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Rubrus

Ultima corsa

"PUNTO E A CAPO"

Racconto

Horror / Mistery / Pulp

pubblicato il 2019-11-05 15:11:04

Le porte dell’autobus si chiusero con uno sbuffo, lasciando fuori il freddo e il buio. Un po’ di nebbiolina filtrò e subito si disperse.
Come un’anima in pena, costretta a vagare tra il mondo dei vivi e quello dei morti – pensò Arturo, maledicendosi.
Aveva una fantasia troppo fervida, quello era il problema. Anzi no. Era un dannato fifone, quello era il problema.
Anzi no, di nuovo.
Il maledetto problema era che se l’era lasciato scappare.
E così, quando si era trattato di assegnare i percorsi...
«Cos’è non avrai mica paura?» aveva chiesto Baldrighi, assegnandogli la comanda.
Quella fermata vicino al cimitero.
Avrebbe potuto essere il titolo di un B.Movie. Magari lo fosse stato. Dei B.Movie si poteva ridere – se non si era troppo fifoni e non si aveva una fantasia troppo sbrigliata. C’era sempre la possibilità di vedere la cerniera sul costume del mostro.
Ma al deposito avevano dato al capolinea della linea 19 un nome diverso.
Terminopoli.
E quella linea era toccata a lui.
«Cos’è non avrai mica paura?».
No che non ce l’aveva, aveva tentato di rispondere alzandosi per ritirare la lettera con le consegne.
Aveva percorso i pochi metri dalla sedia alla scrivania del capo, andata e ritorno, con passo fermo, ma aveva sentito Cusumano e Nardozzi (era a lui che aveva confessato di non sopportare i film e i libri dell’orrore, anzi, di averne una fifa boia) che si davano di gomito ridacchiando. E quello non era frutto della sua fantasia sbrigliata.
Nonnismo, ecco cos’era.
Una parola risalente al tempo della leva obbligatoria per indicare le prepotenze dei militari anziani sulle reclute.
La parola era stata dimenticata, ma la prassi no, forse perché faceva parte della natura umana.
L’individuo Alfa che domina sul Beta. E il Beta sul Gamma, e il Gamma sul Delta... 
Si strinse nella giacca della divisa, proteggendosi dal freddo, arrivato inaspettato come un topo d’appartamento.
Terminopoli.
Quella era l’ultima corsa: iniziava quando era già buio e finiva quando era... be’, buio pesto.
Aguzzò lo sguardo nella nebbia che premeva contro i vetri come se volesse avvolgere il bus in un pacco regalo umido e freddo.
Nonnismo. Se fai capire di essere debole, il mondo ne approfitterà. Per il puro gusto di farlo.
Una mano si abbatte contro il finestrino, lasciando un’impronta scura. Una mano scarnificata, con unghie lunghe e spezzate, piene di terra...
«Piantala!» disse ad alta voce.
Durante l’ultima corsa il bus era sempre vuoto.
Guardò i monitor che, in cabina, portavano le immagini del retro.
Una sera guarderai e troverai seduti dei passeggeri coi vestiti sporchi di terra. Ma tu non ricordi di aver visto salire nessuno.
Toccò il crocifisso appeso al cruscotto.
Ogni volta si riprometteva di non farlo e ogni volta ci cascava.
Il fatto era che non era religioso. Era superstizioso. C’era una bella differenza, diceva il vecchio don Alfredo. Superstizioso era chi si rivolge a domineddio solo quando ha bisogno. E Dio ascolta, ascolta, ma... se non si fosse limitato ad ascoltare?
Se una sera si fosse stufato di farsi brancicare e avesse detto «Ehi, amico, io non sono una specie di chat cui rivolgersi quando si ha bisogno di compagnia e che si chiude con un click...».
Chat.
Era quella la ragione per cui aveva tirato fuori il discorso sui propri terrori.
Le donne.
Cusumano e Nardozzi si erano messi a parlarne ricordando che, quando erano giovani, usavano i film dell’orrore come scusa per una buona palpata quando la “lei” di turno – pienamente consapevole e niente affatto spaventata, beninteso – si stringeva loro addosso durante le scene più paurose.
E come si regolava, lui, Arturo, ora che era arrivata l’era digitale?
Avrebbe potuto raccontare i suoi incontri con le ragazze conosciute dopo che, messo da parte l’orgoglio, si era iscritto a un sito di cuori solitari.  E sarebbe scivolato ancora più in basso nella gerarchia dell’alfabeto: fino alla zeta o all’omega.
Così aveva lasciato che il discorso cadesse sulle storie dell’orrore, con tutti i problemi che ne erano scaturiti.
Anche i problemi con le ragazze rimanevano, però
Quella delle caldarroste, per esempio.
Ecco laggiù la rivendita: una luce smorta che galleggiava tra la nebbia come il faro di un’isola da sogno.
Fino a una settimana prima il banchetto – un pianale appoggiato sul cassone di un’Ape car con sopra un braciere e una luminaria – era gestito da un vecchio col viso giallastro e grinzoso di una castagna mal cotta che sbaraccava a metà pomeriggio.
Una sera, però, Arturo lo aveva trovato aperto nonostante fosse l’ultima corsa.
E allora era successo l’impensabile: Arturo era sceso dall’autobus ed era andato al carretto.
Non era stato un gesto di coraggio, anche se così poteva sembrare.
