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Roberta

Luca 4: Rivelazioni

"PUNTO E A CAPO"

Racconto

Narrativa non di genere

pubblicato il 2019-10-20 19:24:56

Poco dopo la folle corsa nell'atrio, Luca mi confidò che aveva avuto una ragazza. «Ah sì? E quanto siete stati insieme?». Chiesi, incuriosita. «Tre mesi» rispose; ma mi guardò in modo strano, e poi volle raccontarmi un episodio per dimostrarmi che era romantico: un giorno lei era andata a vederlo giocare a calcio e aveva dimenticato l'ombrello, poi gli aveva telefonato e lui aveva fatto un viaggio in treno di mezzora per riportarglielo. Lo guardai. Dovevo avere un’espressione strabiliata, incredula, perché lui abbassò gli occhi e se ne andò a testa bassa.

Quel pomeriggio piansi. Per la prima volta mi resi conto che Luca aveva una sua vita oltre la scuola, e io non ne facevo parte. Pensavo fosse soltanto mio, e invece non era così. Molto tempo dopo mi raccontò che allora aveva già avuto un rapporto completo, e che era stata la ragazza a prendere l’iniziativa. Ecco che, di nuovo, ero rimasta vittima delle mie fantasie. Luca era gentile con me perché quello era il suo modo di essere; non dico fosse adulazione (la simpatia era sicuramente spontanea), ma io per lui ero solo la prof. Per il resto era un normalissimo ragazzino di 15 anni, con le sue cotte, le sue delusioni e i suoi sbalzi d'umore. Sicuramente era un fiore che stava sbocciando, ma non proprio nelle mie mani.

Secondo i risultati delle analisi, sui vestiti del cugino di Luca c'erano tracce di sangue. Durante la ricreazione i suoi compagni si accalcavano attorno al giornale, spinti da una curiosità morbosa, mentre lui girava loro attorno come un'anima in pena. Al suono del campanello lo presi per un braccio, lo pregai di fermarsi un attimo a parlare e gli chiesi come stava, perché lo vedevo triste. Rispose che aveva “problemi amorosi” e io me ne andai bruscamente. Quando lo invitai a confidarsi, mi disse che un’amica gli aveva risposto male. Rimasi delusa; il mio interesse era sfumato, mi sembrò una cosa di poco conto, oppure nascondeva qualcosa. Tempo dopo vedendolo ancora serio, pensieroso, gli chiesi se avesse qualche problema con le ragazze e mi rispose: “Non ho nessuno. Sono un po' perso.”

In quel periodo in classe era apparso un grande cartellone rosso, appeso tra la lavagna e la finestra, con varie scritte (pubertà, innamoramento, sessualità ecc). Quando li rimproveravo perché erano distratti e svogliati, davano la colpa degli “ormoni impazziti”. Mi facevo travolgere anch'io da quell'ondata primaverile. Al ritorno dalla visita al consultorio Luca, in mensa, era assorto, triste, tanto che anche la mia collega se ne accorse e me lo fece notare: forse era il caso di capire se avesse bisogno d’aiuto. Le indagini sul cugino continuavano, e le cose non si mettevano bene. Di nuovo era stato l'unico a non essere invitato a una festa di compleanno. Telefonai alla mamma, che venne a scuola pochi giorni dopo. Disse che Luca stava bene e se era pensieroso probabilmente era “per le ragazze”. Mi raccontò che alla partita di calcio era stato festeggiato molto calorosamente, tanto che lei ne era meravigliata e lo aveva quasi rimproverato. Forse l’episodio dell’ombrello era molto più recente di quanto pensassi. Ma Luca covava qualcosa: più di una volta lo vidi assorto e triste; se gli chiedevo qualcosa mi rispondeva sempre: “Sono un po' perso”, oppure “Non ho nessuno”. Ma si era chiuso in sé stesso, era cambiato. Non si fidava più, forse dall'episodio del centro commerciale, quando me lo trovai davanti inaspettatamente davanti all’entrata del supermercato (era con suo padre) e di nuovo il mio istinto mi boicottò: mi girai dall’altra parte. Ma lui mi aveva visto benissimo.

Tra marzo e aprile scrisse quei temi che non ho mai dimenticato. In uno ricordava gli anni alle medie e specialmente l'ultimo, e la gita a Firenze; diceva che avrebbe voluto fermare il tempo per restare in quella classe “mitica” e che avrebbe ricordato per sempre tutte le persone che gli stavano attorno, “anche quelle che ce l'avevano con lui e non sapeva perché”. Che non avrebbe mai dimenticato quella scuola, nella quale aveva lasciato un'impronta, com’essa l'aveva lasciata nella sua vita. Che gli sarebbe mancata. Diceva di sapere che agli esami, se avesse studiato, sarebbe riuscito a cavarsela, e che doveva “uscirne vittorioso”.

