamo con un’analisi formale del testo. Potete saltarla e non succede niente, al massimo vi mancherà qualcosa.    
Dal punto di vista formale, dunque, la poesia è composta da settenari, cioè versi di sette sillabe (le sillabe in poesia si contano in modo un po’ diverso che in prosa, ma non entro nel dettaglio). Altrettanto importante del numero delle sillabe è il punto in cui cade l’accento. Ci può essere un accento sulla seconda o sulla quarta sillaba, oppure su tutte e due, e ci deve essere sempre l’accento sulla sesta, che è la più importante, tanto che, se la parola è tronca (cioè se l’ultima sillaba è accentata), il verso finisce lì. Esempio. La - néb-bia- agli ìr- ti- còl- li. Avrete notato che “agli ir” è considerato una sillaba sola  (come accennavo, le sillabe, in poesia, si contano in modo diverso che in prosa) e che l’accento cade sulla seconda sillaba, sulla quarta e sulla sesta.      
Tutto ciò serve a dare il ritmo del verso e a determinarne la musicalità. È meno evidente della rima, ma, forse proprio perché viaggia a livello più sotterraneo, quasi inconscio, altrettanto importante. È un po’ come un’immagine subliminale, e aiuta a ricordare la poesia (anzi, è una delle ragioni per cui le poesie in metrica e rima si ricordano meglio).
Venendo alla rima, la poesia è divisa in strofe, cioè blocchi, di quattro versi. Il primo verso di ogni strofa è libero (non rima con niente), quelli in mezzo in rima baciata (cioè rimano tra loro come in “sale/maestrale”) mentre l’ultimo termina in sempre in “ar”(verso tronco, quindi particolarmente sonoro: mar, rallegrar, eccetera) e ricorre in tutte le strofe. La divisione in strofe serve a separare i concetti e le immagini, la rima ricorrente a riunirli, quindi possiamo vedere, a nostro piacimento, la poesia immagine per immagine e concetto per concetto, oppure come un tutt’uno, come se, dalla stessa unione di concetti distinti, possa venire fuori un’idea maggiore della somma delle singole parti.
Tutta questa noiosissima, fastidiosa e faticosa pappardella, insomma, ha un senso e non è fine a sé stessa. Le regole della poesia tradizionale, quindi, sono strumenti e non gabbie. Certo, possono essere faticosi da usare: sono pesanti martelli e non app, quindi, dacché abbiamo (ovviamente sempre in nome di liberà e spontaneità) usato il verso libero, ce le siamo scordate.
Venendo a ciò che dice la poesia, è chiaro che la prima immagine, anzi, la prima strofa, ci mostra in un crescendo di movimenti una natura selvaggia e aggressiva: la nebbia che si muove, anzi che sale, come se fosse viva, i colli ripidi, il mare in tempesta che pare animato da volontà propria, tanto che urla. Per inciso, Carducci si è preso una licenza meteorologica, oltre che poetica, perché, se c’è il maestrale, la nebbia non c’è e viceversa.
La seconda strofa, in contrappunto alla prima, ci mostra un ambiente urbano e umano allegro. Per evidenziare la contrapposizione, la strofa inizia con l’avversativa “ma”: da una parte il mondo della natura, selvaggio, dall’altra quello degli uomini, lieto nonostante il primo. Il poeta avrebbe potuto usare altri registri: patetico, malinconico (Pascoli, suo contemporaneo, in una poesia simile fa così), ma preferisce stemperare la sensazione di ambiente ostile trasmessaci con la prima strofa proponendoci, nella seconda, sensazioni di contentezza: tutto ciò evita il melodramma e dona equilibrio alla poesia. Ancora una volta troviamo verbi di movimento (“va” “ribollir”) e incontriamo sensazioni olfattive e sonore, ma ben diverse da quello che le hanno precedute.      
La terza strofa inizia dopo un punto. Abbiamo quindi chiuso un blocco di concetti uniti per contrapposizione (natura/uomo) e passiamo a un altro blocco. Troviamo anche qui, e immediatamente, un verbo di movimento, ma è un movimento che non porta da nessuna parte, infatti lo spiedo “gira” su se stesso, quindi non procede in nessuna direzione. Lo “scoppiettare” (verbo che si può dire onomatopeico) ricorda un po’ il ribollire di prima e trasmette la stessa sensazione di allegrezza, ma il contesto è differente: prima c’erano le “vie” del borgo, qui siamo all’interno di un’abitazione. Là quindi la sensazione di allegria era diffusa, corale, riguardava le anime, qui domestica, intima, circoscritta a un ambiente di dimensioni ridotte. Per la prima volta, troviamo un essere umano, il cacciatore. Nella seconda strofa, Carducci ci aveva mostrato un paese, ma non si era soffermato sugli abitanti. Adesso troviamo un individuo ben preciso. Attenzione però che quest’uomo non è dentro la casa, dove il fuoco scoppietta (e speriamo che il pranzo non bruci), ma sull’uscio, sulla porta, sul confine tra un mondo e un altro. È totalmente rilassato, tanto che fischietta (ed è l’ultimo verbo sonoro che incontriamo), ma ha un atteggiamento contemplativo: rimira, cioè guarda e riguarda. Il corpo è immobile, ma la mente no.        
La quarta strofa è strettamente legata alla terza (e forse la si comprende meglio se si ha presente che cos’era San Martino un tempo). Mentre la prima e la seconda strofa erano unite, ma distinte, e rappresentavano ambienti differenti (il borgo e la costa del mare) qui ci troviamo di fronte a un tutt’uno: la scena è la stessa, la casa o il capanno del cacciatore. Ci stiamo prendendo più tempo per esaminarla e, infatti, il ritmo si è rallentato (provate a contare gli accenti dei versi). Che cosa stiamo guardando? Insieme al cacciatore guardiamo ancora una volta, come all’inizio della poesia, l’ambiente naturale. La meditazione rappresentata quindi non è solipsistica, rivolta solo all’interno, ma anche all’esterno. Il poeta non ci dice a che cosa il personaggio pensi, ma, semplicemente, ci invita a guardare la natura che è ben diversa da quella che aveva aperto il componimento. È sera, è il tramonto, e del vento e del mare che urla non c’è più traccia. L’atteggiamento rilassato, meditativo, abbraccia tutto: uomo e natura, parte di un unico insieme. Troviamo infatti l’unica metafora di tutta la poesia. Fino a questo momento Carducci ha raffigurato, come se stesse scrivendo degli haiku (oggi sono popolarissimi, a quanto pare): non ha fatto paragoni, riflessioni, eccetera. Neppure il cacciatore ne ha fatte. Il paragone che troviamo è tra gli uccelli e i pensieri, come per evidenziare un legame tra uomo e natura, tra mente e ambiente. Che cosa o su che cosa siano questi pensieri, lo ignoriamo. Potrebbero essere fantasticherie di poco conto o contenere verità fondamentali. Tutto ciò che possiamo dire è che, essi, ancora una volta, si muovono e non possiamo far altro che lasciarli andare. Possiamo però dire che, pensieri o uccelli che siano, si muovono come “esuli” come realtà che non possono, o non possono più, appartenere a questo mondo di mare, di colli, di borghi, di case col fuoco che scoppietta. Vanno, “migrano”, cioè emigrano (verbo che trasmette un senso di abbandono, di perdita, di malinconia, accentuate dal fatto che il movimento avviene alla fine del giorno) verso altre realtà, che possono essere sia le terre in cui gli animali svernano, sia luoghi oltre il “qui e ora”.

