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Concerto Rosso

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2019-10-07 12:43:25


Ho sempre avuto un'indole sensibile e solitaria ed uno spirito saturnino e malinconico, quasi più femmineo che virile, poco adatto alle rudezze della vita frenetica di questo secolo materialista e sciattamente razionale.
Malgrado il fato mi avesse concesso di nascere in una famiglia benestante e di antico lignaggio (benché da tempo in languido declino), senza dubbio avrei dissipato la ricchezza occorsami in sorte; non perché fosse mio costume indulgere in vizi e sperperi, ma perché la mia inettitudine ed il mio fastidio verso gli aspetti più pratici dell'esistenza mi avrebbero reso inerme preda di tutti coloro che, simili ad avvoltoi, si aggiravano intorno alle residue, ma tuttora cospicue, sostanze che costituivano il mio lascito.
Sarebbe stata una vita solitaria, la mia, e breve, destinata verosimilmente a concludersi in qualche ricovero per derelitti, o, peggio ancora, nella più totale indigenza che ristagna nei sobborghi delle nostre città come l'acqua che imputridisce nelle pozzanghere.
Sarebbe stata, ho detto, se non avessi incontrato Leonard e Dellbert.
Grazie a loro, e alla comune passione zoologica che, in quanto iscritti al Littleton Barry Zoological Club, ci accomunava, seppi uscire dalla misantropia che, sin dalla più tenera età, aveva contraddistinto il mio carattere e, seppur senza mai scioglierlo, riuscii ad allentare il morbido, ma letale abbraccio della solitudine.
Non solo, ma, prima che la mia albagia  e la mia inconcludenza mi trascinassero verso il tracollo finanziario, seppi salvare ciò che rimaneva dei miei beni e costruirmi un'occupazione che, quantunque non in grado di procurarmi ingenti introiti, poteva garantirmi un'entrata costante.
In breve, divenni professore di filosofia naturale presso una rispettata, anche se non eccelsa, istituzione scolastica locale e ruiscii ad assicurarmi uno stipendio e (incredibile, un tempo, a dirsi, o anche solo a pensarsi) una moglie, anche se non una prole
Nulla di tutto ciò sarebbe accaduto se, a turno, Leonard e Dellbert, non mi fossero stati accanto, fornendomi consigli ed osservazioni che la mia mente incostante e sognatrice non avrebbe mai saputo formulare e spronando la mia determinazione quando essa – e quanto spesso accadeva! - vacillava.
Era forse null'altro che questo, il segreto della nostra amicizia: l'aiuto reciproco che spiriti affini sapevano darsi.
Eppure, proprio la mia crescente capacità di affrontare la vita finì per allontanarci.
A poco a poco, ma ben presto, e senza rendermene conto, o forse con una sorta di voluta cecità, dedicai la mia esistenza solo alla scienza.
Gradatamente, a stadi quasi impercettibili, ma inesorabilmente, mi dedicai unicamente al mio lavoro, finendo per ignorare, allontanare e, negli ultimi anni, considerare con fastidio i lati artistici e spirituali ai quali avevo dedicato i miei primi anni, sì che Leonard e Dellbert, da testimoni, divennero, loro malgrado, scomodi memento .
Allentai (senza arrivare, per fortuna, a reciderli del tutto) i legami coi miei antichi amici e, quando mi giunse la notizia della morte di Dellbert, l'accolsi con dolore e rimpianto, rimproverandomi di non essere andato da lui, nonostante fossi a conoscenza della sua malattia, ma mi dissi che, non essendo medico, non avrei potuto farci nulla, che anche Dellbert si era sposato, e che io sarei stato considerato un intruso la cui presenza avrebbe causato più impiccio che sollievo. Mi dissi che toccava a Leonard, più che a me, interpretare il ruolo del sodale di antica data, dacché i due abitavano nella stessa casa, essendo andati ad occupare le due opposte ali della vetusta, immensa magione che la famiglia di Dellbert possedeva su una scogliera della costa orientale, protesa sopra un mare nebbioso e spumeggiante, perennemente agitato.
Ma non tutto della mia antica personalità era andato perduto, e forse ero riuscito a conservarne la parte migliore, poiché quando, un anno dopo la morte di Dellbert, Leonard mi scrisse implorandomi di andare a trovarlo, il senso di colpa, o forse, come ebbi ad esprimermi, il senso del dovere, ebbe la meglio, e decisi di raggiungerlo.
Quando dissi a mia moglie che era mia intenzione recarmi dal mio amico superstite, mi sorpresi a scoprire che, se la mia consorte mi avesse negato il permesso, o avesse anche soltanto espresso un desiderio contrario, avrei accondisceso senza resistere
Ma la donna che aveva sposato il nuovo Roderick, l'”uomo pratico” nel quale mi ero o credevo di essermi trasformato, non manifestò alcuna contrarietà e, anzi, approvò e spronò la mia decisione, così, una mattina di un autunno uggioso e freddo, mi trovavo a bordo di una malconcia, cigolante e costosa carrozza delle Roger Corman Lines, diretto verso la vasta, onusta e decadente dimora dove il mio amico superstite - solo, ormai troppo solo - viveva, e verso l'inizio di questa storia.
 
 
Il tragitto verso Price Mansion, dove Leonard mi attendeva, fu lungo e scomodo e si snodò su strade sconnesse e sotto un cielo plumbeo che alternava scrosci di pioggia gelida a viluppi di nebbia che parevano stringersi contro la carrozza.
Solo un evento colpì la mia attenzione: un grosso cavallo nero, uno stallone, che apparve d'un tratto nella brughiera, mettendosi a galoppare accanto alla carrozza, superandola, impennandosi e scalciando e quindi invertendo di colpo direzione per poi svanire improvviso così come era comparso.
Non nego che quella figura suscitò in me un sottile brivido, quasi mi fosse apparso uno dei tanti animali soprannaturali di cui la superstizione ci ha trasmesso memoria, ma liquidai la sensazione come un rigurgito degli antichi vaneggiamenti, favorito dall'occasione e dalle circostanze del tempo e del luogo.
