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Luca 2: Cronaca nera

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Roberta

pubblicato il 2019-10-06 16:29:30


In un tardo pomeriggio di gennaio un ragazzo era stato ucciso davanti alla porta d'entrata della biblioteca comunale. Era quasi notte, ma ad alcuni testimoni era sembrato di vedere il cugino di Luca aspettare la vittima, estrarre un coltello e poi scappare a testa bassa. Non c’era un movente; il ragazzo era arrivato in paese in treno con l’unico scopo di recarsi in biblioteca a prendere a prestito un libro. Non era stato derubato e apparentemente non aveva nulla a che fare con l’assassino.

Sconvolta, non riuscivo a pensare ad altro che a Luca e alle conseguenze sulla sua famiglia, sulla sua vita e sui suoi rapporti con i compagni. Ero certa che quell'omicidio avrebbe calato un colpo di mannaia anche sulla strana attrazione appena nata tra me e Luca.

Il fatto era accaduto un mercoledì, il primo dopo le vacanze di Natale; io avevo saputo del coinvolgimento del cugino il giovedì, appena uscita dalla classe. Venerdì la mia giornata sarebbe iniziata con Luca, nell’auletta, mentre il resto della classe seguiva l’ora di religione.

Non sapevo come affrontare il discorso: dovevo ancora chiarire la storia del bacio, e adesso c'era di mezzo quest'altra cosa, ben più grave. Ero tesa, agitata e preoccupata per lui, così la mattina, prima di partire, mi fermai a comprare dei cioccolatini, ma poi non ebbi il coraggio di offrirglieli.

Quel giorno avrei voluto parlare di tutt'e due le cose, del bacio e del delitto, ma non ci riuscii. Gli chiesi soltanto come stava, lui mi rispose “bene”, a occhi bassi e io, per rispettare il suo riserbo, lasciai perdere; ma il fatto è che avevo paura. Così passammo l'ora facendo degli stupidi esercizi di grammatica. Per giunta, siccome continuava a sbagliare, a un certo punto gli dissi: “Ti ammazzo”. Fantastico, no?

L'ora successiva la mia collega di matematica, una zitella sciatta, grigia in volto e nei vestiti, pur essendo di solito una gran maldicente, in quella circostanza affrontò l'argomento dell'omicidio in maniera mirabile: responsabilità personale, presunzione d'innocenza, appello alla pietà per entrambe le famiglie – della vittima e dell'accusato – esortando i compagni a dire che cosa provavano e come si sentivano nei confronti di Luca e infrangendo così il tabù laddove io avevo fallito: mi sentii una nullità. Non reggevo il confronto. Sicuramente avevo deluso Luca.

Poco tempo dopo Luca si ammalò, ma la mamma lo mandò a scuola prima che guarisse. Tossiva, era stanchissimo e aveva la febbre. Lo tenevo d’occhio e cercavo di difenderlo dai pettegolezzi e dagli sguardi. Ogni giorno, durante la ricreazione, tutti si gettavano come avvoltoi sul quotidiano locale per leggere le novità sul caso. E Luca? Luca se ne stava in disparte, solo come un cane. Provavo una pena immensa per quel povero ragazzo, ma allo stesso non sapevo come comportarmi o cosa dirgli e mi limitavo a guardarlo, pronta a intervenire se qualcuno lo avesse infastidito.

Un venerdì arrivai a scuola fantasticando su una frase che avevo adocchiato sul libro di grammatica, con Luca come soggetto (tipo “Completa la frase: Luca mi piace moltissimo, ma...”). Ma mi aspettava una brutta sorpresa: una sostituzione, proprio nell'ora di Luca. Chiesi a una collega di fare la supplenza al posto mio; quando suonò il campanello, però, scoprii che i ragazzi non erano in classe, ma in aula video a guardare un film. Luca non si fece vivo. A ricreazione gli feci una sfuriata, e il pomeriggio stesso telefonai a sua madre. Immaginavo, dissi, che non fosse il momento adatto per crearle nuovi problemi e le spiegai che mi dispiaceva moltissimo per quello che era successo nella loro famiglia, soprattutto perché immaginavo che ne pagassero le conseguenze tutti loro, e specialmente i ragazzi, che non avevano nessuna colpa; quando vedevo i titoli dei giornali stavo male come se fosse successo a me. Lei scoppiò a piangere e mi disse che era un inferno, che in casa nessuno parlava, e poi non finiva più di ringraziarmi. Quando le raccontai che Luca non si era presentato a lezione, si scusò e mi assicurò che gli avrebbe parlato lei. Il giorno dopo lui mi venne incontro, si scusò e mi promise che non sarebbe successo mai più.