          

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L'AUTORE Rubrus

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Il romanzesco è la verità dentro la bugia

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Roberta il 2019-11-11 18:26:08
Visto che San Martino è proprio oggi, non posso esimermi dal farti i complimenti per quest’ottima analisi del testo e soprattutto per il linguaggio usato, per niente pedante, anzi molto “comunicativo” e coinvolgente (molti insegnanti dovrebbero imparare a spiegare in modo più semplice). Certo per apprezzarla bisogna conoscere il testo a memoria (io sono una di quelli che lo hanno imparato alle elementari) oppure averlo sottomano. Mi porti a riflettere sul fatto che poesie come questa bisogna rileggerle ogni tanto per riscoprirle, altrimenti le recitiamo come preghierine della sera, con quel ritmo cadenzato che facilita la memorizzazione ma distoglie dal contenuto. Condivido tutte le osservazioni, ma aggiungo che l’immagine finale (stormi d’uccelli neri) secondo me rimanda a dei pensieri opprimenti, a delle preoccupazioni che finalmente si allontanano, lasciando il cacciatore a fischiettare sull’uscio.

Rubrus il 2019-11-12 12:20:53
Non ho una particolare sensibilità poetica (anzi...), ma l'idea era proprio di "riscoprire" il testo. Quanto agli stormi non li avevo mai avvicinati a pensieri cupi che si dissolvono; anzi, in generale non li avevo mai avvicinati ad alcunchè se non a uccelli, forse per la mia refrattarietà alle metafore - sempre per tornare al discorso iniziale. In fondo, il bello di queste immagini è che possono suscitare in ciascuno di noi sensazioni diverse (almeno entro certi limiti).

Roberta il 2019-11-14 20:30:48

Pensa che invece a me gli stormi d'uccelli neri ricordano "le torme / delle cure" del sonetto Alla sera di Foscolo. Anche qui la sera ha un effetto pacificatore, inoltre da quelle parti, negli ultimi versi di San Martino, compare anche la parola "esuli", tipicamente foscoliana. Ma può darsi che Carducci non abbia pensato per niente alla Sera di FOscolo, chissà!


Rubrus il 2019-11-15 10:19:12
Può essere. Senza dubbio Carducci conosceva Foscolo e può darsi che, più o meno consapevolmente, abbia voluto ricordarlo. Io che sono un prosaico, tuttavia, ipotizzo anche che paragonare i pensieri agli uccelli, che svaniscono senza poter essere catturati, sia piuttosto naturale, specie nei tempi in cui, a volare, erano solo gli animali.

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