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Roberta

Luca 3: Il bugiardo smascherato

"PUNTO E A CAPO"

Racconto

Narrativa non di genere

pubblicato il 2019-10-13 14:15:35

Poi arrivò febbraio, il mese dei compleanni. Luca compie gli anni due giorni prima di me. Gli feci gli auguri mettendogli semplicemente una mano sulla spalla: i baci era meglio evitarli.

«Prof, adesso sono più vecchio!» esclamò entusiasta dopo avermi ringraziato. Gli brillavano gli occhi e nel sorridere gli angoli della bocca si sollevavano quasi da un orecchio all’altro, come si suol dire. Pochi giorni dopo arrivò il mio turno. Quella mattina stavamo parlando del famoso discorso di Martin Luther King, I have a Dream. Apposta per rimarcare la differenza di età io dissi che nel '63 c'ero già, anche se piccolissima, mentre loro non erano stati neanche lontanamente concepiti, non erano ancora neppure dei minuscoli spermatozoi in viaggio. E che strano pensare che prima noi non siamo veramente nulla. Insomma, divagavo, come ogni tanto mi succede, e loro mi ascoltavano, probabilmente chiedendosi cosa mai stessi farneticando. Allora Luca alzò la mano e disse «Prof, prof! Nel '63 c''ero anch'io!». Lo guardai divertita: «Luca??? ». «Sì prof, in una vita precedente.».

Luca avrebbe voluto annullare il tempo e vivere in una dimensione in cui non esistevano differenze d’età. Trattenendo la commozione dissi che non avevo ancora capito di che religione fosse (un islamico che mangia pane e salame e fa la comunione al funerale del papà del suo compagno, pensai, e ora un induista, un buddista o che altro?). Poi gli chiesi che cosa immaginava di essere stato nella vita precedente, forse una piccola tartaruga marina, vista la sua innata lentezza nel fare i compiti? Lui rispose una formichina, e io lo immaginai camminare sul mio braccio di bambina piccola.

 

Un pomeriggio di primavera entrai dalla grande porta a vetri, immersa nei miei pensieri. Mentre attraversavo distrattamente l'atrio, Luca mi girò attorno a folle velocità e mi sfiorò, rischiando di ammazzarci tutti e due, e continuò la sua corsa. Stava giocando, aveva rubato il fermaglio a Silvia, poi mi aveva visto entrare e aveva deciso di fare quella performance da galletto. Appena mi ripresi dallo shock tornai sui miei passi per chiedergli se era impazzito, ma me lo trovai davanti che usciva dal bagno con un filo di sangue gli scendeva sui denti. Doveva essere andato a sbattere da qualche parte.

Ma non era finita lì. Lo stesso pomeriggio, in una delle scenette del teatrino d’inglese un medico e la sua infermiera si corteggiavano con sguardi, battiti di ciglia, ammiccamenti, sorrisi e frasi allusive. Mentre mi scompisciavo insieme alle mie colleghe mi sembrò di sentire Giacomo dire che i due “sembrano Luca e la prof”. Finito lo spettacolo gli attori (due ragazze e un ragazzo, carino tra l'altro) si divisero e dissero che ognuno di loro sarebbe andato in una classe per fare delle attività. Luca mi chiese chi dei due pensassi – o volessi – che venisse da noi. Meravigliata gli girai la domanda e lui rispose che non aveva preferenze. In quel momento entrò il ragazzo. Lanciai a Luca uno sguardo indagatore.

L'animatore organizzò dei giochi e fece ai ragazzi delle domande in inglese. Quando, alla fine, chiese che cosa piacesse loro, qualcuno fece una battutaccia a sfondo sessuale, che vi lascio immaginare. Pur non potendo vedere chi avesse parlato, perché ero appoggiata alla finestra e loro mi giravano la schiena, mi sembrò di riconoscere la voce di Luca. Appena uscito l'attore li sgridai: chiesi chi fosse stato e dissi a Luca che mi sembrava la sua voce. Lui si girò come una vipera e negò spudoratamente. Chiesi allora ad Andrea: non lo sapeva; però mi raccontò un aneddoto sulle famigerate bugie di Luca.