Guardando sui sedili aveva notato un libro. Pensando che fosse stato dimenticato da un passeggero era andato a prenderlo col proposito di consegnarlo, il giorno dopo, agli oggetti smarriti.
Si intitolava “Necronomicon ex mortis illustrato”.
L’aveva lasciato cadere come se scottasse e quello si era squadernato su una scena di sacrifici umani e sbudellamenti vari.
Non l’aveva raccolto, ma non era più riuscito a levarselo dalla testa.
Da quel momento, un regista fin troppo talentuoso si era impadronito del suo cervello, usandolo come schermo su cui proiettare scene raccapriccianti.
Hai presente quel barbone che sale sull’autobus per scaldarsi e si fa più volte la linea, andata e ritorno? Ti è persino toccato svegliarlo per farlo scendere. Solo che stavolta non si sveglia. Non si sveglierà mai più. Lo tocchi ed è freddo e rigido come l’acqua ghiacciata nelle pozzanghere. Poi i suoi occhi morti si aprono. Ti vedono. E sono contenti di vederti...              
Per farla breve, per togliersi quell’immagine dalla testa, era sceso ed era corso al baracchino.
Solo che, quella volta, non ci aveva trovato il vecchietto, ma una ragazza. Una ragazza cinese.
“Figurarsi. Quelli fanno tutti i lavori”.
Così aveva detto, il giorno dopo, a Cusumano e Nardozzi.
Ma non era ciò che aveva pensato la sera prima.
La sera prima, prendendo il pacchetto di castagne, aveva pensato che la ragazza aveva un bel sorriso.
Rammentava di avere allungato la mano e di avere sentito il tepore del pacchetto. E di averla allungata un altro po’, per sfiorarle le dita.
Non c’era riuscito e lei gli aveva fatto una specie di inchino.
Una mossetta con la testa, come una cortigiana d’altri tempi.
Era tornato all’autobus, sempre di corsa, ma un po’ meno.
E, salendo, una volta chiuse le porte, gli era venuto in mente.
Cusumano e Nardozzi.
Gli avevano messo quel libro sul sedile – in realtà un volume di fumetti – per sghignazzare alle sue spalle.
Si era sentito furioso e, per la prima volta, era riuscito a non pensare a Terminopoli.
Già, ma come hanno fatto a mettercelo e come avrebbero potuto vedere la tua reazione? Non si accontentano certo di immaginarla, quei due. Non hanno la tua “fervida fantasia”.
Non si era dato una risposta convincente, ma non ci aveva pensato molto.
Si era ricordato di un documentario in cui una gazzella riusciva ad allontanare un leone. Forse il predatore non era troppo affamato, ma forse a volte era così che succedeva. Forse le gazzelle non dovevano scappare per sempre.
Pensò che Cusumano e Nardozzi avessero nascosto una telecamera da qualche parte e controllò i monitor.
E allora lo vide.
Sullo stesso sedile dell’altra volta.
Un oggetto scuro che aveva tutta l’aria di essere un libro.
Si alzò, irritato.
L’irritazione va bene. Se possibile, anzi, arrabbiati. Infuriati e non avrai paura.
Uscì dalla cabina e si diresse verso il libro. Non lo toccò, ma non poté evitare di leggere il titolo. “Noppera – bo. Storie di fantasmi giapponesi”.
Eh no, per la miseria!
Stavolta era troppo. Aveva raccontato la storia della cinese dal bel sorriso e quelli...
Improvvisamente se ne rese conto.
Non ricordava la faccia della ragazza.
Ecco, amico, è quello il vero problema. Non che tu abbia paura dei mostri. Che tu abbia paura degli esseri umani.
E improvvisamente gli fu chiaro.
Fu una specie di epifania, come se quell’autobus sperduto in quel capolinea nebbioso, quell’unica luce in quell’universo lattiginoso e indistinto gli avesse rischiarato una verità, sul proprio animo, che fino a quel momento non aveva voluto guardare.
Vedeva mostri dappertutto per non dover guardare in viso gli esseri umani che temeva.
E che cosa temi della ragazza cinese?
«Che potrei innamorarmene» disse Arturo all’autobus deserto.
Era una follia, ovviamente. Ma non era assurdo che un uomo della sua età avesse le stesse paure di un bambino di nove anni? E poi, nei libri, non si parlava dell’amore a prima vista? E non era follia anche quella? Allora forse c’erano diversi tipi di pazzia e l’una annullava l’altra.
Tornò alla cabina e premette il pulsante di apertura porte.
La nebbia si infiltrò di nuovo nel veicolo.
Si era infittita: un mondo fumante e freddo che aveva preso il posto di che quello che conosceva. Una terra senza dimensioni da cui ogni luce era bandita (neppure il baracchino si vedeva più sebbene, fino a poco prima, se ne indovinassero le lampadine) in cui si potevano nascondere tutti i mostri della sua mente e molti altri ancora.
Arturo scese dall’autobus.
Il primo passo fu inghiottito dalla nebbia, che pareva assorbirne anche il rumore. Gocce di condensa gli aggredirono il viso come uno sciame di mosche umide e fredde.
«Uno» annunciò Arturo muovendo l’altra gamba.
Il piede toccò terra.
Si costrinse a guardarlo. Era il solito, vecchio asfalto. E il solito vecchio piede.
«Due» disse muovendo un altro passo.
Poi si diresse verso il baracchino. Camminando.
L’Ape car apparve e Arturo accelerò.  Fece l’ultimo tratto di corsa. Ma non perché avesse paura.     
     