Però quel “tradimento” aveva lasciato il segno. Luca non aveva nessuna colpa, perché non poteva sapere che io avevo chiesto a qualcun altro di fare la sostituzione al posto mio ed era naturale che preferisse finire di vedere il film piuttosto che fare esercizi di grammatica con me. Io, però, non lo capivo: c'era un'enorme sproporzione tra me che per tutta la settimana aspettavo quell'ora, e lui che pareva non curarsene, tanto che aveva preferito guardare un film seduto al buio. Mi tornava in mente il bacio e la reazione iniziale di Luca e cominciavo a temere che quell'intesa esistesse solo nella mia testa. Cominciava così a realizzarsi la mia peggior paura: essermi esposta troppo e soprattutto essermi illusa che i miei sentimenti e fossero corrisposti, che anche Luca non aspettasse altro che l'arrivo dell'ora di religione come stava accadendo a me da qualche tempo. Da sempre questa sensazione mi getta nel panico e scatena una serie di reazioni che non fanno che peggiorare la situazione: rabbia, ira, vendetta. Ma in quel caso, vedendo Luca tutti i giorni e inconsapevolmente approfittando del mio ruolo, riuscii a mantenere il controllo e a piegare le cose a mio favore.

Non riuscivo nemmeno a nominare l’episodio del bacio sul collo, ma in qualche modo dovevo affrontare la questione. Così, arrossendo, gli chiesi di scusarmi se avevo fatto qualcosa che lo aveva messo in imbarazzo. Lui scuoteva la testa per negare, ma era spaventato, tratteneva il respiro e si vedeva che non vedeva l'ora di interrompere quel colloquio penoso. Per due venerdì lasciai la porta aperta e mi mostrai dimessa e costernata. Lo ero, ma di solito tendo a mascherare la debolezza, mentre quella volta volevo mostrarmi così com'ero: sentivo che quello era il modo giusto per riconquistare la sua fiducia. Infatti così accadde: io lasciavo la porta aperta ma lui la chiudeva. Ricominciò ad affidarsi a me completamente. La mamma venne a udienza, si confidò con me, mi ripeté che la situazione familiare era un inferno, che nessuno parlava e che il padre mandava via Luca in malo modo quando voleva parlare con lei del nipote. Infine mi chiese di provare a parlare con Luca o a farlo parlare.

Quando provai ad affrontare il discorso dell'omicidio, mi disse che la mamma era convinta che il cugino fosse innocente. Non riuscii a fargli dire che cosa pensava lui veramente: quando ne parlava usava le stesse parole dell'avvocato difensore, che avevo letto sul giornale. Glielo feci osservare, ma mi disse che anche lui tutto quello che sapeva lo sapeva dai giornali. Provai a farlo riflettere sul fatto che a volte per un grande dolore si perde la ragione, ma lui non si sbilanciò. A quel punto gli dissi che io non potevo sapere se il cugino fosse colpevole o innocente ma che speravo per lui e la sua famiglia che tutto finisse bene.

Il cugino fu arrestato e condannato. Sembra che la vittima assomigliasse molto al nuovo fidanzato della sua ex. Pochi mesi prima lei lo aveva lasciato e lui era tornato per un po’ in Albania dai nonni. Al ritorno lei aveva già un altro, mentre lui non aveva ancora superato l’abbandono e aveva continuato a sperare di poterla riconquistare.

Ma che ci faceva nella biblioteca di quel paesino un ragazzo che abitava da tutt’altra parte? Forse aveva fatto una ricerca in internet e aveva scoperto che quella biblioteca era l’unica a possedere il libro che cercava? Davvero si era trattato di un tragico equivoco? O forse c’era dietro un affare di droga? Il cugino di Luca però sembrava soffrire di turbe psichiche, e l’ipotesi della gelosia era effettivamente plausibile.

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L'AUTORE Roberta

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