Mi sovvenne infatti che i cavalli erano la seconda passione di Dellbert, dopo la musica, e dedussi che l'animale era probabilmente un esemplare della sua scuderia fuggito dalle stalle dopo la morte del padrone e tornato allo stato brado.
Mi compiacqui dunque di pensare che, se fosse dipeso da me, il nuovo Roderick, l'uomo pratico che aveva imparato a farsi strada nella vita, avrei potuto trarre ben altre utilità da una simile bestia, e che mi sarei industriato di riportare la tenuta di Price Mansion ai vecchi splendori, aiutando, se non sollevando Leonard dalla gestione.
I miei invero spocchiosi e speciosi ragionamenti vennero interrotti dal cocchiere, che prese a sferzare i nostri cavalli con un vigore del tutto inadeguato rispetto alle condizioni del percorso. Le bestie presero a galoppare furiosamente, rischiando di mandare in frantumi la vettura ad ogni svolta, sasso o buca, quasi decisi a giungere a destinazione e tornare prima che la scarsa luce del giorno si offuscasse del tutto.
Misi la testa fuori dalla carrozza per redarguire il cocchiere e mi apparvero le alte, grigie, sbeccate mura di Price Mansion, irte di abbaini, torrette, gazebo, sporti e doccioni che levavano un intrico di spigoli e curve verso il cielo nebbioso.
Ero così intento ad osservare la meta del mio viaggio, ammirandone l'aspetto e commiserandone il decadimento, che solo in un secondo momento vidi la figura scura di Leonard, il quale, chissà da quando, mi aspettava ritto accanto al cancello lanceolato.
In meno di quanto impieghi a dirlo, e soprattutto a scriverlo, il conducente arrestò i cavalli, scaricò il bagaglio e, prima che io potessi protestare per le maniere brusche con cui erano trattati i miei effetti, risalì a cassetta, afferrò le redini, invertì la marcia e scomparve nella nebbia che si andava di nuovo infittendo.
Solo allora, palesatasi l'inutilità di qualunque rimostranza, mi voltai verso Leonard e solo allora avvertii di nuovo, in tutta l'antica pienezza, l'affetto che ci legava, unito ad un nuovo, autentico, soverchiante senso di compassione.
Se gli anni avevano impresso su di me un'insopprimibile pinguedine ed un'ampia calvizie, su Leonard avevano dilavato, raschiato, prosciugato, svuotato ogni traccia del passato vigore (era sempre stato lui, il più forte fisicamente, tra noi tre) e, allo sguardo acuto, intelligente, vivo che ricordavo, si era sostituito un lucore febbrile, un dardeggiare incessante delle pupille di qua e di là, come a cercare di scorgere un pericolo elusivo e letale.
L'emozione mi bloccò la parola e fu Leonard ad avvicinarsi a me, ripristinando, come se gli anni non fossero passati, la più intima forma di saluto che, nella nostra reciproca ritrosia, verso ogni forma di contatto fisico, ci concedevamo. Il mio amico mi strinse le spalle tra le mani, squadrandomi intensamente, sì che compresi che anche in lui il sentimento aveva spento ogni forma di loquacità, poi, con un movimento così compresso e teso che ben sostituiva ogni parola, afferrò i miei bagagli e mi guidò dentro casa.
È inutile che vi riferisca che cosa ci dicemmo, rivedendoci dopo tanto tempo, e, probabilmente, se lo facessi risulterebbe assai poco interessante. Ripensandoci ora, mi pare di ricordare, anzi, che trascorremmo gran parte della cena in silenzio e, forse, l'unico aspetto degno di nota è come tale assenza di suoni fosse in realtà colma di sensazioni ed espressioni, quasi l'antica familiarità si fosse riversata nel vuoto di parole che si era creato. Mi chiesi allora quanta parte di me, malgrado le apparenze, non fosse mai cambiata e se forse la mia vera personalità era quella, così inadeguata a questo mondo, che trovava spazio e conforto nell'amicizia coi miei vecchi compagni.
Smarrito in questi interrogativi, registrai con distrazione quanto Leonard mi raccontava, cioè che solo lui e io ci trovavamo, in quel momento, nella vecchia casa, poiché, dopo il tramonto, nessuno della servitù vi si tratteneva (o forse l'avrebbe fatto se Leonard gli avesse versato uno stipendio che il mio amico non poteva permettersi) e ciò sia per certe voci che giravano sul luogo (senza avere nessun fondamento se non l'atmosfera lugubre del posto) sia perché – e soprattutto – la casa era malridotta e pericolante tanto da essere, secondo i più paurosi, addirittura prossima al crollo.
Quando il mio amico mi riferì dunque che l'intera ala un tempo abitata da Dellbert era chiusa e disabitata e che lui stesso, dalla morte dell'amico, non ci aveva messo piede e che era suo desiderio – oltre che quantomai opportuno – che quella sera stessa lui e io ci recassimo nelle stanze usate dal nostro deceduto compagno, dovetti fargli ripetere l'invito.
«Quantomai opportuno» disse Leonard, e le sue parole mi sembrarono strane, tanto che fui tentato di chiedergli spiegazioni. All'ultimo istante, però, soprassedetti. Per tutta la cena il mio amico era stato palesemente sovreccitato. Leonard continuava a guardarsi intorno, quasi temesse un pericolo nascosto tra le tenebre e le soffici ombre che ricoprivano il pavimento, là dove si stendevano bizzarri, arabescati, polverosi tappeti e dove la luce della candele giungeva inutile e smorta.  
Acconsentii così alla sua richiesta e percorremmo la veneranda Price Mansion. La magione era composta di due corpi di fabbrica uniti da un terzo il quale non che era un lungo corridoio, o camminamento, ornato da vaste, imponenti vetrate che davano, alternativamente, sulla brughiera e sul mare mugghiante, decine di metri più sotto.
Benché l'intento dell'architetto fosse stato quello di fornire allo spettatore un panorama maestoso e suggestivo, l'effetto, in quella tarda serata, mentre seguivo il passo incerto e fluttuante di Leonard, era esattamente l'opposto, e mi sembrava di trovarmi sospeso tra due abissi: il primo, quello delle acque livide e agitate che aggredivano la roccia; il secondo, quello della nebbia che si estendeva sulla terra confondendosi con essa in un indistinto grigiore.