 
 
Ecco perché mi ricordavo il suo sorriso – pensò Arturo guardando la ragazza – è dipinto.
Era pallida come se si fosse truccata con cerone gessoso da geisha. La bocca era piccola, vermiglia, stilizzata da un paziente lavoro di rossetto.  
Porse ad Arturo il pacchetto di caldarroste, abbassando allo stesso tempo il viso, come se i due movimenti fossero collegati. Il riverbero del braciere si concentrò sulle labbra, ignorando il resto del volto.
Come lo hai ignorato tu.
Meccanicamente, Arturo prese una caldarrosta e la masticò.
È per questo che non ricordi le facce. Non ti interessano le persone. Esiste solo l’idea che hai di loro. Il resto non c’è.
Sì, era sempre stato così. Fino a quel momento.
L’orologio suonò, ricordandogli che era ora di risalire sull’autobus e tornare al deposito. L’ultima corsa era finita.
Ora o mai più – si disse –  ora o non sarai mai altro che il membro Beta (o Gamma, o Omega) del branco. Ora o mai più.
Si affidò all’istinto – lo stesso che gli proiettava nella mente tutti quei film dell’orrore – e prese una seconda caldarrosta dal pacchetto. La porse alla ragazza. Lei scostò la testa senza dire una parola. Di nuovo quel movimento timido, rituale, d’altri tempi. Lui allungò ancor di più la mano. Il suo volto. Le sfiorò le labbra. Quello vero. Non quello che esiste nella tua testa. Il frutto lambì le labbra, le toccò. Il rossetto si sbavò. La ragazza allungò la mano, come per cancellare quell’imperfezione dal suo viso.
E lo fece.
Cancellò le labbra. Poi, con movimenti febbrili, furiosi, la bocca, il naso, gli occhi.

