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Rubrus

A proposito di "Il carro magico" di Joe R Lansdale

"VIRGOLETTE"

Saggistica

Recensioni (libri, film e qualsiasi forma artistica)

pubblicato il 2019-10-23 16:41:20

A cavallo tra il XIX e il XX secolo, il Carro Magico arriva nella città di Mud Creek, Texas. A bordo ci sono Buster Fogg, il diciassettenne narratore, Billy Bob Daniels, proprietario del carro e sedicente figlio illegittimo di Wild Bill Hickock, Albert, ex soldato di colore e tuttofare, Alluce Marcio, scimpanzé quasi addestrato alla lotta libera, il cadavere imbalsamato dello stesso Wild Bill Hickcock e un bel po’ di boccette di Rimedio Universale, in grado di guarire un po’ di tutto, dal mal di pancia, ai calli, alla raucedine. Dietro il carro si addensa una tempesta, che pare seguire la comitiva da quando, tempo prima, Bill Bob Daniels si è impadronito del cadavere di Hickock, vicenda sulla quale ci sono versioni differenti.
Benchè si arrivato in Italia nel 2008, “Il carro magico” è stato scritto nel 1986 dall’allora trentacinquenne Lansdale, all’epoca non ancora famoso – lo sarebbe diventato più tardi, soprattutto grazie ad Hap e Leonard – e, a detta della copertina, è uno dei romanzi cui l’autore americano è più legato.
Invero, ci sono dentro un bel po’ degli elementi cari allo scrittore texano, a cominciare dalla creazione di una mitologia pop, creazione che costituisce il senso del racconto.
È opinione diffusa che gli Stati Uniti, benché, a ben guardare, ormai ben più che bicentenari, siano alla quasi costante ricerca di uno o più miti di fondazione e che, a questo scopo, il vecchio West sia “il” mito per eccellenza.
Come in altri romanzi non seriali di Lansdale, la nascita di questo mito è, sotto più aspetti, al centro di questa storia.
Per rappresentare questo fenomeno, l’autore sceglie il momento in cui la vicenda eroica (la conquista del West, l’epopea dei pistoleri, la Guerra Civile, le guerre indiane) si è appena conclusa e sta diventando allo stesso tempo – e anche questo è tipicamente americano – leggenda, business e spettacolo.
Il carro di Billy Bob Daniels è infatti null’altro che la versione – sebbene in scala molto più ridotta – degli spettacoli di Buffalo Bill, che, proprio in quegli anni, facevano spettacolo di sé, giungendo anche in Europa.
Il modo in cui la storia diventa mito è il racconto. Passando di bocca in bocca, i fatti vengono arricchiti, esagerati, nobilitati, spesso travisati. Lo strumento che il racconto usa per operare questa trasformazione è, di preferenza, l’iperbole e il registro più ricorrente la meraviglia.
Buster, il narratore, infatti, non ha assistito i fatti direttamente, anche per ragioni di età e, non a caso, una buona parte del libro è rappresentata  da racconti che gli vengono riferiti e nei quali sovente lo straordinario, l’eccezionale, predominano. In questo c’è una caratteristica tipica di Lansdale, che vediamo comparire in molte sue opere e che, probabilmente, è da associarsi a una certa caratteristica dei texani (su cui l’autore evidentemente giuoca) i quali, nella stessa America, sono noti per “spararle grosse” in molti sensi.
Che ci si trovi a metà tra storia e mito appare da molti elementi – a cominciare dall’inizio dove appare un tornado (tempeste e fenomeni atmosferici estremi ricorrono spesso nei romanzi di Lansdale, come egli stesso fa presente) che sembra venire dritto dritto da “Il mago di Oz”, citato espressamente, tornado che è la causa delle peregrinazioni di Buster e che segue il Carro Magico per tutto il libro.
Che il romanzo narri la ricerca di un mito di fondazione e, più specificamente, di un mito di fondazione pop (la comitiva è una comitiva di saltimbanchi e imbonitori – il Rimedio Universale e Alluce Marcio non ci stanno a caso) che è anche business e che quindi nasce già, in un certo senso, desacralizzato, emerge parimenti da più elementi. Uno su tutti, la spasmodica volontà, da parte di Billy Bob Daniels, di affermare la propria discendenza da Wild Bill Hickock (egli stesso diventato, per l’appunto, fenomeno da baraccone che si può ammirare per un quarto di dollaro) e la propria appartenenza al mondo (Ancora una volta) leggendario dei pistoleri infallibili così come raccontati nel dime novels western – romanzetti popolari da quattro soldi sulla conquista del west che, in quegli anni, grazie all’invenzione della rotativa, spopolavano. Se mi permettete l’accostamento, è lo stesso fenomeno che accade a Don Chisciotte che perde il senno leggendo romanzi cavallereschi.
Che il romanzo narri anche la storia “vera”, spesso sordida, dietro il mito, emerge infine da più elementi, quali per esempio la storia che sta dietro il rapporto tra Billy Bob Daniels e l’aiutante nero Albert, storia che scopriremo strada facendo e che dà il destro a Lansdale di affrontare un altro dei temi a lui cari, il razzismo (Albert potrebbe essere un antenato di Leonard Collins, per certi versi).
Come nel romanzo di Cervantes e in molti altri romanzi di Lansdale, infatti, una cifra ricorrente nel libro è il disinganno, la scoperta che la realtà dietro la leggenda è molto meno nobile di quanto si creda. Questo tema è affidato alla storia vissuta – questa sì – in presa diretta da Buster, il narratore, e chiude il romanzo, anche se non si può notare che una delle scene conclusive ricordi da vicino, anche se sempre su scala ridotta, quella di King Kong (non vi siete dimenticati di Alluce Marcio, lo scimmione, vero?) sull’Empire State Building. Anche se l’epitaffio, dunque, pare focalizzarsi sugli ultimi, sugli anonimi, su come, più o meno e con un bel po’ di approssimazioni, sono andate le cose, personalmente ritengo non si possa scordare l’ammonimento che John Ford fa rivolgere a Jimmy Stewart alla fine de “L’uomo che uccise Liberty Valance” (un film sul rapporto tra mito e realtà nel West): “Qui siamo nel West, dove, se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda”.

              

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Roberta il 2019-10-24 20:23:18
Questo mi manca, lo leggerò, visto che la tua recensione mi ha incuriosito.

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