Luca era adorabile. Non passava giorno che non facesse o dicesse qualcosa che mi faceva piacere. Grazie a lui andavo a scuola volentieri ed ero sempre allegra, non mi preoccupavo di niente. Se qualche volta mi arrabbiavo con lui, subito si faceva perdonare. Qualche volta provavo ad allontanarlo, lo mettevo tra gli ultimi banchi e mi imponevo di ignorarlo, ma non c'era verso: mi fissava, mi chiamava, e finché non otteneva la mia attenzione non si arrendeva. Un giorno per chiamarmi fece un gesto che non dimenticherò mai: con i gomiti appoggiati al banco, alzò gli avambracci e, con le palme rivolte verso l'interno, mosse tutte le dita, mentre guardandomi chiamava “Prof prof, venga qui!”. Pensai che suo padre chiamasse così sua madre, suo nonno sua nonna, e così via, nei secoli dei secoli. 

L'ultimo giorno prima delle vacanze di Pasqua non ci furono saluti e auguri. Accompagnai i ragazzi nel piazzale e Luca salì sul pullman con Lorenzo, che da qualche tempo era diventato il suo amico inseparabile. Mentre stavano per salire dissi solo “Piano, ragazzi, che vi fate male.” Luca si girò; guardava per terra, ma sorrise.

Appena partiti per la Toscana, cominciai a sognare ad occhi aperti, e questa specie di beatitudine fu il mio stato d'animo per tutte le vacanze. Guardavo il paesaggio dalla finestra e pensavo a come sarebbe stato bello essere con Luca. Al ritorno il sogno divenne ancora più intenso, tanto che provavo una sensazione fisica di piacere, di languore e di appagamento. Era come se sentissi che anche Luca mi pensava e mi desiderava nello stesso momento in cui io pensavo e desideravo lui.  Al ritorno a scuola, il venerdì, seduta vicino a lui, il desiderio di toccarlo e abbracciarlo era fortissimo, quasi incontrollabile, tanto che mi sembrava ci fosse un fluido, una corrente fra me e lui, e che lui dovesse sentirla. Ero così felice di rivederlo che continuavo a interromperlo per chiacchierare, chiedergli delle sue vacanze e raccontare le mie. Luca era felice, sentiva di essere amato, ma non nel senso in cui io lo intendevo. 

Nei giorni seguenti mi sembrava che Luca si fosse adagiato, come se pensasse che io lo avrei promosso comunque, perché gli volevo troppo bene. Ma io non ero disposta a regalargli niente: volevo che imparasse a sfruttare le sue capacità e a dimostrarlo a tutti; volevo dargli fiducia in sé stesso, ma anche che si desse da fare. Lo tenevo sotto pressione: fu un continuo tira e molla fino agli esami.

Un giorno avevo scelto un brano dell'antologia tratto da La lingua salvata di Elias Canetti, nel quale il piccolo Elias raccontava l'arrivo in classe di una bambina, Mary, che gli piaceva moltissimo. Lui provava un desiderio fortissimo di baciarle le guance rosse, non riusciva a staccarle gli occhi di dosso e, incantato, non sentiva più le parole della maestra. L'accompagnava a casa e, al momento di salutarla, le dava un bacio sulla guancia. Un giorno però non era riuscito a trattenersi e l'aveva baciata prima, allora lei si era arrabbiata ed era corsa via minacciando di dirlo alla mamma.  Il venerdì successivo Luca mi chiese di riprendere il brano delle guance rosse, ma io ormai avevo paura di espormi troppo e fui molto professionale, lasciandolo disorientato e deluso. Un altro venerdì, mentre leggeva a voce alta, mi avvicinai un po' troppo a lui. Quando gli chiesi di ripetere quello che aveva letto, non ne aveva la minima idea, si confondeva, e così gli dissi “Va bene, ho capito, mi siedo dall'altra parte.” E lui, con un sorriso timido: “Sì, così non mi minaccia!”

“Immagina che la tua ombra parli di te” era il titolo del tema di aprile. Luca immaginava che la sua ombra ricordasse come lui era docile e carino da bambino, mentre ora, da adolescente, era diventato un bullo, tanto che l’ombra avrebbe voluto spezzargli le gambe. A scuola era un disastro e così avrebbe voluto accecarlo, ma, a parte la scuola, era un bravo ragazzo, simpatico e gentile, anche se sbadato. A volte, all'ombra di Luca sarebbe piaciuto essere come l'ombra di Peter Pan, che, anche se non sapeva parlare, poteva staccarsi dal corpo e andarsene via, libera! Trovava il suo padrone odioso, insopportabile, ma in fondo preferiva rimanere con lui, perché “erano uguali”, lei ombra di lui, lui ombra di lei.

 

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L'AUTORE Roberta

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