Era come essere stretti tra due titani che solo per misericordia, o per caso, non si erano accorti di noi e che in qualunque momento avrebbero potuto avvedersi della nostra presenza, e annientarci.
A rafforzare la sensazione di precarietà contribuiva il comportamento del mio amico che, procedendo, si arrestava ogni poco, spesso spingendo innanzi la lampada, più sovente ancora abbassandola a terra, o girandosi di scatto, e che, a ogni mia domanda, rispondeva mettendosi un dito sulle labbra. A questa spiacevole impressione si aggiungeva il vento che, di quando in quando, s'insinuava gelido tra gli stipiti delle grandi finestre e gonfiava i tendaggi come un ospite sgradito e malevolo.
Giungemmo all'ala abitata un tempo da Dellbert, che, a differenza di quella che avevamo appena lasciato e ad imitazione di Versailles, non conosceva corridoi, ma una teoria di sale poste d'infilata. Quale fu la mia meraviglia nel vedere, malgrado la semioscurità, che la prima stanza era stata interamente arredata di colore rosso. Rossi i tappeti, scarlatti i broccati e i velluti che coprivano i tavoli, rosseggianti i colori degli arazzi e delle tappezzerie, vermigli i cuscini e carminio le tende smosse dalla corrente che, entrando, avevamo creato.
«Così l'aveva voluta trasformare, anni fa. Questa e le altre sette stanze, tre su questo piano quattro su quello inferiore, dove attendeva alle sue occupazioni. Solo le cucine e le stalle sono state lasciate com'erano, ma esse si trovano nell'area che abbiamo appena lasciato, al corpo inferiore e... oh» disse Leonard sorridendo per la prima volta da quando lo avevo incontrato «non sono tutte rosse, le stanze. Ognuna ha un colore diverso, come quelli che compongono l'arcobaleno. Sette stanze di sette colori differenti. Asseriva che gli erano d'aiuto nelle sue composizioni musicali. Sono sette anche le note. E, infatti, è proprio in questa stanza che ha iniziato a comporre la sua opera più grande, come egli stesso la definiva. Laggiù, esattamente in quel punto. “Concerto Rosso” era il titolo – provvisorio, nell'intento iniziale, poiché si riferisce ad un colore solo, ma che temo rimarrà definitivo». Così dicendo alzò la lampada fino ad illuminare un angolo dove, occupando un buon tratto della parete che si smarriva nelle tenebre, campeggiava un ritratto di Beatrice, la prima moglie di Dellbert.
«Ne avrai riconosciuto il sorriso. Rammento bene quanto lunga ed estenuante fu per Dellbert la scelta del pittore. Nessuno veniva considerato in grado di riprodurre, con la necessaria accuratezza, i denti della povera Beatrice. I denti, già, poiché in essi stava, a detta di Dellbert, il segreto di Beatrice. Una forma di perversità, come se la bellezza si fosse nascosta là dove si è meno pronti a trovarla, e in un oggetto che possiamo usare per ferire e lacerare» Si girò di scatto come se le sue stesse parole gli avessero rammentato il pericolo misterioso che paventava e mulinò la lampada per ogni dove, poi, sinceratosi che la stanza fosse vuota, seguitò: «Ci riuscì un pittore tedesco, venuto da chissà quale scuola di quel paese lontano, che esaminò i denti di Beatrice col microscopio. Sì, amico mio, hai capito bene. Una tecnica singolare, ne convengo, più adeguata ad uno scienziato che ad un artista, ma si dimostrò efficace, e Dellbert lo pagò profumatamente, molto profumatamente... ed ebbe pace. Per un po'».
«Ma... » dissi io guardandomi intorno «come può aver composto qui la sua opera se non c'è neppure uno strumento musicale? Non il suo affezionato piano, non un violino, o un flauto, o uno spartito, un leggio, un metronomo...».
Leonard scosse la testa «Non ti ho forse detto che sette sono le stanze, e sette i colori, e sette le note musicali?. Il mondo ti ha reso un uomo impaziente, frettoloso, amico mio, un uomo nel quale, a volte, è difficile riconoscere l'antica personalità... quantunque, a ben guardare, e se l'osservatore ha con te sufficiente familiarità, sia evidente che essa è tutt'altro che svanita».
Così dicendo riabbassò la lampada e riprese il cammino, e io gli tenni dietro, più pensoso ed inquieto di prima, e non solo per lui.
Risparmierò al lettore (che forse è come Leonard accusò di essere me: frettoloso – ma glie ne posso fare una colpa, in questo mondo impazzito?) le altre stanze, e il crescente senso di oppressione, di straniamento, di angoscia che si insinuava in me, specie quando Leonard si fermava cercando negli angoli più bui, a volte accanto ai nostri stessi piedi, quello che ormai avevo preso mio malgrado a considerare un demone personale.
Solo, gli parlerò del ritratto di Lady Virginia, la seconda moglie di Dellbert, le fattezze della quale erano riprodotte in un quadro che si trovava nella stanza verde e su cui mi soffermai a lungo, stupefatto, per non dire folgorato, dalla straordinaria somiglianza con la prima moglie, Beatrice.
Tanto sorprendente era la similitudine – ed acuita dal fatto che la posa, l'abito erano identici – che chiesi a Leonard di darmi la lampada e mi avvicinai al ritratto scrutandolo con maniacale, ossessiva attenzione, ben deciso a cogliere quelle differenze tra le due donne.
Nulla mi venne in soccorso nella mia ricerca, neppure quando, in frenetica quanto inutile caccia di differenze, appuntai gli occhi sulla collana che Lady Virginia portava al collo, composta di perle che, nel loro biancore, parevano voler rammentare, beffarde, il candore dei denti di Beatrice.
Stavo per domandare a Leonard se, per caso, Dellbert si fosse rivolto allo stesso pittore tedesco, quando il mio amico afferrò la lampada di cui mi ero appropriato, strappandomela dalle mani ed asserendo che avevamo indugiato anche troppo. Feci per protestare, ma – e stavolta non era suggestione – scorsi in un angolo un lampo scuro che andò a nascondersi dietro una poltrona.