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L'AUTORE Rubrus

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Il romanzesco è la verità dentro la bugia

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Elisabeth il 2019-11-05 17:54:44
Hai ben accompagnato il lettore fino al capolinea delle cose. Preferisco questo tipo di narrazione rispetto al tuo penultimo qui, La chiarezza della frase "non ti interessano le persone....esiste solo l'idea che hai di loro" rispecchia e calca tutto ciò che sta al di là, oltre la nebbia, dove il carretto si trova. Una linea che incarna tutte le paure. Capolinea/Sostanza delle cose che forse per vederle davvero è necessario andare e tornare in un continuo, come sui binari. L'ho letto volentieri.

Rubrus il 2019-11-08 12:11:27
E' un po' il problema della narrativa di maniera. Penso che sia inevitabile, per i dilettanti in particolar modo, scrivere "alla maniera di" , ma è anche vero che, anche se la somiglianza col modello può essere una grande attrattiva per alcuni, tra originale e copia, è quasi sempre meglio l'originale. Venendo a questo racconto, penso di aver messo in scena - e le atmosfere nebbiose aiutano - la paura di perdere l'identità, unitamente alla considerazione che nessuno può definirsi da solo.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Roberta il 2019-11-05 21:45:02
Bello, mi ha ricordato una scena di The Others, quando lei esce nel bosco, nella nebbia, per cercare il marito. Ma l’atmosfera del luogo è inquietante, e infatti… Anche qui,, nonostante vengano nominati altri personaggi e argomenti di conversazione, fin dall’inizio Arturo è solo con le sue paure in un autobus vuoto. L’effetto è straniante. Quando sembra che si scuota dalla paralisi, uscendo all’aria aperta, ecco che, mentre ci si aspetta che la solitudine si popoli, il fuori, come il dentro, si rivela pieno di fantasmi, nebbia e silenzio. Bello e triste, atmosfera rarefatta in cui solo l’autobus e il nome Arturo hanno una parvenza di realtà.

Rubrus il 2019-11-08 12:13:22
Molti racconti di suspence si basano sullo schema "tizio ha paura di qualcosa e ha maledettamente ragione". Gli epiloghi possono essere differenti. Sul contenuto, ti rimando a quanto sopra.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Paolo Guastone il 2019-11-06 21:08:09
E' proprio vero. Spesso riesci a vedere la cerniera del costume. A volte no. Come non riesci a vedere i fantasmi che si agitano accanto a te, ma, soprattutto, dentro di te. Ma un'improvvisa ventata di coraggio ci svela un altro lato del protagonista. Un racconto teso e ben condotto, come sai fare tu. Un racconto che ci accompagna nei meandri più reconditi della mente umana ma anche in qualcosa di più profondo che ci attende là fuori.

Rubrus il 2019-11-08 12:15:00
Anche qui, mi tocca rimandarti alla prima risposta. In alcuni racconti, la scoperta della radice del problema coincide con la sua soluzione. In altri no. Questo è uno degli "altri".