Il giorno dopo arrivai in classe decisa a smascherare il colpevole. Dissi che avevo quattro fratelli maschi e nessuno di loro aveva mai detto quella parola davanti a me, a mia sorella e a mia madre, e sicuramente men che meno davanti alla professoressa d'italiano. Dissi che “quel qualcuno” aveva due possibilità: o dire “Scusi prof mi dispiace tanto, credevo di averlo solo pensato e l'ho detto” (e in quel caso poteva darsi che lo perdonassi), oppure continuare a negare spudoratamente, nel qual caso avrei saputo CHI ERA VERAMENTE QUELLA PERSONA.

Il solito Andrea poi, in un'altra occasione, ripeté la mia frase, riferendosi a Luca. Sorrido ancora pensando a quella predica memorabile; ma Luca non rideva affatto. Se ne stava a testa bassa, senza fiatare; la sua espressione era indescrivibilmente affranta e ad un certo punto si mise a disegnare un grande cuore su un block notes a quadretti. Nessuno si costituì.

Il giorno dopo era venerdì. Andai a prendere Luca in classe e, appena fummo sul corridoio, lo guardai di sotto in su per spiare la sua espressione. Era offesissimo. Gli misi il dito sotto il mento e lo guardai dritto in faccia: «Allora?». Poi entrammo nell'aula. Lui cominciò a negare, a protestare, era pieno di rabbia. Ma io lo guardai calma e gli dissi: «Smettila Luca. Non me ne importa niente.»

Fu come spegnere un fuoco. Gli chiesi allora di pensare al perché lo avessi accusato. “Perché racconto un sacco di bugie.» rispose. «Proprio così. Di solito sono bugie piccole, io so perché lo fai e non mi arrabbio.»

Allora cominciò a confidarsi; solo qualche volta le sue bugie erano state gravi, ma a volte mentire era più forte di lui e non riusciva a comportarsi diversamente; però si odiava per questo. E proprio nello stesso momento in cui lo stavo pensando, mi parlò di quando aveva cancellato la mia nota, l'anno prima. Quello era un esempio apparentemente poco pertinente, ma se entrambi avevamo fatto quell'associazione c'era un motivo. Cancellare una nota dal libretto era un gesto grave, altrettanto che negare un'evidenza, ma soprattutto rispondeva allo stesso impulso, cioè quello di rifiutare con violenza una critica che lo avrebbe sottoposto al giudizio altrui (nel primo caso della famiglia, nel secondo dei compagni di scuola). Anche lui sapeva che il comportamento che aveva causato la nota o il rimprovero erano sbagliati, ma la sua reazione era eccessiva, forse perché collegava quei rimproveri ad altri giudizi severi, oppure perché ciò che denunciavano era un difetto che lui riconosceva ma non sapeva controllare. In quel momento, pur senza ammettere di aver detto quella parolaccia, e cioè non avendo affrontato direttamente l'episodio più recente dello stesso fenomeno, Luca si era aperto con me, ammettendone altri avvenuti in passato e perciò meno scottanti, perché aveva capito che poteva fidarsi, che non l’avrei punito o disprezzato come forse qualcuno era solito fare con lui. Poi gli ricordai anche la corsa nell'atrio e il pericolo che aveva corso e mi aveva fatto correre. «Potevamo andare a sbattere la testa e ammazzarci tutti e due. Molto romantico, no, Luca?» Alla fine gli dissi che aveva un modo così bello di farsi perdonare che non riuscivo a rimanere arrabbiata per più di due giorni; però doveva promettermi di smetterla con le bugie, anche perché si scoprivano sempre ed era lui che faceva la figura dell'idiota.