Decisi di non rivelare niente al mio amico, dicendomi, ma senza troppa convinzione, che non era il caso di sollecitare ulteriormente i suoi nervi, e mi feci condurre fuori dalla stanza verde in quella indaco e, di qui, in quella blu, e infine nell'ultima, violetta, dove un altro ritratto ci attendeva.
«Valdemar» spiegò Leonard indicando il nero stallone rampante che ci fissava da un enorme quadro nel bel mezzo di una parete violetta e che era senza dubbio lo stesso animale che avevo visto arrivando. «La grande passione di Dellbert, dopo la morte di Virginia... a parte la musica, ovviamente. Lo cavalcava fino allo sfinimento, e se può sembrarti morbosa la serie di sale che hai percorso fin qui, nulla può essere paragonato all'ossessione di Dellbert per quella bestia. Non gli faceva bene, niente affatto, e io cercai di dissuaderlo dal montarlo con tale folle accanimento ma...».
«Le ossessioni, e un'immaginazione eccessiva, possono condurre un uomo alla morte» intervenni, ansioso di uscire da quella sala che, con quel colore, mi sembrava la più cupa di tutte, quasi un ammasso di sudari malamente accatastati a celare l'orrore del decesso .
La risposta di Leonard fu una bassa, amara, lugubre risata. «Ossessioni, dici? Pazzia? E se, per quanto dolorose, come l'intervento di un chirurgo, esse altro non fossero che il rimedio, o la difesa, o anche solo ilplacebo contro un orrore ben più grande e definitivo? Se la sofferenza che conosciamo, e che pure siamo portati a considerare insopportabile, non fosse che pallida imitazione di uno strazio inconcepibile, e se la sferza del male mondano fosse nulla in confronto agli artigli del Demone della Perversità?»
Urlò, più che pronunciare le ultime parole e, quasi fosse stata richiamata, o evocata da esse, io vidi una sagoma nera sgattaiolare tra le fin troppo fitte ombre della stanza, come a rispondere alla sfida.
Scossi la testa, scacciando qualcosa che non potevo, non volevo, non dovevo aver visto; così facendo, notai qualcosa che realmente mancava.
«Un momento! Hai detto che Dellbert ha spostato tutti i suoi strumenti musicali, ma non ne abbiamo visto nessuno, nelle stanze che abbiamo percorso. Che cosa significa?».
Dellbert sospirò «Ahimè, amico mio, così pronto a cercare spiegazioni cui aggrapparsi e a gettarle quando non sono gradite. Ho detto che Dellbert ha spostato i vari strumenti di lavoro man mano che procedeva nella composizione e così è stato, tuttavia non puoi comprendere appieno cosa accadde senza che io ti illustri la natura del Concerto … ma non qui».
Uscì dalla stanza in giardino, ormai avvolto dalla più fitta, umida oscurità; la luce della lampada l'unico incerto, pallido bagliore in una notte oscura quali mai ricordavo di avere vissuto, come se la tenebra stessa, laggiù a Price Mansion, avesse una natura del tutto inconsueta.
«Non qui, amico mio, mio antico compagno, se il sonno non ti vince. Quanto a me... da tempo un'altra notte offusca la mia anima sì che tra mezzanotte e meriggio non c'è più alcuna differenza».
E, così dicendo, senza percorre il cammino a ritroso (scelta di cui gli fui silenziosamente grato) mi guidò attraverso il giardino fino a raggiungere l'ala dalla quale eravamo partiti. 
A notte inoltrata (benché tanto buia fosse stata quella giornata da farmi dubitare che ci potesse essere un giorno), eravamo in un salone dell'ala di Price Mansion abitata da Leonard. Il mio amico aveva scelto una delle sale più piccole, dove ardeva un rassicurante fuoco, ma avevo la sensazione che la sua decisione non fosse stata dettata tanto dall'esigenza di tener lontane le dita diacce dell'autunno, quanto da quella di poter tenere sotto controllo, grazie alle modeste dimensioni della camera, l'intero ambiente, così da notare quell'essere che ormai neppure io dubitavo di avere visto... e quanto angosciante era quel pensiero, la sensazione di un incombente, letale pericolo percepita lì, tra quelle mura rassicuranti, anziché nei macabri, lugubri vani dell'altra ala, quella deserta.
«La illustrerò a te come la spiegherei a me stesso, la struttura del “Concerto Rosso”, poiché anche tu, come me, sei digiuno di musica» disse Leonard. «Immagina un motivo abbastanza semplice: quattro note alle quali sempre corrispondono, in contrappunto, altre quattro. Questo il motivo portante. Una volta terminato, il motivo viene riproposto, ma con le note che chiameremo “principali” disposte in ordine diverso, sicchè anche le note secondarie vengono ripetute seguendo sempre lo stesso schema di corrispondenza biunivoca, ma con ordine, logicamente, differente».
«Ma le note non sono sette? Quattro più quattro fa otto».
Il mio amico si produsse nel primo, vero sorriso da che ero arrivato, ma quanto faticoso e languido esso era e come mi strinse il cuore, quasi davvero la mano fredda della notte fosse penetrata nella stanza, stringendomelo.
«Avrei dovuto dire che sei “molto” digiuno di musica. Diciamo che ad un “re” corrisponde sempre un “sol”, a un “do, un “si” e così via».
«Mi pare piuttosto monotono».
«A un certo punto» proseguì Leonard ignorandomi «Immagina che nella riproduzione seriale, automatica dei suoni si introduca una variazione, o un errore; per esempio che a un “do” non corrisponda più un “si”, ma un “mi”. In questo modo vengono usate tutte le note».
«Continua a sembrarmi monotono» insistetti, mostrando una sicumera che non provavo e che tuttavia cercavo.
«Supponi che queste mutazioni producano a loro volta altre mutazioni e che, dapprima sporadiche, diventino poi dominanti, tanto che alla fine non si comprenda più qual era l'abbinamento iniziale e il motivo iniziale andasse perduto».
«Mi sembra un sistema meccanico, matematico, materialista, senza il sentimento che contraddistingue l'arte».
Leonard balzò in piedi accalorandosi, proprio come accadeva quando, da giovani, si discuteva di simili argomenti e riportandomi per un istante a quegli antichi, quasi obliati e così dolci, ma forse perché così remoti, anni.