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Mauro Banfi il Moscone il 2019-11-07 07:43:42
Da tanti anni ti leggo, Rubrus, e da tanti anni sbalordisco per la tua bravura e per la tua preparazione. In questo gioiellino narrativo, tecniche come il perturbante e la closure - la nostra italica sineddoche (termine cacofonico!), cioè l'espressione della parte per il tutto - sono applicate alla perfezione in una narrazione che ti prende e ti avvolge dall'inizio alla fine, e per non parlare dell'uso del discorso indiretto libero e dei dialoghi e della calibratura dei personaggi. Come sappiamo dalla fisica quantistica, in un semplice atomo è nascosto un grande potere imprigionato in fenomeni all'apparenza semplici come le onde e le particelle, forze attivabili e riconoscibili solo dallla mente o dall'intervento dell'osservatore del campo quantistico. Ora, in questo racconto vengono calibrate precisamente delle dinamiche, in modo essenziale e stilizzato, che poi verranno attivate solo dalla mente del lettore. Questo per quanto riguarda la closure dei racconti rubrusiani e veniamo al perturbante, quel qualcosa di familiare che si trasforma nel corso del racconto in qualcosa di "strano", "terribile" e di orribilmente "inquietante", qualcosa di anticamente rimosso che prende a riaffiorare pretendendo un'esistenza autonoma per l'Ego fastidiosa e talvolta insopportabile. Questa commistione di familiare e inquietante nel racconto è dato dal fatto che noi esseri umani siamo una specie animale alquanto egocentrica e egoriferita. Ci vediamo in ogni cosa e attribuiamo identità ed emozioni dove non ce ne sono, e sopratutto ricostruiamo il mondo a nostra immagine e somiglianza. Pensiamo alla nostra faccia come una maschera, senza tirare in ballo complicazioni alla Pirandello, pur interessanti. Il nostro volto è una maschera rivolta verso l'esterno, che indossiamo dal giorno in cui siamo nati e assoggettata ai comandi mentali della nostra coscienza, dove la società - a partire dalla sua prima cellula, la famiglia - ha infuso e ci manipola con le sue nozioni e i suoi comandi. La maschera viene vista da chiunque incontriamo, MA MAI DA NOI STESSI. Proviamo a sorridere, non è difficile: sappiamo di sorridere perchè crediamo che la nostra faccia/maschera ci obbedisca, ma il volto che "immaginiamo" di avere non è lo stesso che vedono gli altri. Quando due persone conversano tra di loro, di solito si guardano direttamente in faccia - se non hanno niente da nascondere -, osservando l'aspetto dell'interlocutore nei vividi dettagli. Questa è l'origine del nostro pensiero logico, realistico. Ognuno di noi ha anche una costante consapevolezza del proprio volto/maschera, ma questa "icona" mentale non è neanche lontanamente vivida, è solo un abbozzo, un vago senso della forma...diciamo un senso di posizionamento generale del nostro essere e divenire nello spazio e nel tempo. E qua sta l'origine dell'altra nostra basica forma di pensiero: quello simbolico, analogico, metaforico. Ma attenzione, qualcosa che non è complesso o troppo sfumato ma qualcosa di semplice e basilare, come uno smile giallo degli emoticon: l'imperatore Ego. Nel racconto si parla di come il protagonista abbia avuto problemi con la cosiddetta "volontà di potenza", vale a dire la violenza con cui la nostra specie egoriferita cerca d'imporre agli altri e all'Altro diverso dal Reuccio, il proprio imperatore Ego. Ma non c’è volontà di potenza senza un soggetto solido ed eterno che la sostenga, un soggetto cioè sostanziale, imperituro. Invece per Rubrus gli Ego sono qualcosa d'illusorio, effimero, impermanente e transuente. L'Ego del protagonista è un vuoto nel quale vengono risucchiate le altre identità e la sua stessa consapevolezza, un guscio vuoto che tutti noi occupiamo transitoriamente per questo viaggio da ospiti passeggeri nella vita e sulla terra, ma che ci permette di viaggiare in un'altra realtà, in Altre Dimensioni. E qua Rubrus si riallaccia alla grande tradizione dei Landolfi e dei Buzzati e degli Sclavi, con alla base una solida posizione filosofica, tradotta in narrativa: l'Ego e la sua fottuta quanto "fantasmatica" volontà di potenza è qualcosa d'inessenziale e d'illusorio, una maschera di cui abbiamo solo una vaga e fumosa sensazione di quello che davvero si cela dietro al suo "velo di Maya": l'Altrove. Abbi gioia, Roberto.

Rubrus il 2019-11-08 12:19:25
Tanta roba, come sempre, e mi limito a un paio di considerazioni. La prima è, come dicevo, che ho messo in scena la perdita dell'identità e che nessuno è in grado di definire la propria identità da solo. La seconda è, sempre come dicevo, che in alcuni racconti la scoperta del problema coincide o porta alla soluzione dello stesso, in altri, come in questo, no. Ne aggiungo una terza: a volte, proprio, la soluzione non c'è. A volte, e a ben guardare è di questo che parla il racconto, il semplice credere che ci sia una soluzione riporta allo schema della hybris.

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Jack Scanner il 2019-11-11 17:37:43
Perchè? Si cancella il viso per spaventare, forse. E' un horror originale, anche con personaggi italiani. La cinese è inquietante, mi è sembrata quasi di vederla. Hai una scrittura molto attrattiva e moderna.

Rubrus il 2019-11-11 17:51:38
Ciao e grazie. Be', come dico sopra, il protagonista è concentrato eccessivamente su se stesso non tanto nel senso che è egoista, quanto nel senso che non riesce ad aprirsi agli altri. Quando lo fa, è troppo tardi ed incontra la sua nemesi, cioè una non - persona, un non volto.

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