Un venerdì mattina, mentre ero in sala insegnanti, sentii la voce di sua madre che chiedeva ai bidelli di andare a chiamarlo: gli aveva fatto il permesso d'uscita proprio per l'ora di religione, quando doveva essere con me. Mi imposi di non guardare in corridoio mentre Luca passava. Al suono del campanello entrai in classe e firmai il registro, fingendo di non sapere nulla; quando mi dissero che lui non c'era finsi di essere contenta di avere un'ora libera. Ritornò dopo la ricreazione; nel frattempo qualcuno mi aveva detto che era andato a fare delle vaccinazioni. Ero in classe, appoggiata alla finestra mentre la mia collega stava spiegando qualcosa. Sentii Luca che mi chiamava sottovoce. Finsi di non sentire. Lui mi chiamò ancora, e così mi girai, seria. Mi fece cenno di avvicinarmi e si giustificò, dicendo che la mamma lo aveva costretto ad andare con lei. Gli sorrisi, dissi che lo sapevo già e poi lo invitai a stare attento alla spiegazione. La volta dopo volle raccontarmi delle vaccinazioni, mi spiegò tutto e tenendosi il braccio mi disse che gli avevano fatto male. Dopo quel giorno il mio sentimento per lui divenne meno “platonico”. Pochi giorni dopo mentre facevo l'amore pensai a lui che mi guardava dicendo «Mi ha fatto male, sa?». Era dolcissimo.

Era ormai marzo e l’inverno se ne stava andando. Una domenica pomeriggio andai da sola con la macchina in un posto di montagna, camminai finché diventò buio e poi nel tornare fermai la macchina e scrissi una poesia per Luca: il mio era un amore senza futuro, ma io lo coltivavo ugualmente perché era troppo prezioso, così dolce e così perdutamente impossibile; e che Luca era un fiore che mi stava sbocciando tra le mani.

Addentrarsi in una bianca

strada

mentre scende la notte,

e non tornare.

Scomparire per sempre

nell'orizzonte che sfuma

Perché, amore,

senza te non vivo

e noi

non abbiamo futuro.

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L'AUTORE Roberta

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Rubrus il 2019-10-13 17:06:14
Non so se questa sia l'ultima parte - dovevano essere tre o quattro ? - ma direi che, più o meno in ciascuna, viene esposta una fase diversa, dallo stupore, alla riflessione, alla paura, all'analisi man mano sempre meno razionale. Direi che in questa siamo all'accettazione. Mi pare, a questo proposito, da notare che benchè il legame sia oramai visto anche da terzi, sia pure come pettegolezzo o burla, la protagonista non si dia troppa pena di smentirlo - anche perchè forse smentirlo equivarrebbe ad alimentare i pettegolezzi stessi - segno che il giudizio altrui riveste per lei minore importanza di quanto non accadesse in precedenza; inoltre nelle ultime righe l'attrazione viene accettata in tutte le sue manifestazioni, senza remore, come un fatto evidente. Se la storia terminasse qui, peraltro, io l'avvertirei come irrisolta.. Manca insomma ancora il passaggio, secondo me, tra la potenza, o la fantasia, e l'atto, sia a livello individuale o di coppia che sociale, messa in atto che sarebbe anche messa alla prova. .

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Roberta il 2019-10-14 14:41:25

Ciao Rub, no, non è l'ultima puntata e nemmeno la penultima. Avevo annunciato tre o quattro puntate, ma poi ho optato per un "taglio web" e ho suddiviso la storia in capitoletti di poco più di mille parole ciascuno. Mancano ancora almeno tre puntate, credo. Concordo, così la storia è irrisolta e ha bisogno di uno sviluppo, che arriverà e spero non deluda.

Hai ben individuato le verie fasi attraversate dalla protagonista, che si preoccupava del giudizio degli altri quando lei stessa era sorpresa di quella sua manifestazione d'affetto inopportuna. Più avanti, temeva di essersi esposta non per il giudizio altrui ma per quello di Luca, che in quel momento sembrava non corrispondere pienamente ai sentimenti di lei. Visto che in seguito l'affiatamento è pienamente reciproco, del giudizio degli altri non le importa nulla.

 

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