«E non è armonia, l'arte? Non è una forse solo una serie di proporzioni?».
«Non lo è?» domandai a mia volta mutando in propria una domanda retorica, secondo una tecnica che usavo ai tempi dei nostri giochi dialettici e che ora mi pareva quasi ilare riproporre.
«No. Tu stesso hai detto che ti pare meccanico il sistema che regge la struttura di “Concerto Rosso”: post hoc propter hoc, ma non è questo a renderlo odioso».
Leonard incupì, impallidendo e facendomi piombare nel luttuoso, lugubre contesto in cui ero immerso. Nuovamente, notai quanto scossi fossero i nervi del mio amico, che definiva “odiosa”, un termine che si riserva a ben altre entità, una musica.
«No» proseguì «devi infatti considerare che quello schema, quel meccanismo riproduttivo, come tu stesso lo hai definito, non cessa mai . Non c'è modo di arrestarlo perché la frase musicale, sia pure con tutte le sue infinite variazioni, determinate dall'incommensurabile numero delle combinazioni matematiche tra le note, non prevede un sistema o un espediente che lo concluda. Non smette mai!» urlò afferrandosi i capelli e tirandoseli tanto che potei notare quanto ingrigiti e quanto fragili fossero diventati.
«Andiamo amico mio» affermai cercando di confortarlo «Sono certo che Dellbert avesse in mente una conclusione per la sua opera e, anche se non avesse fatto in tempo a concepirla...».
Il mio amico mi guardò di sbieco e, nella sua postura, non ebbi difficoltà a comprendere come avesse potuto usare la parola “odioso”, poco prima, e cosa ciò significasse, e rabbrividii.
«Eh già, la morte è la fine di tutto, vero? Forse è così per te, adesso. Dopotutto è molto, molto tempo che non ci vediamo. Troppo». Mi fissò con occhi, più che febbrili, fiammeggianti, e mi piantò nel petto un dito, premendo all'altezza del cuore «Qui dentro, qui dentro, ti dico, c'è una volontà che non muore, e l'uomo non cede agli angeli, né completamente alla morte, se non per la debolezza della sua povera volontà».
Dovevo essere arretrato e, sul mio viso, doveva essere scesa un'ombra di timore perché, subito, Leonard mi si fece sotto, rassicurandomi, e anzi, mettendosi a bisbigliare, come se volesse rendermi partecipe di un pericolo. «Sette note, già. Hai detto che le note sono sette. Ma non ci sono forse colori che non vediamo, come quelli che scorgono i gatti quando si aggirano nella notte o quelli che percepiscono gli uccelli volando alti nel cielo? E se ci fossero suoni che non possiamo sentire? Suoni di un altro mondo, come quelli che echeggiano nelle orecchie vuote dei morti e sussurrano là dove non alberga più la coscienza come noi la concepiamo? E se un'ottava nota, mai udita o udibile da orecchio umano, si fosse manifestata e fosse comparsa da chissà dove nel “Concerto Rosso” e fosse quella che misteriosamente gli infonde la vita, che non lo fa finire, che lo fa continuare sempre più avanti e più avanti e più avanti, come un essere vivente senziente e maligno fino a... via da me demone dell'Inferno!».
Stavolta l'urlo del mio amico coprì il continuo, minaccioso borbottio del mare e si levò così alto che parve che anche le ombre lo temessero, tuttavia ancora non se ne era spenta l'eco che udii un altro suono e il sangue mi si gelò nelle vene, benché in quel rumore non vi fosse nulla di straordinario o soprannaturale, dato che si trattava del soffio rabbioso di un gatto.
Poi Leonard svenne.
 
Più tardi, anche se non così tardi come pensavo, dato che l'alba era ancora lontana (e mi sorpresi a chiedermi se il tempo, a Price Mansion, scorresse in modo diverso che altrove, compiacendosi di indugiare nelle ore di oscurità, più che in quelle di luce) ero nella mia camera da letto e riflettevo sugli avvenimenti straordinari – o forse fuori del comune era stato solo il modo in ciu li avevo percepiti? - di quella serata.
Dopo aver perso i sensi, Leonard si era ripreso rapidamente, spiegandomi, in modo piuttosto spiccio, che un gatto nero si aggirava per la casa e che quella maledetta bestia aveva l'abitudine di accoccolarsi sui suoi piedi, o addirittura sul suo petto, mentre dormiva, causandogli una crisi respiratoria provocata dalla ipersensibilità del mio amico al pelo dei felini.
Era svenuto, si era affrettato a soggiungere Leonard, per la stanchezza e l'emozione di rivedermi dopo tanto tempo, e anche io, con ogni probabilità, ero stremato, sicché avremmo fatto meglio ad andarcene entrambi a dormire, considerato che ancora molte erano le ore che ci separavano dal giorno.
Non mi aveva convinto allora, la spiegazione, e mi convinceva ancor meno ora, mentre, a letto, ero ben desto a sentire il sommesso crepitio del fuoco ed il costante, iroso moto delle onde. Anzi, ora, nel silenzio assoluto, quasi soprannaturale, della casa, mi sembrava che il mare stesso suonasse un concerto con note non concepite per essere udite da orecchie umane.
Povero amico mio, mi dicevo: come si sarebbe espresso il poeta, “il suo cuore è come un liuto sospeso: non appena lo tocchi, risuona” e solo così si poteva spiegare l'altrimenti incomprensibile avversione per i felini. Già, perché Leonard aveva sempre amato i gatti e più volte, al tempo in cui le nostre frequentazioni erano più assidue, ne aveva avuti anche tre per volta, senza contare i randagi che, occasionalmente, visitavano la sua dimora.
Probabile che, dato che l'amore per i cavalli di Dellbert era diventata la nemesi del nostro sventurato amico, compromettendone la salute, Leonard avesse concluso che, in virtù del legame che ci univa, analogo dovesse essere il suo destino, e dunque i gatti, da suo svago e consolazione, erano divenuti il suo tormento. Si trattava di una affezione di origine nervosa, dunque, non organica, ma non per questo meno pericolosa, dato che presentava i sintomi di una vera e propria ossessione. Possibile che, se gli avessi posto la domanda, Leonard mi avrebbe profetizzato che gli uccelli, la specie animale cui andava la mia preferenza, sarebbero divenuti il mio cattivo genio.
Ero immerso in queste considerazioni, quando vidi socchiudersi la porta della camera. Sopra la nebbia doveva essere sorta la luna poiché ora c'era nella stanza un chiarore lattiginoso, diffuso, che mi consentiva di scorgere le sagome, se non le forme o i colori, dei corpi.
Con un sospiro di sollievo non feci fatica a distinguere il gatto entrare a passo felpato nella stanza, gli occhi rosseggianti alla luce morente della braci.
Mi dissi che, se avessi preso la bestia e l'avessi catturata, o meglio ancora mostrata a Leonard facendogli capire quanto fosse innocua, il mio amico ne avrebbe ricavato un po' di conforto, allontanando almeno uno dei demoni che lo tormentavano. Così, sceso dal letto, presa una vestaglia e, indossatala, mi avvicinai all'animale, chiamandolo con quel curioso suono, simile allo schiocco di un bacio, che si usa con questo tipo di creature.
Il gatto doveva aver conservato un po' dell'antica confidenza che aveva avuto con gli esseri umani perché, pur non muovendosi, inclinò la testa da un lato, con un movimento più canino che felino, e, scrutandomi con i suoi occhi gialli arretrò pian piano, accingendosi ad uscire dalla stanza.
Decisi che agguantarlo era mio preciso dovere, perciò, afferrata una lampada, l'accesi, quindi presi la mia giacca dalla sedia, pronto ad usarla come rete da cattura non appena me se ne fosse presentata l'occasione, e lo seguii.
Ammetto che ebbi un attimo di esitazione, e forse di timore, quando il gatto, sempre tenendosi ad una distanza tale che mi era impossibile afferrarlo, ma apparentemente deciso a non fuggire, si diresse verso la parte disabitata di Price Mansion. Era naturale, mi dissi, considerato che era il settore dell'abitazione dove Leonard non si avventurava quasi mai, ma questo nulla toglieva alla bizzarria della situazione, tanto che, man mano che procedevo, mi pareva di avvertire un movimento sonoro ben preciso, anche se al momento incomprensibile, sotto lo sciabordio delle onde.
Seguii quindi la bestia nel corpo centrale, e, di qui, nelle sale variopinte, e confesso che avevo ormai la certezza che il gatto era ben deciso a condurmi da qualche parte poiché, pur mantenendo inalterata la distanza che si separava, di quando in quando si voltava come accertandosi che lo seguissi.
Solo una volta la mia sensazione vacillò e, precisamente, nella sala verde, là dove si trovava il ritratto di Virginia, la seconda moglie di Dellbert, così simile alla prima.
Il gatto si era accovacciato su un tavolo, accanto ad un vaso che, anche nella luce incerta, non faticai a riconoscere come un prezioso manufatto cinese in giada verde e, come se si fosse stufato del gioco, si leccava le zampe, guatandomi sornione. Decisi di giocare il tutto per tutto e, come un pescatore maldestro, lanciai su di lui la mia rete improvvisata, cercando di imprigionarlo. L'animale, ovviamente, mi sfuggì, ma non così il vaso, che cadde a terra, rompendosi.
Non so quale spirito maligno mi guidò, ma, mentre fissavo irritato l'animale che pareva irridermi fermo sulla soglia che conduceva nella stanza successiva, mi chinai a raccogliere i frammenti nel vaso, scorgendo qualcosa che non era affatto un frammento e soprattutto non apparteneva al vaso. Non avessi posseduto le conoscenze anatomiche che mi servivano per la mia professione, forse avrei potuto ingannarmi, e dirmi che era una collana, quella che stringevo tra le dita, la stessa che Virginia indossava nel ritratto, ma, ahimè, le possedevo, quelle nozioni, ed esse mi dicevano, senza fallo, che quella collana era fatta con denti umani, i denti della povera, perduta Beatrice, la prima moglie di Dellbert.
Urlai, e mi scaraventai furibondo contro l'essere che mi aveva condotto a quella raccapricciante scoperta e che ormai anche io, come il mio disgraziato amico Leonard, identificavo col Demone della Perversità, come egli stesso, e a ben ragione, lo aveva chiamato.
Mi precipitai nella stanza blu, e poi in quella indaco, e infine in quella violetta, dove campeggiava il quadro col cavallo infernale, Valdemar, i cui occhi, alla luce fuggente della lampada, rilucevano del medesimo bagliore vermiglio emesso dalle iridi del maledetto felino.
Mi fermai, ansante, il cuore che mi rimbombava nelle orecchie come un tamburo, ben deciso, appena avessi recuperato il fiato, a sopprimere l'orrida bestia che, di nuovo, e in via presumevo e temevo definitiva, si era dileguata.
Ma non lo feci.
Il rimbombo nelle mie orecchie non si placava, né accennava a rallentare, finchè, dopo aver, per maggior sicurezza, controllato il battito del cuore sul polso, giunsi alla conclusione che quel ritmo costante, implacabile, non era nel mio cuore né in alcuna altra parte del mio organismo, ma fuori di me, come se, sotto i miei piedi, risuonasse un enorme, cupo, solenne metronomo.
Mi ricordai allora con terrore delle parole di Leonard “Ho detto che Dellbert ha spostato i vari strumenti di lavoro man mano che procedeva nella composizione e così è stato”, poi, con mano tremante, tastai lo spesso tappeto violaceo sotto di me fino al punto in cui esso mi pareva più freddo, come se rabbrividisse al soffio di una corrente gelida.
Allora, rabbrividendo anche io, e non solo per il freddo, lo sollevai, scoprendo una botola che conduceva sotto la casa, nelle profondità della scogliera che lottava col mare tempestoso.
E, sciagurato, la aprii e scesi. 
Non so dire per quanto tempo sprofondai tra le rocce che sorreggevano Price Mansion e che, man mano che mi addentravo, mi sembravano, anziché più solide, più fragili, ma certo la stanza dalle fosche pareti nella quale, alla fine della discesa, sbucai, era quanto di più vicino ai penetrali dell'Inferno potessi concepire; il battito che echeggiava tra le scabre, ruvide pareti avrebbe potuto essere il cuore del diavolo, mentre l'altro suono, ritmico e dissonante, che mi pareva di percepire ancora al di sotto, e che tuttavia non volevo udire, non poteva essere che il grido dei dannati.
Sollevai in quella cavità picea, senza dimensioni, la lampada, finché non vidi, alla mia destra e alla mia sinistra, altre due torce e, vinto il timore di quanto avrebbe potuto presentarsi al mio sguardo una volta che le avessi accese, allumai.
Mi si parò allora innanzi una vasta stanza, scavata rozzamente nella roccia, piena di mobili in ebano e mogano, dipinti di nero, e dove l'unica nota di colore era il bianco pallido, vetusto, di spartiti musicali sparsi per ogni dove, come cadaveri di albatri assassinati. Di fronte a me, alla mia destra, si trovava un pianoforte che, senza possibilità di errore, riconobbi come quello di Dellbert e, sopra di esso, un violino. Viole, cembali, trombe, oboi, corni e altri strumenti che non riconobbi e non saprei riconoscere, erano sparsi tutt'attorno in una muta, congelata sarabanda.
Qualche istante dopo alzai il capo verso la sommità della caverna, là dove si trovava l'origine del rumore: il ritmico, cupo, incessante battito che tempo sentivo.
Era un pendolo. Un immane pendolo appeso alla sommità della caverna e al termine del quale si trovava una sfera di circa un metro di diametro. Era quel marchingegno a produrre, in una col moto dell'oceano, quel ritmo continuo, costante, che in precedenza avevo scambiato per il pulsare di un cuore immenso. Nel suo lento, inesorabile moto, esso andava a percuotere le pareti della grotta, come mosso da un instancabile minatore (e, in effetti, rammento che mi chiesi quale forza potesse produrre quel moto, senza sapermi dare risposta). Indefesso l'apparecchio percuoteva la pietra insieme alle acque che, più sotto ancora, invisibili, erodevano la roccia e, per l'effetto, le mura della magione che su di essa si fondava.
E, ancora una volta, fu seguendo il rumore, più che la vista, che scoprii ciò che si trovava esattamente sotto il pendolo e che, a una prima, rapida occhiata, la mia mente sbigottita dalla bizzarria grottesca che le si spalancava dinnanzi, aveva preso per un'ombra più fonda delle altre.
Era un pozzo. Un baratro che si spingeva fin dove non avrei saputo né voluto dire e il cui imbocco era misericordiosamente, anche se maldestramente, coperto da una grata di ferro, non fissata, ma approssimativamente appoggiata ai friabili bordi rocciosi.
Ah, quanto ben comprendevo l'espressione “il demone della perversità” che il mio amico aveva usato, mentre mi chinavo sopra l'abisso, spinto dall'istinto di terrore assoluto e di esultanza malsana che deve spingere i disperati prossimi al suicidio. Poiché, senza che lo avessi mai sentito, avvertivo salire, dall'incommensurabile sprofondo dinnanzi a me, il ritmo, il suono, la melodia dissennata e dissonante che Leonard mi aveva descritto e che non volevo, ma non potevo fare a meno di riconoscere.
«È stato necessario» disse Leonard alle mie spalle. «Non ti ho detto forse» aggiunse scendendo a sua volta le scale con la lenta, inumana camminata dei sonnambuli «Quanto fosse mutato, come e assieme a quell'infernale concerto? Non ti ho parlato della sua ossessione? Non hai forse visto i loro ritratti? Non immagini dunque come e a quale prezzo Beatrice sia stata Virginia e, Virginia, Beatrice? Non hai forse visto, cieco uomo quale sei diventato, i suoi denti?».
Aveva raggiunto il piano e mi si era avvicinato mentre io mi allontanavo, girando attorno al pozzo quasi fossimo impegnati in un grottesco, ferale balletto.
«Tu l'hai ucciso!» gridai a pieni polmoni, come a voler gettar fuori, urlando, la terribile idea che mi si formava nella mente prima che, acquistando forma, divenisse del tutto intollerabile.
Leonard spiccò un balzo e mi raggiunse, afferrandomi per le spalle in una macabra parodia del saluto col quale mi aveva accolto, poi proruppe in una folle risata. «Ucciso? Non senti la sua musica dannata salire dal pozzo? Non la senti? Non ti ho forse detto che, là dentro c'è una volontà che non muore? Non ti ho forse detto che il Concerto Rosso non smette mai!
«Tu l'hai ucciso!» sbraitai «Tu l'hai sepolto vivo!».
Fu un attimo.
Respinsi, con una forza che non credevo di avere, il mio amico, rompendo nella caduta , i precari sostegni della grata di copertura cadde nel pozzo.
Udii il ferro, la carne, l'anima del mio antico compagno precipitare e lo strazio che egli provava si riverberò tutto, come un'eco, nei miei precordi.
A quel punto, la gigantesca macchina che incombeva sopra di me iniziò a oscillare paurosamente, frantumando le pareti come un piccone impazzito, poi, staccatasi dal supporto, cadde anch'essa nel pozzo con tutto il suo letale, definitivo peso.
Percossa nelle fondamenta, l'intera casa cominciò a vibrare e gemere come un essere vivente; le pareti della stanza oscillarono, tremarono, si ruppero e io riuscii a intravedere vaste crepe serpeggiare dal pozzo, mentre pezzi sempre più grossi di roccia e costruzioni si fiondavano nel crepaccio che si andava spalancando.
Fuggii, guidato da un istinto animale poiché ogni facoltà razionale era, come ho detto, pietosamente obnubilata.
E certo nulla di razionale c'era in quello che io vidi e sentii mentre, come la moglie di Lot,  volgevo la testa indietro.
Leonard che arrancava sanguinante fuori dal baratro, artigliando quel che rimaneva del bordo e, dietro di lui, una mano scarnificata che lo agguantava e lo trascinava di nuovo nell'abisso, mentre, da quelle stesse profondità, sorgeva la folle melodia che ero non potevo più negare di udire: il Concerto Rosso che ci aveva portato alla rovina.
 
Altro da dire non c'è.
Mi trovarono i fittavoli che, come ogni mattina, e quella mattina con un animo ben diverso, si recavano presso Price Mansion, anzi, verso il luogo dove avevano udito il fragore che ne segnava, al di là di ogni ragionevole dubbio, la scomparsa.
Non seppi mai quali frasi sconnesse pronunciassi nel mio delirio, ma mi fu sussurrato che molti, inorriditi, volevano abbandonarmi. Per fortuna un paio di robusti forestieri mi portarono al villaggio più vicino, da dove fui trasferito alla città, poi all'ospedale e, infine, dopo mesi di febbri cerebrali, a casa, dove tuttora mi trovo.
Sono calmo, ora, tanto da far credere che, con molta, molta perseveranza, potrei anche tornare al mondo ordinario, materiale e prosaico che lasciai il giorno in cui salii su quella carrozza, diretto verso i miei antichi amici.
Solo gli incubi, sui quali non ho alcun potere, rendono chi mi sta vicino consapevole che la guarigione non avverrà mai.
La mia condizione è tuttavia tollerabile e, anzi, mi consente di imporre ai miei cari certe bizzarrie che sarebbero altrimenti insopportabili, come quella di tenere un lume sempre acceso accanto al letto. Rassicuro mia moglie dicendole che non è che uno stato transitorio e che, ben presto, passerà, ed ella, con un sorriso che non riesce a nascondere la pietà, acconsente paziente.
Ma io so che non vi sarà mai fine, così come so (benché continuamente affermi il contrario, più a beneficio degli altri, che di me stesso) che quanto ho visto, e sentito, non erano semplicemente i deliri di una mente sconvolta dalla notizia del misfatto, dal luogo sinistro, da chissà quale perniciosa affezione del corpo o dello spirito che, per sventura, mi aveva colpito in quel frangente.
C'è, a ricordarmelo, sul ramo dell'albero che vedo dalla finestra della mia camera da letto, tenebroso e adduggiante, un corvo.    

 

 

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Blue il 2019-10-08 13:49:43

Una rivisitazione della storia "horror" di Poe: può sembrare blasfemo, ma forse, pur nella sua brevità, non meno inquietante dell'originale. Indubbiamente, l'uso del linguaggio più simile possibile a quello che avrebbe utilizzato EAP contribuisce a creare la giusta atmosfera; ma questo è un merito in più, perchè non era affatto esercizio facile (anche se - modestissimo parere - forse ci hai indugiato persino un po' troppo).
Gran bel "tributo", con qualche richiamo, forse involontario, anche alla "Maschera della morte rossa", non a caso coetaneo (si dice così?) de "Il pozzo e il pendolo".

Rubrus il 2019-10-08 15:08:01
Grazie. Be', tra l'originale e la copia, come si suol dire, sempre meglio l'originale. I richiami sono tutti volontari e, in effetti, questo racconto assomiglia un po' al mostro di Frankenstein perchè è cucito mettendo insieme spunti di tanti racconti di Poe e qualche ammiccamento cinematografico e biografico. Più o meno nell'ordine.
. l'impianto generale, con tanto di crollo finale, viene da "La caduta di Casa Usher" (il protagonista si chiama Roderick, come il mio protagonista)
- "Littleton Barry" è uno pseudonimo usato da Poe. Roger Corman fu regista di film ispirati molto (ma molto) liberamente ai racconti di Poe (qui è il titolare di una linea di corriere) e interpretati dal grande Vincent Price (da cui "Price Mansion")
- nella casa, che architettonicamente, ricorda appunto un po' "La Maschera della Morte Rossa" ci sono e non potevano non esserci "Il pozzo e il pendolo".
- il cavallo che compare all'inizio viene dritto dritto da "Metzergenstein", con la sua maledizione, però si chiama Valdemar, come il protagonista del racconto omonimo
- l'animale più importante nel mio racconto è, e non poteva non essere "Il gatto nero"
. l'idea delle mogli che paiono reincarnarsi l'una nell'altra viene da "Ligeia"
- la faccenda dei denti che vengono strappati per conservarne la bellezza viene da "Berenice" e in generale tutta la faccenda delle consorti sventurate viene dalla c.d. "trilogia muliebre" di Poe: Berenice, Morella, Ligeia. Anche la frase "E, là dentro, c'è una volontà che non muore... "ecc viene da quella trilogia. Poe la attribuisce a Joseph Glanville, ma forse è solo una sua invenzione
- Virgina era il nome della moglie di Poe, morta prematuramente.
- a chiusura del racconto compare, fatalmente, un "Corvo"

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Antonino R. Giuffrè il 2019-10-09 11:46:45
Nella fitta trama di rimandi poeiani spicca comunque la tua personalità scrittoria, soprattutto nello stile che, pur echeggiando quello ottocentesco, resta pienamente “rubrusiano”. Quanto ai contenuti, detto che in racconti simili permane sempre il dubbio di non aver colto tutti i riferimenti all’autore, non posso che sottolineare la tua capacità di aver fatto di un luogo ben preciso, la casa di Leonard, una sorta di “never-never land”, dove le certezze logiche del protagonista sono costantemente risucchiate nell’abisso dell’irrazionale. Piaciuto molto. Ps. A volte hai dimenticato il punto alla fine di una frase. C’è un “ciu” al posto di un “cui”, se non erro. Ciao.

Rubrus il 2019-10-09 18:40:26
... e niente, i refusi sfuggono anche alla terza rasatura. Non saprei dire se ho uno stile, ma posso dire da dove è venuta l'idea della struttura del Concerto Rosso, esposta nel "pippone" a metà del racconto, dove parlo delle quattro note cui corrispondono sempre altre quattro note a meno che non ci sia un errore ecc. Altro non è che la struttura del DNA e le quattro note sono le quattro basi di cui si compone la molecola. Il "Concerto" quindi altro non è che la messa in musica della replicazione del DNA con tanto di mutazioni periodiche dello stesso. Qualche anno dopo che scrissi il racconto, qualcuno ebbe l'idea di farlo sul serio e, se cercate in rete "DNA in musica" troverete un po' di roba. Se ci ha pensato un musicista vero, forse l'idea non era proprio da buttare.

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